Aldostefano Marino

writer & editorial services

Tag: leggere Pagina 1 di 7

Le parole tra noi leggere, Lalla Romano

Le parole tra noi leggere venne pubblicato per la prima volta all’interno della collana dei Supercoralli nel 1969. Einaudi ha un ottimo fiuto, e il romanzo vince il Premio Strega. L’attesa è tanta, perché Lalla scrive da molto, fin dal 1938, quando Soffici la invita a scrivere i primi racconti che troveranno pubblicazione negli anni Novanta.

Lalla Romano, oltre a dipingere e dedicarsi alla scrittura, comincia a insegnare italiano e storia a Cuneo, alla giovane età di ventitré anni. Traduce numerosi capolavori della letteratura, come i Trois contes di Flaubert, o preziosi scritti di Delacroix, sotto l’incoraggiamento di Pavese, dopo aver vissuto al lungo con il figlio a Torino, si trasferisce a Milano.

Lalla Romano è un’artista a tutto tondo, non si limita a scrivere. Studia pittura a Torino, fin da quando è giovane dipinge, è proprio l’amore per l’arte a portarla spesso ospite di esposizioni collettive, a Milano e poi a Torino. Diventa moglie di Innocenzo Monti, il futuro presidente della Banca Commerciale Italiana. La nascita del figlio, nel 1933, porta in lei un’ondata di cambiamento. Nel 1941 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Fiore, e in quell’opera Gianfranco Contini, riconosce l’eleganza di “certe poetesse del Cinquecento”.

Le parole tra noi leggere è l’opera più acclamata dell’autrice, anche quella più personale.


Infatti, qui, la componente autobiografica è presente più che negli altri suoi scritti. Il protagonista indiscusso è suo figlio Pietro, da loro tutti conosciuto come Piero. Il titolo è tratto da un verso di Montale, è sta a indicare il dialogo che si intrattiene tra Lalla Romano e suo figlio. Tuttavia, in qualche modo, anche la stessa autrice può considerarsi protagonista della narrazione.

Sin dal momento in cui la Romano concepisce suo figlio, si lega a lui tramite un amore viscerale. Non si tratta semplicemente di una certa vocazione per il ruolo di madre, ma di un amore spropositato che nutre nei confronti del figlio. Le parole tra noi leggere è una dedica che Lalla Romano scrive per suo figlio, altro non è che il racconto della sua vita, da quando nasce e finché non si sposa, allontanandosi definitivamente dal nido materno. Tuttavia, non tutto appare così semplicemente.

Il rapporto che unisce madre e figlio, infatti, non è lieto come lo si potrebbe aspettare. È tutt’altro che leggero, è violento, ribelle, fondato sull’incomunicabilità, sulla contrastante posizione di pensieri. Eppure, Lalla Romano, non smette mai di giustificare il suo bambino. Lo coccola, lo osserva mentre dipinge, realizza oggetti di piccolissime misure, sculture, mezzi busti e teste di pietra, ha un grandissimo amore per le armi, e proprio per queste, Lalla – nonostante la paura di questi oggetti – anziché spaventarsi, risparmia il denaro per accontentarlo. Cerca continuamente di capirlo. Legge tra le sue cose, ma ogni speranza è vana. Perciò scrive Le parole tra noi leggere.

Le parole tra loro leggere sono quelle che non hanno avuto bisogno di dirsi.

Lalla Romano è sempre spaventata che a suo figlio possa succedere qualcosa, non smette mai di aspettarsi che da un momento all’altro qualcuno la chiami per dichiararne l’arresto, lui è un rivoltoso, ma lei si limita a descriverlo, tramite i suoi occhi – più buoni, perché madre del figlio che racconta – e quindi privandolo di qualsiasi colpa e rendendocelo come un personaggio che proprio non possiamo odiare.

Piero appare al lettore divertente, irriverente, maleducato, mai cattivo o pericoloso, assomiglia alla Romano molto più di quanto lei stessa vuole ammettere. Insomma riesce a colpirci positivamente, anche quando agisce male, perché il narratore velatamente lo giustifica.

