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Il malinteso, libro con cui esordì Irene Nemirovsky ritratto con tante rose rosa su un asse di legno

Il malinteso, I. Némirovsky

È il 1926, quando sulle «CEuvres libres» viene pubblicato il romanzo di una giovanissima Irène Némirovsky. Appena ventitreenne, non riceve il successo che forse già merita; ma deve attendere la pubblicazione di David Golder, affinché Il malinteso non passi inosservato. Riproposto in un volumetto in sedicesimi nei quattro anni successivi, solo allora Il malinteso si impone come uno dei romanzi più sinceri degli anni Venti.

La storia di Yves, nobile decaduto parigino, segnato dalla guerra appena trascorsa, comincia nel 1924. Il giovane, dopo anni di assenza, fa ritorno a Hendaye, una finissima cittadina francese sui Pirenei. Cresciuto in mezzo allo sfarzo e alle ricchezze più acclamate, egli non è in grado di allontanarsi molto dall’ozio e dai lussi della vita.

Il protagonista del Malinteso è invecchiato precocemente; ormai stanco, non riesce più neanche ad abbandonarsi al desiderio. Nemmeno quella sua tendenza verso la conquista femminile pare sopravvivere, almeno finché non fa la conoscenza di Denise.

Sempre vezzeggiato e amato dai propri genitori, Yves è un impiegato annoiato che lavora per la sola ragione di poter mantenere quell’amato tenore di vita – non proprio adatto a sé.

A Hendaye incontra una donna, che non è solo donna, ma è anche moglie e madre. Si tratta di Denise, e di sua figlia Francette – una piccola bambina che ha ereditato il nome dall’amore dei suoi genitori per la Francia.

Quando avviene il loro primo incontro, Yves è immerso in un proprio stato di disinteresse totale: ma ai suoi occhi la visione appare magnifica. Denise è bellissima, ha una risata sbarazzina ed è più giovane di quanto si possa sospettare. E se il fatto che Denise è sposata potrebbe parere un ostacolo per quei due giovani annoiati che si incontrano, per Yves non può che essere una ghiotta occasione, in quanto non gli sarà difficile avvicinarsi a Denise.

Poiché infatti, Yves e Jessaint – il marito di Denise – si conoscono da molto tempo, reduci entrambi di una convalescenza trascorsa insieme negli anni giovanili. E nei suoi impegni mondani Jessaint non perde tempo a cercar di capire come sua moglie viva. Egli è completamente innamorato di lei, e forse, del suo solo sentimento, ha vissuto la loro relazione coniugale.

Il matrimonio di Denise e Jessaint è ordinario. Un matrimonio avvenuto per amore e per interesse. Amore soprattutto di Jessaint; interesse soprattutto di Denise.

Tuttavia, Denise, fino ad allora non si è mai accorta della propria vita matrimoniale; non ci ha mai riflettuto a fondo, e procede a vivere le giornate con abitudine. Però, quell’uomo incontrato per caso, accende dentro di lei uno spirito di rinnovamento e una curiosità che da tempo si erano assopite.

Sarà il loro incontro dunque, e le continue trasferte di lavoro del povero Jessaint a incoraggiare (senza saperlo) quella relazione extraconiugale che subito infiamma tra i due bei francesi.

Entrambi si invaghiscono l’uno dell’altra; ma mentre Denise è consapevole della grande attrazione che nutre per lui, Yves non lo è. E diversamente non si potrebbe: perché Yves ha trascorso tutta la vita pensando solo ai lussi… e alle donne, una passione assoluta che ha ereditato da suo padre (lo stesso che tempo prima aveva lasciato sua madre per un’altra donna, ed era tornato a casa solo una volta che l’amante morì). Ma di amore non ne sa nulla, e fin dall’inizio, Yves glielo chiede per favore, all’incirca così: «Non chiedermi se ti amo; non so cosa sia l’amore».

Un amore che parte in tutta la sua potenza, e che pagina dopo pagina infiamma senza che i personaggi gli sappiano tirarsi indietro.

Tanto che, rientrati da Hendaye, anche a Parigi i due amanti non riescono a fare a meno di incontrarsi, con l’ansia e i sospetti propri del primo amore. Lei aspetta che lui lo chiami; e a sua volta lui attende lei: ogni giorno, a questo modo, si ripete l’attesa degli innamorati.

