Aldostefano Marino

writer & editorial services

Tag: Iperborea

Perché ci ostiniamo, F. Sjoberg

Frederik Sjoberg è uno scrittore ed ematologo: vive sull’isola di Runmaro, vicino alla città di Stoccolma, e lì, dove si è trasferito a partire dal 1986, pare che abbia trovato il suo paradiso naturale.
Da sempre scrive, soprattutto saggi, racconti che hanno sempre qualcosa da insegnare. Studia da vicino le mosche: insetti dei quali l’autore è tremendamente affascinato, forse per le loro dimensioni o per la capacità di sapersi adattare ovunque si trovino.

Perché ci ostiniamo è il primo libro che leggo di quest’autore dal nome impronunciabile: prima di questo, Sjoberg ha avuto un successo planetario con L’arte di collezionare mosche, portato in Italia, anche quello, dalla raffinata casa editrice Iperborea. Nei suoi scritti traspare molto di lui, della sua vita e della passione per gli insetti e per la natura in generale: li studia da vicino, come un attento osservatore che rivendica la sua parentela diretta dal mondo naturale, e ha iniziato a collezionarli sin da quando era bambino.

Perché ci ostiniamo, per quanto venga catalogato come un libro di narrativa, in realtà, del romanzo ha solo i metodi narrativi: infatti, Sjoberg procede spedito, attraverso capitoli brevi, nel narrare le vite di personaggi dai nomi complicati, tutti accomunati da un’accattivante tendenza: l’arte del collezionismo. Ma più che una serie di racconti è forse una raccolta di saggi, sapientemente selezionati e finemente curati che cerca ed esplora la bellezza del mondo, di cui spesso ci dimentichiamo.

Sono nove i viaggi che Sjoberg racconta: tutti prendono spunto da dettagli minimi, dall’osservazione di un albero o dal rinvenimento di un autografo dietro l’autoritratto dell’artista Strindberg. Tutte le storie raccontano di aneddoti e personaggi stravaganti, sconosciuti – soprattutto in Italia -, come quella scritta intorno al personaggio di Anna Lindhagen, pioneiera dell’ambientalismo svedese che incontrò Lenin.
Perché ci ostiniamo? Perché continuiamo a raccogliere e conservare? Che cosa si nasconde dietro l’ossessione della ricerca di pezzi introvabili?

Attraverso l’approccio scientifico e contemporaneamente umanistico, Sjoberg, abilmente e con una scrittura caotica, torna spesso indietro e salta continuamente in avanti, racconta di avventure che riguardano la natura, la Storia, soprattutto l’arte e, più in generale la bellezza del mondo: una bellezza importante e spesso trascurata che, solo di rado, ci troviamo a osservare e studiare attentamente. All’interno di queste pagine è proprio lei la protagonista: la bellezza, che si fonde con l’arte contemporanea e che diventa protagonista assoluta.

Perché ci ostiniamo più che un libro è quindi una raccolta di saggi che ci sprona, giusto il tempo di qualche ora – data la brevità del racconto -, a cercare la bellezza e a non sottovalutarla più.
Impossibile non leggerlo se si è amanti della casa editrice Iperborea che, per l’ennesima volta, conferma il suo innato talento nell’individuare storie che vale davvero la pena ascoltare.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia il Punto Red Feltrinelli, nel pieno centro di Roma, un luogo ricreativo dove è possibile acquistare libri, leggerli e mangiarci sopra tantissime delle buone specialità che vengono cucinate direttamente dallo staff Feltrinelli.

LUCE D’ESTATE ed è subito notte, J. K. Stefansson

LUCE D’ESTATE ed è subito notte, l’ha scritto Jón Kalman Stefánsson (Reykjavik, 1963), e in Italia l’ha pubblicato Iperborea.

Iperborea, è una casa editrice che impariamo a conoscere e, solo ora, finalmente, se ne parla di più: una grande madre culturale, di esigua esperienza, e ampia distribuzione che diffonde storie scritte da mani dell’Europa più a Nord, una letteratura infinita, pregiata e molto particolare. Basta dare un’occhiata al loro catalogo per restare ammaliati dalla grafica delle copertine ed essere attratti, come calamite, verso affascinanti storie raccontate in formato ridotto.
Non è da meno la veste grafica del libro di cui vi racconto oggi: La vita continua di Gunnella ritrae uomini e donne, per lo più anziani, vestiti di mille colori, che, durante la notte, con la luna alta in cielo e le montagne innevate, ballano, suonando e si muovono attorno a piccole case a due piani, sopra immensi prati, interrotti da un fiume e sovrastati da un’atmosfera estiva. Quest’immagine raffinata calza perfettamente con la storia raccontata in LUCE D’ESTATE ed è subito notte: sembra proprio il ritratto del paese protagonista.

J. K. Stefánsson, l’autore del romanzo, ambienta la sua storia in un’isoletta dei Fiordi Occidentali, in un viaggio di quattrocento anime “più forse altre cinquecento nelle campagne vicine”, tutti si conoscono e la storia di ognuno di loro ha il diritto di essere raccontata. Storie variegate, d’amore, di sofferenza, di tradimenti, amicizie e sogni. Pochi luoghi, sempre gli stessi, “sette otto feste all’anno, altrimenti il whist, il bingo, le proiezioni di Kiddi”. Ci sarà una grande festa quando verrà aperto il primo ristorante del paese, e le persone, che fino ad allora erano abituate a mangiare qualcosa nell’unico chiosco del paese, dove non era necessario andare vestiti bene, si vestiranno a festa e si incontreranno praticamente tutti lì.

La comunità di LUCE D’ESTATE  tiene a moltissime tradizioni, le racconta, i miti sugli spiriti, sull’antichità, e guarda con sospetto verso le nuove tecnologie, ma gli si adegua. È composta da moltissimi personaggi, e molte presenze a cui ci abituiamo, tutte però personalità ben delineate, dai nomi complicatissimi.
C’è una signora dai capelli rossi che ogni giorno fa una nuotata nell’oceano, un’impiegata alle poste che controlla la corrispondenza in entrata e in uscita di tutti gli abitanti, ma a cui tutti non vogliono dare un dispiacere e si scrivono ancora le lettere. C’è un uomo che manda in rovina tutta la sua famiglia per trasferirsi a studiare il latino e l’astronomia, ora intrattiene il villaggio una volta al mese, con lezioni filosofiche; Matthìas che torna dopo sei anni trascorsi lontano da casa, quando nessuno pensava sarebbe più tornato; Elìsabeth affascinante e attraente agli occhi di tutti. Ci sono numerosi personaggi, ognuno di loro rivendicante il diritto di avere una storia da raccontare, una società dove nessuno è escluso, che dà spazio a tutti, per rendersi conto che davanti all’amore e al dolore siamo tutti uguali: soffriamo tutti allo stesso modo, perdiamo le forze, abbiamo bisogno di conforto e di qualcuno con cui stare. Per il resto, la vita è un piacevole posto che si colloca tra la nascita e la morte, da vivere appieno, senza farsi troppe domande o mettersi tanti scrupoli.

Mentre il racconto prosegue, i personaggi si moltiplicano, i rapporti si intrecciano e la narrazione procede per lunghi periodi, è facile provare una strana emozione simile a quella provata quando si ha nostalgia: lascia addosso un umore felice, puntinato qui e lì di un po’ di tristezza. Stefánsson, attraverso la traduzione di Silvia Cosimini, racconta la vita senza tralasciarne gli aspetti meno romanzabili; ciò che sa fare meglio è creare personaggi fortemente empatici, e scrivere bene, molto bene.

Sopra ogni insegnamento ricavato da queste pagine, un tra molti: ci si abitua a tutto, alla pazzia, al dolore, l’assurdo prima o poi diventa normale e viceversa, la passione si affievolisce e la felicità non ha più lo stesso sapore. E allora che fare? Se scappare non porta da nessuna parte.
LUCE D’ESTATE ed è subito notte, in fondo esprime appieno quel sentimento che talvolta capita a tutti di provare, la razionale e reale certezza che nella vita si debba essere tanto felici quanto tristi.

Isola, Siri R. H. Jacobsen

Ci sono dei libri che leggiamo proprio nel momento in cui sarebbe necessario leggerli, e quando questo succede, l’incontro fortuito e casuale di parole che ci comprendono appieno, allora non è facile scordarli.

A me è successo con Isola, il libriccino edito Iperborea di Siri Ranva Hjelm Jacbosen, tradotto da Maria Valeria D’Avino, da me letto durante il volo di ritorno da Roma per la mia città natale, Cagliari.

Iperborea, la mamma di tutte le copie italiane di Isola, è specializzata nella pubblicazione di testi scandinavi in un formato insolito: libriccini stretti e lunghi che si sviluppano in verticale, dalle copertine acquarello e molto ricercate.

La storia raccontata dalla Jacobsen, classe 1971, danese ma di origini faroesi, è quella scelta dalla scrittrice per consegnarsi  ad un pubblico che, sin dal suo esordio, l’ha accolta a braccia aperte.
Isola racconta il viaggio di una giovane ragazza danese che, con i suoi genitori, parte verso l’isola Suðuroy, quella da cui suo nonno Fritz si allontanò per cercare un destino migliore, e sua nonna Marita fuggì verso la modernità, che ha sempre sentito chiamare “casa” ma dove lei non è mai stata.
Ci troviamo nelle Isole Faroe, un arcipelago sconosciuto e poco esplorato nelle acque dell’Atlantico, fatto di molta natura, e immense distese di mare dove perdersi coi pensieri, spalle alle montagne. Il viaggio che la protagonista di questo libro compie, non è solo fisico, alla ricerca di quel posto che tutti hanno sempre chiamato “casa” e che lei non conosce, è soprattutto il viaggio nella storia di una famiglia e di questo arcipelago, sperduto nell’Atlantico, che è stato coinvolto nella Seconda Guerra Mondiale, sempre in lotta per la propria autonomia dalla Danimarca, fatto di una lingua incomprensibile ma gentile agli orecchi di tutti.

Isola procede veloce, alternando il passato e il presente, in una narrazione fitta ed entusiasmante, dove ogni racconto di vita rimanda ad una leggenda o ad un mito. Racconta l’amore dei suoi nonni, la guerra e la povertà, l’amore segreto tra sua nonna Marita e Ragnar il Rosso, un falegname filosofo e ribelle.

In maniera particolare, sempre con estrema gentilezza e attraverso poetiche descrizioni di paesaggi naturali, la Jacobsen si sofferma sull’esperienza dell’emigrazione, sui sentimenti provati, a cui molti non possono sottrarsi, costretti a lasciare casa senza mai farci ritorno. E allora casa “non è per forza un concetto geografico. Nemmeno se si guarda un atlante”. È qualcosa che si ha nel cuore, un senso di appartenenza a cui abbandonarsi quando se ne ha bisogno.

Isola è soprattutto un inno d’amore che Siri Jacobsen canta – con una voce bellissima e soave – rivolgendosi alle Isole Faroe, raccontando i legami di una famiglia realmente esistita, probabilmente ispirandosi alla sua, e legittimando, una volta per tutte, la necessità che ognuno di noi ha di individuare un’Itaca a cui approdare quando si è perso.

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