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Grazia Deledda in una libreria di design. Il romanzo ritratto è Cosima, celebre autobiografia

Cosima, G. Deledda

Il 15 agosto 1936, nella città di Roma morì Grazia Deledda: la prima donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Nonostante in pochi abbiano letto almeno una sua opera; nonostante pochissimi editori stampino Canne al vento, e quasi nessuno stampi le altre opere; tutti quanti dovremmo conoscerla.

La perdita di Deledda rappresentò per i suoi lettori un grave lutto, tuttavia addolcito da un breve testamento. Sto parlando del manoscritto inedito di Grazia Deledda, Cosima – un testo scritto a mano rinvenuto postumo.

A un mese dalla sua scomparsa, la Nuova Antologia iniziò a pubblicare il romanzo, con il titolo di Cosima, quasi Grazia. L’anno successivo, l’editore Treves presentò in una nuova edizione per il grande pubblico l’ultimo romanzo di Deledda.

Cosima è un testo breve ma dalla lettura lenta e riflessiva: perché, anche stavolta, Deledda arricchisce i suoi romanzi con lunghe e abbondanti descrizioni – che spesso e volentieri prendono vita dal costante e intricato pensare della protagonista. Tantoché, spesso, il nome di Deledda è abbinato agli stream of cousciousness di Virginia Woolf – la grande scrittrice del pensiero.

Tuttavia, Cosima non può essere definito semplicemente un romanzo (dicasi di racconto verosimile ma che trae costituzione dalla fantasia) in quanto, prima ancora di narrar una storia, la missione deleddiana è – in questo caso – quella di raccontare la propria giovinezza per rappresentare una società arretrata e patriarcale.

Se il romanzo famigliare era una forma già sperimentata da Deledda, Cosima, dunque, potrebbe esser considerato una autobiografia volta a narrare di quegli infelici anni infantili e della prima adolescenza di Deledda.

Cosima corrisponde al secondo nome di Grazia Deledda, ma anche gli altri nomi citati nel racconto sono in gran parte fedeli. Così come i luoghi in cui prende vita la vicenda: il monte Orthobene, la tomba dei Giganti, Nuoro, e la stessa casa e il vicinato di Deledda. Tutti i luoghi sono reali e si possono visitare. L’ambiente circostante, e soprattutto la natura, il lavoro nei campi, e specialmente la descrizione di una realtà umile occupano uno spazio di rilievo. Deledda – definita insieme a Colette come “la più botanica degli scrittori” – imbastisce il racconto di dettagli e descrizioni che tracciano il ritratto di una regione che non è stata mai narrata abbastanza.

Cosima racconta la vita della famiglia Deledda. Una famiglia benestante, imborghesita ma imprigionata ai vincoli e alle credenze paesane del luogo in cui vive. Giovanni Antonio Deledda possedeva terre e bestiame e intratteneva numerosi rapporti con il continente. Inoltre –  e qui probabilmente si nasconde il germe della passione che travolgerà sua figlia – Giovanni Antonio componeva poesie. La madre, invece, ben rappresentava la vera anima di una vecchia Sardegna, fatta di padri autoritari e madri sottomesse. Francesca Cambosu era una donna tutta d’un pezzo, custode ostinata del cosiddetto codice dei padri – un codice che i figli, tuttavia, non rispettavano più. Ed è proprio dall’infrazione di questo codice che comincia la vicenda narrata. Sarà Grazia, la prima a infrangerlo sacrilegamente, testimone di un mondo che ha smarrito le antiche certezze.

Cosima, però, non si erge soltanto a memoria della famiglia di Deledda, ma anche come simbolo di un’intera società.

Il ritratto di una società patriarcale sarda alla fine dell’Ottocento, nel momento in cui è scossa da una profonda ondata di cambiamento e modernità. Si può dire che questo mutamento della società è centrale in tutta l’opera e alla base della stessa. Infatti, Cosima potrebbe esser considerato un romanzo di formazione, perché accompagna Deledda dalla giovinezza e le grandi speranze, a una maturazione raggiunta con la decisione di abbandonare Nuoro. Attorno a lei, per quanto sia la prima a dar pensiero ai genitori, anche i suoi fratelli sono ribelli verso la vita. Anche loro tendono verso un cambiamento e al contempo non accettano le ambizioni di Graziedda.