L’intensità della loro passione è la stessa; ma ancora, Yves è afflitto dal lavoro e quasi del tutto assorbito dalla vita che è costretto a fare.

Denise, invece, è una che non ha mai visto un uomo che soffre per il proprio lavoro e in qualche modo Yves le suscita una sensazione di pietà. Ma non solo di pietà; il fatto che lui non ami aprirsi sui propri dispiacere, glielo rende più ermetico, e ciò la fa soffrire.

Ma così ossessionata da trovare le parole giuste con lui; sì tanto tesa a non dargli noia e ad attirare la di lui benevolenza, Denise chiede consiglio a sua madre. E questa, preziosa consigliera di una giovane donna intrappolata in una vita che non conosceva triste, finché davvero non provò l’amore, le racconta di una sua amica che per non soffrire delle pene che l’amore le arrecava, aveva preferito per sé due uomini – così da non dover esser costretta a pensare sempre allo stesso.

Proprio nei suggerimenti materni è il nucleo e il motore di tutta la narrazione.

Un’Irène Némirovsky alle prime armi, ma che già allora aveva chiari i temi e le voci a cui avrebbe dato vita nella propria opera. Madri sempre attente a esser madri – annoiate dei propri mariti, sempre altrove e mai vicini; padri assenti e sfuggevoli, ma per lo più amorevoli e leali, tuttavia costretti a subire trasversalmente la volontà delle proprie mogli. Infine, amanti che hanno il potere di risvegliare nelle donne tradenti un senso di razionalità e consapevolezza spropositato.

Donne che si accorgono di aver vissuto una vita che non è quella che avevano pensato fino a quel momento: così è per Denise, che è convinta di aver conosciuto l’amore, e che nel ricordo di quel sentimento si accinge a vivere una vita di circostanza.

Dietro ogni storia di Irène Némirovsky, dietro ognuno di quegli stereotipi che l’autrice sempre porta in scena, si nascondono in realtà intenti più femministi di quanto appaiano a prima istanza. Le donne dei suoi romanzi sono tutte donne acerbe, irrisolte, spesso antipatiche, ma verso cui si riesce a familiarizzare ed empatizzare con ancor maggior sorpresa. Come se tutte quelle insopportabili donne, altre non fossero che proiezioni della madre dell’autrice, a cui ella stessa non riesce a dedicare tanto odio, da trasmetterne poi allo stesso lettore.

E oltre all’intreccio, procedendo più a fondo, è possibile leggere una testimonianza di quella Parigi degli anni Venti.

Una società eretta soprattutto sulla cultura delle apparenze; una città, Parigi, impoverita dalla guerra, e smarrita, che fatica a riconoscere i nuovi ideali, e che si aggrappa invece al passato. Una società fondata sulle convenzioni sociali, non meno rispetto alle altre città europee.

È così che Némirovsky, in un crescendo ritmico, serve al lettore un’altra sua incredibile storia. La storia del momento in cui il crollo delle certezze storiche implica una rivoluzione. Quel momento in cui, tutto il mondo, perso il proprio centro, bramoso di vita, ha smarrito anche i propri ideali: e allora Il malinteso diviene piuttosto un’indagine sull’animo umano e sulle psiche e i tormenti del cuore che cade in trappola dell’Amore.

Il libro David Golder di Irene Nemirovsky rappresentato aperto, sull'intestazione, con tre tulipani rosa al suo lato.

David Golder, I. Némirovsky

Correva l’anno 1929 quando sulla scrivania del prestigioso editore francese, Bernard Grasset, arrivò un manoscritto anonimo che si intitolava David Golder. Grasset proprio non aveva idea che dietro quel lavoro potesse nascondersi una donna, perché era convinto si trattasse di un autore maschile.

Per tale ragione, Grasset decise di affidare la ricerca ai giornali, affinché l’autore potesse farsi vivo. Tuttavia, l’autrice che rivendicò l’opera era Irène Némirovsky, una giovane donna russa dell’alta borghesia, rifugiatasi in Francia dopo la rivoluzione bolscevica. Ciò che sorprese l’editore fu proprio che a scrivere una storia sì tanto cruda e brillante, potesse essere una donna.

Tanto l’editore era sorpreso che la interrogò a lungo per comprendere se facesse da prestanome a qualche altro romanziere; ma appena l’opera uscì, il successo ne fu presto decretato unanime.

Insieme alla sua opera, immediatamente divenne celebre anche il nome di Irène Némirovsky.

Scrittori, autori e critici convennero che l’opera dell’autrice fosse qualcosa di mai visto prima. E la scoperta al grande pubblico di questo nuovo talento, mise d’accordo anche personaggi di estrazioni sociali totalmente divergenti tra loro. Ma sempre, ciò che più stupiva chiunque la leggesse, era che «David Golder porta la firma di una donna, si deve quindi riconoscere che è scritto da una donna».

Il passato travagliato dell’autrice forse non sarà noto a molti ma, dimenticate per molto tempo, tutte le opere di Némirovsky ripresero a circolare solo nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Di sicuro, il tentativo di far luce su un’autrice ingiustamente scomparsa va ricondotto alla scoperta del suo romanzo più celebre: Suite francese. Un romanzo che per molti anni è stato custodito dalle figlie di Nemirovsky, le uniche della famiglia che riuscirono a mettersi in salvo dalla strage nazista.

David Golder è un’opera diversa dalle altre, prima di tutto perché il protagonista è un uomo.

David Golder è un ricco banchiere ebreo – proprio come il padre di Irène. Da ventisei anni egli è in società con Simon Marcus, insieme hanno fondato una ditta che conta quattro sedi tra Londra, Berlino, Parigi e New York. Tuttavia, il suo socio Marcus è colpevole di aver fatto un investimento sbagliato e di aver buttato l’azienda sotto una cattiva luce. Ha provato persino a imbrogliare l’astuto e temutissimo banchiere, ma è Golder che lo smaschera e lo butta fuori dall’azienda.

Golder è un uomo ricco e senza scrupoli: un personaggio che per tutta la vita non si è curato di nient’altro che della propria azienda. È come se egli, per oltre ventisei anni non abbia fatto altro che ricoprire un ruolo confezionatosi addosso: quello di capo, marito e padre, che non ha tempo da dedicare a nessuno che non ha a che fare con i suoi affari.

Il denaro, ancor prima di Golder, è il protagonista della novella. È ciò che tutto muove, e verso cui ogni pensiero tende.

Di Golder, i soldi sono l’unica cosa che interessa agli altri. Sua moglie non fa altro che domandargliene, per poi spenderli e spanderli in giro per il mondo, alla ricerca di sempre nuovi dispendiosi uzzoli da soddisfare. Sua figlia, viziata e considerata come la bambina più bella e più intelligente del mondo, ha imparato presto dalla madre: anche lei considera il padre solamente come qualcuno pronto a darle i soldi che richiede. E non importa se, di volta in volta, le richieste si fanno sempre più cospicue, e Golder si ritrova sempre a dover cercare nuovi affari e nuove entrate, è come se da qualche parte fosse scritto che nella famiglia Golder le cose possano andare solo in quel modo.

Ma appena qualche pagina dopo l’esordio, Golder ha un terribile attacco di angina pectoris e la sorte rimescola le carte delle loro esistenze.

Esistenze precarie, grette, dedite solamente a soddisfare le proprie necessità, ma che poi, nel momento del bisogno, non esitano a impaurirsi quando il destino le pone davanti al rischio di perdere la loro preziosa fonte di sostentamento. Perché è questo che Golder rappresenta per tutte le persone con cui viene in contatto: nient’altro che una banca.

Al di là dei suoi soldi non c’è alcun affetto, consolazione, ragione che porti le persone che gli stanno attorno a intristirsi per la sua sventura. E a nulla valgono le raccomandazioni del medico di non metterlo al corrente della sua malattia, di lasciare che egli possa riposare e rimettersi in forza. L’unica cosa che muove tutti i personaggi è il denaro e il morboso attaccamento che le persone hanno alle ricchezze.

Perciò David Golder si trasforma presto in un romanzo che tra le righe nasconde una denuncia al mondo ebraico del primo Novecento.

