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Copertina del libro di Isabella Schiavone, Fiori di Mango. Dipinto di Gougain

Fiori di mango & Isabella Schiavone

Isabella Schiavone è una giornalista televisiva professionista, Capo Servizio al TG1, ha cominciato a lavorare in Rai nel 2002. Sul suo blog Sgrunt! racconta molte sensazioni ed emozioni che ha vissuto in prima persona – grazie al suo lavoro. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo di narrativa, Lunavulcano per il quale ha ricevuto il premio Un libro per il cinema, ed è stata candidata al Premio Strega.

Lo scorso settembre è uscito in libreria il suo secondo romanzo, Fiori di mango, edito da Lastarìa Edizioni: una narrazione ambientata nel cuore dell’Africa che mescola i profumi e i colori di questa terra. Una storia d’amore, e non solo: di rinascita, guarigione e scoperta. Schiavone racconta i luoghi che ha visitato in prima persona e li offre con eleganza e raffinatezza nelle pagine del suo ultimo libro.

In occasione dell’uscita di Fiori di mango, ho chiacchierato telematicamente con Isabella del suo ultimo libro. Abbiamo parlato di viaggi, lavoro, carriera, e dei profumi dell’Africa.

Fiori di mango è il tuo secondo libro. È un romanzo corposo, denso di avvenimenti e per niente scontato dal punto di vista narrativo. Nelle duecento pagine che lo compongono, le vicende che racconti sono numerose. Da quanto tempo conservavi tutto questo materiale nel cassetto?

In realtà non avevo uno scopo preciso né del materiale ordinato quando ho iniziato a scrivere. Ho attinto a fantasia, ricordi, immaginazione, racconti. Ho trasferito questo caos mentale sul pc e l’ho rielaborato strada facendo. Il romanzo ha poi preso forma da sé. Spesso abbiamo litigato. Ancora oggi, quando lo rileggo, mi arrabbio per la sua anarchia.

Nei ringraziamenti di Fiori di mango si legge:
“Ogni riferimento è puramente casuale, o forse no. In ogni personaggio c’è qualcosa di noi. In qualcuno un po’ di più.”
Tu ci presenti i personaggi del romanzo in modo molto dettagliato fin dal principio. Sono così ben caratterizzati nel loro essere da sembrare inizialmente un po’ tutti protagonisti. Ci si affeziona a Stella, a Gloria e a Lorenzo fin dai primi capitoli di Fiori di mango. Possiamo dire che c’è una goccia di te in ognuno di loro?

Credo ci sia sempre qualcosa di chi scrive in ogni personaggio per il solo fatto che siamo noi a dargli vita, a crearlo, a definirlo. Qualcosa che amiamo di noi o, al contrario, qualcosa che detestiamo di noi o anche che temiamo o, ancora, che desideriamo. Poi c’è qualcosa che osserviamo negli altri e che ci attrae o ci repelle o ci fa riflettere. Questo avviene in misura più o meno poderosa. C’è un pezzetto di ognuno di noi in ogni personaggio e forse qualcosa di più di qualcun altro.

Navigando tra le pagine di ​Sgrunt! ho trovato un articolo molto emozionante su uno dei tuoi viaggi in Africa. Si chiama Ndthini, dove inizia il cielo​, e racconta le condizioni di difficoltà di un villaggio a 120km da Nairobi e di una tua visita nell’orfanotrofio in cui ci sono bambini nati portatori di AIDS. Si parla di Tipo, un bambino di appena un anno devastato dalle piaghe sul corpo a causa di questa malattia. Tipo mi ha ricordato il primo bambino che Stella incontra quando visita i luoghi di infanzia di Amani. La malattia è sempre qualcosa che fa paura, difficile da affrontare, ma credo che vederla negli occhi di bambini e sulla loro pelle sia ancora più doloroso. Come ci si sente di fronte a scene come quelle che descrivi in ​Fiori di mango,​ e in generale di fronte a delle realtà così dolorose in cui a volte si è del tutto impotenti?

In effetti, la descrizione del bimbo malato di HIV nell’orfanotrofio di Amani prende spunto proprio dall’incontro con Tipo. In realtà alcuni bimbi sono inconsapevoli di quanto accade loro. Alcuni sono più forti della malattia e sembrano quasi vincerla anche solo con il loro sorriso e la loro vitalità. Come nel caso di Tipo: sorrideva felice a tutti, desideroso solo di essere preso in braccio e coccolato come tutti i bimbi della sua età. Altri bambini, invece, più provati non solo dalla malattia ma anche dallo stato di indigenza e degrado dal quale provengono, hanno la sofferenza nello sguardo, occhi spenti, senza luce. È molto doloroso entrare in quel buco nero che proietta la loro anima e la loro condizione drammatica.

In ​Fiori di mango​, Gloria torna in Africa per riabbracciare la sua famiglia paterna e riavvicinare suo padre ai suoi zii. Conoscendo la crisi amorosa che l’amica Stella sta vivendo la invita a fare i bagagli e a raggiungerla. L’Africa si rivela essere il luogo salvifico per entrambe le ragazze ma anche per altri personaggi all’interno del romanzo. Per te cosa è l’Africa, in che modo sei approdata in questa terra e chi è stata la tua Gloria?

L’Africa è per me terra di meraviglia e sofferenza, incanto e dolore. È la vita all’ennesima potenza, che esplode nel bene e nel male. È, soprattutto, umanità e speranza. Ho tante Gloria nella mia vita, perché sono circondata da amicizia forti e vere, ma nessuna Gloria che mi abbia condotto in Africa. Sono però stata io a condurre con me qualcuna di loro, in “spedizioni” di volontariato e natura. Sono più spesso la traghettatrice. Mi sono avvicinata all’Africa perché un componente della mia famiglia opera lì come volontario per scelta di vita. Abbiamo condiviso molti progetti nel tempo.

Che l’Africa sia un luogo del cuore per te si evince non solo dal romanzo ma anche dal tuo blog. Tu sostieni una ONLUS, aiuti gli orfanotrofi e soprattutto il ricavato dei diritti del tuo primo libro ​Lunavulcano ​è devoluto in beneficenza in Africa. Oltre a promuovere una causa così nobile, ​Lunavulcano è stato candidato tra i primi 50 finalisti del premio Strega nel 2018. Che emozione è stata ricevere questa bellissima notizia? Ti auguriamo lo stesso per Fiori di mango!

È stato un momento di gioia e stupore. Il mio primo romanzo, nato per caso, aveva raggiunto un grande traguardo per me del tutto inaspettato. Ma era nel suo DNA, evidentemente. Anche il giorno in cui ho saputo che lo avrebbero pubblicato è stata una grande emozione: era il giorno del mio compleanno ed ero a Bologna a festeggiare con un amico artista. Pochi mesi dopo la pubblicazione, ha ricevuto anche lui un importante premio. Mi ha dato molte gioie.

Prima ancora di essere una narratrice ti conosciamo come famosa giornalista. Hai dato voce in radio, scritto per l’Ansa e per il gruppo Espresso; sei approdata in Tv su Rai1, prima a Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – e ora Capo Servizio al TG1. Sulla tua biografia si legge inoltre che tra le tue prime esperienze ci sono state missioni in Libano e in Kosovo con l’esercito. Come è stato essere giovani in un contesto così particolare? Hai mai avuto paura o ti sei mai sentita in pericolo durante qualcuno dei tuoi lavori?

La mia seconda gioventù, dai 25 anni in poi, l’ho vissuta nel giornalismo. Avevo sete di esperienze, viaggi, incontri, conoscenza. E la mia professione mi ha sempre offerto numerosi stimoli in questo senso. È stato meraviglioso crescere viaggiando, conoscendo tante persone, facendo esperienze anche estreme. La paura talvolta c’è stata, come a Scampia, dove ci inseguirono e minacciarono o allo Zen di Palermo, per fare i primi esempi che mi vengono in mente. Sono i rischi del mestiere. Ma la motivazione e la convinzione di raccontare qualcosa che avrebbe potuto cambiare le condizioni di vita di alcune persone – fosse stata anche solo una – è sempre stata una spinta più forte della paura. E anche una sana dose di incoscienza, ammettiamolo.