Gli effetti della nuova vita sui singoli personaggi sono devastanti. Nonostante ciò, la maggior parte di loro è sconfitta in partenza. Pare che l’unica a mettersi in salvo sia Cosima.

Fin dall’inizio del racconto è proprio lei a ribellarsi al ruolo delle donne sarde, per difendere il diritto di auto-affermazione e indipendenza. Tra brevi innamoramenti e romanzi letti di nascosto, Cosima sogna di fare la scrittrice ma dopo la quarta elementare abbandona la scuola. Nonostante la sua passione sembri una delle poche speranze rimaste per far risollevare economicamente la famiglia dopo la morte del padre, su di lei cala una spessa ombra di pregiudizio e cattiveria.

Ma il danno ormai è fatto! Deledda manda i suoi primi racconti a una rivista che accetta di pubblicarli e le chiede in lettura anche gli altri testi. E in questo modo, per Grazia esplode la carriera di autrice appena adolescente, contro il parere di tutti e gli sguardi torvi dei compaesani. Perciò, nonostante la ribellione di Cosima si presenti come una storiella narrativamente ben costruita, in realtà va ben oltre, e a mano a mano acquista il peso dell’esser simbolo e manifestazione evidente di una svolta culturale in atto per la società sarda del tempo.

Un frammento di vita, potremmo definirlo, esemplare per comprendere in che modo il percorso di Deledda abbia da insegnar tanto.

Un’adolescenza vissuta con coraggio e tenacia, con la capacità – quasi sempre impossibile – di trovare il modo per opporsi a un destino tramandato di madre in figlia. Una vita vissuta all’insegna del dolore e della rinuncia, cominciata sotto il peso della disgrazia e della menzogna – tutte quelle lettere, quei libri e quelle storie su cui aveva imparato a leggere venivano nascoste agli occhi di sua madre. Ciò che si aspettava da lei era un futuro di moglie, di donna che si sarebbe presa cura di un marito e poi di un figlio. Ma non era questo ciò che Deledda sognava per sé, e sarà proprio quando comprenderà di non poter render felice sua madre – e in tal modo di gravare anche sulla sorte delle altre sorelle – che dovrà pagare il prezzo della lontananza dalla casa paterna. Quella sembra essere l’unica soluzione rimasta: staccarsi da quel mondo chiuso e andare a cercare la fortuna lontano, in quel solo posto che sogna di raggiungere fin da quando l’ha sentito raccontare: Roma.

La copertina del libro su Elsa Morante nella biografia di De Ceccatty rappresentata in libreria

Elsa Morante, R. De Ceccatty

Se c’è stata una cosa tanto ostile a Elsa Morante certamente è stata la spontanea curiosità nei confronti della sua vita. Per tutta l’esistenza, Morante tenne lontani da sé i pettegolezzi e molte delle chiacchiere che (naturalmente) nascevano attorno a lei, una delle autrici più significative del Novecento italiano. Ma erano i suoi libri ciò che Morante avrebbe voluto lasciare ai suoi lettori, più che il mero ricordo di una biografia ingiustamente ritenuta insignificante.

Elsa Morante ritratta con uno dei suoi gatti affilatissimi

Elsa Morante è stata una donna indipendente, dalla personalità forte e il carattere caparbio. Spesso malgiudicata dagli altri, Elsa non si faceva problemi ad agire secondo il proprio diktat, convinta di aver sempre ragione e raramente disposta a mettersi in discussione. Se potrebbe sorprendere il fatto che un francese abbia voluto scrivere di lei, questo in realtà non deve affatto. Infatti, Moravia – suo marito – fu molto amato in Francia, e di riflesso anche lei, che presto seppe dare al pubblico la grande opera che si attendeva dalla moglie di un grande autore.