Da poco arrivata in Francia, lontana dalla morale protestante, quella prima Némirovsky venne da molti ritenuta antisemita. Il carattere di Golder, infatti, è fortemente negativo. Egli non persegue valori diversi dai soldi e costantemente è dominato da un’avarizia senza scrupoli. Ma fu proprio la scrittrice a screditare quest’opinione errata che si erano fatti sul proprio conto:

Perché i francesi Israeliti si vogliono riconoscere in David Golder?

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vie d’Irène Némirovsky, Parigi (Grasset Denoël) 2007, pp 189

È vero anche che i Nemirovsky, appena giunti a Parigi, erano felici di considerarsi lontani dagli ebrei tradizionali, poiché volevano a tutti i costi raggiungere l’assimilazione con la cultura del luogo ove si erano stabiliti. Ma mai, l’opera, voleva essere deliberatamente un attacco mirato agli ebrei.

Tanto che nel 1935, proprio Nèmirovsky dichiarò che se al tempo in cui pubblicò David Golder, Hilter fosse stato già al potere, avrebbe addolcito le figure degli ebrei che andava raccontando. Poiché ella non voleva affatto renderli mira diretta delle proprie storie, ma piuttosto sfruttare per i personaggi dei suoi racconti i difetti che rilevava all’interno della comunità; su cui certamente le veniva più facile costruire narrazioni di successo.

Quel tono accusatorio nei confronti degli ebrei, dominati dall’odio e sempre estremizzati, proviene forse, in maniera più immediata, dalla brutta situazione famigliare in cui Némirovsky era costretta.

Sono certo che con questa affermazione non rivelerò nulla di nuovo ai più attenti nemirovskiani: perché è infatti noto a molti che Némirovsky ha sempre provato a riprodurre sulle pagine le proprie sofferenze.

Suo è il padre banchiere sempre intento a occuparsi di affari che realmente fallì nei propri investimenti. Ma suo è anche il tipo ricorrente di madre insopportabile, costantemente alla ricerca di svaghi e amori effimeri, attraverso cui far progredire la propria posizione sociale e la considerazione che il mondo che conta ha di lei. Un tipo che ritorna in David Golder, ma presente in tutti i suoi romanzi: Il vino della solitudine, Il ballo, per raggiungere la più matura delle crudeltà in Jezabel.

E ricorrente, affine a queste madri vanitose e altamente malvagie, è il tema della famiglia, dei bambini lasciati crescere nell’indifferenza – come se la loro importanza durasse il tempo di esser concepiti.

David Golder ci consegna una Nemirovsky della prima ora, all’interno di cui è possibile ritrovare i topoi dell’intera produzione.

Un libro dove è possibile ritrovare alcuni dei problemi che animano anche le famiglie del XXI secolo. Una storia attuale, scritta attraverso una struttura finemente costruita; una narrazione densa di cattiveria, odio, e tristezza, che si frappone tra il genere autobiografico e il romanzo.

Ma al di là di tutto, ciò che resta alla fine di tutti i libri di Némirovsky, è che sono libri preziosi, anche quando non ne si conosce la storia che li ha concepiti.

Il ballo è la seconda opera di Irene Nemirovsky. Pubblicato nel 1930, a seguito di David Golder, il romanzo breve ottenne un enorme successo.

Il ballo, I. Nemirovsky

Nel 1930, appena venticinquenne Irène Némirovsky pubblicò per la prima volta il racconto breve Il ballo. La stesura della storia, in realtà, cominciò già due anni prima della pubblicazione: nel 1928, alla vigilia della Grande depressione.

Irène Némirovsky fa parte di una rosa di scrittrici poco conosciute ma, potrebbe essere più facile – anche per quelli dai gusti più lontani – rintracciare in loro un ricordo di Suite francese, il suo romanzo storico più noto che ha segnato il successo contemporaneo e la riscoperta di Némirovsky.

Nonostante la Némirovsky divenne subito nota con la pubblicazione di David Golder, libro in cui intendeva tracciare il ritratto di un uomo d’affari arricchitosi grazie a intuizioni economiche – dietro il quale probabilmente si nasconde suo padre -. A lungo tempo non si parlò molto di Némirovsky, né delle sue opere. A causa delle sue origine ebraiche, venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove perse la vita (1942) e i suoi libri sparirono con il suo personaggio.
La sorte toccata ai suoi ultimi manoscritti ha qualcosa di spettacolare: destinati a vagare per il mondo in una valigetta, videro la pubblicazione postumi grazie alle due figlie scampate all’Olocausto.