Le parole tra noi leggere diviene dunque il racconto, un modo attraverso cui parlare del figlio e al contempo di sé.

Il resoconto di un legame difficile tra madre e figlio, realistico, ma che non rinuncia mai alla fantasia. Ciò che, in pratica, Lalla Romano fa con inaudita preparazione, è mettere insieme gli scorci più belli della vita di suo figlio, un abile bricolage di temi scolastici, lettere, appunti, scritti dal figlio, dando al racconto la struttura del romanzo, che si rivela, appassionante e appassionato. Ma il suo intento è molto più profondo: vuole indagare suo figlio, comprenderlo, leggerlo.

Il linguaggio della Romano è sempre il suo. È quello della poesia, la ricercatezza lirica, la stessa Romano lo dice “Il linguaggio è tutto: è la chiave”, e il suo mantiene la dolcezza anche nei momenti più duri e nelle descrizioni più ripugnanti.

Aracoeli, Elsa Morante

Aracoeli è l’ultimo romanzo di una delle maggiori scrittrici del secondo Novecento, Elsa Morante. Pubblicato per Einaudi, la prima volta nel 1982.

Nata nell’agosto del 1912, Elsa è figlia di una insegnante ebrea e di un impiegato di poste siciliano. La sua infanzia fu agiata e fu proprio per questa ragione che nei suoi scritti si dedicò principalmente alla miseria umana. Crebbe insieme ai fratelli minori, e cominciò giovanissima a scrivere filastrocche e fiabe magiche. La sua biografia è segnata dall’incontro di una personalità parecchio accreditata del tempo, e per cui doveva essere certamente una ricchezza aggiunta accompagnarsi a lui. Infatti, Elsa Morante portò avanti una travagliata e appassionata relazione con Alberto Moravia. Anche grazie a lui, incontrò numerosi poeti e artisti del tempo, dei quali divenne stretta amica e collaboratrice, come Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, il regista Bertolucci…
Nel 1957, arriva per la Morante, il Premio Strega, con l’Isola di Arturo. In questo momento il suo successo è consacrato definitivamente.

Aracoeli è spesso considerata un’opera oscura e misteriosa, soprattutto a causa del linguaggio adoperato dall’autrice. La prima cosa che appare agli occhi, infatti, quando si incontrano i metodi compositivi di quest’opera, è la complessità del lessico scelto e l’impossibilità di una qualsiasi conseguente interpretazione oggettiva. Il linguaggio della Morante, ha bisogno di esser meditato dopo che numerose volte letto, in quanto mai esprime, ciò che, a prima istanza, pare volerci comunicare. Numerosi piani narrativi si sovrappongono, l’un sopra l’altro, senza nemmeno cambiar pagina, Elsa Morante ci conduce da un’epoca a un’altra, dal sogno alla veglia…

Seconda metà del Novecento. Manuele è un quarantenne fallito che si mette in viaggio per recarsi nel luogo dove la madre è nata, El Almendral.

Manuele, Manuelito, Vittorio Emanuele Maria, non conosce molto del suo passato, ed è proprio durante questo viaggio che gli tornano alla mente, come episodi vissuti in un’altra vita, ricordi che era convinto di aver perso per sempre. Grazie al flusso di coscienza e al ricordo, man mano che la storia procede, si fanno chiari al lettore le ragioni del fallimento di Manuele. Ma non solo: ogni tassello mancante torna al suo posto e, alla storia del trasferimento di Aracoeli dall’Andalusia ai Quartieri Alti di Roma, si intreccia quella dell’incontro con suo padre.

Manuele ha un eroe: suo zio Manuel, il fratello di sua madre che non ha mai potuto conoscere. Per suo padre, invece, sempre lontano da casa, più che amore, nutre rispetto e devozione. Suo padre è infatti l’uomo che sua madre ha scelto, l’unico da cui le si faccia toccare. Ma mentre per Manuele, suo padre, altro non è che un accessorio di sua madre; per il Comandante della marina italiana, Manuele è ciò che lo tiene unito alla moglie mentre si allontana al lungo per lavoro.

