Tag: Letteratura del Novecento Pagina 1 di 2

Immagine che ritrae i due libri fondamentali per la comprensione di Romain Gary, cinti con un nastro rosso sopra un marmo bianco. Edizioni Neri Pozza, Piccola Biblioteca

Vita e morte di Romain Gary

In russo, gari significa brucia!, un comando al quale Romain Gary (all’anagrafe Romain Kacev) non riesce a sottrarsi. Un brillante scrittore ebreo, figlio d’arte, nato nel 1914 in Lituania, che ha lasciato un segno nella letteratura francese del Novecento, sempre attento ai deboli e ai personaggi più dimenticati della società.

Romain Gary, figlio di Ivan Mosjoukine – celebre attore e regista russo – e di Mina Owczynska, giunse in Francia per la prima volta alla giovane età di tredici anni. Con sua madre, Gary ha un rapporto speciale: riconosciuta più volte sotto la qualità di «madre straordinaria», il suo ricordo è vivo tra le pagine della Promessa dell’alba. In realtà il loro rapporto è abbastanza tormentato: Gary è ossessionato dal suo amore, dalle scelte che ella farebbe al posto suo – come un grillo parlante o una coscienza scomoda – ed è proprio in quelle circostanze materne che per l’autore origina «un costante bisogno di femminilità»; una frequente ricerca di affetto e dolcezza. Tanto che, per tutta la vita, sarà molto caro per Gary abbandonare quell’etichetta di sciupadonne e di Don Giovanni che in realtà egli disprezza totalmente.

Del resto è risaputo: per tutta la vita sono andato alla ricerca della femminilità. Senza quella, l’uomo non esiste.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 10

Immagino che sia quel che si definisce una madre “invadente”, una madre “dominatrice”. Avevo sempre un testimone dentro di me, ce l’ho ancora. Gli adolescenti diventano delinquenti perché non hanno testimoni. Padri e madri che se ne fregano, oppure né padri né madri. Senza un testimone interiore si può arrivare a fare di tutto.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 9

L’educazione di Gary è forgiata dal professor Louis Oriol.

Un’infanzia e un’adolescenza abbastanza travagliate: più volte accusato, interrogato dalla polizia (almeno tre volte), arrestato, sempre presente all’appello delle sbagliate compagnie, Romain Gary trova nella letteratura e nella conoscenza le uniche sue vie di espressione, all’interno di una società fondata sul machismo, e quindi sulla predominanza dell’uomo sulla donna.

Arrivato a Nizza, Gary è seguito da un insegnante invalido della prima guerra mondiale, «che bisognava sollevare dalla poltrona per farlo arrivare alla cattedra».

Non lo dimenticherò mai. Mai. Gli uomini non si fanno scopando, si fanno con le mani.

la notte sarà calma, Romain Gary, neri pozza, milano 2011; p. 120

Il ruolo di Romain Gary all’interno della società francese è andato ben oltre un’aderenza alla figura di vate.

Per Gary l’arte ha l’obbligo di adoperarsi per la ricerca dei valori veri; e lo scrittore, anch’egli, ha il dovere di ricercare la verità all’interno della propria letteratura. Ma la concretezza di Gary non si limitò a emergere nelle sole narrazioni.

In seguito agli studi in giurisprudenza si arruola nel corpo dell’Aviazione francese, e condividendo con il generale De Gaulle lo spirito e gli ideali, combatterà con la Forces aériennes françaises libres durante la Battaglia di Francia. Riconosciutagli dopo la guerra, la Legion d’onore (la più alta onorificenza conferita dallo Stato francese), Gary intraprese la carriera diplomatica come console generale francese in California.

La parola “diplomatico” non nasconde niente di più misterioso di un negoziatore, qualcuno capace di stabilire contatti a un livello più o meno elevato, un uomo da “pubbliche relazioni”, e un avvocato. Per quanto riguarda poi le nozioni di ambiguità e di menzogna, sono particolarmente comiche. È un mestiere in cui è praticamente impossibile mentire, poiché la maggior parte del tempo si tratta della trasmissione di consegne precise.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 114

Dopo i primi tentativi letterari, all’interno dei quali è già possibile intravedere parte di quella che sarà la sua filosofia, nel 1956 Gary si aggiudica il Goncourt con Le radici del cielo.

Un romanzo protoecologista, che si pone nella tradizione letteraria come anticipatore rispetto a temi allora ancora poco dibattuti. Romain Gary ha un gran rispetto della Terra, della natura, e dell’ambiente; incornicia Le radici del cielo con le terre africane, ma il focus è rivolto agli elefanti, bestie immense per cui egli spinge alla difesa della specie. Ma l’attenzione per i deboli si fa lampante quando i prigionieri di un campo di concentramento, tornati in libertà ricominciano a vivere e si reinventano.

In quegli stessi anni, frequenti sono i soggiorni in lungo e in largo per l’America – anche grazie al suo incarico di console. Gary comincia a comporre alcune delle sue opere in americano, poi le traduce (riscrivendole in toto) in francese.

Il viaggio, in modo particolare, rappresenta per l’autore una via per entrare in contatto con la conoscenza, e la scoperta dell’altro. Questo desiderio costante di scoprire l’ignoto, accompagnerà sempre Gary nella quotidianità, al punto che anche le lingue da usare diventano per lui un modo per «ricercare un “altrove”».

Negli anni Sessanta, Gary sposa l’attrice Jean Seberg, l’interprete di Bonjour tristesse e A bout de soffle.

Romain Gary e Jean Seberg

La loro unione è destinata a durare per nove anni, ma quando si incontrano, tra di loro, molta è la differenza d’età. Seberg ha appena vent’anni, e Gary decide di lasciare per lei la carriera. Insieme hanno un figlio, ma la storia si conclude con il divorzio. Un «divorzio perfettamente riuscito» tuttavia, perché quando arriva, la coppia già da un po’ si è avviata verso la lacerazione e «la perdita di ispirazione», e decide consapevolmente di mettere fine alla relazione. Da quel momento, cambia anche il ruolo che Gary ha nei confronti della donna, che passa «dal ruolo di moglie a quello di figlia», dal momento che Gary non ha mai avuto figlie femmine.

Alle accuse che gli vengono rivolte, circa il fatto che Gary esercitasse «un ascendente totale su Jean Seberg e la formava, la plasmava a suo piacimento», l’autore spiega nella Notte sarà calma:

Aveva molta più influenza Jean su di me che io su di lei, e credo che lo si possa dimostrare facilmente. Quando l’ho incontrata, lei era una stella del cinema e io un console generale in Francia. Quando ci siamo separati, lei era sempre una stella del cinema, e io ero diventato un regista.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 229

Ma tantissime sono le donne che Gary amò in vita sua, prima tra tutte la giovane Ilona Gesmay, schizofrenica e dipendente dalle droghe.

Dietro questa fine disperata del primo amore di Gary, si nasconde il totale disprezzo dell’autore verso le dipendenze. Ma c’è anche un’altra donna che compare quando Gary ha diciannove anni, una donna di cui egli si innamora ma che lo abbandona per un altro che le insegna a «farsi in vena». Per tutta la vita, Gary si tiene lontano persino dall’alcol, nonostante entri spesso in contatto con un mondo americano sfavillante, e pieno di promesse, di feste e dipendenze, tra i quali personaggi primeggia Marilyn Monroe – un’attrice eccezionale, che si era persa nel ruolo che l’America le aveva cucito addosso, senza possibilità di ritrovarsi.

In quegli anni, Gary continua a viaggiare per il mondo, e mai smette di rivolgere alla scrittura gran parte delle proprie speranze.

Scrive un libro appresso all’altro, e dedica al momento della composizione dalle sette alle nove ore al giorno. La scrittura, in qualche modo, diviene per lui un dovere – e al contempo un incredibile potere, tramite cui cercar di cambiare il mondo, o di avvicinarlo a un ripensamento dello stesso.

Ma la scrittura, per Gary non è soltanto un modo con cui tentare di mettere a posto le idee degli altri; è anche una via per leggersi dentro, per comprendersi, per soddisfare quel desiderio di raggiungere sempre altre dimensioni, altre realtà.