Il ballo nacque mentre Irène Némirovsky si accingeva a comporre la sua opera d’esordio, David Golder (1929).

Pubblicato dall’editore Paul Reboux la critica lo accolse prontamente con grande entusiasmo. Ad attirare l’attenzione dell’editore fu sicuramente una vaga somiglianza con la giovane scrittrice Colette, di cui l’editore diceva ne ricordasse i metodi narrativi. Sarà il riconfermato successo del Ballo a portare l’editore a stampare tutti gli altri suoi libri – altri nove, più una raccolta di racconti -.

Nel Ballo, la protagonista è una bambina di quattordici anni, Antoinette, vittima delle disattenzioni dei propri genitori. I signori Kampf abitano un lussuoso appartamento di Parigi; ma non da sempre è così.
Alfred Kempf, infatti, ha lavorato al lungo per accumulare soldi e rendere felice la propria moglie, Rosine, una donna frivola, sciocca e ossessionata dalla ricchezza e dalle buone conoscenze, ma mai contenta fino in fondo.

Antoinette tutti i giorni va a letto alle nove punto. Vive in una stanza che è il suo unico rifugio, e pare che nulla di ciò che fa stia bene ai suoi genitori. E così, le uniche attenzioni che sua madre è in grado di darle sono quelle che le rivolge per rimproverarla e correggerla; o per raccontarle una delle assurde bugie con cui le nasconde spudorate verità.

Entrambi i signori Kampf hanno un unico obiettivo: sono appena arrivati a Parigi e intendono fortemente essere benvoluti dall’alta società parigina.

Per questa ragione, a Rosine viene l’idea di organizzare un gran ballo nel loro nuovo sontuoso appartamento, al fine di invitare tutta la “gente che conta” e far invidia a tutte le persone che hanno preso le distanze da loro. Comincia così una ricerca puntigliosa del personale di servizio più preparato, dei cibi più attraenti e dell’alcool più raffinato, affinché nessuno degli invitati possa rimanere deluso. 

Ma il grande cruccio di Rosine è che nessuno si presenti alla festa, e mentre è intenta a sforzarsi di rimembrare tutte le persone che ha incontrato in vita sua per dettare ad Antoinette i nomi a cui indirizzare gli inviti, alla bambina viene proibito di prender parte al grande ballo.

E l’infantile sogno di Antoinette viene subito infranto. Rosine le dà precise direttive su come comportarsi al ballo, e le ordina di lasciare la sua stanza alla cameriera e andare a dormire nello sgabuzzino. Per Antoniette questo diventa l’ennesimo momento per riflettere sulla propria solitudine e sul mancato amore.

Proprio da quel momento, all’insaputa dei suo genitori, comincia ad alimentare dentro di sé il desiderio di vendicarsi nei confronti di sua madre. Ma per sapere ciò che combinerà dovrete leggere Il ballo fino alla fine.

Un libro brevissimo ma altrettanto intenso. Poco più di 80 pagine ospitate nella Piccola Biblioteca Adelphi, che dal 2005 ripubblica tutte le sue opere. Un’opera scritta con grande raffinatezza stilistica, dove le azioni e i sentimenti hanno un posto di rilievo.

Un’opera che dice molto non soltanto sulla società delle apparenze del Primo Novecento, ma che tanto aggiunge sulla vita di Irène Némirovsky.

Difatti, la vicenda del Ballo proviene direttamente dalla biografia di Némirovsky, e in altri testi (come Il vino della solitudine) tale evento mondano è citato come una ricorrenza imperdibile. Lo stesso acerbo rapporto che unisce Rosine e Antoinette non è molto diverso da quello che legava Irène a sua madre, una donna arricchitasi che mai fu in grado di dedicarle abbastanza pensieri o attenzioni. Un personaggio ben costruito, che si può trovare in molti altri suoi romanzi, come Due o Jezabel e – appunto – Il vino della solitudine. Un personaggio a cui ci si può solamente affezionare, nonostante fortemente negativo. Una prerogativa tipica della narrazione di Némirovsky, ancora: quella di scegliere personaggi insopportabili ma così fortemente caratterizzati che è impossibile non empatizzare con loro.

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