Se il primo protagonista è Manuel, a un secondo sguardo si può notare come Aracoeli, colei dalla quale prende nome il titolo del libro, è ciò che muove e alimenta la storia. Il destino di Manuele è di ripercorre tragicamente quello materno: egli mai riesce ad allontanarsi dalla tana madre.

Ci sono due Aracoeli, una di prima e una di dopo. Quella di prima, è una donna che ha persino paura di guardare le nudità delle statue. Quella seconda, invece, comparsa dopo il concepimento della seconda genita, ha perso qualsiasi forma di pudore.

Manuele è un personaggio passivo, totalmente abbandonato a un amore infinito provato nei confronti della madre. A regolare i loro rapporti non si tratta del complesso edipico, come si potrebbe pensare, ma anzi, di un vero e proprio amore provato da Manuel nei confronti di sua madre. E dunque, forse, il terzo protagonista potrebbe essere proprio questo Amore, che diviene per Manuele, “prigione e sventura”.

Il motivo principale di questo sentimento così morboso provato dal figlio verso la madre, sta nel fatto che, proprio Aracoeli è stata l’unica persona da cui Manuele ha ricevuto affetto.

Questo, è, infatti, ciò che si ricava maggiormente dietro il personaggio di Manuele: la paura di restare solo e poi la realizzazione del suo terrore. Manuele non ha nessuno, come Elsa Morante, durante gli anni della stesura del romanzo. Manuele ed Elsa si estraniano dalla società a loro contemporanea per restare appartati.

Due temi e motivi principali sovrastano l’intero romanzo. Da una parte l’incapacità di cambiare il proprio destino – e/o provenienza sociale -. Da un’altra, invece, la possibilità dell’amore di vincere sopra ogni cosa.

Infine, un tema che fa da filo conduttore a tutta la produzione della Morante: la Storia come sfondo perfetto di ambientazione. Niente è lasciato al caso. Ogni sua invenzione ha una collocazione precisa e mirata, affinché, nel raccontare di fantasie, non ci si dimentichi di ciò che è accaduto e non va dimenticato. In questo caso è la guerra civile spagnola, da un parte, nel ricordo dello zio morto di Manuele; e la Guerra mondiale dall’altra, vissuta nella casa dei nonni paterni.

Alcuni suggerimenti sui libri da portare in vacanza

Luglio è quasi giunto al termine, e le vacanze stanno cominciando più o meno per tutti. Ma prima di partire e staccare la spina, o in vista di un ritiro domiciliare per difendersi dal caldo afoso, ho selezionato per voi tre libri da leggere. Un classico, se approfittate del tempo libero per dedicarvi a ciò che non siete riusciti a leggere, un libro contemporaneo se preferite mantenere la mente sgombra, e uno bonus, per chi invece è semplicemente in cerca di un buon libro da leggere.

A sangue freddo, Truman Capote

A sangue freddo è un libro che ho letto la scorsa estate durante una stagione dedicata al mio amore per la letteratura classica. L’ha scritto Truman Capote all’inizio degli anni Sessanta, dopo aver raccolto le deposizioni ufficiali e le interviste di Perry E. Smith e Richard E. Hickock, due giovani adulti sbandati che usciti dal carcere programmarono il quadruplice omicidio e la rapina a danno della famiglia Clutter, per la quale non erano altro che degli estranei.
A sangue freddo si attiene scrupolosamente ai dati storici della vicenda, Capote raccolse le informazioni riguardanti l’omicidio durante un viaggio in Kansas City, accompagnato dalla sua fedele amica, Harper Lee (Il buio oltre la siepe, Va’ e metti una sentinella), che Capote incoraggiava a scrivere per le sue grandi qualità.
È un libro crudo, ma molto interessante, non è una lettura breve, ma si legge in poco tempo perché la vicenda è appassionante, e Capote è un maestro del racconto di cronaca, attraverso il quale riflette sull’amarezza della realtà della società americana degli anni Sessanta.