Locandina del film di Romain Gary, Gli uccelli vano a morire in Perù, con Jean Seberg

Anche il cinema diventa per Gary un mezzo su cui riversare le proprie attenzioni; con la regia degli Uccelli vanno a morire in Perù, Gary approda finalmente anche alla settima arte, e lo fa portando in campo un tema coraggioso che gli avrebbe dato diverse grane. Ciò di cui Gary voleva parlare era infatti la questione cara agli anni Sessanta-Sessanta sulla frigidità femminile. Alla sua comparsa nelle sale il film venne censurato poiché, come c’era d’aspettarsi, i modi di Gary erano i soliti: rudi e taglienti, per una delle opere più irriverenti e femministe di quegli anni.

Ma nel 1979, arriva per Gary un colpo fatale, da cui sarà difficile riprendersi senza dover sacrificare una parte di sé. L’attrice ed ex moglie Jean Seberg viene ritrovata esanime all’interno della propria automobile, dopo un’ingestione mortale di barbiturici. Come se, anche quell’atroce fatto, non fosse altro che una conferma di tutte le idee che Gary aveva sostenuto a gran voce.

Solamente un anno dopo sarà Gary a togliersi la vita, e a compilare di suo pugno un testamento che gli sarà pubblicato postumo.

Ma dietro quelle pagine manoscritte, si nasconde in realtà un segreto che agli occhi di molti era risultato del tutto occulto. Perché tra quelle rivelazioni, Gary dichiarava di essersi nascosto per molto tempo dietro lo pseudonimo di Emile Ajar, nonché vincitore del Goncourt con La vita davanti a sé. Ed è questa, forse l’opera più grande di Gary, quella che sottintende il suo vero originario intento: costruire un romanzo, in cui anche l’autore potesse far parte di quel gioco di finzione proprio della narrativa. Così, il detto di Rimbaud, il più visionario tra i poeti, «Io è un altro» non può che divenire perfetto se lo si cala sul personaggio di Romain Gary.

Appena uscito, La vita davanti a sé si aggiudicò il Goncourt, e procurò a quello scrittore esordiente una popolarità tale che non di rado Ajar veniva paragonato all’ormai «fallito» narratore francese, Romain Gary. Nessuno però era stato in grado di andare oltre quel gioco di finzione, nemmeno quando dietro l’immagine dell’autore si scoprì esserci suo cugino, Paul Pavlevitch. Invece, solo con la scomparsa dell’autore, Gallimard si preoccuperà di diffonderne il testamento letterario, fino a rimettere in discussione l’intera società letteraria francese, e il ruolo del romanzo nella società.

Ajar non fu l’unico pseudonimo utilizzato da Gary – come sappiamo, Gary stesso lo era.

Romain Gary è stato autore anche di un romanzo poliziesco a tinte politiche, Le Teste di Stéphanie, con il nome di Shatan Bogat; e persino di un testo satirico-allegorico firmato con il nome dell’italiano Fosco Sinibaldi. Era come se anche tutti gli elementi della vita di Gary facessero parte di un grande romanzo, a partire dall’autore stesso.

Le molte donne che ha frequentato, le idee che egli ha avuto la forza di sostenere, l’attenzione particolare per i deboli e i meno fortunati hanno contribuito a rendere Gary un grande autore indimenticabile della letteratura francese.

Anche l’operazione compiuta per la scrittura della Notte sarà calma, ha qualcosa di originale, perché prende vita da un’intervista che Gary affida a un giornalista immaginario, che ha il nome di un suo amico d’infanzia. Insieme a Vita e morte di Emile Ajar, La notte sarà calma è un testo fondamentale per comprendere l’autore. Ma per la brama di conoscerlo, non si cada nell’errore che basti leggere gli scritti autobiografici, in quanto Gary è onnipresente in tutte le sue produzioni. C’è molto di lui anche nella Vita davanti a sé, nelle Radici del cielo, in Cane bianco, e in tutti i testi che hanno contribuito a rendere celebre la sua figura.

L’intento primordiale di Gary non era tanto quello di sottrarsi dalla scena pubblica, bensì la volontà di dimostrare in che modo un autore può rimanere «prigioniero della “faccia che gli hanno creato”». Insieme a questo, vi è il profondo desiderio di Gary di avere la propria rivincita, ormai considerato come uno scrittore che aveva già dato tutto ciò che poteva dare. Ed è per quello che alla fine, anche La vita davanti a sé è il romanzo dell’angoscia di un ragazzino per tutta la vita che ha davanti, proprio come Emile Ajar.

Una vita al limite è stata quella di Romain Gary: incompresa, poco analizzata, e osservata soltanto da un unico punto di vista.

Sognatore e amate instancabile, Gary ha dato vita a un genere di narrazione che prima d’allora non esisteva. Potremmo qui chiamarlo il romanzo totale, un romanzo di cui non fanno parte solo le storie e i personaggi che popolano i libri, ma di cui fa parte l’autore stesso.

Così Gary, ormai depresso e arreso alla perdita della sua ex moglie, lascia scritto che con quell’addio non c’è alcun collegamento con la scomparsa di Jean Seberg. E negli ultimi propri istanti di vita si preoccupa per chi lo ritroverà esanime dopo essersi sparato un colpo di pistola. Per questo, acquistò una vestaglia scarlatta affinché chi lo avesse scoperto non ne rimanesse traumatizzato dalla visione del sangue. Anche in queste sue azioni, d’altronde, è possibile riconoscere quel Romain Gary caritatevole e pieno di cuore, che la stampa ha sempre faticato a identificare.

Immagine dell'autore Romain Gary in compagnia del suo cane, ritratto in bianco e nero mentre siede davanti alla scrivania con la penna stilografica in mano

E nel salutare e concludere la sua pseudo intervista con il giornalista amico d’infanzia, la tenerezza del cruento Gary dalle parole atroci e scurrili ma delle storie piene d’amore, si racchiude tutta nel pensiero che egli dedica al proprio cane, che sogna di rincontrare in miglior vita.

Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie.
Romain Gary, 21 marzo 1979.

conclusione di vita e morte di Emile Ajar, Romain Gary, neri pozza, milano 2016
Immagine che rappresenta il libro "Agostino" di Moravia rappresentato sopra un divano, in primo piano, con dietro sfocati fiori e piante

Agostino, A. Moravia

È il 1942, quando a Capri, durante quell’estate in cui tutte le cose sarebbero cambiate, Moravia si accingeva a scrivere Agostino. Un libro, che nel suo titolo, avrebbe per sempre ricordato quel momento in cui gliene venne idea, proprio durante il mese di agosto. Proprio allora, Moravia doveva di certo aver ricordato una sua estate, di molti anni prima, quando «gli ultimi boati di un’altra guerra sembravano spegnersi sul mare e sulle spiagge di Viareggio».

C’è qualcosa di primitivo nel brevissimo Agostino, qualcosa che spiega tutte le opere da Moravia. «È la cerniera che congiunge Gli indifferenti ai miei libri successivi» dichiarò ad Alain Elkann, nella sua celebre intervista divenuta una biografia a quattro mani. Ma oltre questo, in Agostino c’è qualcosa d’altro e di più profondo, un’ «esemplarità culturale, storica e per così dire antropologica che si poteva accordare alla storia del fanciullo moraviano».

Agostino fu il libro che consentì a Moravia di ricevere il suo primo riconoscimento, il Premio del Corriere Lombardo.

Scritto in tempi brevissimi, dapprincipio Agostino incontrò grandi difficoltà per la pubblicazione, a causa della guerra e della considerazione che si aveva dell’autore, oltraggiato dalla censura a partire dagli Indifferenti. La prima edizione uscì solamente nel 1944, e per quanto rechi nelle prime pagine la dicitura «finito di stampare nel mese di febbraio» i moraviani dovettero aspettare la fine della guerra, l’estate, per leggerlo.

Impreziosita dalle illustrazioni di una storica amicizia di Moravia, il pittore Renato Guttuso, Agostino rappresentava un ritorno alla narrativa e alle tematiche tanto care agli Indifferenti. L’alienazione, l’incomunicabilità degli individui moderni e il mondo delle apparenze sono solo alcuni tra i temi ritrovati.

Questo brevissimo testo, pare – oggi più che mai – volesse rappresentare quel bisogno di rifondazione di un’intera cultura smarrita dalla guerra. Eppure, Agostino è ben lontano dall’essere un libro di guerra; e al contempo, è estraneo anche al tentativo autobiografico. È vero però che, in quell’estate a Viareggio che Moravia ricorda in molte delle sue interviste, qualcosa doveva esser successo se la memoria indelebile di quegli anni giovanili ancora lo conduceva a riflettere su quei giorni.

Delle prime vacanze a Viareggio poco ci è dato sapere.

Tuttavia, pare che fossero numerose e che procedessero puntuali, ogni anno, dal 1917 al 1921. È nelle pagine scritte al cugino Nello Rosselli, che appare vivida l’esperienza traumatica che Moravia ebbe negli ultimi anni di quelle vacanze. Ormai private del gioco e dei balocchi infantili, non dobbiamo dimenticare che in quegli anni, la malattia all’anca peggiorò significativamente e bloccò Moravia allettato.

In quei tempi giovanili, Moravia, oltre che per la propria condizione, soffre anche per la conseguenza delle sue sfortune. La solitudine è ciò che più lo mette in pena, ciò che lo porta a riflettere su quanto il mondo sia abitato da illusioni e governato dal regime dell’apparenza; sconvolto dai lussi e dall’abbacinante modernità. Eppure, nonostante tutti si affrettino ad attribuire alla vita di Moravia questo e quell’altro fatto provenienti dall’intreccio, fu l’autore stesso a screditare le accuse.

Agostino si comporta così perché è il personaggio Agostino e si è incontrato con quegli amici e con quella mare. Io ero diverso, i miei rapporti con mia madre erano diversi, e naturalmente all’età di Agostino non sapevo neppure cosa fosse una casa di tolleranza.

vita di moravia, a. elkann, a. moravia, bompiani, milano 2007.

Agostino è il nome del protagonista. Un bambino che si accinge a diventare uomo, ma che ancora non ha raggiunto la maturità e occupa un limbo tra l’infanzia e l’età degli adulti.

Agostino non è più un bambino ma non è ancora un uomo. In vacanza con una madre vedova, il cui fascino è in grado di destare tutti i bagnanti, egli trascorre le proprie giornate tutte uguali. Ma di quell’abitudine, Agostino ancora non si è accorto: gli pare che trascorrere persino la noia con lei sia l’unica cosa che gli interessa. E così, ogni mattina, insieme affrontano il mare e si spingono a largo, su di un patino guidato da un giovane uomo, il giovane bagnino, da cui sua madre non riesce a distogliere lo sguardo.

Di quel morboso interesse, Agostino non approva la dedizione che ella ripone nel pavoneggiarsi, e nello sfruttare ogni buona occasione per mettersi in mostra. Perché se da un lato, quei momenti diventano occasioni per lui di adulazione nei suoi confronti; dall’altro, la gelosia, un sentimento che mai Agostino ha sentito così vivo, si impossessa di lui da capo a piedi.

Solo allontanandosi da lei, Agostino può dedicarsi all’osservazione del mondo, e qualche metro più avanti sulla rena, incontra un giovanotto che non ha nulla a che fare con lui, ma che gli fa simpatia: Berto. Le loro differenze sono subito rilevate: Agostino è figlio della borghesia, e non ha mai dovuto preoccuparsi di niente che di andare a scuola, e contentare sua madre in ogni modo possibile; Berto, invece, è il figlio di un marinaio, e con i suoi amici trascorre le giornate a bighellonare e commettere furterelli di poco conto.

L’incontro di Agostino e Berto rappresenta per il giovanotto borghese una luce sul nuovo mondo. E sarà proprio lui, insieme alla sua combriccola, ad animare in Agostino la convinzione che in quelle nuotate al largo, ci sia molto di più di ciò che nemmeno immagina.

Agostino non capisce, e si muove incerto nell’evidenza di quei fatti che gli sono narrati. Niente gli sembra più comprensibile: gli eventi, le parole, i comportamenti di sua madre; e anche quei sentimenti, che gli altri ragazzi bramano di provare, a lui non arrecano che un senso di ripugnanza inedita.

Sarà quella comitiva di popolani, Berto, Homs, Sandro, Tortima, il più adulto Saro, ad aprirgli gli occhi su ciò che sta accadendo. Lo deridono per la sua inesperienza, lo prendono in giro per la sua casa da venti stanze, mentre di sua madre hanno un’impressione distante dalla fascinazione pura che Agostino prova per lei. Più che adoranti, i suoi amici ne appaiono attratti fisicamente, e non esitano a perdersi in commenti sguaiati nei confronti di quella donna, che ad Agostino pareva tanto di conoscere.

Tuttavia, neanche quelle accuse riescono a dar coscienza ad Agostino. Perché Agostino dovrà vedere con i propri occhi ciò che accade alla carne quando incontra altra pelle e altri sospiri. Agostino è ancora acerbo, eppure, da quel momento, capisce che la sua vita non può più procedere allo stesso modo. E che sua madre, prima ancora di essere madre, è donna.

Agostino è vittima della violenza degli adulti, ma è tutt’altro che rassegnato. La sua protesta è silenziosa, ma esiste, è tangibile, ed è ciò su cui si fonda tutta la narrazione.

È Agostino a ritornare dai popolani del Bagno Vespucci, nonostante loro abbiano modi di giocare molto distanti dai suoi e proseguano spesso a deriderlo. Ed è ancora lui che tenta di sottrarsi a quella prima idea di femminilità che gli proviene dalla figura materna, ormai recepita come donna, ma invischiata di un senso di impurità intollerabile per Agostino. È Agostino che cerca la verità: quest’evidenza che improvvisamente rende grandi i bambini, la scoperta della corruzione e dell’impurità prima nel mondo e poi in se stesso.

Con una scrittura che ha il coraggio di andare fino in fondo, i periodi lunghi moraviani e il lessico ricercato, Agostino riporta l’autore a quel suo narrare della prima narratività.

Una scrittura ricca di orpelli, e suppellettili; una scrittura che lascia poco al caso e che esplora in profondità le tragedie, l’indisposizione e il senso di inadeguatezza dell’individuo del secolo scorso. Temi che a partire da quegli anni Quaranta del Novecento, intrecciandosi alla vita poetica e spesso ingiusta dell’autore, al suo rapporto complesso con il sesso e la solitudine, hanno reso Moravia uno dei più grandi rappresentati del realismo e dell’esistenzialismo.

Grazia Deledda in una libreria di design. Il romanzo ritratto è Cosima, celebre autobiografia

Cosima, G. Deledda

Il 15 agosto 1936, nella città di Roma morì Grazia Deledda: la prima donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Nonostante in pochi abbiano letto almeno una sua opera; nonostante pochissimi editori stampino Canne al vento, e quasi nessuno stampi le altre opere; tutti quanti dovremmo conoscerla.

La perdita di Deledda rappresentò per i suoi lettori un grave lutto, tuttavia addolcito da un breve testamento. Sto parlando del manoscritto inedito di Grazia Deledda, Cosima – un testo scritto a mano rinvenuto postumo.

A un mese dalla sua scomparsa, la Nuova Antologia iniziò a pubblicare il romanzo, con il titolo di Cosima, quasi Grazia. L’anno successivo, l’editore Treves presentò in una nuova edizione per il grande pubblico l’ultimo romanzo di Deledda.

Cosima è un testo breve ma dalla lettura lenta e riflessiva: perché, anche stavolta, Deledda arricchisce i suoi romanzi con lunghe e abbondanti descrizioni – che spesso e volentieri prendono vita dal costante e intricato pensare della protagonista. Tantoché, spesso, il nome di Deledda è abbinato agli stream of cousciousness di Virginia Woolf – la grande scrittrice del pensiero.

Tuttavia, Cosima non può essere definito semplicemente un romanzo (dicasi di racconto verosimile ma che trae costituzione dalla fantasia) in quanto, prima ancora di narrar una storia, la missione deleddiana è – in questo caso – quella di raccontare la propria giovinezza per rappresentare una società arretrata e patriarcale.

Se il romanzo famigliare era una forma già sperimentata da Deledda, Cosima, dunque, potrebbe esser considerato una autobiografia volta a narrare di quegli infelici anni infantili e della prima adolescenza di Deledda.

Cosima corrisponde al secondo nome di Grazia Deledda, ma anche gli altri nomi citati nel racconto sono in gran parte fedeli. Così come i luoghi in cui prende vita la vicenda: il monte Orthobene, la tomba dei Giganti, Nuoro, e la stessa casa e il vicinato di Deledda. Tutti i luoghi sono reali e si possono visitare. L’ambiente circostante, e soprattutto la natura, il lavoro nei campi, e specialmente la descrizione di una realtà umile occupano uno spazio di rilievo. Deledda – definita insieme a Colette come “la più botanica degli scrittori” – imbastisce il racconto di dettagli e descrizioni che tracciano il ritratto di una regione che non è stata mai narrata abbastanza.

Cosima racconta la vita della famiglia Deledda. Una famiglia benestante, imborghesita ma imprigionata ai vincoli e alle credenze paesane del luogo in cui vive. Giovanni Antonio Deledda possedeva terre e bestiame e intratteneva numerosi rapporti con il continente. Inoltre –  e qui probabilmente si nasconde il germe della passione che travolgerà sua figlia – Giovanni Antonio componeva poesie. La madre, invece, ben rappresentava la vera anima di una vecchia Sardegna, fatta di padri autoritari e madri sottomesse. Francesca Cambosu era una donna tutta d’un pezzo, custode ostinata del cosiddetto codice dei padri – un codice che i figli, tuttavia, non rispettavano più. Ed è proprio dall’infrazione di questo codice che comincia la vicenda narrata. Sarà Grazia, la prima a infrangerlo sacrilegamente, testimone di un mondo che ha smarrito le antiche certezze.

Cosima, però, non si erge soltanto a memoria della famiglia di Deledda, ma anche come simbolo di un’intera società.

Il ritratto di una società patriarcale sarda alla fine dell’Ottocento, nel momento in cui è scossa da una profonda ondata di cambiamento e modernità. Si può dire che questo mutamento della società è centrale in tutta l’opera e alla base della stessa. Infatti, Cosima potrebbe esser considerato un romanzo di formazione, perché accompagna Deledda dalla giovinezza e le grandi speranze, a una maturazione raggiunta con la decisione di abbandonare Nuoro. Attorno a lei, per quanto sia la prima a dar pensiero ai genitori, anche i suoi fratelli sono ribelli verso la vita. Anche loro tendono verso un cambiamento e al contempo non accettano le ambizioni di Graziedda.

Gli effetti della nuova vita sui singoli personaggi sono devastanti. Nonostante ciò, la maggior parte di loro è sconfitta in partenza. Pare che l’unica a mettersi in salvo sia Cosima.

Fin dall’inizio del racconto è proprio lei a ribellarsi al ruolo delle donne sarde, per difendere il diritto di auto-affermazione e indipendenza. Tra brevi innamoramenti e romanzi letti di nascosto, Cosima sogna di fare la scrittrice ma dopo la quarta elementare abbandona la scuola. Nonostante la sua passione sembri una delle poche speranze rimaste per far risollevare economicamente la famiglia dopo la morte del padre, su di lei cala una spessa ombra di pregiudizio e cattiveria.

Ma il danno ormai è fatto! Deledda manda i suoi primi racconti a una rivista che accetta di pubblicarli e le chiede in lettura anche gli altri testi. E in questo modo, per Grazia esplode la carriera di autrice appena adolescente, contro il parere di tutti e gli sguardi torvi dei compaesani. Perciò, nonostante la ribellione di Cosima si presenti come una storiella narrativamente ben costruita, in realtà va ben oltre, e a mano a mano acquista il peso dell’esser simbolo e manifestazione evidente di una svolta culturale in atto per la società sarda del tempo.

Un frammento di vita, potremmo definirlo, esemplare per comprendere in che modo il percorso di Deledda abbia da insegnar tanto.

Un’adolescenza vissuta con coraggio e tenacia, con la capacità – quasi sempre impossibile – di trovare il modo per opporsi a un destino tramandato di madre in figlia. Una vita vissuta all’insegna del dolore e della rinuncia, cominciata sotto il peso della disgrazia e della menzogna – tutte quelle lettere, quei libri e quelle storie su cui aveva imparato a leggere venivano nascoste agli occhi di sua madre. Ciò che si aspettava da lei era un futuro di moglie, di donna che si sarebbe presa cura di un marito e poi di un figlio. Ma non era questo ciò che Deledda sognava per sé, e sarà proprio quando comprenderà di non poter render felice sua madre – e in tal modo di gravare anche sulla sorte delle altre sorelle – che dovrà pagare il prezzo della lontananza dalla casa paterna. Quella sembra essere l’unica soluzione rimasta: staccarsi da quel mondo chiuso e andare a cercare la fortuna lontano, in quel solo posto che sogna di raggiungere fin da quando l’ha sentito raccontare: Roma.

Pagina 1 di 2

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén