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La poltrona delle SS, edizione Nottetempo, mantenuto in mano davanti a una libreria sfocata.

La poltrona della SS, D. Lee

La poltrona della ss copertina

Leggere storie realmente accadute porta sempre il lettore a riflettere. Se la storia che viene raccontata è quella che descrive gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’eccidio degli ebrei, la riflessione è ancora più profonda, a tratti dolorosa. A gennaio, nella settimana in cui si ricordano le vittime dell’olocausto, Nottetempo ha pubblicato La poltrona della SS dello storico Daniel Lee.

Iniziando a leggere La poltrona della SS mi sono posta delle domande. La prima fra tutte è stata: dove nasconderei dei miei documenti significativi se fossi costretta a fuggire all’improvviso? Dove nascondereste voi delle carte importanti da far durare per sempre?
Cosa ha spinto Robert Griesinger a nascondere un fascio di suoi documenti all’interno di una poltrona?

Un fascio di documenti pieni di svastiche naziste che riemergono casualmente da una vecchia poltrona. Questo è il motore che muove la ricerca di Daniel Lee.

Primo piano Daniel Lee

Daniel Lee racconta nel primissimo capitolo di come una cena a Firenze dopo il suo dottarato in storia gli ha cambiato la vita. Il dottorato che aveva appena terminato indagava sulle vicende degli ebrei nella Francia di Vichy, studio che poi si ritrova nella sua prima pubblicazione Petain’s Jewish Children: French Jewish Youth and the Vichy Regime, 1940-1942. A questa cena organizzata proprio da Daniel, partecipa una sua cara amica che chiede di poter invitare anche Veronika, una giovane olandese che vuole conoscerlo.
Proprio la ragazza olandese sarà il ponte di connessione tra Daniel Lee e Robert Griesinger.

Veronika racconta a Lee cosa era successo a sua madre Jana, quando ebbe intenzione di rifoderare una vecchia poltrona. La donna aveva portato a restaurare il mobile ma andando a ritirarlo trovò un tappezziere indignato si rifiutò categoricamente di lavorare per i nazisti e per le loro famiglie. Detto ciò tirò fuori un fascio di documenti cucito all’interno del cuscino della poltrona. La povera Jana guardando quei documenti che riportavano il nome di Robert Griesinger, marchiati a ogni pagina di svastiche naziste si giustificò dicendo che non sapeva di chi fossero. Il restauratore non credendole fece tornare la donna a casa con la poltrona ancora da rifoderare e dei fogli che testimoniavano le atrocità di un nazista qualunque.

Daniel Lee partirà da questa semplice vicenda per intraprendere un enorme lavoro di ricerca che durerà ben cinque anni.

Il libro è dunque il frutto di una ricerca accurata e difficile, durata ben cinque anni. L’autore per costruire La poltrona della SS ha unito ciò che è emerso da telefonate, documenti e fotografie originali, coincidenze e segreti di famiglia. Ha viaggiato ovunque ci fosse un indizio tra Praga, Berlino, Stoccarda, Zurigo, New Orleans. Nulla è sfuggito allo storico Lee che ha cercato indizi persino nelle diverse cittadine tedesche di provincia dove Griesinger aveva studiato e lavorato.

Il meticoloso e abbondante lavoro che Daniel Lee ha portato avanti per comporre La poltrona della SS si evince anche semplicemente osservando il libro nella sua struttura. Prima che la narrazione cominci, ci sono tre pagine di nomi, in cui sono elencati tutti i personaggi incontrati, intervistati, o che sono stati necessari all’autore per il racconto. Nella parte finale del libro, invece, le note a piè di pagina si moltiplicano: sessanta pagine in cui Lee non dimentica di indicarci da quale archivio ha tratto una determinata informazione. Quello che emerge, in un reportage denso e acuto, è il ritratto di un uomo ambizioso e glaciale, ma ordinario, che ha lavorato nell’ombra per la «causa» nazista.

Chi era Robert Griesinger e perchè tanto interesse da parte di Daniel Lee? Cosa voleva trovare l’autore della Poltrona della SS durante le sue ricerche?