Il tuo blog è un mondo pieno di informazioni, spunti, viaggi e tante esperienze personali. Tra le righe e le tante sfumature di colore di ​Sgrunt! spesso compaiono storie che riguardano i più deboli, gli emarginati, coloro che tanti preferiscono chiamare “diversi”. Quanto è difficile dar voce a queste situazioni, riuscire a raggiungere un obiettivo, aiutarli in modo concreto?

È una battaglia da condurre. Ci si interessa a persone fragili o emarginate solo quando il problema ci riguarda da vicino. E, invece, sono proprio le persone che non vivono situazioni di questo genere che hanno il dovere di dare voce a chi è in difficoltà. Questa per me è sempre stata una missione, qualcosa coerente con i miei valori e con ciò che mi è stato insegnato e trasmesso in famiglia e nelle scuole cattoliche che ho frequentato. È impegnativo, ma la soddisfazione che ne deriva dopo è unica. Il sorriso di Simone (trovate la storia sul blog) e di mamma Sara, usciti dalla reclusione di un appartamento popolare al settimo piano nel quale erano confinati a causa della disabilità, è stato un momento di pura e autentica gioia da celebrare e condividere.

Tornando a ​Fiori di mango,​ c’è una parte in cui Lorenzo, cugino di Gloria, torna in Italia e inizia (motivato proprio da lei) un corso di meditazione. Le pagine dedicate a questa disciplina occupano pochi capitoli nel libro ma sono molto intense e regalano degli insegnamenti per la vita di tutti i giorni. Alla fine di Fiori di mango i ringraziamenti sono rivolti a Neva e Corrado (insegnanti guida dell’Ameco – Associazione per la Meditazione di Consapevolezza) che sono citati spesso nel romanzo. Deduco che anche tu pratichi questa disciplina, e mi chiedevo come l’hai conosciuta e che spazio occupa nella tua vita.

Si, pratico la meditazione vipassana (tradizione theravada, buddhista) da dieci anni e il Tai Chi Chuan, un’arte marziale cinese che rappresenta una forma di meditazione in movimento, da un anno e mezzo. Mi sono avvicinata alla meditazione per caso, leggendo un libro. Dovevo affrontare un intervento chirurgico che mi avrebbe costretta all’immobilità per un po’ di tempo e avevo fatto acquisti in libreria. Nella saggistica ero stata attratta da un titolo e acquistai, tra le varie letture, anche questa. Ebbi modo di leggere il volume con grande attenzione. Dopo feci delle ricerche e decisi di frequentare una scuola di meditazione romana molto seria e qualificata, con docenti riconosciuti a livello internazionale (niente santoni, niente esotismi, niente frikkettoni new age). L’approccio e il molto studio che ne deriva ha per me sostituito il desiderio di prendere un’altra laurea. È un campo molto interessante, molto concreto e dinamico: gli effetti della pratica si vedono nella vita quotidiana e trovo che anche questo sia un modo per “igienizzare” il mondo, rendendo noi più consapevoli delle nostre parole e azioni, e gli altri più disponibili a recepire un indirizzo salutare per la propria vita.

Tra i vari ruoli che hai ricoperto sei stata anche insegnante di “Teoria e tecnica del linguaggio televisivo” presso l’Università degli studi di Tor Vergata. Come descriveresti questa ulteriore esperienza nella tua vita e soprattutto quanto ti riconosci negli universitari di oggi, probabilmente giornalisti di domani?

È stata una bellissima esperienza contribuire alla formazione di giovani menti (in alcuni casi poco più giovani di me) e trasmettere loro le mie competenze ed esperienze professionali. Ciò che ha caratterizzato la mia esperienza di docenza, almeno nelle mie intenzioni, è stata la disponibilità verso gli studenti, la lealtà nel rapporto, l’entusiasmo. Con alcuni di loro sono ancora in contatto dopo un decennio circa. Ho cercato di essere per loro il docente che avrei desiderato incontrare quando frequentavo la scuola di specializzazione. Mi sono riconosciuta nella loro voglia di arrivare e nella loro visione idealizzata della professione, che avevo anche io da giovane studentessa. Mi auguro che siano loro il motore del cambiamento di cui la professione ha bisogno e non un ulteriore ingranaggio di un sistema talvolta farraginoso e autoreferenziale. Ho molta fiducia nei giovani e nella loro creatività, che mai come adesso è necessaria per aprirsi nuove strade.

Tu sei molto attiva sui social, e utilizzi il tuo ​Sgrunt! come un diario virtuale molto aggiornato. Secondo te, abituati a questa epoca digitale fatta di “scrolli rapidi” e storie che svaniscono dopo 24 ore, quanto è importante scrivere bene una notizia? Soprattutto oggi cosa vuol dire scrivere “bene” una notizia? Sta cambiando o cambierà il giornalismo da questo punto di vista?

Certamente lasciare traccia di quanto si scrive, se non negli archivi almeno nelle menti, è fondamentale. Nel giornalismo televisivo la scrittura è importante, ma viene inevitabilmente accompagnata dalla potenza dell’immagine, che talvolta la sovrasta descrivendo la realtà senza bisogno di parole. Noto, negli ultimi anni, una minore attenzione verso la scrittura in generale, tanti errori anche nei quotidiani online e penso a colleghi celebri che si rivolterebbero nella tomba per molto meno. Amo i social e ne apprezzo il valore e la capacità di arrivare soprattutto ai più giovani. Ma trovo pericoloso quando si dà la precedenza alla costruzione del personaggio social strumentalizzando i contenuti. Ho sposato la scuola di chi mi ha insegnato che il giornalista non è un personaggio, ma è al servizio della notizia.

Il ballo è la seconda opera di Irene Nemirovsky. Pubblicato nel 1930, a seguito di David Golder, il romanzo breve ottenne un enorme successo.

Il ballo, I. Nemirovsky

Nel 1930, appena venticinquenne Irène Némirovsky pubblicò per la prima volta il racconto breve Il ballo. La stesura della storia, in realtà, cominciò già due anni prima della pubblicazione: nel 1928, alla vigilia della Grande depressione.

Irène Némirovsky fa parte di una rosa di scrittrici poco conosciute ma, potrebbe essere più facile – anche per quelli dai gusti più lontani – rintracciare in loro un ricordo di Suite francese, il suo romanzo storico più noto che ha segnato il successo contemporaneo e la riscoperta di Némirovsky.

Nonostante la Némirovsky divenne subito nota con la pubblicazione di David Golder, libro in cui intendeva tracciare il ritratto di un uomo d’affari arricchitosi grazie a intuizioni economiche – dietro il quale probabilmente si nasconde suo padre -. A lungo tempo non si parlò molto di Némirovsky, né delle sue opere. A causa delle sue origine ebraiche, venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove perse la vita (1942) e i suoi libri sparirono con il suo personaggio.
La sorte toccata ai suoi ultimi manoscritti ha qualcosa di spettacolare: destinati a vagare per il mondo in una valigetta, videro la pubblicazione postumi grazie alle due figlie scampate all’Olocausto.

Il ballo nacque mentre Irène Némirovsky si accingeva a comporre la sua opera d’esordio, David Golder (1929).

Pubblicato dall’editore Paul Reboux la critica lo accolse prontamente con grande entusiasmo. Ad attirare l’attenzione dell’editore fu sicuramente una vaga somiglianza con la giovane scrittrice Colette, di cui l’editore diceva ne ricordasse i metodi narrativi. Sarà il riconfermato successo del Ballo a portare l’editore a stampare tutti gli altri suoi libri – altri nove, più una raccolta di racconti -.

Nel Ballo, la protagonista è una bambina di quattordici anni, Antoinette, vittima delle disattenzioni dei propri genitori. I signori Kampf abitano un lussuoso appartamento di Parigi; ma non da sempre è così.
Alfred Kempf, infatti, ha lavorato al lungo per accumulare soldi e rendere felice la propria moglie, Rosine, una donna frivola, sciocca e ossessionata dalla ricchezza e dalle buone conoscenze, ma mai contenta fino in fondo.

Antoinette tutti i giorni va a letto alle nove punto. Vive in una stanza che è il suo unico rifugio, e pare che nulla di ciò che fa stia bene ai suoi genitori. E così, le uniche attenzioni che sua madre è in grado di darle sono quelle che le rivolge per rimproverarla e correggerla; o per raccontarle una delle assurde bugie con cui le nasconde spudorate verità.

Entrambi i signori Kampf hanno un unico obiettivo: sono appena arrivati a Parigi e intendono fortemente essere benvoluti dall’alta società parigina.

Per questa ragione, a Rosine viene l’idea di organizzare un gran ballo nel loro nuovo sontuoso appartamento, al fine di invitare tutta la “gente che conta” e far invidia a tutte le persone che hanno preso le distanze da loro. Comincia così una ricerca puntigliosa del personale di servizio più preparato, dei cibi più attraenti e dell’alcool più raffinato, affinché nessuno degli invitati possa rimanere deluso. 

Ma il grande cruccio di Rosine è che nessuno si presenti alla festa, e mentre è intenta a sforzarsi di rimembrare tutte le persone che ha incontrato in vita sua per dettare ad Antoinette i nomi a cui indirizzare gli inviti, alla bambina viene proibito di prender parte al grande ballo.

E l’infantile sogno di Antoinette viene subito infranto. Rosine le dà precise direttive su come comportarsi al ballo, e le ordina di lasciare la sua stanza alla cameriera e andare a dormire nello sgabuzzino. Per Antoniette questo diventa l’ennesimo momento per riflettere sulla propria solitudine e sul mancato amore.

Proprio da quel momento, all’insaputa dei suo genitori, comincia ad alimentare dentro di sé il desiderio di vendicarsi nei confronti di sua madre. Ma per sapere ciò che combinerà dovrete leggere Il ballo fino alla fine.

Un libro brevissimo ma altrettanto intenso. Poco più di 80 pagine ospitate nella Piccola Biblioteca Adelphi, che dal 2005 ripubblica tutte le sue opere. Un’opera scritta con grande raffinatezza stilistica, dove le azioni e i sentimenti hanno un posto di rilievo.

Un’opera che dice molto non soltanto sulla società delle apparenze del Primo Novecento, ma che tanto aggiunge sulla vita di Irène Némirovsky.

Difatti, la vicenda del Ballo proviene direttamente dalla biografia di Némirovsky, e in altri testi (come Il vino della solitudine) tale evento mondano è citato come una ricorrenza imperdibile. Lo stesso acerbo rapporto che unisce Rosine e Antoinette non è molto diverso da quello che legava Irène a sua madre, una donna arricchitasi che mai fu in grado di dedicarle abbastanza pensieri o attenzioni. Un personaggio ben costruito, che si può trovare in molti altri suoi romanzi, come Due o Jezabel e – appunto – Il vino della solitudine. Un personaggio a cui ci si può solamente affezionare, nonostante fortemente negativo. Una prerogativa tipica della narrazione di Némirovsky, ancora: quella di scegliere personaggi insopportabili ma così fortemente caratterizzati che è impossibile non empatizzare con loro.

L'immagine ritrae il libro di Elsa Morante, Lo scialle Andaluso, fotografato in mezzo ai fiori recisi gialli e violetti, su fondo in legno

Lo scialle andaluso, E. Morante

Nel novembre del 1963, per la casa editrice Einaudi, viene pubblicata la raccolta di racconti Lo scialle andaluso. La pubblicazione del volume avviene in un momento particolare per l’autrice, ossia mentre Elsa Morante soffre la perdita di un suo grande amore: Bill Morrow. Ma in realtà, molti di essi vennero composti in tempi assai remoti.

Morrow è un giovane pittore newyorkese amante dell’arte e dell’eccentricità. A quel tempo Elsa conviveva ancora con Moravia in via dell’Oca, ma durante l’autunno Alberto se ne va e lei rimane ad abitare l’attico di via del Babuino. Ogni altro progetto viene interrotto, e a chiunque le domani se sta scrivendo qualcosa, appare come se abbia perso la voglia di narrare ancora.

Il racconto che dà il titolo all’opera, Lo scialle andaluso, era allora già uscito nel ’53 sulla rivista “Botteghe Oscure”.

Sono i suoi amici più fidati, Italo Calvino e Umberto Saba che le fanno capire che si tratta di un buon lavoro – anche se si allontana da tutto ciò che ha scritto fino a quel momento. Sarà proprio Saba a suggerirle di concentrarsi su questo “eterno rapporto tra la madre e il fanciullo”.

La tua nostalgia di essere un ragazzo è – in realtà – la nostalgia di non avere messo al mondo un ragazzo: lo cerchi nell’arte perché non l’hai avuto nella sua fisicità.

da una lettera di saba alla morante, su l’amata p. 127

Dietro la risposta di Saba si possono leggere alcune delle motivazioni che hanno portato alla genesi dello Scialle Andaluso. Di questo sentimento provato da Elsa Morante se ne ritrova traccia anche nell’Isola di Arturo. Entrambi i personaggi protagonisti – se si prendono in considerazione Arturo e Andreuccio – nascono dalla perdita dell’amore di un altro uomo importantissimo per la Morante: Luchino Visconti. Un innamoramento non corrisposto, lo stesso che Andreuccio prova per sua madre, e che Arturo patisce per suo padre. Perché l’amore, in queste pagine, non è qualcosa in cui trovare salvezza, ma spesso compare come qualcosa da cui mettersi al riparo.

La raccolta dello Scialle andaluso ha uno scopo importante per la Morante. Da una parte mette fine a un silenzio letterario troppo lungo per l’autrice; dall’altra invece le dà il coraggio per riavvicinarsi alla scrittura e per narrare ancora.

La figura di Andreuccio, il protagonista dell’ultimo racconto della raccolta, si ripropone in un altro manoscritto, un romanzo-balletto che non vide mai la luce: Nerina. Qui non è lui il protagonista, ma il personaggio si insinua tra le pagine e le storie con prepotenza, rubando spesso la scena alla protagonista. Di questo romanzo se ne ha prima notizia proprio durante quegli anni, ma già nel ’52 non se ne parla più. La Morante, allora, scriverà a Calvino che ha appena concluso un lungo racconto, e quasi certamente si trattava dello Scialle andaluso.

Lo scialle andaluso si presenta come una raccolta ricca di spunti per comprendere la Morante, non solo in quanto scrittrice, ma anche per addentrarsi nella sua biografia.

Oltre alla storia di Andreuccio, la più lunga della raccolta, possiamo leggere un frammento di Nerina, sotto il racconto di Donna Amalia, una donna che vive tutto con la spensieratezza di una bambina mai cresciuta. Poiché ella, “a differenza della gente comune, non acquisiva mai, verso gli aspetti (anche i più consueti) della vita, quell’abitudine da cui nascono l’indifferenza e la noia”. Il ladro dei lumi venne composto nel 1935: a esso seguiranno L’uomo dagli occhiali, La nonna, Via dell’Angelo, Il gioco segreto, Il compagno e Un uomo senza carattere. Questi ultimi racconti citati provengono da una raccolta pubblicata nel 1941 per l’editore Garzanti.

Altri racconti provengono dalla preistoria dell’autrice, come Il cugino Venziano, Andurro ed Esposito. Il soldato siciliano, faceva parte di una trilogia di racconti sulla guerra, della quale gli altri due sono andati perduti. Nonostante la grande varietà di personaggi, sentimenti, dolori e temi, tutte le storie narrano di rapporti esclusivi e legami familiari che sfociano nella prigionia, di giovani che si apprestano a diventare grandi. Come se, dietro ogni famiglia che la Morante ha deciso di raccontare, si nascondesse un segreto, un demone nascosto, uno scheletro nell’armadio di cui sentiva il bisogno di narrare. Mondi dove la fantasia e la realtà, il sogno e la veglia, si mescolano continuamente e danno prova della sua grande abilità stilistica.

Lo scialle andaluso, soprattutto, è un reperto fondamentale per osservare il trascorso di una grande scrittrice del Novecento che tanto odiava non potersi definire scrittore, al maschile. Una raccolta di racconti selezionati dalla stessa Elsa Morante, per raccontare il suo lungo iter di narratore.

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