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La strada che va in città (e altri racconti), N. Ginzburg

Nel 1942, grazie alla casa editrice Einaudi, vide la luce il primo romanzo di Natalia Ginzuburg,
La strada che va in città. In copertina, sopra l’illustrazione di Alfredo Menzio, non compare il nome della sua scrittrice, ma uno pseudonimo, Alessandra Tornimparte. Non si tratta di un volumetto di più 99 pagine, che da una parte viene fortemente esaltato dalla critica; mentre da un’altra demolito.

Natalia Ginzburg, il cui cognome natale era Levi, non potè firmare i suoi primi racconti per via delle persecuzioni anti-razziali. Il titolo, non fu lei a trovarlo, ma suo marito Leone, perché quando cominciò a scrivere quel romanzo che sognava di scrivere, il titolo non le venne in mente subito.
La strada racconta la storia di una donna che sceglie di percorrere la via facile del matrimonio d’interesse. È una donna a cui ci affezioniamo, empatizziamo con lei perché triste è la sua sorte.

Non solo: la strada che va in città, era quel lungo cammino che collegava l’Aquila e Torino, quando Natalia vi ci andò per rifugiarsi con il marito per sfuggire alle persecuzioni naziste.

“Aspro, pungente, pieno di sapori”, così lo definisce Garboli nell’introduzione di Cinque romanzi brevi (1993). “Un libro senza rughe”, che non perde mai di freschezza. E difatti, a distanza di ottant’anni, La strada che va in città è una storia quanto mai contemporanea.

Dopo la morte di Leone, Natalia trova lavoro in Einaudi, a Roma e la sua firma compare per la prima volta nella poesia Memoria (dedicata a suo marito), l’8 novembre 1944, sulla rivista “Mercurio”. Il cognome con cui decide di firmarsi, non sarà Levi neanche stavolta. Ma quello del suo defunto marito, che manterrà anche quando si unirà al suo successivo marito.

La strada che va in città,
Prima edizione, La strada che va in città, Einaudi, Torino 1942

Nel 1945, vede la luce l’antologia della Strada, comprensiva di Un’assenza, Casa al mare e Mio marito e con il nome dell’autrice. Alla riedizione, comprensiva dei suoi primi tre racconti brevi, è proprio la Ginzburg a lavorare, dalla sede Einaudi romana.

Quattro storie, molto distanti tra loro, ma sottilmente affini. Sono ambientate in luoghi che non hanno spazio, né nome, e che esistono solo nella mente di Natalia. La sua idea, infatti, era quello di voler donare ai propri romanzi un respirò di mondanità, un connubio tra il Nord e il Sud, di dialetti, voci e modi di fare tipici di tutta l’Italia, e non solo di quella strada in cui vengono ambientati.

La strada era, dunque, la strada che ho detto. La città era insieme Aquila e Torino. Il paese era quello, amato e detestato, che abitavo ormai da più d’un anno e che ormai conoscevo nei più remoti vicoli e sentieri.

I personaggi della Strada, invece, sono persone che provengono dalla vita dell’autrice. Come lei stessa spiega nella Prefazione, Natalia trae molto spunto dalla realtà, non per le storie, quanto per le facce e i tipi che abitano i suoi racconti. Sono dodici, e ognuno di loro non è soltanto uno. Non hanno i cognomi – a cui lei è sempre stata avversa. Inizialmente le sembrano molti, forse troppi e va nel panico.

La ragazza che dice “io” trauma ragazza che incontravo sempre su quei sentieri. La casa errata sua e la madre era sua madre. Ma in parte era anche una mia antica compaia di scuola, che non rivedevo da anni. E in parte era anche, in qualche modo oscuro e confuso, me stessa.

La strada che va in città viene composto dalla Ginzburg con l’intento che ne venga fuori un romanzo lungo, ma teme di non avere “abbastanza fiato”.

Natalia era sempre ossessionata dall’idea di creare un romanzo, di dare vita a qualcosa di compiuto, di cui potesse andare fiera. Cominciò a scriverlo con incertezza, ma poi tirò “dritto d’un fiato”. Quando lo finì, scopri che dentro ci fosse qualcosa di vivo, che “nasceva dai legami d’amore e di odio” che la legavano a quel paese, e capì che non avrebbe mai dovuto scrivere di cose che le erano estranee o indifferenti. Perché era fiera del suo raccontare solo se lo faceva di cose e persone che amava.

La corsara, ritratto di Natalia Ginzburg.

Durante questi giorni di quarantena forzata, mi imbatto in una lettura che ho al lungo rimandato. Si tratta della Corsara, ritratto di Natalia Ginzburg, edito da Neri Pozza Editore, e scritto dalla sagace penna di Sandra Petrignani.

Ci si chiede spesso chi siano gli intellettuali, e quale sia il loro compito. Penso che gli intellettuali siano persone tenute a usare il pensiero e la parola al fine di definire la realtà e i diversi comportamenti umani e portarvi un poco di luce.

Con queste parole, nel 1977 Natalia Ginzburg apriva sulla Stampa un dibattito destinato a durare per molto tempo. Ed è proprio questa la ragione per cui mi sono appassionato alle storie della Ginzburg, prima, e a quella sua personale – ma soltanto adesso che ho potuto studiarla da così vicino.
Natalia è a tutti gli effetti un’intellettuale del Novecento, e grazie a lei, molta della letteratura mondiale ha visto la luce. Una donna che ha scritto moltissimo per il nostro Paese, ma che soprattutto ha dato voce a molti altri autori e personaggi che prima d’allora non conoscevamo.

Di lei, Sandra Petrignani ci consegna un ritratto appassionante e coerente. Un libro nato dal contributo di tante persone legate al ricordo di Natalia Ginzburg, da uno studio profondo tra lettere documenti, apparati critici, e case che ha abitato.

Natalia, nata Levi, nasce il 14 luglio del 1916 a Palermo, e si chiama come la protagonista di Guerra e Pace. È l’ultima di cinque figli: suo padre è l’istologo Giuseppe Levi, sposatosi a Lidia Tanzi. A soli tre anni, con la famiglia si trasferiscono a Torino, in quell’abitazione che molti anni dopo descriverà in Lessico famigliare.

È proprio in quella casa in via Pastrengo 29, nel quartiere torinese Crocetta, che per Natalia cominciano i ricordi. Non va d’accordo con nessuno: i suoi fratelli Mario e Alberto le rivolgono solo stupidi scherzi ed epiteti bizzarri, sua madre trascorrere il tempo con Paola, la sorella maggiore, “a comprare le stoffe per farsi fare vestiti nuovi della sarta”. Suo padre, invece, è molto severo e non fa altro che sgridarli, perché secondo lui fanno “malagrazia, potacci e sbrodeghezzi“.

Natalia bambina si crea un mondo alternativo, e la sera a letto, dialoga attraverso discussioni immaginarie con “lo Zameda, col re e con la regina come salvare la patria”. La sua quotidianità si popola di personaggi che chiama “i noi”, una stirpe di sudditi che la perseguitano. Solo col tempo, quel noi lasciano la scena a un principe bellissimo scappato dalla Russia durante la rivoluzione.

La piccola Natalia di tanto in tanto afferra una pantofola, e fingendo che sia la cornetta del telefono, lo chiama: “Pronto, c’è il principe Sergio?” Fu un amore che durò vari anni. “Era tutto un segreto, un segreto di cui mi vergognavo e godevo”.

Un anno prima della sua prima apparizione sulla rivista Solaria (1934), Natalia Ginzburg conosce Leone Ginzburg e Giulio Einaudi fonda con lui la casa editrice Einaudi.

Leone rappresenta per Natalia una guida, sin dal loro primo incontro, avvenuto grazie al fratello Mario, lui la prende a cuore, tanto che da alcuni verrà nominata come una sua creatura. Augusto Monti, il suo insegnante al Liceo D’Azeglio, ne intuisce fin da subito le spiccate doti, e lo coinvolge sin da subito nella gestione della biblioteca scolastica. Leone è sempre ricordato come brutto, pallido, con la barba fitta e nera e le sopraccigli enormi. Frequenta casa Levi perché impartisce lezioni di russo alla madre Lidia, e l’amore tra lui e Natalia comincia in sordina.

un uomo e una donna - due celebri scrittori italiani - sono rappresentati in una diapositiva in bianco e nero.
Natalia e Leone Ginzburg

Lui, infatti, è un principe azzurro molto distante da quello fantasticato. A Oriana Fallaci, lei stessa lo descriverà come “brutto e nerissimo”. Leone ha molti amici, i suoi compagni di classe, con cui poi condividerà l’amore editoriale e lunghe giornate in compagnia di sua moglie: da Pavese, a Pajetta, Foa e molti altri…

Di Natalia Ginzburg, Leone è il primo a comprendere le emozioni che le si agitano dentro. La indirizza verso una forma coerente, e da quel momento Natalia sposa una “sincerità espressiva che doveva costituire l’impegno morale del narratore”.

Natalia, come Leone, sente l’esigenza di dire sempre la verità, entrambi sono guidati da un rigore etico, che per lui rappresenta una “unità di misura del suo fare politico”. La stessa fedeltà, i due la riservano nella traduzione del testo originale, per non tradirlo “nemmeno in nome di una maggiore bellezza nella resa in un’altra lingua”.

Le idee di Leone, in campo sociale come letterario, improntarono la vita intera e l’attività di Natalia perché corrispondessero da subito al suo sentire. E perché, come sua stessa ammissione, ebbe sempre bisogno di uno sguardo maschile sulle sue decisioni artistiche, una specie di protezione paterna, o forse un assenso che la rassicurava.

Leone, però, è il piccolo di casa che dimostra straordinarie capacità di apprendimento – a differenza di Natalia, a cui saranno impartiti insegnamenti a domicilio, e che otterrà la maturità classica da privatista – probabilmente sotto raccomandazione. Sua madre le insegna a leggere e ascrivere, ma la Levi si distrae, non memorizza niente e non vede l’ora che la lezione finisca.

A scuola è somara senza rimedio, brava esclusivamente in italiano, nei temi in particolare, perché studia solo per un vecchio professore, alto e curvo, che sembra avere una certa simpatia per lei, ma che presto se ne va in pensione.

La sorella di Natalia Ginzburg, Paola si sposa con Adriano Olivetti.
A casa Levi sarà ospitato un suo amico, Filippo Turati (il fondatore del Partito Socialista Italiano) per una settimana, affinché l’8 dicembre del 1926, possano aiutarlo a fuggire per la Francia.
Questa scena Natalia la ricorda bene, e la racconterà proprio in Lessico famigliare.

Il matrimonio con Leone, invece, avviene quando lui conquista lo stipendio fisso in Einaudi. Lui è appena uscito dal carcere, è il 12 febbraio del 1938 e si trasferiscono a vivere in via Pallamaglio.

L’anno dopo arriva il primo figlio, Carlo in omaggio a Rosselli. Quello successivo, invece, Andrea, e sua madre si trasferisce con Natalina – fidata donna di servizio – a vivere con loro.

Natalia crede all’oroscopo, non ha molta fiducia nella propria femminilità. Porta i capelli molto corti, basse scarpe da uomo: le piacerebbe diventare uno scrittore più che una scrittrice – come anche la Morante, in quanto le donne non godono di buona considerazione letteraria.

È il 1942 quando firma con uno pseudonimo il primo romanzo, La strada che va in città. In copertina, sotto il nome di Alessandra Tornimparte, compare un’illustrazione di Francesco Menzio, e la falsa identità la aiuta a scampare alle persecuzioni dei nazisti che impedivano agli ebrei di pubblicare libri. Anche dentro questa storia, come nei suoi racconti, c’è molto di lei: in particolare, racconta di Corso Sallustio che da Pizzoli porta all’Aquila, una grande via che Natalia vede dalla finestra della sua nuova casa, dove Leone lavora in mezzo al baccano e alla gioia dei loro bambini.

Il 20 ottobre, quando Leone si trova a Roma per gestire la casa editrice – che dopo i bombardamenti è stata trasferita da Torino – scrive alla moglie di scappare all’Aquila o di raggiungerlo a Roma.

Poi venne l’armistizio, la breve esultanza e il delirio dell’armistizio; e poi due giorni dopo i tedeschi. Sulla strada correvano camion tedeschi, le colline e il paese erano pieni di soldati […] Sempre portavo i bambini sul prato del cavallo morto, e quando passavano gli aeroplani ci buttavamo nell’erba.

La proprietaria dell’albergo racconta ad alcuni soldati tedeschi che alloggiano nella struttura, che Natalia Ginzburg è una sua amica sfollata di Napoli, e in questo modo riesce a raggiungere Roma su un camion tedesco.

In viaggio, per distrarre i suoi bambini legge Le bellissime avventure di Caterì dalla Trecciolina, edito da Einaudi e scritto da Elsa Morante.

Il rapporto tra le due scrittrici è molto particolare: Natalia sarà destinata a trovarsi sempre in una posizione di superiorità, rispetto all’amica. Quando entrerà in Einaudi, sarà proprio tramite lei che la Morante pubblicherà il suo primo romanzo, Menzogna e Sortilegio. Anche prima di conoscersi si leggono e si tengono d’occhio tramite i racconti che scrivono per le riviste. Sono accomunate entrambe da una triste infanzia, ma umiliate avranno poi il riscatto che si meritano.
“Sono sincere fino alla brutalità, solo che Natalia accettava senza risentimento le critiche della collega, anche le più feroci, mentre Elsa raramente tollerava essere contraddetta”.

Il 20 novembre del 1942, Leone Ginzburg esce per andare al lavoro, perché se rimane in casa rischia di perdere un affare importante. E quello stesso giorno viene arrestato.

Natalia Ginzburg lo aspetta invano, mette i bambini a letto, ma lui non torna. Il giorno dopo è avvisata da Adriano Olivetti e lei è felice di trovare un volto conosciuto, ma distrutta dalla notizia. Un anno e mezzo dopo, il 4 febbraio del 1944, Leone muore da solo, in carcere. Lo trovano morto all’indomani mattina.

Quando in ottobre torna a Roma, Natalia scrive una delle sue poesie più celebri e la dedica al marito. Si tratta di Memoria, composta subito dopo aver visto il corpo dell’amato. Si firma Natalia Ginzburg e abbandona finalmente il suo pseudonimo protettivo.

Non vuole più chiamarsi Levi, con il nome del padre, e tantomeno Tornimparte, figlia di nessuno. Se aveva mai avuto un padre amorevole, sicuro delle sue qualità artistiche, incoraggiante, sincero, questo era stato solo Leone.

Il testo è la poesia Memoria di Natalia Ginzburg scritta dopo aver incontrato suo Marito Leone defunto.

Dopo la Guerra e la morte di Leone, Natalia terrà per sempre il cognome del suo primo marito – anche durante il matrimonio con Gabriele Baldini.

Nel frattempo la casa editrice Einaudi soffre la censura del fascismo, Pavese fugge a Serralunga, Giulio Einaudi in Svizzera, mentre Balbo è in Albania. Ma un bel giorno Einaudi chiama tutti e dice che è pronto a ricominciare. E Natalia viene assunta in casa editrice, per continuare a mantenere vivo l’onore di suo marito, e perché si trova in difficoltà economica. Inizialmente si tratta di un contrattino, Natalia in bicicletta imbocca via XX Settembre e arriva ai Parioli. Allora si sente molto infelice, ma presto viene assunta a tempo pieno. Così la corsara racconta: “Mi feci fare una chiave e venivo in ufficio anche la domenica”.

Dopo l’amore per suo marito, Natalia incontra in Polonia lo scrittore Salvatore Quasimodo: insieme vanno in pellegrinaggio ad Auschwitz e sono destinati a corteggiarsi da lontano fino al suo matrimonio nel 1948, con Maria Cumani.

Natalia Ginburg e Cesare Garboli

Durante quello stesso anno, Natalia si imbatte nella “splendida persona” di Cesare Garboli a Roma, in visita alla città per andare in Polonia. Sua sorella Paola la porta allo storico Caffè Greco di via Condotti, e lì i due si incontrano. Il critico rappresenta per lei colui che la “porterà a capire a far esplodere la voce della narratrice tra memoria, storia, autobiografia e leggerezza ironica”.

A trentatré anni Natalia incontra il suo secondo marito: si tratta di Gabriele Baldini, lui ha tre anni in meno di lei, e ai suoi genitori questi sembrano troppi.

Inoltre la Ginzburg è ebrea, a differenza dei Baldini – che invece sono fortemente cattolici. In lui, lei trovò un esempio di profondità e di solidità e una fonte di leggerezza.
Loro due sono molto diversi, si scontrano di frequente e i loro litigi fanno paura persino ai loro vicini di casa. Insieme avranno la loro prima figlia con gravi handicap, Susanna, di cui Natalia si prenderà cura per il resto dei suoi giorni.

La Ginzburg intanto continua a lavorare in casa editrice, le viene assegnata il reparto della narrativa, è complice di alcune scoperte di autori importanti – come Proust, che proprio lei portò in Italia – dopo che per anni ne sentì parlare dal fratello maggiore. Stringe un buon rapporto con Italo Calvino, con cui spesso condividono letture incrociate dei loro testi. Lei legge la sua prima stesura del Barone rampante, lui il di lei Sagittario. Ha a cuore Anna Maria Ortese – in cui riconosce una delle autrici più grandi del tempo, negli ultimi anni traduce Flaubert, e nel frattempo non smette mai di scrivere racconti e breve novelle. All’interno dei suoi scritti occupa uno spazio considerevole l’autobiografismo, e infatti spesso racconta della propria vita e delle persone che le orbitano attorno.

Sogna di vincere il Premio Strega, eppure prima di riuscire a ottenerlo dovrà aspettare il 1963, quando al Ninfeo di Villa Giulia, Natalia lo vince con Lessico famigliare.

Se con Le piccole virtù, dove narra il suo rapporto con il figlio, non riuscì a vincerlo, con questo è la volta buona. Molti critici ritengono che il suo successo fosse dovuto a questa nuova tipologia di romanzo che la Ginzburg si è inventata. Una sapiente mescolanza di persone che si incrociano, un io prorompente che riuscirà ad abbandonare solo con il teatro. Eppure, Natalia per tutta la vita tenta di scrivere un romanzo come uno di quelli della sua amica Elsa, che abbia un intreccio e un’architettura precisa. Lessico famigliare ottiene un successo strepitoso e Giulio Einaudi dirà di lei che sa tenere il mercato splendidamente.

Con la scomparsa del padre, Natalia comincia a dedicarsi al teatro. È l’attrice Adriana Asti a chiederle di scrivere per lei una commedia. Così Natalia compone Ti ho sposato per allegria – opera che verrà fortemente disprezzata dalla Morante.

Subito dopo scompare anche Gabriele Baldini: è ricoverato per vari disturbi e perde la vita al San Giacomo di Roma. Natalia a questo punto è esausta, litiga con Einaudi perché non la paga regolarmente e passa alla Garzanti con cui esce Mai devi domandarmi, una raccolta di articoli pubblicati sulla Stampa.

Nel 1977, Natalia si riavvicina all’Einaudi sia come consulente che scrittrice, e da quel momento comincia per lei il periodo di massimo splendore lavorativo. Dall’ufficio stampa Einaudi, Maria Ida Cartoni, ne proviene un resoconto ambizioso e affasciante, e dopo il lavoro si riuniscono a casa sua a parlare di libri e bere il tè in via Gregoriana.

Natalia lavora alla Famiglia Manzoni, che le richiede fin da subito moltissime ricerche per comporre una sorta di biografia collettiva, da leggere “come un romanzo”. Il contratto che le viene proposto, ancora una volta la fa arrabbiare. Rispetto al solito 15% le viene offerto un 10% sulle vendite e un anticipo economico molto minore rispetto a quello stimato. Così lei rifiuta, e in quelle circostanze ammonisce nuovamente Giulio Einaudi, che cede e le assicura ciò che esige.

A giugno del 1983, Natalia viene eletta in Parlamento come indipendente di sinistra. La sua posizione è completamente quella di una pacifista, e quando l’amica Elsa Morante tenta il suicidio, la Ginzburg chiede una sovvenzione allo Stato.

Con le risorse a cui può attingere da parlamentare, Natalia si preoccupa della condizione dei carcerati, e sostiene l’associazione Italia-razzismo, opponendosi a questa nuova ondata di odio.

L’11 ottobre del 1987, Guido Almansi include la Ginzburg in un elenco degli “scrittori intoccabili”.

Il suo nome compare insieme a quello di uomini molto illustri, come Moravia, Ceronetti, Montale e Sciascia, e questo accade soprattutto perché ormai Natalia è diventata una “statua elevata a se stessa che non è più possibile criticare, se non a costo di essere sepolti di contumelie”.
In quello stesso anno, Natalia scrive a Ferrero, nuovo direttore dell’Einaudi, che ha intenzione di lasciare la casa editrice, lui la invita a mantenere la calma, ma lei non è disposta a scendere a compromessi: l’Einaudi non è più quella di un tempo. Ora assomiglia più a un industria che a un bosco, e lei allora preferisce andare a fare industria dove non ha il ricordo di bellissimi boschi.

Alla fine, però, quando Einaudi passa nelle mani della Bruno Mondadori, alla scadenza del suo vecchio contratto con Einaudi, a Natalia gliene viene garantito uno molto importante. L’editore, infatti, si impegnerà a stampare tutte le sue opere, ristampare quelle in esaurimento, e per una cospicua somma compra i diritti anche della sua prossima storia.

Natalia Ginzburg muore durante la notte tra il 7 e l’8 ottobre del 1988. Viene seppellita al Cimitero del Verano, in un posto che la Petrignani racconta non le faccia per niente onore. È una tomba qualsiasi, che neanche gli addetti saprebbero riconoscere.

In questa maniera si conclude un’attenta analisi biografica attorno a una figura di grande spessore. Sandra Petrignani, ci fornisce una panoramica completa di una donna e della società in cui vive, proprio come la Ginzburg stessa avrebbe fatto in uno dei propri scritti. Ma La corsara non è soltanto la storia di una grande donna, è il racconto di un’epoca, e di innumerevoli personalità di spicco che sono passati per la sua strada – molte più di quelle che sono riuscito a riportare qua. È il racconto di un tentativo di far cultura, di continuare a dire la verità e insistere affinché possa sempre essere raccontata.

Uno scritto prezioso, composto con eleganza ed equilibrio, imprescindibile per chi vuole conoscere da più vicino la storia di Natalia Ginzburg.

libro Colazione da Tiffany fotografato in mezzo ai fiori

Colazione da Tiffany, Truman Capote

Colazione da Tiffany, comparso per la prima volta nel 1958, è il breve romanzo che ispirò l’omonimo film di Blake Edwards. Sin dall’inizio, quella che si presenta come un’allegra commedia fresca tramite cui abbandonarsi a qualche ora piacevole, denota significati molto più profondi delle aspettative.

Non si innamori mai di una creatura selvatica, signor Bell. […] È stato questo l’errore di Doc. Portava a casa sempre animali selvatici. Un falco con un’ala ferita. Una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non puoi dare il tuo cuore a una creatura selvatica: più lo fai, più forti diventano. […]

Holly Golightly ha un fascino smisurato e un’eleganza senza precedenti. È una donna molto giovane, in perenne movimento e incapace di instaurare legami durevoli. È diventata celebre soprattutto grazie all’interpretazione magistrale di Audrey Hepburn.

La storia di Holly Golightly è raccontata da un narratore interno al racconto, il suo vicino di casa. La prima volta che si incontrano, è quando lo scrittore in erba – il narratore – sente tamburellare sulla finestra della sua camera la giovane attrice. Ha preso le scale di emergenza e si è intrufolata nel suo balcone, perché è in fuga da un uomo che ha lasciato da solo a casa sua.

Holly è molto abile ad accompagnarsi a uomini che riescono a soddisfare i suoi eccentrici capricci. È astuta, seduce le sue prede, non è fedele a nessuno che non sia lei stessa. Il gatto rosso con cui vive non ha un nome, perché non si appartengono: da un momento all’altro potrebbero separarsi. Il loro è stato solo un incontro fortuito.
D’altro canto, sul suo biglietto da visita e al citofono, accanto al suo cognome c’è scritto In vacanza, perché non è mai sicura del posto in cui si troverà domani.

La protagonista di Colazione da Tiffany, è una femme-fatale, fa innamorare tutti del proprio conto, compreso il narratore del romanzo – che pare coincida con lo scrittore statunitense Truman Capote.

È proprio negli Stati Uniti che trova luogo lo stabile dove vive gran parte delle vicende: il civico 169 sulla 71/ma Strada, nell’Upper East Side, diventa teatro di incontri, party esclusivi, eccessi e sregolatezze.

Ogni volta che Holly parla, il narratore resterebbe ad ascoltarla per ore, e forse è lui l’unico ad averne capito i drammi del passato.

Holly Golightly, infatti, non è semplicemente una frizzante ragazza del Sud trapiantata a New York. Dietro la sua eterna giocosità si nascondono traumi ben più profondi. A quattordici anni, per esempio, l’indimenticabile protagonista di Colazione da Tiffany, si unisce al suo patrigno ed è costretta a un matrimonio da cui scappa.

Quando Truman Capote pubblica Colazione da Tiffany è il 1958. In America è già famoso, ma il libro diffonderà la sua fama in tutto il mondo.

Anche se il narratore non rivela mai la sua identità, se si conosce Truman Capote, il lettore si accorgerà della vicinanza tra i due personaggi.
Entrambi scrivono, sono omosessuali, hanno gli stessi modi di parlare e di pensare, sono persino nati lo stesso giorno.
Truman Capote, inoltre, era solito parlare di sé all’interno dei suoi libri, e delle vicende che capitavano alle persone che gli orbitavano intorno.

Il modo che il narratore ha di porsi nei confronti di Holly è simile a quello che Capote usava con la sua migliore amica – la celebre scrittrice Harper Lee, a cui era molto legato. Anche il narratore di Colazione da Tiffany è colpito dalla grande personalità della sua vicina, fino a restarne sedotto; è geloso della sua capacità di distinguersi, ma non smette mai di fare il tifo per lei.

Capote presta la scrittura al servizio di una storia che è convinto debba essere raccontata. Come è stato per A sangue freddo, mette da parte l’egocentrismo e la sua esuberante personalità per dedicare tutte le sue attenzioni a qualcuno da cui ha intuito possa realizzarne una grande storia. E difatti, tra le pagine di Colazione da Tiffany, la sua presenza è solo accennata e la protagonista indiscussa è Holly.

Truman mette da parte il proprio personaggio per divenire autore e, alla fine di tutto, poiché Capote, nelle sue opere, è sempre stato avvezzo all’autobiografismo, il lettore si domanda se

Holly Golightly è esistita davvero.

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