Io volevo sapere come passava le serate, i film che guardava, i piatti che gli piacevano, cosa leggeva alle sue figlie. Mi sembrava che venire a conoscenza di queste informazioni mi avrebbe detto qualcosa di fondamentale su coloro che avevano perpetrato la violenza nazista – una violenza che aveva devastato la mia stessa famiglia, oltre a innumerevoli altre.

lee, La poltrona della SS, nottetempo, milano 2021 (p 57)

Attraverso le sue ricerche, Lee scopre che il proprietario di quelle carte nascoste aveva fatto parte prima delle SS negli anni ’30, poi della Gestapo. Da quel fascio di documenti scopre inoltre che egli comparve tra coloro che parteciparono alla guerra sul fronte sovietico nell’estate del ’41, in cui migliaia di ebrei vennero massacrati nei villaggi ucraini. Proprio questa esperienza permetterà al nostro protagonista di ottenere un posto da funzionario al ministero dell’Economia e del Lavoro a Praga.

La strada che Lee percorre è tortuosa e soprattutto non circoscritta ai soli anni del nazismo. L’autore infatti non vuole solo spiegarci chi erano i buoni e i cattivi in quell’epoca, Daniel Lee cerca una spiegazione a quella cattiveria. La cerca all’interno della famiglia di Robert, (arriva fino a New Orleans e in Lousiana per capirlo meglio). La cerca negli studi e nell’ambizione di questo nazista qualunque (arriva a cercare negli archivi della scuola a Tubinga che Griesinger aveva frequentato).

Le origini e l’ambizione risultano essere quindi ciò che ha condotto Robert Griesinger a essere un burocrate assassino durante il nazismo.

L’obiettivo che Daniel Lee cerca di raggiungere è quello di raccontare la normalità di un uomo qualunque, quale Griesinger era. Lee cerca di far comprendere ai suoi lettori che i feroci nazisti, quelli più vicini a Hitler, non sarebbero potuti esistere senza il costante lavoro di uomini come Griesinger.

I libri di scuola ci hanno insegnato che i cattivi della Seconda guerra mondiale erano quelli che uccidevano gli ebrei all’interno dei campi di sterminio. Ma la storia ha saputo andare oltre, dimostrando come i protagonisti di quell’abominio erano anche tutti quegli uomini che, più silenziosamente, all’ombra dei propri uffici, firmando carte e autorizzazioni, acconsentivano alle disgrazie di uomini colpevoli solo di essere nati. Griesinger era uno di loro, un burocrate assassino. Le sue mani non si macchiavano di sangue. Al massimo potevano macchiarsi dell’inchiostro delle penne e dei timbri che stabilivano chi non doveva continuare a vivere.

Quando Griesinger ottiene il suo posto tanto aspirato a Praga è il 1943. Nella capitale occupata dai tedeschi ha il compito di chiudere le imprese e trasferire i lavoratori in Germania, strappandoli alle loro famiglie. Le fabbriche decennali del paese chiudono proprio per mano del burocrate, i lavoratori di quelle fabbriche vengono deportati nei campi di concentramento per mano di Griesinger.

Nella Poltrona della SS troviamo un viaggio a ritroso nelle origini della famiglia Griesinger per spiegare ― non giustificare ― le azioni del giurista.


Come è stato possibile che milioni di uomini si siano macchiati delle stesse, se non peggiori, colpe di Griesinger e hanno trovato quel contesto storico del tutto normale? Guido Caldiron ha intervistato l’autore della Poltrona della SS ponendogli un quesito simile. Dal libro stesso infatti si evince che Griesinger ha avuto sempre compagni e vicini di casa ebrei. Come è stato possibile quindi che Griesinger non fosse per niente turbato dalla sorte cui erano destinate anche persone che aveva conosciuto o incontrato? Come gli è stato possibile giustificare tutte quelle atrocità?

Daniel Lee primo piano

Lo stesso Lee ricorda, rispondendo all’intervista, che l’antisemitismo non è nato improvvisamente con Hitler ma era già impermeato nella società. «Nell’ambiente sociale e familiare di Griesinger era quasi un luogo comune quello di considerare gli ebrei moralmente degenerati. Questo aiuta a spiegare perché in seguito non si sia certo preoccupato per il destino degli ebrei, anche di quelli che magari aveva conosciuto».

Nella storia di Griesinger confluiscono lo schiavismo, l’emigrazione, la guerra e il genocidio. Se gran parte dei nazisti non aveva avuto bisogno di antenati schiavisti per odiare gli ebrei, il fatto che Griesinger potesse annoverarne parecchi nel suo albero genealogico ci impedisce di pensare al nazismo come a un fenomeno isolato o puramente tedesco

d. lee, La poltrona della ss, nottetempo, milano 2021 (p. 332)

I documenti nascosti nella poltrona della SS simboleggiano anche il silenzio che per molti anni ha alimentato le famiglie del Dopoguerra.

Il lavoro di Daniel Lee è stato non solo quello di viaggiare tra tutti gli archivi possibili in cui ritrovare una traccia – seppur la più minima – del passaggio di Griesinger, ma anche quello di ricerca di testimoni. Il protagonista delle sue ricerche era, come già detto, un personaggio anonimo nel suo ambiente; di conseguenza, trovare sue tracce per Lee è stato difficoltoso. Nonostante la grande difficoltà Lee incappò prima in un suo zio e di conseguenza anche nelle due figlie di Robert: Barbara e Jutta. La cosa che stupisce di più nel leggere degli incontri avvenuti con Lee è che le due figlie non avevano idea delle mostruosità compiute dal padre.

Il dolore per aver vissuto certe esperienze ha insabbiato i ricordi di molti.

Documentandomi ho scoperto che molti figli di nazisti per molto tempo non hanno domandato nulla ai propri genitori. Anche Barbara e Jutta confermano questo. Le figlie di Griesinger dopo la guerra vedendo una madre triste per aver perso il marito non le chiesero mai informazioni su di lui. Chi ha vissuto in prima persona certi momenti, sembra non abbia poi voluto raccontarli ai proprio figli o nipoti. Nonostante ciò che lo storico riuscì a riportare in superfice di quel burocrate assassino, le figlie non ne risultarono particolarmente sorprese. Infatti, sia Barbara che Jutta si commossero a conoscere la grafia del padre.

Non avere testimoni è una grande perdita. Per questo motivo il lavoro di Lee acquista un grande valore. L’autore mette in luce l’immagine e la vita di un uomo solo, raccontandoci però che non fu l’unico. Lee ha rivelato, insomma, come quelle organizzazioni in realtà fossero più sfaccettate e organizzate di come solitamente si ritiene.

La testimonianza è essenziale, il ricordo di quelle tragedie non deve morire insieme a chi ha vissuto quegli anni orribili.

In un’intervista, Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica italiana, spiega di come per ben quarantacinque anni non abbia mai fatto parola di ciò che aveva vissuto nei campi di sterminio. Nell’intervento del 2018 al Parlamento europeo racconta alcune delle brutalità che i suoi occhi hanno dovuto vedere. Si rammarica però dicendo che purtroppo quella generazione sta sparendo e nessuno potrà più raccontare, testimoniare.

Pietra di inciampo opera per commemorare ebrei caduti inguerra
Le pietre di inciampo sono opera dell’artista tedesco Gunter Demnig e servono per commemorare gli ebrei morti nei campi di concentramento

Ma in questa epoca in cui non facciamo nostro qualcosa se non quando ci tocca da vicino, non dobbiamo dimenticare di ricordare. Viviamo più intensamente quel 27 Gennaio, una data simbolica che sarà a breve solo un accumulo di ricordi di qualcuno che non ci sarà più. Facciamoci testimoni, documentiamoci, portiamo avanti noi il ricordo delle generazioni passate per le generazioni future. I nostri figli studieranno qualcosa di molto lontano da loro. Facciamo in modo che quella lontananza sia solo temporale, accorciamo questo tempo e permettiamo a tutte quelle vittime di essere sempre nel nostro presente.

La vincitrice del Premio Neri pozza, Francesca Diotallevi, con il suo romanzo Dentro soffia il vento ritratto vicino a limoni, decotti, fiori secchi e tisane

Dentro soffia il vento, F. Diotallevi

Dentro soffia il vento è un romanzo di Francesca Diotallevi edito Neri Pozza e vincitore della Sezione Giovani del Premio Neri Pozza – Fondazione Pini – Circolo dei Lettori del 2016.
L’autrice, classe 1985, è laureata in Beni culturali. Tra le sue opere oltre a Dentro soffia il vento ricordiamo Le stanze buie (Mursia, 2013), Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015) e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018).

Ho avuto tra le mani Dentro soffia il vento qualche mese fa, un regalo di compleanno in anticipo da parte di un caro amico. Spinta dalla curiosità per la trama e per la personalità di questa giovane autrice ho cominciato la lettura del romanzo e senza rendermene conto mi sono ritrovata catapultata a Saint Rhémy, tra le vicende narrate. Un libro che mi ha conquistata sin dalle primissime pagine per la delicatezza con cui l’autrice esprime tematiche forti e complesse come l’amore, il dolore, la fede, il risentimento e il pregiudizio.
Un elemento cardine che ha contribuito ad alimentare il mio interesse per questo romanzo è stata la scrittura brillante di Diotallevi. L’autrice racconta aspetti semplici senza renderli banali e realtà complesse senza sminuirle; tratta le vicende nella loro interezza senza tralasciare aspetti crudi e negativi regalandoci la narrazione di un’umanità reale e viva.

Non lasciare che qualcuno ti dica in cosa credere, ragiona con la tua testa, segui l’istinto. Nessuno dovrà importi chi amare. L’amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L’amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te.

Primo piano di Francesca Diotallevi, autrice di Dentro soffia il vento

Una storia e tre punti di vista

Dentro soffia il vento è raccontato secondo tre punti di vista, quello dei tre personaggi principali abitanti di Saint Rhémy, un paesino tra le montagne della Valle d’Aosta.

Il primo è Don Agape, il nuovo parroco arrivato da Roma che ha difficoltà a conquistare la fiducia della comunità perché egli stesso è pieno di dubbi e timori circa la sua missione spirituale. Un uomo che ha preso i voti senza convinzione, incapace di opporsi al volere della famiglia e che forse per la prima volta, con questo trasferimento a Saint Rhémy, ha assecondato il suo desiderio di mettersi alla prova e di (ri)trovare la propria fede.

Il secondo personaggio è Yann, un ragazzo a cui la vita ha tolto molto e che si ritrova a convivere con un dolore fortissimo legato alla perdita di suo fratello Raphael, caduto in guerra. Yann vive divorato dai sensi di colpa perché avrebbe dovuto arruolarsi, ma era stato considerato inabile a causa di un incidente avvenuto molti anni prima. Un personaggio tormentato, schivo ma affascinante.

Fiamma, una ragazza indipendente, sola, che vive nel bosco e che viene additata dai suoi compaesani come una strega per la sua capacità di preparare decotti con proprietà curative. Il suo unico contatto con la realtà era costituito proprio da Raphael, il solo a esserle amico, un personaggio che si avverte come una presenza costante nella storia sebbene non intervenga mai.

I personaggi di Dentro soffia il vento


Le tre voci narranti raccontano la loro storia personale e lo fanno attraverso i loro ricordi e le loro sensazioni, con questa soluzione viene costruita una trama che trascina i lettori nel corso degli eventi.

Yann prova un odio profondo per Fiamma, anche se non sfugge al lettore quanto questo sia solo un risvolto dell’amore e di un legame che viene represso e tenuto a distanza dal giovane stesso. Yann, infatti, deve rifugiarsi in questo sentimento perché Fiamma agli occhi degli abitanti del paese è una strega e non sembra esser possibile poter provare nulla di diverso dall’odio nei suoi confronti.
Sarà poi Don Agape che cercherà di ricondurre la giovane “in seno al gregge” andando contro ogni pregiudizio e diceria del popolo.

Pagina dopo pagina le storie si incrociano e l’ombra di mistero iniziale si dissolve lasciando spazio a segreti e sentimenti taciuti. Grande risonanza è data anche alla superstizione e al pregiudizio – ma che sono solo sentimenti di facciata, perché molti abitanti del paese, di nascosto, fanno ricorso ai rimedi e ai decotti di Fiamma. A Saint Rhémy l’ignoranza è un male difficile da estirpare e la barriera di pettegolezzi e pregiudizio diventa sempre più alta intorno a Fiamma.

Mia madre lo diceva sempre: non basta il cuore a sconfiggere l’ignoranza e la superstizione.

Lo stile di Dentro soffia il vento

In Dentro soffia il vento l’abilità di Diotallevi viene evidenziata da più aspetti. Le parole scelte dall’autrice sono misurate ed evocative; la sua prosa è agile, la lettura cattura. Dalle parole di Yann, di Fiamma e di Agape si viene rapiti e ci si ritrova tra quei boschi, in quel paesino, preda di quei turbamenti. Diotallevi ha il pregio di rendere i personaggi vivi, grazie anche a una spiccata attenzione ai dettagli che si traduce nelle descrizioni particolareggiate delle emozioni e dei sentimenti umani. Risulta impossibile non restare coinvolti dalle vicende e non entrare in empatia con i personaggi e con il loro vissuto.

L’amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L’amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te.

Ambientazione del romanzo

Le ambientazioni del romanzo sono calate in un’atmosfera suggestiva: questo esercita molto fascino sul lettore. La storia si svolge, infatti, in un paesino della Valle d’Aosta, a Saint Rhémy, dove una ristretta comunità di abitanti estremamente religiosa svolge tranquillamente la propria vita. Una comunità blindata nella propria diffidenza rispetto al mondo circostante e dedita alla fede, alle prediche e ai sermoni ottusi e corrotti.

Con te è diverso, tu sei il vento che mi soffia dentro, sei colui che muove i miei passi. Se sparissi in questo momento, sparirei con te.

Primo piano di Francesca Diotallevi autrice di Dentro soffia il vento

La scrittura e i temi di Dentro soffia il vento

Dentro soffia il vento è un romanzo che conquista il lettore con la sua delicatezza, per la sua narrazione di dolore e amore resi in maniera immediata.

Queste tematiche si intrecciano trascinando il lettore in un vortice di emozioni che si fanno più forti a mano a mano che si procede con la lettura. Un libro intenso, profondo, una storia che lascia moltissimo ai lettori dopo averli condotti in un percorso al limite del magico.
Il romanzo a tratti crudo e violento, infatti, è anche intriso di magia e poesia. Al punto che un peso determinante nella costruzione delle vicende è dato dalla superstizione tipica dei piccoli paesi, che prevale su tutto e tutti e incide su sentimenti puri come l’amore.

Dentro soffia il vento è un libro che è entrato in punta di piedi arrivando a insinuarsi a poco a poco nell’animo. Diotallevi mi ha fatto affezionare ai personaggi, partecipare alle loro vite, provare quelle sensazioni e a tratti soffrire con loro. Ha descritto un amore puro osteggiato dal risentimento e dal pregiudizio, ma in grado di accogliere e superare enormi difficoltà.
Amore e odio si rincorrono per tutto il romanzo, alternandosi e mescolandosi.
Una scrittura che è come una magia, scorre veloce sulle pagine e ti guida in questi rapporti intricati che regalano brividi e che ci ricordano l’importanza di lottare per i nostri sentimenti avendo il coraggio di ascoltare noi stessi.

Il romanzo di Romain Gary, La vita davanti a sé, ritratto vicino a una cornice con un'immagine tratta dal film ispirato al libro, regia di Edoardo Ponti, con Sophia Loren

La vita davanti a sé, R. Gary

Che cosa abbia aspettato, per tutto questo tempo senza conoscere Romain Gary, ancora me lo domando. Un autore dalla scrittura rivoluzionaria e dalla personalità enigmatica; vincitore due volte del Premio Goncourt, Romain Gary è lo pseudonimo di Roman Kacew, nato a Vilnius da padre ignoto.

Forse, quando per tutta la vita sui romanzi non leggi altro che gli strilli degli editori e dei giornalisti che gridano al capolavoro, capita di non crederci tutte le volte. Eppure, in questo caso, alla Vita davanti a sé, capolavoro è il termine più consono da attribuirgli. Ma lo stesso, non potrebbe del tutto dirsi della trasposizione cinematografica dell’opera, di Edoardo Ponti con Sophia Loren.

Dietro la duplice vittoria di Romain Gary del Premio Goncourt si nasconde un fatto eclatante.

Il Premio – esistente ancora oggi – reca nel proprio regolamento l’impossibilità di assegnarlo allo stesso autore più di una volta. Ma di fatto, lo scrittore Romain Gary lo vinse due volte: la prima nel 1956, con il suo celebre romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo, Neri Pozza, Milano 2009); la seconda, proprio con il romanzo Le vie devant soi (La vita davanti a sé, Neri Pozza, Milano 2005).

Tuttavia, mentre la prima vittoria venne attribuita alla persona di Romain Gary, per ottenere la seconda, Gary dovette elaborare un espediente dal fine assicurato. L’autore, dopo aver convinto un suo vicino cugino, Paul Pavlovitch a recitare la parte di Èmile Ajar, mise in scena una pantomima curata nei minimi dettagli per vincere il Premio nel 1975.

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, Gary si arruolò a Parigi nelle Forze aeree della Francia libera, appoggiando i compagni della resistenza capeggiata da Charles de Gaulle. Onorato come un eroe di guerra, cominciò a scrivere sostenuto dall’amatissima madre, che sempre lo spronerà nella sua realizzazione artistica.

Romain Gary e Jean Seberg © corbis

Dopo l’unione con la scrittrice Lesley Blanc, nel 1962 Romain Gary sposa Jean Seberg, la bellissima attrice di A bout de souffle (regia di Jean Luc Godard) e dell’indimenticabile Bonjour tristesse, tratto dal romanzo di Sagan.

È il 1979, quando Seberg, all’età di quarant’anni, venne trovata senza vita all’interno della propria automobile, per un’overdose di barbiturici. Il suo addio rimase impresso su un breve biglietto: «Forgive me. I can no longer live with my nerves». L’attrice americana ebbe una vita molto tormentata, soprattutto a causa delle violente depressioni di cui soffrì, ma la sua morte nulla aveva a che vedere con quello che sarebbe successo un anno dopo.

Il 2 dicembre del 1980, dopo aver dato alle stampe l’ultimo romanzo, Gli aquiloni (Neri Pozza, Milano 2017), Gary si uccise con un colpo di pistola dopo essersi comperato una vestaglia rossa, affinché sporcandosi di sangue, il prossimo a trovarlo non si impressionasse troppo.

Il suo testamento, ben più lungo di quello che l’ex amante americana lasciò, è divenuto un libro: Vita e morte di Emile Ajar. Due giorni prima della morte, egli provvedete a mandarne copia all’editore Gallimard, con la raccomandazione di renderla pubblica. Quell’opera conteneva in sé uno sconvolgimento che avrebbe stupito l’intera società letteraria parigina; poiché proprio in quelle pagine, Romain Gary rivelava che dietro il nome di Emile Ajar, il vincitore del Goncourt e il cantore di una Francia multietnica che cambiava il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary.

La vita davanti a sé di Gary venne riconosciuto come un capolavoro. Mentre il successo di critica di Gary diminuiva, paradossalmente, il nuovo e promettente autore Emile Ajar, fu annunciato come un grande scrittore.

È la storia contenuta tra le pagine della Vita davanti a sé a fare di questo libro un classico senza tempo; una storia che, a distanza di oltre cinquant’anni ha ancora tanto da dirci.

È la storia di un bambino musulmano, Momò, e della donna con cui egli trascorre la vita fino ai suoi quattordici anni: l’appariscente e austera Madame Rosa. In un appartamento al sesto piano del quartiere periferico di Bellville, a Parigi, l’ebrea Madame Rosa, reduce di guerra e sopravvissuta allo sterminio nazista, messasi in salvo da Auschwitz, abbandona la vita che faceva prima.

Il suo mestiere è stato a lungo quella di essere una donna «che fa la vita», ovverosia che si prostituisce. Ma da quando si è salvata, Madame Rosa ha deciso di ospitare nel suo appartamento i figli delle prostitute della città. In un vecchio palazzo di Belville, quartiere di povertà, degradazione, ma soprattutto odori, colori e multietnicià, da quelle famiglie, Madame Rosa riceve dei vaglie. Ma talvolta capita che alcune madri non ritornino più a recuperare i propri figli, e che la signora, coi suoi novantacinque chili abbondanti che quando si muove «sembra un trasloco», trovi una famiglia per quei ragazzi bisognosi d’amore.

Sono gli anni Quaranta inoltrati, la guerra è finita da poco, e ancora nell’aria si respirano le conseguenze di quell’evento mortificante.

Madame Rosa è la prima a risentirne, tanto che continuamente, memorie e sogni riportano in vita il suo dolore, le paure, e da un momento all’altro teme che i nazisti possano tornare a prenderla. In quegli anni, i Servizi Sociali e la Polizia di Stato rivolgono la maggior parte delle attenzioni verso i bambini, bisognosi di protezione e di esser tutelati. Un fatto di prim’ordine è che la legge proibisse alle madri di esercitare come prostitute, e per tal ragione, molte di quelle, affidavano i loro bambini dove potevano esser protetti nell’attesa di tempi migliori.

Tra tutti quei ragazzi, speciale è la sorte del giovane Momò. Un ragazzino dietro cui sembra nascondersi un grande segreto. Di lui, infatti, pare non si sappia molto. Non si conosce la sua età precisa, e la sua famiglia, a differenza delle altre, non si presenta mai a fargli visita, nonostante Madame Rosa continui a ricevere per lui un vaglia al mese.

Momò è musulmano, ma non è nemmeno sicuro di essere arabo. Ciononostante è stato educato come un ebreo. Parla fluentemente l’arabo, lo yiddish, il francese, e dentro di sé costruisce un mondo a portata di mano, per restar sempre lontano dalla realtà e dalle sofferenze della sua vita.

La paura più grande di Momò è quella di finire al brefotrofio, luogo in cui vengono ospitati i bambini abbandonati dai genitori.

Ma oltre a questa, Momò non ha paure. Egli è sempre intento a scoprire qualcosa, a meravigliarsi del mondo, e pervaso dalla bontà non si sottrae mai al piacere di far del bene agli altri. Tuttavia, cresciuto all’interno di un mondo di malfamati, incompresi, tossicodipendenti, prostitute, travestiti, ladri e neri, Momò trova nel rischio il maggiore dei suoi divertimenti. A Madame Rosa ha promesso che lui non farà mai la vita, e per il solo divertimento, commette furterelli e astuzie tra i banchi del mercato, infilandosi fin dentro le vetrine dei negozi.

Crescendo, il bambino vede le cose cambiare attraverso i suoi occhi. Gli altri bambini ospitati trovano famiglia e lasciano l’appartamento di Madame Rosa, mentre lui rimane sempre lì. E con lo scorrere del tempo, le condizioni di salute dell’anziana Madame Rosa peggiorano, fino a che il medico non le annuncia che potrebbe esser costretto a farla portare in ospedale.

Ma è proprio dell’ospedale che Madame Rosa ha paura: ella sa bene che la medicina si ostina anche contro la religione e la vita, e obbliga le persone a restar vive, anche quando esse non hanno le forze per dire che vorrebbero il contrario. Madame Rosa teme di esser trasformata in un vegetale; teme per il piccolo Momò, e il suo unico desiderio è di morire quando la vita la chiamerà.

La vita davanti a sé di Romain Gary è una storia in prima persona sull’amore e la necessità dell’uomo di trovar qualcuno a cui donare questo sentimento.

È una storia d’amicizia e sopravvivenza, quella tra Momò e Madame Rosa; il racconto di un rapporto originale, tra due individui che non hanno nessuno ma che necessitano d’amore. La vita davanti a sé narra il coraggio, la forza, i tanti modi in cui si può esser famiglia, le infinite possibilità che gli uomini hanno di amare e di sentirsi amati.

Narra la vita di un bambino marocchino in una Parigi sconvolta dalla guerra, mentre la Francia affronta un grande cambiamento e accoglie l’arrivo di stranieri provenienti da ogni parte del mondo. E allo stesso modo, anche la storia, è raccontata come se a farlo fosse proprio Momò. Un bambino che non ha mai l’età che dimostra, e che passa dai dieci anni ai quaranta, a seconda della situazione vissuta. Solo così, a Gary, diviene più facile raccontare della miseria, del dolore, perché negli occhi scuri del piccolo Momò ogni sventura diventa occasione per mettersi alla ricerca di un’opportunità.

Il dolore di Madame Rosa ci commuove, l’ironia di Momò ci fa ridere, e quelle piccole riflessioni che sottintendono ragioni ben più profonde di quelle comprese da un bambino, ci conducono verso la consapevolezza.

Un romanzo che procede con rapidità, perché la storia, nel modo in cui è narrata, scorre via tra le pagine. E quella storia qualche volta ti fa arrabbiare, qualche altra ti fa ridere e più spesso ti muove dentro qualcosa. Qualche d’un’altra, invece, ti fa piangere, perché Gary è tanto abile a immedesimarsi nei personaggi dei suoi racconti, che alla fine è impossibile non venire travolti.

E se mi riservo il dubbio che a qualcuno, un libro come La vita davanti a sé possa non piacere, è solo perché al mondo esisteranno persino degli individui che non sanno leggere, o che sfortunatamente ancora non conoscono Romain Gary.

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