Lux, Eleonora Marangoni

Lux, di Eleonora Marangoni, è un libro di vi ho già parlato QUI. Voglio consigliarvelo per quest’estate, perché è una lettura dallo stile innovativo, che nel 2017 ha conquistato il Premio Neri Pozza, ed è stato presentato nella dozzina del Premio Strega 2019. La storia racconta di un giovane italo-inglese di buona famiglia, un architetto che abita il mondo solo in superficie, legato al ricordo di un amore finito che si ripropone come presenza costante e tangibile. Thomas Edwards, riceva in eredità un albergo in un’isola del sud, una piantagione di baobab nani e una sorgente d’acqua minerale dalle strabilianti proprietà miracolose. Lux è una storia narrata tramite la sovrapposizione di più realtà, attraverso una penna acuminata e lunghe descrizioni, si rivela una storia all’interno della quale l’azione ha il primato assoluto. Vi suggerisco di leggerla lentamente e di prestare attenzione a ogni dettaglio del racconto.

Jezabel, Irene Nemirovsky

Irene Nemirovsky è stata un’autrice francese di origine ebraica, vittima dell’Olocausto. La sua bibliografia è stata riscoperta solo di recente. Ha scritto moltissimi libri, il più celebre, quello che avrete sentito nominare almeno una volta, è Suite Francese; io, invece, intendo consigliarvi Jezabel, che è un romanzo tragico, ma che assume il carattere ironico di una commedia, perché gli argomenti trattati, seppure di una certa drammaticità, vengono portati all’estremo del paradossale, e pertanto appaiono ironici. La storia è quella di una giovane donna, Gladys, che viene giudicata in tribunale tra il banco degli imputati, accusata dell’omicidio di un ambizioso e giovane amante, appena ventenne. In realtà poi si scopre che non è un semplice omicidio passionale e la storia si complica. È un racconto brillante, scritto alla fine degli anni Trenta, ma che mantiene un’agilità narrativa attuale e molto raffinata.

Il guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani

Franco Faggiani, reporter di viaggio nelle aree più calde del mondo, ha conquistato il pubblico e la critica con La manutenzione dei sensi. Si è occupato di cronaca, ambiente e sport e, a maggio, è tornato in libreria con un nuovo romanzo, Il guardiano della collina dei ciliegi.

Anche stavolta, la delicatezza delle storie narrate da Faggiani è affidata a Fazi Editore, che ne ha preso a cuore le ambientazione naturalistiche e la raffinatezza stilistica dell’autore.

Il lavoro compiuto da Faggiani per la scrittura di questo libro, fonda le sue origini nella scoperta di un atleta a lungo dimenticato. Si tratta di Shizo Kanakuri, il giovane ventiduenne, collegato alle misteriose vicende sviluppatosi attorno ai Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912.

Tamana era poco più di un villaggio, un agglomerato di piccole e fragili casupole fiancheggiate da grovigli di rovi ed erba secca, da campi spesso trascurati perché la gente, non mostrando attitudine per la terra, si dedicava perlopiù alla pesca.

All’interno di questo posto immerso nella natura, Shizo desiderava studiare Botanica e diventare un esperto di erbe medicinali. I genitori invece, a diciannove anni, lo obbligarono a lasciare la sua meravigliosa Azumi, per raggiungere Tokyo. Lì studiò economia con risultati eccezionali, il talento e le abilità nella corsa colpirono il signor Kano, l’inventore del judo, con cui strinse una profonda amicizia.

La corsa era l’unica cosa che gli “permette di assaporare quella libertà che non prevede obblighi”.

Shizo Kanakuro venne invitato dall’imperatore Matsuhito in una sala di tè disadorna, affinché accettasse di rappresentare per la prima volta il Giappone alle Olimpiadi, dove avrebbe dovuto percorrere 40 km e 200 metri. Date le sue doti straordinarie, il viaggio fu a carico delle offerte raccolte tra professori e studenti, all’interno dell’università.
Dopo un lungo estenuante viaggio, Shizo arrivò a Stoccolma. Ma durante quella gara, al trentesimo chilometro, Kanakuro accettò l’offerta di un passante di bere una bevanda e sparì nel nulla dandosi alla fuga.

Da qui la storia muta l’esito atteso, e diventa un lungo viaggio, fisico e metaforico. Il protagonista del libro arriva a nascondersi per la vergogna e il disonore, cambia identità. Divenuto legionario per riuscire a tornare in Giappone, trova la pace e l’amore, su una collina, dove gli verrà affidato l’incarico di prendersi cura di un prestigioso bosco di ciliegi.

In realtà, sarà il bosco a prendersi cura di Shizo e della sua anima ferita. Lontano dalla sua famiglia, il bosco significherà per lui rinascita e avanscoperta, la natura come posto nel quale perdersi e del quale far parte. All’interno della storia, tutte le cose naturali, ogni albero, fiore o foglia, hanno la loro dignità, un nome specifico, e sembrano esser l’unica cosa in grado di dar sollievo a Shizo. È la natura, il luogo in cui l’atleta nasce, quello che vorrebbe studiare sin da piccolo, e quello in cui fugge e trova riparo: un personaggio quasi assoluto.

In generale, apparentemente, tutti i personaggi del libro, sembrano aiutanti del protagonista. I genitori gli pagano gli studi, ma assecondano il loro volere e non i desideri del figlio, il maestro e l’imperatore, lo spronano a partecipare alle Olimpiadi, ma ne sfruttano il talento per il successo del Giappone.

I personaggi, personalmente, mi son sembrati troppi, soprattutto nella seconda parte del libro. Non si riesce effettivamente ad empatizzare con qualcuno, a parte il protagonista: colpevole anche il dilatato arco di tempo in cui si svolge la vicenda. Non possiamo parlare di corrispondenza tra fabula e intreccio, perché la narrazione è ricca di ellissi temporali: in duecento pagine sono raccontati settant’anni di vita.

Shizo metterà al mondo diversi figli, si sposerà, conoscerà numerose persone, avrà un cane che non vivrà più di mezzo paragrafo, ma nessuno di questi personaggi assumerà un ruolo decisivo, quanto Shizo e la natura, e la vergogna del fallimento. Questi ultimi sono infatti i temi principali del racconto, colpevoli di una vita in esilio.

Anche nel Guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani usa pochi dialoghi diretti, molte, invece, le descrizioni. La vera storia di Shizo si intreccia maestosamente con quella creata da Faggiani. Oltre all’ambientazione, di tipo fiabesco, il lessico familiare e immediato mantiene un’aura poetica per tutta la narrazione.

Il grande merito di Franco Faggiani è quello di riportare in vita la storia di un atleta che nessuno conosce, la quale importanza era stata negata dalla scarsità di medium informativi del tempo.

Jezabel, Irène Némirovsky

Jezabel è una storia di incredibile attualità, nonostante sia stata pubblicata per la prima volta, nel lontano 1937. Iréne Némirovsky, la sua autrice, ha grandi doti narrative, ma per molto tempo è stata ingiustamente dimenticata. La sua disgraziata sorte l’ha vista morire ad Auschwitz, vittima delle leggi antisemite, giovanissima e a soli trentanove anni, nel 1942.

Per molto tempo, Iréne Nèmirovsky, autrice di successo negli anni Trenta, dopo che le venne impedito di scrivere, non venne letta. Solamente nel 2004, le Edizioni francesi Denoël pubblicano postumo il suo romanzo più celebre, lasciato incompiuto e portato in salvo dalle figlie della defunta autrice, Suite Francese.

La protagonista di Jezabel, Gladys Eysenach, a soli diciott’anni scopre di avere un grande potere, è bellissima e, con la sua determinazione, è in grado di sedurre chiunque le sta vicino. Se da un lato, questa sua dote è a tutti gli effetti una qualità, dall’altro è ciò che la porta alla rovina, fino a ossessionarla per il resto dei suoi giorni. Non c’è cosa, infatti, che preoccupi e metta in agitazione Gladys, tanto quanto l’idea di invecchiare e di perdere la bellezza. Sempre alle prese con amori che la fanno sentire amata e felice – una condizione che appartiene solamente ai giovani -, che la accontentano con attenzioni e assecondano i suoi capricci, Gladys è ossessionata dal pensiero di dover essere la più bella e la più giovane. L’idea di legarsi definitivamente a un uomo e perdere, in un colpo solo, ogni forma di libertà, la spaventa: è un errore che ha compiuto una volta e che ricorda per il resto dei suoi giorni.

Ma in che modo, questa ossessione la porterà nelle aule di un tribunale – dove comincia il libro e la narrazione – quando sarà giudicata per l’omicidio del suo giovanissimo amante? Che cosa si nasconde dietro quella verità che Gladys tenta di occultare in ogni modo limitandosi a implorare i giudici che le venga assegnata la pena che si merita?

All’interno della maggior parte dei romanzi della Nèmirovsky è facile individuare analogie e somiglianze con la sua vita. In Jezabel, per esempio, l’autrice delinea la figura di una donna che possiede molte delle caratteristiche materne. Gladys è indubbiamente la protagonista della vicenda, un personaggio negativo, una donna emancipata per il suo tempo, che agisce senza scrupoli e pensando semplicemente a sé stessa, avidamente legata ai beni materiali, ma infinitamente attraversata dai propri conflitti interiori. Tuttavia, come i personaggi che le orbitano attorno – che sono moltissimi e tutti ben strutturati – anche per il lettore che entra in contatto con questa personalità esagerata e per alcuni versi scomoda, è impossibile prendere le distanze totalmente dal personaggio, e ne rimane anche lui sedotto, senza possibilità di salvezza alcuna.

Molti sono i temi trattati in questa storia. Primo tra tutti è quello centrale: la bellezza e i problemi che porta con sé nel suo manifestarsi. Fino a che punto è una dote o qualità? Quand’è che non è più splendore ma tenaglie, prigionia?
Tra i tanti, inoltre, vi è la conflittualità del rapporto genitoriale tra Gladys e sua figlia, Marie-Thérèse, la perdita della spensieratezza e della giovinezza, l’abbandono, la vendetta e molti altri temi più impegnati, come quello politico a favore dei giovani scampati alla Seconda grande guerra, impoveriti e senza futuro.

Jezabel è un romanzo dal linguaggio elevato e il lessico ricercato.
Come negli altri romanzi della Nemirovsky, i personaggi si interrogano continuamente e dialogano con i propri io attraverso lunghissimi – ma mai noiosi – flussi di coscienza: pertanto, una certa parte di narrazione, avviene all’interno della mente dei personaggi.
Le descrizioni spaziali e gli spazi in generale non hanno grande rilievo per l’autrice, a meno che, come in questo caso, non contribuiscano a rappresentare un tema centrale a tutta la narrazione. In Jezabel sono gli ambienti frequentati da Gladys, funzionali alla rappresentazione della sua ricerca del belli, quei pochi a essere ritenuti significativi.
Numerosi sono i richiami allegorici e simbolici: primo tra tutti, quello nei confronti della tradizione della Chiesa anglicana, per la quale Santa Gladys conquistò il marito re grazie alla sua sorprendente bellezza. Non meno evidente, è la vicinanza di Gladys alla madre di Athalia, Jezabel, portata in scena da Racine ed esplicitamente paragonata alla protagonista. Il personaggio, d’ispirazione biblica, all’interno della tragedia seicentesca, dopo aver ucciso tutta la discendenza reale per regnare da sola, compare in sogno alla figlia Athalia come un’ombra.

Il ritmo della narrazione è garantito dalla grande capacità della Nemirovsy di raccontare una storia molto lunga in un duecento pagine, tramite sagge ellissi temporali e riassunti efficaci. Infatti, la vicenda prende origine agli inizi del Novecento, prosegue durante la Guerra, e termina nella desolazione e nel malcontento generale del dopoguerra.
Un narratore che racconta i fatti come uno spettatore esterno ma che lascia sempre spazio ai pensieri dei tanti personaggi.
Una Nèmirovsky raffinata più che mai che, ancora una volta, ribadisce implicitamente l’ingiustizia di averla lasciata ai confini della letteratura per troppo tempo.

Pietra nera, Alessandro Bertante

Ad aprile, Alessandro Bertante è tornato in libreria con il secondo volume della Trilogia del mondo nuovo: Pietra nera. Il primo capitolo, precedentemente edito dalla casa editrice Marsilio, è di prossima ripubblicazione nottetempo.

L’autore, Alessandro Bertante, è narratore e saggista. È finalista Premio Strega e vincitore del Premio Selezione Campiello Giuria dei letterati. Attualmente è docente alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, e allo IULM. Tra i suoi romanzi si ricorda Al Diavul, una fiction storica ambientata nella campagna alessandrina del primo Novecento.

Pietra nera è un romanzo di narrativa, apparentemente di genere fantascientifico, in grado di tracciare i percorsi narrativi del genere utopico. Ripercorre le tracce della storia attraverso gli echi e le atmosfere medioevali.

Quando il romanzo inizia in un immaginario paese di montagna a nord-est della città, chiamato Piedimulo, sono “trascorsi più di vent’anni dalla Sciagura, vent’anni senza uccidere e senza essere uccisi”. La pace è una condizione stabile ma minacciata, e Alessio, il Figlio dei lupi, è chiamato dal dovere a compiere un viaggio molto pericoloso, per il quale potrebbe non tornare più. Una missione misteriosa, sotto un cielo dalle tinte minacciose e lattiginose, condurrà Alessio all’incontro di Zara, una giovane donna salvata dai nemici che lo accompagnerà nel viaggio.

In un mondo violento e sconosciuto, dove l’unica legge regolatrice è la natura, vige la regola della sopravvivenza dei più forti a scapito dei deboli. Oltre le montagne di Piedimulo, Alessio, in groppa al suo mulo, scoprirà le ragioni della sua missione, fino alla riscoperta delle sue origini leggendarie. Con Nina, della quale Alessio diventerà amante, nel viaggio incorreranno in numerose comunità, e nella sosta, talvolta, pagheranno a caro prezzo il pedaggio.

Dopo la Sciagura, gli esseri umani, sono ormai rimasti in pochi, sparpagliati e divisi. La maggior parte dei sopravvissuti allo sterminio naturale, vive organizzata in comunità separate. Hanno smesso di comunicare tra loro, si incutono paura a vicenda, e non si muovono da dove sono rinati, minacciati da barbari e saccheggiatori.

Alessio e Zara, accompagnati dal mulo Ombra, compiono un viaggio allegorico verso la fondazione di un mondo nuovo. Specchio di un utopico futuro prossimo, Pietra nera rappresenta la rinascita di un mondo dopo che è stato distrutto dai misfatti e maltrattamenti dell’uomo. I pochi umani sopravvissuti al collasso delle civiltà, consapevoli di aver loro stessi rovinato il mondo, hanno riacquisito un contatto con la Natura, che finalmente ha potuto riprendersi gli spazi che l’uomo le aveva sottratto.
Tuttavia, la Natura messa in scena da Bertante, sempre attraverso il ricorso a nomi specifici, rigogliosa e libera più che mai, non è malvagia, anzi, nella sua incontaminità ricorda quella leopardiana in grado di difendere lo sguardo dell’uomo dalle atrocità.

Una terza persona rigorosa, un narratore onnisciente con punto di vista zero, in grado di esplorare le menti di tutti i personaggi, compresa quella della Natura. Una narrazione lineare che segue l’ordine cronologico degli eventi, fatta di evocanti descrizioni di luoghi e azioni. Pochi dialoghi diretti. L’azione continua, rappresentata dal continuo movimento dei personaggi, conferisce al romanzo un’andatura scorrevole, sebbene rallenti nei momenti propriamente descrittivi.

Il lessico utilizzato è al contempo familiare, elevato e fortemente evocativo della condizione dei personaggi. Un romanzo sulla natura scritto con un ritmo serrato, dove improvvisi rallentamenti lasciano spazio ad atmosfere più elaborate e magiche, che appaiono come sospese temporalmente. L’unica contestazione che sento di muovere nei confronti dell’opera è proprio nei confronti di questa accelerata successione degli eventi, che non garantisce l’effetto di immedesimazione dal quale il lettore vorrebbe essere catturato. Ma forse questo è il compito dell’utopia: lo straniamento.

Pagina 1 di 7

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén