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L'Isola di Arturo fotografato in mezzo a una tovaglia meridionale

L’isola di Arturo, Elsa Morante

Nella primavera del 1952, Elsa Morante comincia a scrivere L’isola di Arturo. Accade dopo un piccolo soggiorno nell’Isola di Procida, che la Morante compie con suo marito Alberto Moravia. Insieme alloggiano in un albergo che poi diventerà un luogo d’incontro per poeti e artisti provenienti da ogni luogo.

Inizialmente comincia a comporre Nerina, ma ne abbandona la scrittura per la stesura di un’opera che le procurerà la vittoria del Premio Strega 1957.
Il libro viene subito pubblicato da Einaudi, e dona alla Morante il riconoscimento tanto atteso.
Si tratta di un romanzo di formazione raccontato in prima persona dal protagonista del racconto, Arturo Gerace – lo stesso punto di vista che aveva ottenuto i risultati sperati con Menzogna e Sortilegio.

Arturo ha il nome di una stella. È un giovane ragazzo – ha all’incirca quindici anni quando narra la storia – destinato per sempre alla solitudine. Nonostante egli sia impossibilitato di accorgersene razionalmente, è lasciato solo fin dal principio e di questa solitudine soffre immensamente.
Prima tra tutti è abbandonato sua madre, la cui perdita dolorosa – che coincide con la sua nascita – gli cucirà addosso un’amara malinconia, che si porterà appresso per il resto dei suoi giorni. Neanche la religione gli dà conforto, e nonostante sia stato battezzato, Arturo non crede in Dio e si professa fieramente ateo.

I primi anni della sua esistenza trascorrono lunghi e beati tra spiagge e scogliere, anche grazie alla presenza di Silvestro, un soldato balio che si prende cura di lui durante l’infanzia e lo alleva con il latte di capra. Questo personaggio rappresenta per il neonato una figura che, tramite il ricordo, riuscirà ad accudirlo anche quando sarà ormai cresciuto e lontano. Oltre a ciò, una compagnia che sopraggiunge in soccorso delle grandi mancanze.

Suo padre, Wilhelm Gerace, trascorre la maggior parte del tempo lontano da Procida, perché va in cerca di affari e divertimenti in giro per il mondo. Non va d’accordo con nessuno, ma per Arturo è un idolo irraggiungibile, e tutto ciò che gli appartiene pare essere circondato da un’aurea regale. I suoi racconti sono miti leggendari, e ogni compito che gli viene assegnato, per Arturo diviene l’occasione per avere l’attenzione del padre.
Wilhelm gira per l’isola in chiassosi sandali di legno, la camicia aperta sul petto; non ha mai un aspetto presentabile o raccomandabile, ma a lui ha promesso che quando sarà grande abbastanza partiranno insieme alla scoperta del mondo.

È così che scorre il tempo per Arturo Gerace: ogni volta, accompagnando il padre fino al molo per salutarlo con la mano e vederlo andar via, per poi aspettare il suo rientro nel grande Castello.
La loro dimora è un antico monastero dove Romeo l’Amalfitano (il più antico abitante di Procida) si era stabilito – ereditato poi dal padre di Arturo, in quanto suo unico amico.

Il luogo è segnato da una leggendaria maledizione: qualunque donna vi abiterà sarà condannata a morire.

Il castello

sorge, unica costruzione, sull’alto di un monticello ripido, in mezzo a un terreno incolto e sparso di sassolini di lava. La facciata guarda verso il paese, e da questa parte il fianco del Monticello è rafforzato da una vecchia muraglia fatta di pezzi di roccia.

Procida è di origine vulcanica, e nonostante la vicinanza alla più chiassosa Napoli, l’Isola di Arturo non assomiglia per niente alla grande città. Il porto è popolato solo da chiatte o barconi mercantili, lontano dal traffico che affolla quegli altri vicini. Viene descritta come un luogo lontano da qualsiasi tempo e dalla Storia, dove gli abitanti sono taciturni, e il mare ascolta e racchiude i segreti dei procidani.

In tutta l’Isola, regna un silenzio sovrano, e la natura – fatta di ginestre, fiori spontanei e verdi colline – accudisce il giovane Arturo. L’unica compagnia per il ragazzo è Immacolatella, una cagnetta a cui è riuscito ad affezionarsi anche sua padre. Proprio questo animaletto sarà collegato al suo primo grande dolore, derivante dalla sua perdita.

Un giorno suo padre torna a casa con una giovanissima fidanzata, Nunziatella, e Arturo impazzisce di gelosia.

È spaventato dall’idea che abbia deciso di portarla dentro il Castello, e ancor di più teme che le sue attenzioni possano risentirne. Tuttavia, è rincuorato nel constatare che lui non la guardi nemmeno, e sin da subito si dimostra nei confronti di lei sgarbato, autoritario – e persino violento!

L’isola di Arturo narra il passaggio di Arturo dalla sua infanzia alla piena maturità. È un eroe valoroso, la cui storia è raccontata attraverso la moltitudine di sentimenti che prova. Ci sono dentro tutti: il dolore, il tradimento, la solitudine, il rimorso, il rimpianto, la compassione, l’amore, l’amicizia, la lealtà. Per questo ragione, Arturo dovrebbe essere letto più spesso e in quel momento della vita.

Sarebbe difficile, ancora una volta, tentare di inserire la scrittura di Elsa Morante in altri gruppi stilistici. La Morante è una scrittrice totalmente nuova, ogni volta che si appresta a scrivere.

Elsa Morante è precisa, accompagna il racconto con lunghissime e indimenticabili descrizioni che rendono l’ambientazione del racconto dettagliata, e i personaggi finemente caratterizzati. La prosa della scrittrice non lascia intravedere modelli. È asciutta, e ogni suo grande periodare conduce a un’immedesimazione così profonda, che alla fine ci sembrerà di essere noi stessi Arturo. Di aver provato, almeno una volta, ognuno di un ventaglio dei sentimenti raccontati.


Le parole tra noi leggere, Lalla Romano

Le parole tra noi leggere venne pubblicato per la prima volta all’interno della collana dei Supercoralli nel 1969. Einaudi ha un ottimo fiuto, e il romanzo vince il Premio Strega. L’attesa è tanta, perché Lalla scrive da molto, fin dal 1938, quando Soffici la invita a scrivere i primi racconti che troveranno pubblicazione negli anni Novanta.

Lalla Romano, oltre a dipingere e dedicarsi alla scrittura, comincia a insegnare italiano e storia a Cuneo, alla giovane età di ventitré anni. Traduce numerosi capolavori della letteratura, come i Trois contes di Flaubert, o preziosi scritti di Delacroix, sotto l’incoraggiamento di Pavese, dopo aver vissuto al lungo con il figlio a Torino, si trasferisce a Milano.

Lalla Romano è un’artista a tutto tondo, non si limita a scrivere. Studia pittura a Torino, fin da quando è giovane dipinge, è proprio l’amore per l’arte a portarla spesso ospite di esposizioni collettive, a Milano e poi a Torino. Diventa moglie di Innocenzo Monti, il futuro presidente della Banca Commerciale Italiana. La nascita del figlio, nel 1933, porta in lei un’ondata di cambiamento. Nel 1941 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Fiore, e in quell’opera Gianfranco Contini, riconosce l’eleganza di “certe poetesse del Cinquecento”.

Le parole tra noi leggere è l’opera più acclamata dell’autrice, anche quella più personale.


Infatti, qui, la componente autobiografica è presente più che negli altri suoi scritti. Il protagonista indiscusso è suo figlio Pietro, da loro tutti conosciuto come Piero. Il titolo è tratto da un verso di Montale, è sta a indicare il dialogo che si intrattiene tra Lalla Romano e suo figlio. Tuttavia, in qualche modo, anche la stessa autrice può considerarsi protagonista della narrazione.

Sin dal momento in cui la Romano concepisce suo figlio, si lega a lui tramite un amore viscerale. Non si tratta semplicemente di una certa vocazione per il ruolo di madre, ma di un amore spropositato che nutre nei confronti del figlio. Le parole tra noi leggere è una dedica che Lalla Romano scrive per suo figlio, altro non è che il racconto della sua vita, da quando nasce e finché non si sposa, allontanandosi definitivamente dal nido materno. Tuttavia, non tutto appare così semplicemente.

Il rapporto che unisce madre e figlio, infatti, non è lieto come lo si potrebbe aspettare. È tutt’altro che leggero, è violento, ribelle, fondato sull’incomunicabilità, sulla contrastante posizione di pensieri. Eppure, Lalla Romano, non smette mai di giustificare il suo bambino. Lo coccola, lo osserva mentre dipinge, realizza oggetti di piccolissime misure, sculture, mezzi busti e teste di pietra, ha un grandissimo amore per le armi, e proprio per queste, Lalla – nonostante la paura di questi oggetti – anziché spaventarsi, risparmia il denaro per accontentarlo. Cerca continuamente di capirlo. Legge tra le sue cose, ma ogni speranza è vana. Perciò scrive Le parole tra noi leggere.

Le parole tra loro leggere sono quelle che non hanno avuto bisogno di dirsi.

Lalla Romano è sempre spaventata che a suo figlio possa succedere qualcosa, non smette mai di aspettarsi che da un momento all’altro qualcuno la chiami per dichiararne l’arresto, lui è un rivoltoso, ma lei si limita a descriverlo, tramite i suoi occhi – più buoni, perché madre del figlio che racconta – e quindi privandolo di qualsiasi colpa e rendendocelo come un personaggio che proprio non possiamo odiare.

Piero appare al lettore divertente, irriverente, maleducato, mai cattivo o pericoloso, assomiglia alla Romano molto più di quanto lei stessa vuole ammettere. Insomma riesce a colpirci positivamente, anche quando agisce male, perché il narratore velatamente lo giustifica.

Le parole tra noi leggere diviene dunque il racconto, un modo attraverso cui parlare del figlio e al contempo di sé.

Il resoconto di un legame difficile tra madre e figlio, realistico, ma che non rinuncia mai alla fantasia. Ciò che, in pratica, Lalla Romano fa con inaudita preparazione, è mettere insieme gli scorci più belli della vita di suo figlio, un abile bricolage di temi scolastici, lettere, appunti, scritti dal figlio, dando al racconto la struttura del romanzo, che si rivela, appassionante e appassionato. Ma il suo intento è molto più profondo: vuole indagare suo figlio, comprenderlo, leggerlo.

Il linguaggio della Romano è sempre il suo. È quello della poesia, la ricercatezza lirica, la stessa Romano lo dice “Il linguaggio è tutto: è la chiave”, e il suo mantiene la dolcezza anche nei momenti più duri e nelle descrizioni più ripugnanti.

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