Rene de Ceccatty (1952) è un narratore e drammaturgo francese. Prima di Morante ha raccontato di Moravia, Pasolini e Leopardi. Personalità eccellenti che hanno fatto la storia letteraria del nostro Paese e che spesso son state apprezzate più altrove che in Italia.

Pubblicata in Francia nel 2008, la biografia di Elsa Morante è stata tradotta dalla scrittrice Sandra Petrignani – che fin dalla Corsara e La scrittrice abita qui ha impreziosito i lettori con la narrazione di alcune tra le maggiori scrittrici italiani del Novecento. È interessante osservare come la penna di un francese abbia deciso di raccontare Elsa Morante a partire dalla sua infanzia, laddove si nascondo i segni più evidenti di ciò che sarebbe diventata e avrebbe scritto. Ed è altresì interessante – nonostante non manchi vasto apporto bibliografico – servirsi dell’autorità di Petrignani per affidarci a De Ceccatty – senza dubbio su ciò che ci viene narrato.

La vita privata di uno scrittore è pettegolezzo; e i pettegolezzi, chiunque riguardo, mi offendono.

intervista rilasciata da Elsa Morante a enzo siciliano nel 1972.

Più volte Elsa Morante ribadì la sua insofferenza a sentir parlare di sé, e più volte de Ceccatty lo ricorda. Dev’esser stato arduo, dunque, tentar di rintracciare informazioni sulla scrittrice, avendo cura di scinderle dai soliti tentativi di depistaggio operati. Ancor più arduo è stato trovare testimoni che, in grado di rompere il patto di silenzio stretto con l’autrice, avessero il coraggio di raccontare particolari e dettagli che prima non conoscevamo. Tuttavia, de Ceccatty non si è fatto intimidire e proprio secondo il dettame morantiano ha dato voce ai fili rossi nascosti tra i suoi libri – tramite cui vien più facile comprendere un personaggio di tale complessità, dilaniato dal dolore.

Perché prima di tutto, a caratterizzare l’esistenza di Morante, è la sofferenza. La sofferenza di esser nata da due padri, quella di un complicato rapporto con sua madre, con i fratelli e la sorella. Ma una sofferenza che è poi anche alla base di tutta la sua opera e del trionfo dell’immaginazione onirica – tecnica che poi sarà ricorrente nei suoi romanzi.

In qualche modo si può dire che, per Elsa, l’immaginazione è stata l’unica via di scampo dalla realtà. Affidata a soli otto anni alla pedagoga montessoriana Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, cominciò a scrivere sui suoi quaderni le prime storie infantili. Quei racconti embrionali che rappresentavano l’evidente manifestazione di un genio precoce non son passati inosservati a de Ceccatty, che ne estrae un ritratto veritiero e per alcuni aspetti inedito. Il ritratto di un’artista riconosciuta senza dubbio come la più grande scrittrice italiana di sempre – un termine che a Morante sarebbe stato stretto. Proprio a lei, che per sé avrebbe preferito l’appellativo di scrittore, meno denigrante rispetto a quello di scrittrice – spesso inclini a raccontar d’amore e altri dammi ritenuti frivoli.

Dai primi racconti, De Ceccatty discende per arrivare a quelli più celebri. Ma anche i primi, per quanto abbozzati, si dimostrano importanti, perché furono quelli in grado di prepararle la strada per il successo e la fama a lungo cercati.

Elsa Morante è l’autrice dell’Isola di Arturo, il romanzo Premio Strega 1957 che più di tutti le ha portato la notorietà, della Storia – un libro didascalico diverso dagli altri, ma che tuttavia non offusca la fama della scrittrice ma anzi la esalta. È l’autrice dello Scialle andaluso, uno dei suoi più celebri componimenti brevi, che poi darà il titolo a una raccolta di storie e narrazioni degne di merito. Ancora: è l’autrice di Menzogna e sortilegio, un romanzo di numerose pagine scritto in quattro anni. E di un altro breve poemetto, che nemmeno il suo maggior critico – Cesare Garboli – fu in grado di capire come lei si sarebbe aspettata. Mi riferisco a Il mondo salvato dai ragazzini, un’allucinante narrazione in versi di complessità inaudita, composta sotto l’effetto di droghe durante le lunghe trasferte newyorkesi.

Spesso in giro per il mondo, ora a New York, ora in India – con Moravia e Pasolini -, ora in Unione Sovietica, in Grecia e Cina con Debenedetti, Elsa Morante non smise mai di guardare verso i meno fortunati, i semplici e gli esclusi: i Felici Pochi. Coloro a cui dedicherà un’intera produzione letteraria, i protagonisti dei suoi romanzi: persone sconfitte in partenza ma che hanno tanto da dire – ed è il mondo che li perde.

E mentre i libri si compongono con gran fatica, Elsa viveva e si innamorava. Amava soprattutto uomini impossibili, da cui non otterrà mai indietro l’amore che provava – ma che spesso era inabile a ricevere.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.
Elsa Morante e Alberto Moravia durante una loro vacanza ad Anacapri

I legami le davano noia, e specialmente le persone. Elsa Morante era una persona fortemente indipendente e quando incontrò Alberto Moravia la loro unione fu benefica. Forse non avrebbe trovato altri uomini in grado di sopportare i suoi sbalzi d’umore, le stranezze, i silenzi: e difatti, tra tutte, la loro fu la relazione più lunga. Una lunga relazione di cui ha scritto un bellissimo libro Anna Folli, che non si interromperà nemmeno dopo la conclusione, e che continuerà a nutrirsi a distanza.

Insieme a Moravia, il meno impossibile dei suoi amori, ci saranno soprattutto giovani omosessuali che non saranno in grado di ricambiarla. Prima il regista Luchino Visconti, poi il pittore suicida americano Bill Morrow. E di una qualche forma d’amore si può parlare anche dell’amicizia tra Morante e Pasolini, cominciata come idilliaca, e destinata a frantumarsi, per una volta a causa di lui – e non di lei.

Una vita interamente dedicata alla letteratura, spesso in bilico tra la necessità di doversi adattare a un pubblico esigente e le ambizioni per le proprie opere. E se la vita privata dell’autrice è piena di incertezze, dubbi e difficoltà, quella dei suoi libri è attesa, immaginata, vagheggiata fin da bambina, e destinata a durare per sempre.

L'immagine rappresenta la copertina del libro "Numeri uno" scritto da Gabriele Sabatini. Il testo è ritratto sopra delle foglie autunnali.

Numeri uno, G. Sabatini

È uscito il 22 ottobre per i tipi di Minimum fax il nuovo libro di Gabriele Sabatini, Numeri uno: vent’anni di collane in otto libri.

Sabatini, classe 1983, è editor della casa editrice Carocci; è inoltre, membro della sofisticata redazione di Flanerì, rivista di cultura, editrice del periodico effe. Da svariati anni, Sabatini si occupa di storia dell’editoria italiana: Numeri uno è il suo secondo libro episodico – che nella struttura e nella composizione ricorda Visto si stampi, il primo saggio pubblicato dall’editore Italo Svevo. In entrambi i testi, infatti, ciò che l’autore intende narrare si svela in una sequela di episodi poco celebri riguardanti alcuni retroscena dell’editoria del Novecento.

In Numeri uno, Sabatini intende narrare – tramite otto vicende editoriali – il modo in cui l’editoria è cambiata.

Il punto di arresto sono gli anni Sessanta: un momento fondamentale per un significativo aumento della produzione letteraria del nostro Paese. In quegli anni, “dai circa 5600 titoli stampati nel 1956 si passa a più di 8100 del 1960, con un accrescimento in quattro anni di oltre il 40%”. Le ragioni di questo evidente incremento sono svariate. Prima fra tutte vi è il progresso dell’alfabetizzazione e il conseguente accrescimento dell’interesse tra gli italiani del tempo. Un interesse che non si limita “al libro per il libro o per la letteratura […], è anche il mondo che sta tutt’intorno a destare curiosità”. E in quello scenario nascono alcuni tra i maggiori salotti letterari; mentre sui giornali si comincia a dar notizia anche di quegli incontri culturali, delle feste di Alba de Céspedes e Maria Bellonci, i primi premi letterari…

Gli otto libri presentati da Sabatini sono stati tutti pubblicati tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.

È tramite quei testi che Sabatini rispolvera i numeri uno di alcune delle maggiori collane di sempre. Maggiori in quanto, a quelle collane, è attribuito un vero e proprio cambiamento.
In quel momento, la situazione editoriale è congelata pressoché ovunque. Le case editrici faticano a reperire la carta a causa delle sanzioni imposte per la guerra d’Etiopia, e tutti gli autori e i loro libri transitano presso il vaglio del fascismo. Tuttavia, Rizzoli affida a Leo Longanesi la direzione della collana Il sofà delle muse, che esordisce con Il deserto dei Tartari di Buzzati. Ma è in Einaudi si palesa una maggiore attenzione per la narrativa italiana di qualità: Cesare Pavese esordisce con Paesi tuoi (1941) inaugurando la collana dei Narratori contemporanei.

Se durante la seconda guerra mondiale la produzione italiana precipita vertiginosamente, nel 1945 con la pace europea i titoli doppiano quelli stampati l’anno precedente. Può essere interessante fermare il proprio sguardo proprio su quel periodo di ripresa, e sul percorso d’inclusione che l’editore Einaudi ha compiuto sul proprio catalogo, dando spazio agli autori più conosciuti e apprezzati di allora.

Numeri uno diventa l’occasione adatta per parlare di Natalia Ginzburg – colonna portante della casa editrice Einaudi – che con È stato così inaugura la storica collana dei Coralli.

I Coralli sostituiscono evidentemente la collana dei Narratori contemporanei, e si accostano alle edizioni di pregio dei Supercoralli, inaugurati dalla penna di Elsa Morante. Sempre per Einaudi, ma nella collana diretta da Vittorini, I Gettoni, uscirà il brevissimo esordio di Franco Lucentini. Nel frattempo, mentre Einaudi è impegnato a scovare testi caratterizzati da un’altissima eleganza stilistica e completezza editoriale, in Italia si afferma il cosiddetto “fenomeno BUR“. Si tratta della prima collana economica in grado di produrre titoli dalle tirature spropositate e che si rivolge a un pubblico molto più ampio e variegato. Quello stesso pubblico che assicurerà il successo di Alba de Céspedes e Goffredo Parise.

Numeri uno intende presentare otto prestigiose collane editoriali tramite i libri che le hanno inaugurate.

Come dichiara Sabatini fin dall’introduzione dell’opera si tratta di titoli oggi “facilmente rintracciabili in libreria”. Tuttavia, Numeri uno conta un’eccezione: Quaderno proibito di Céspedes. Questo titolo attualmente è reperibili soltanto nel mercato dell’usato ma ben esemplifica il cambiamento di pubblico – e conseguentemente di rotta – dell’editoria italiana. Ma non si parla solo di questi otto libelli citati: Sabatini cita tantissimi testi, Il gattopardo, Scomparsa d’Angela, Beato fra le donne e diversi altri ancora.

Ciò su cui Sabatini si sofferma è il contesto in cui nascono le collane, sempre supportato da documenti, lettere, interviste e diari dell’epoca. Di questi libri si apprende il percorso compositivo – dai contratti, l’editing, i tagli, la scelta del titolo e della copertina – ma non solo; i rapporti con gli editori, i contratti e i dubbi che hanno perplesso gli autori degli otto numeri uno presentati.

Per concludere, Numeri uno si classifica come un’opera ricca di spunti e riferimenti letterari, un’opera attraverso cui comprendere meglio il mondo editoriale analizzandolo da un punto di vista che in pochi – prima di Sabatini – hanno avuto l’intuito di sfruttare.

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