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Il libro d’esordio di Romain Gary, il vino dei morti, ritratto su una mensola bianca accanto a un pothos e altre opere dell’autore Romain Gary

Il vino dei morti, R. Gary

Nel 2014, un racconto fino ad allora inedito, Il vino dei morti, venne ritrovato da Philippe Brenot. Brenot, medico psichiatra, sessuologo e antropologo francese, capì di avere tra le mani qualcosa di importante. Si trattava di un romanzo fondamentale all’interno della produzione di Gary, romanzo che – come recita in calce la copia manoscritta – sarebbe dovuto apparire sotto l’autore di Romain Kacew.

Romain Kacew altro non era che il vero nome di Romain Gary, di Emile Ajar e di quella serie di pseudonimi utilizzati dall’autore per depistare i propri lettori. Ma ancor prima di quella volontà, l’idea di Gary è di creare un romanzo totale; intento che, dopo la lettura del Vino dei morti appare più che mai evidente.

Concluso nel gennaio 1937, a soli diciannove anni, Le vins des morts venne consegnato a Christel Soderlund nel 1938. Scorreva il tempo della loro epica storia d’amore, ma l’amante lo custodì anche dopo la scomparsa di Gary. Solo nel 1992, Soderlund mise all’asta il manoscritto inedito dell’ex amante, e fu così, che dopo itinerari misteriosi giunse fino alle mani di Philippe Brenot – colui che ne curò la prima edizione francese.

In Italia, Neri Pozza lo ha dato alle stampe solamente nel mese di maggio 2021: sempre le si renda onore. Realtà editoriale molto attenta allo scrittore francese, da anni, la casa editrice vicentina è impegnata nella riscoperta di Romain Gary e i suoi alter ego.

La prima notizia certa a proposito del manoscritto è quella legata al riconoscimento del Vino dei morti come il primo romanzo scritto da Gary.

Riccardo Fedriga, nella postfazione al testo, lo definisce un «romanzo enologico della corruzione dei corpi e del rifugio nella medesima specie». Proprio da questo punto voglio partire per raccontarvi queste brevi ma fitte pagine – di parole, sentimenti, suoni, colori, ritmi – che presentano per la prima volta sulla carta tutto ciò in cui l’opera di Gary evolverà. Viene difficile, tuttavia, restringere l’opera di Gary alla sola composizione scritta: Romain Gary fu in grado di rendere se stesso parte di quell’opera. Un’opera totale, dove ogni romanzo non può essere considerato una storia a sé; ogni racconto, ogni personaggio e ambientazione si rintracciano in libri successivi, in altre storie, e talvolta nella vita stessa di Gary.

È il lettore colui a cui viene affidato il compito di riavvolgere il nastro, di rintracciare il capo della matassa e riportare in vita i personaggi che hanno vissuto in altre pagine. Alla parola scritta, invece, viene affidata la missione di fissare le esistenze, di imprimere sulla carta le loro memorie. Proprio nel Vino dei morti le esistenze si moltiplicano, e non sono più solo persone: ogni cosa acquisisce spessore e importanza. Una forma di Brie non fa altro che mangiare e sghignazzare; un posacenere si anima di aggressività; un armadio si dimostra impaurito nei confronti degli sbirri. E tra questa sequela di oggetti e i personaggi più vicino a noi non passa alcuna differenza reale.

Il vino dei morti si anima perciò di personaggi che non sono quelli tipici di un romanzo. E il primo, a dimostrare la propria stramberia, è Tulipe.

Tulipe è un giovane ragazzo che, d’improvviso, senza spiegazione alcuna – se non nell’epilogo del racconto – si ritrova ad attraversare il regno dei morti. Tulipe è un Dante leggendario, un Dante spavaldo e a tratti impaurito, che nel suo lungo itinerario entra in contatto con personaggi di ogni specie. Ognuno di loro conduce un’esistenza fondamentale, non meno dei morti con fattezze umane; e questa assemblea di personaggi strambi, non vive che attraverso la penna di Romain Gary – che in tali circostanze, si erge quasi a far pseudo di un dio creatore. È Gary stesso a dichiarare, nella Notte sarà calma, che l’essere umano per primo è nato per caso, e sparirà sempre per caso, cancellato dalla gomma di un giudice indifferente.

Il vino dei morti è dunque la narrazione di un viaggio nell’aldilà, attraverso gli inferi e il mondo dei morti. È un viaggio quasi senza senso, ma che trova il senso di esistere nelle ragioni per cui Gary lo scrisse. Gary disse che dentro Tulipe c’era già tutta la sua opera. Se i critici l’avessero letto a suo tempo, sarebbero stati più facilitati nell’indagine attorno a Emile Ajar. Essi avrebbero subito compreso che quegli scenari di miseria e degrado erano gli stessi in cui Madame Rosa sarebbe stata costretta a mettersi in salvo anni e anni dopo. Essi avrebbero saputo individuare anche in Tulipe, quel personaggio enigmatico, il personaggio che avrebbe dato nome a un’altra opera di Gary, Tulipe.

Ma la storia del Vino dei morti si spinge oltre i contenitori della letteratura e delle tecniche tipiche della narrazione.

Il vino dei morti si costituisce come un affresco, un’alternanza ritmica di sequenze, scene, collegate le une alle altre – e anche a quelle che saranno poi. Questi quadri hanno il compito di narrare quell’attraversamento onirico «tra una sabba di tombe, loculi, bare, e morti che paiono gli inquilini bislacchi di un cimitero». Storie infinite – che si accartocciano tra loro – acquisiscono senso definitivo solo nella mente del lettore: è il lui a dover comprendere, a interpretare tra le righe le fini mai certe dei personaggi.

E tra le anime in pena del Vino dei morti nessuna vita è data una volta per tutte: perché ogni personaggio si riallaccia ad altri personaggi, altre storie che i lettori di Gary ben conoscono. Anche le parole pronunciate, e le disgrazie che patiscono i personaggi si ritroveranno nei romanzi di Gary: e ancora sarà dato al lettore di comprendere l’incompiutezza di ogni singolo romanzo, e ricollocarlo all’interno di una cornice più ampia di cui fa parte l’intera opera di Gary, e lui stesso.

La lingua e la parola scritta divengono per Gary terreno di sperimentazione.

Dimenticatevi di trovare in questo libriccino un filo logico; spesso sarete costretti a mettere in discussione l’interezza del linguaggio adoperato. Simbolista, futurista, volgare e sfrontato come Rimbaud, Gary ha reso anche la lingua un personaggio dei suoi romanzi. Parole senza senso, neologismi, suoni riprodotti a lettere, lamenti e imprecazioni diventano parte integrante di un nuovo linguaggio. E non solo: la musicalità di quei versi rende questo romanzo simile a qualsiasi cosa: a una poesia, a una canzone, a un manifesto. E perciò, Il vino dei morti non si può esaurire nella definizione canonica di romanzo.

Il vino dei morti contiene tutto dentro di sé e al contempo lo nega. Nega tutto ciò che il lettore crede possibile e lo conduce verso una rifondazione dell’esistenza: dove essere significa esistere. Ogni cosa che è esiste, ha vita propria. Tuttavia, niente è dato esser conosciuto una volta per tutte, e la vita stessa si fa metafora dell’impossibilità di comprensione da parte dell’uomo se essa sia reale o meno: e se l’esistenza dei vivi, altro non fosse che una pantomima? Una recita prima di entrare in quella che veramente la vita sarà? E se dunque, fossimo costretti per sempre, a rivivere, da morti, ciò che in vita siamo stati? Allora, quindi, la vita non sarebbe che una prova e non avrebbe senso chiamarla vita, poiché sarebbe piuttosto la metafora, quella pagina bianca su cui vengono decise le nostre sorti. Che allo stesso tempo si può tradurre in due modi opposti: l’essere umano non può nulla rispetto alla propria vita; oppure, invece, può qualsiasi cosa.

Il mio noviziato, dell'autrice Colette, qui ritratto con dei fiori rosa, libri vintage aperti sopra una tavola di legno

Il mio noviziato, Colette

Per rimanere incastrati nella letteratura francese, bisogna necessariamente passare da un personaggio indimenticabile: Colette. Per l’esattezza: Sidonie-Gabrielle Colette; fu una tra le scrittrici più libere che vissero a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Colette inoltre, fu critica teatrale e cinematografica, giornalista, sceneggiatrice, e negli ultimi anni di vita, persino estetista. Tuttavia, non solo per quella libertà espressiva, il suo nome ricomincia a sentirsi spesso, ma anche per l’estensione della sua produzione.

In vita, Colette compose ben cinquanta romanzi, tutti divenuti celebri e amati dalla Francia di quegli anni. Storie di donne, soprattutto, di amori finiti che nella loro sfuggevolezza raccontano molto della condizione delle donne e di Colette stessa. Ma più che raccontare, i suoi romanzi denunciano una realtà con cui Colette dovette fare i conti in prima persona.

Ultimogenita di un capitano di zuavi e della vedova di un ricco proprietario terriero, Colette trascorse la giovinezza in Borgogna. La sua infanzia – soprattutto grazie al forte libertinaggio della madre, Sidonie – fu lieta, ricca di affetto e attenzioni; e la maggior ragione, si trova oggi, proprio dietro la modernità di pensiero di Sidonie. Cresciuta nel mezzo della natura, sin da bambina ha accesso a moltissimi libri, e a sei anni già legge Shakespeare e de Balzac, e non si allontana molto dall’ateismo di Sidonie.

Dopo la prima infanzia lieta, nel 1893, quando Colette ha solo vent’anni, sposa Willy, e da quell’incontro esatto esordisce la narrazione del Mio noviziato.

Henri Gauthier-Villars, noto al grande pubblico con il nome di Willy, più anziano di quattordici anni della giovanissima Colette, è scrittore, editore, pubblicitario e molto di più. Sotto di lui, infatti, un antico Harvey Weinstein dirige una officina di schiavi (specialmente neri) che si impegnano a produrre un immenso quantitativo di opere inedite, date alle stampe con la firma di Willy. È per questo che alla fine Willy ha molto tempo libero, che di solito trascorre accompagnato da giovani donne, e personaggi illustri; la sua costante è la ricerca dello scandalo, del pettegolezzo e non decadere mai dall’olimpo della belle époque parigina.

Le ragioni per cui Colette si unì a lui sembrano ovvie fin dall’esordio. Se da un lato sarà proprio Henry Gauthier-Villars a scoprire i racconti di Colette e a spronarla a scrivere ancora, a comporre nuovi romanzi, sempre da pubblicare sotto il nome di Willy; dall’altro, ogni pagina del Mio noviziato compare ricca dell’amore e della dedizione che Colette era in grado di provare per Willy.

Che cosa potesse attrarre in una così giovane fanciulla, l’assenza di un uomo potente, se non i suoi denari e il potere? Questo è stato ciò che le persone hanno pensato a lungo di lei. Ma Colette era molto di più che una ragazzina in cerca di fama, perché non è in quel modo che la storia inizia tra loro. La loro relazione emerge dall’amore, fiorisce nell’attrazione fisica e in una gelosia morbosa che sempre proverà per il marito.

Di quell’attrazione provata da Colette per Willy – se in qualche modo se ne sente l’esigenza di formalizzarla a ogni costo – ciò che dovrebbe essere messo in risalto è piuttosto la nuova lettura che Colette dà all’amore e all’eros.

Dopo che per lunghi tempi, in narrativa – ma anche nelle forme scritte e orali più rispettabili – l’eccitazione femminile venne del tutto privata della sua importanza. Colette, in mezzo alla natura sconfinata, fu la prima a riconoscere nella donna la capacità di provare eccitazione, di emozionarsi lei stessa e di non essere invece, un puro oggetto vivente atto a soddisfare l’uomo.

Rassegniamoci a dire che se tante fanciulle mettono la mano nella zampa pelosa, tendono la bocca verso la convulsione ingorda di una bocca esasperata, e guardano serenamente sul muro l’enorme ombra maschile di uno sconosciuto, e perché la curiosità sensuale sussurra loro consigli prepotenti. In poche ore un uomo senza scrupoli fa di una fanciulla ignara un prodigio di libertinaggio, usa a ogni disgusto.

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

All’interno di questa citazione estrapolata dal Mio noviziato si leggono immediatamente gli intenti dell’intera opera di Colette. La sua volontà è prima tra tutte quella di andare oltre certi limiti e barriere; tuttavia, Sidonie-Gabrielle non fu affatto femminista – nel senso stretto in cui lo intenderemmo oggi. Anzi; sempre indisposta dalle presenze femminili, quasi costretta a un sentimento di insufficienza davanti a qualsiasi altra donna, Colette dichiarò numerose volte di non andar d’accordo con le femministe.

Però, la sua opera ha parlato (e parla ancora) più chiaramente di quanto fece Colette. I suoi ideali – tutti votati alla contrarietà di quelli conformistici del tempo; i suoi tre amanti, e in particolare la prima serie di gran successo firmata da Willy, Claudine, urlavano chiaramente la necessità di denunciare le proprie turpe al mondo intero. E se all’inizio, l’anonimato e la nascita di Claudine divertivano Colette come «una farsa un po’ indelicata», a pochi anni di distanza dal matrimonio comincia a sentirsi privata delle proprie libertà.

L’unico pensiero di conforto allora va a Sidonie. Madre amata e di cui sempre rimpiangerà la vicinanza.

Sidonie a cui dedicherà anche un libro, prima di morire, Sido è sempre rimasta viva nel cuore di Colette. Colette desiderò tornare da lei anche quando raggiunse il successo, e mai smise di sperare che le loro strade si sarebbero incrociate. Nei suoi confronti, per anni non fece altro che che fingere: imitatrice di una felicità incoraggiata solo dai pagamenti che Willy le faceva per i suoi libri. Sido torna spesso anche all’interno del Mio noviziato, inserendosi all’interno di una narrazione che è fortemente autobiografica ma che si prefigge l’idea di costruirsi come un romanzo.

Il mio noviziato non è semplicemente utile agli amatori di Colette – o a quelli che, destinati ad amarla, non l’hanno ancora conosciuta; in alcune parti diventa un saggio critico alle opere precedenti, che con sagacia e onestà contesta i propri scritti e ne traccia un profilo, evidenziandone i punti buoni e quelli più deboli.

Ben presto, però, quell’illusione di libertà dettata dal potere, era destinata a infrangersi tra le pareti di una «vera prigione». Sempre più incoraggiata a far presto, a portare a termine i suoi scritti e a dar vita a idee migliori, Colette veniva addirittura chiusa a chiava in un «laboratorio», per la quale libertà doveva «esibire pagine scritte». Ma ecco che, subito dopo questi racconti, Colette si smentisce:

Ma il rispetto della verità strampalata, e un sapore un po’ gotico, assegnano loro un posto qui. Dopotutto non c’erano sbarre alla finestra, e potevo benissimo tagliare la corda. Pace dunque a quella mano, oggi morta, che non esitava a girare la chiave nella toppa. A lei devo la mia arte più sicura, che non è quella di scrivere, ma l’arte domestica di saper attendere […]. Ho imparato soprattutto ad avere, fra quattro mura, quasi tutte le mie evasioni, a trasgredire, comprare, e infine, quando mi piovevano addosso i «presto, per dio, presto!», a insinuare:
«Forse in campagna lavorerei più in fretta…»

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

In qualche modo perciò, Willy, a lungo si trasforma in una sorta di protettore. È proprio la protezione, forse, ad attirare la giovane Colette.

Ma sempre più la gioia si trasforma in dolore; e la pazienza in un’estenuante attesa all’infinito. Il pensiero di fuggire da una parte le stuzzica la mente, ma dall’altra, farlo sarebbe impossibile.

Come si fa a fuggire? Noialtre ragazze di provincia avevamo dell’abbandono coniugale, intorno al 1900, un’idea enorme e poco maneggevole, costellata di gendarmi, di bauli convessi dei velette impenetrabili, senza contare l’orario delle ferrovie…

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

Ma alla fine, offuscata dalla paura di spingersi oltre, quell’uomo che aveva sposato le appariva quasi come un dono. Egli – dichiarava ancora Colette – «esercitava la tattica di occupare senza tregua un pensiero di donna, il pensiero di parecchie donne». Willy è davvero l’uomo amato da Colette, seppur nella stranezza dall’esterno di quella storia, eppure non fu lei alla fine a lasciarlo.

Fu proprio Willy a chiudere con lei quando Colette decise di mettere più calma e attenzione nelle proprie storie. Come se Colette – per tutto quel tempo in cui gli aveva prestato il suo ingegno –, non fosse esistita per altro che sfornare libri, scrivere come una moderna ghost-writer, e interpretare, nel frattempo, la parte della moglie perfetta. Bella, carina, rapida a spogliarsi e giovanissima. Ma soprattutto completamente soggiogata a lui.

E in quell’unica vendetta che si legge alla fine di questa opera-testimonianza di Colette, riscatto che avrebbe voluto per sé: essere lei a lasciarlo, Il mio noviziato non sarà più in grado di abbandonare la vostra memoria. Un libro scritto come se fosse, appunto, un qualsiasi romanzo di Colette: pregno di descrizioni naturalistiche, di amore e gelosia; acuto e ironico in ogni sua sfumatura; una storia, di finzione in alcune parti – è Colette la prima a riferirne le bugie – e la testimonianza di una condizione femminile di frequente danneggiata. E inoltre, la narrazione di un personaggio di cui, se si cercherà l’opera omnia da qualche parte, si faticherà a leggerne l’intera lista dei soli titoli prima che l’occhio non si stanchi.

Il libro-testamento Moglie di Verlaine, scritto da Mathilde Mauté è raffigurato su un piano di legno circondato da uccelli del paradiso o strelitzie amazzoniche

Moglie di Verlaine, M. Mauté

Il 23 giugno 1907, dopo ripensamenti, incertezze e perplessità, Mathilde Mauté, l’ormai ex moglie del poeta Paul Verlaine, decise di raccontare ai lettori come andarono veramente le cose tra lei e suo marito. Spesso criticata per i suoi modi autoritari, in seguito alla pubblicazione delle biografie di Verlaine, Mathilde Mauté decise di far chiarezza sulle questioni oltremodo dibattute.

Mi si dipinge come una ragazzetta (quasi una bambina) viziata dai genitori e diventata per il povero poeta crudele e senza pietà. Insomma, lui era la vittima, e io, il boia.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

In particolare, Mathilde Mauté intendeva denunciare il fatto che Edmond Lepellettier, primo autorevole biografo di Verlaine (Paul Verlaine, sa vie, son oeuvre) si fosse accanito ingiustamente nei confronti della sua famiglia. Ma d’ingiusto, stando almeno alla versione raccontata da Mauté, c’è stato solo il trattamento ricevuto dalla fedele moglie dal proprio marito.

Il racconto-testamento della Mauté origina proprio nel 1868, quando Mathilde e Paul si incontrano da Madame de Callias.

Quel primo sfuggevole incontro, passato del tutto inosservato a Verlaine, altro non fu che dettato dalla casualità. Madre e figlia, infatti, si recarono presso Madame de Callias a Parigi poiché invitati dal fratello Charles – che solo di recente aveva fatto la conoscenza di Nina de Callias, e di sua madre, Madame Gaillard. Nelle stanze dei loro cerimoniosi palazzi, l’appena quattordicenne Mathilde si stupiva non poco di potervi accedere; là, queste donne ricevevano artisti, letterati, poeti, e musicisti di talento. Pochissime donne e molti uomini «tutti di spirito, di talento o di genio»; tra cui, al momento di andar via, fece capolino Verlaine.

Nel momento in cui noi si andava via, entrò Verlaine. Sembrò non vedermi; a me sembrò brutto, mal vestito e con l’aria misera. Fu questo la prima impressione che, disgraziatamente, non doveva durare.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

La prima impressione non fu certo positiva, dunque; né poté considerarsi tale quella avuta dai genitori di Mathilde, che subito, conosciute le intenzioni della figlia tentarono in un primo momento di farla desistere. Probabilmente, quella stessa bruttezza di Verlaine doveva aver acceso qualcosa nel cuore della minorenne Mauté: probabilmente, primo fra tutti, un senso di pietà.

Ma è al secondo incontro tra i due che scocca l’amore (anche se, persino quella volta Verlaine non sarà conscio di alcun sentimento verso di lei) quando un’opera scritta appositamente da Lepellettier, venne eseguita insieme al poeta Verlaine, per omaggiare la padrona di casa. Verlaine è figlio di un comandante militare, e di una madre sempre intenta a servirlo per primo e assecondare ogni suo capriccio. Un ragazzo dall’aspetto poco gradevole, calvizie precoci e dieci anni in più di Mathilde.

La destinataria della pièce era la scultrice Madame Léon Bertaux, proprietaria di uno studiato a Montmartre, dove spesso invitava illustri personaggi per ammirare le proprie opere.

Un giorno che Charles aveva passato la notte da Madame de Callias, non avendolo visto a colazione, salii da lui e mi trovai faccia a faccia con Verlaine. È certo che lui mi vedeva per la prima volta, io invece avevo avuto da Madame Bertaux tutto il tempo di esaminarlo accuratamente e quindi ero già abituata al suo viso e, diciamolo pure, alla sua bruttezza. Fu dunque sorridendo che gli augurai gentilmente buongiorno, e con estrema naturalezza, iniziai a conversare con lui, non pensando che ad accoglierlo amabilmente come facevo con tutti gli amici di Charles.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

Quel primo incontro tra Mathilde e Paul è narrato anche nelle Confessioni di Verlaine, pubblicate sul calare della vecchiaia.

– Oh, mi piacciono molto i poeti, signore -. Queste furono le prime parole di quella bocca da cui avrei dovuto sentire tanti sì, poi tanti no, senza pregiudizio di tante altre buone cose ancora, e poi cattive.

confessioni, p. verlaine, adelphi, milano 1977

Dall’estratto che ho riportato poco sopra, viene facile dedurre le ragioni per cui Mathilde sarà dipinta arida e priva di gentilezza da tutti i biografi di Verlaine – anche loro saranno rimasti sedotti dal fascino del poeta maledetto. Ma se è vero che Verlaine ricorresse a frequenti escamotage letterari che contribuivano a tracciare di sé il ritratto di un ribelle, è vero anche che la giovanissima Mathilde Mauté soffrì molto per l’estro e l’ingestibilità di Verlaine. Totalmente sedotta e sottomessa alla figura di Verlaine, Mathilde non sarà mai abbastanza forte da negare il ritorno al marito.

Verlaine è stato un personaggio enigmatico, e la sua fama certo proviene in gran parte dall’incontro di un altro personaggio enigmatico, un giovinetto accolto dalla bohémien parigina come l’enfant prodige: Arthur Rimbaud.

Ma per riallacciarci alla narrazione –chiariti alcuni passaggi fondamentali per la comprensione di Mauté – pochi giorni dopo quell’incontro, Verlaine spedì una lettera a Mathilde Mauté. In quelle righe, Verlaine chiedeva a Charles di avanzare a sua sorella una proposta di matrimonio. Charles ne fu sorpreso, ma in fondo felice: voleva bene al suo amico e aveva grande fiducia nelle sue capacità letterarie.

Fu proprio quello il momento in cui Verlaine cominciò a scrivere La Bonne Chanson.

Ispirato da un sentimento inedito, Verlaine si mise in attesa della sua novizia. Monsieur Mauté, infatti, un arricchito della società parigina, rifiutò la proposta avventata. Egli era giustamente convinto che fosse prematuro parlare di un impegno del genere, e che il poeta avrebbe dovuto attendere almeno due anni prima che gli venisse concessa la mano di Mathilde.

La volontà di Mauté padre fu dunque rispettata, e il matrimonio non avvenne prima di quattordici mesi di fidanzamento. Durante quei mesi, «Verlaine fu dolce, tenero, affettuoso e gaio». Di facile inclinazione all’alcol, tutti coloro che conoscevano Verlaine avrebbero potuto dimostrare che fosse cambiato. Forse il desiderio di soddisfare le proprie intenzioni, e una certa qual dose di perseveranza, lo condussero in sposa a Mathilde qualche mese prima del previsto.

Fu allora che Verlaine si trasformò da buono in «essere cattivo, odioso, brutale, sempre ubriaco, bugiardo, fiacco, ipocrita». Ma che cosa, in fondo, lo tramutò nella parte peggiore di sé, se non quell’incontro con Rimbaud?

Quell’infante indiavolato, quel bambino prodigo che gli aveva mandato via posta i primi versi, Rimbaud, fu forse la causa maggiore del secondo Verlaine.

Ho avuto cura di raccontare i rapporti intercorsi tra i due maggiori poeti maledetti, Verlaine e Rimbaud, in un articolo precedente (a proposito dell’affaire Bruxelles, indagato magistralmente da Marcenaro). È una storia d’amore o odio, ma di qualsiasi sentimento prevalga non ne potrà mai essere negata l’intensità. Un amore narrato da molti, stravolto dai più; modificato sotto le penne di biografi fantasiosi, a partire da quella di Lepellettier – di cui non va dimenticato fosse il figlio di un’amica della suocera di Mauté.

Una storia d’amore parallela a quella relazione che Mauté si impegnava a tenere in piedi, praticamente con le sole proprie forze. Poiché il legame matrimoniale, appena due mesi dopo l’unione, vede venir meno diversi obblighi da parte di Verlaine. In particolare, quando la coppia sarà raggiunta da Rimbaud nella capitale, per Mathilde comincerà una estenuante lotta impossibile.

Da Roche, Rimbaud, giunse a Montmartre senza un soldo, e fin da subito portò scompiglio nella vita borghese del poeta. Se si esclude quella prima cena dove Arthur apparse ai presenti taciturno e timido, chiunque lo abbia incontrato lo ricorderà come un giovane indemoniato. Un bambino prodigio, sì, specialmente per l’intensità e la robustezza dei suoi versi; ma indemoniato, poiché aggressivo, spesso irascibile, dedito all’assenzio e ai liquori. Ovunque andasse portava prima stupore e infine scompiglio; coi suoi lunghi capelli scompigliati, dimora di pidocchi che si divertiva a far «saltare addosso ai preti», la devozione di Verlaine nei suoi confronti divenne totale.

Verlaine, dunque, abbandonato il lavoro al Municipio, si diede a un lungo peregrinare per il mondo con il giovane amico.

Più e più volte Verlaine abbandonò la moglie senza nemmeno darle il preavviso di una presunta partenza; celebre fu quella in cui, dopo aver supplicato la moglie di raccoglierlo a casa, uscì per comprare delle medicine per Mathilde e non fece ritorno. Tuttavia, per tutto il corso della relazione con Rimbaud, Verlaine non negherà mai di amarla ancora. Ma assurdo fu anche l’episodio in cui, ricattata Mauté di togliersi la vita se non fosse stato raggiunto in tre giorni a Bruxelles, V. abbandonò la moglie e la madre sul treno e scappò a Londra con Rimbaud.

In tutti i profili che vengono tracciati su Verlaine, neanche in uno presenzia l’assenza di una scontrosità smisurata, tesa sempre all’aggressività. In preda ai propri fantasmi, sempre intento a sperimentare quanto più la vita potesse offrirgli, Verlaine fu facilmente condannato a due anni di carcere all’epilogo di questa storia. La violenza era parte di lui, un sentimento in grado di risvegliare qualcosa dentro di sé: poiché tanta era quella adoperata anche nei colloqui, e nei giochi coi coltelli svolti con Rimbaud.

Moglie di Verlaine, si prostra molto oltre l’essere semplicemente il tentativo di una moglie di aver vendetta.

Dietro questo libello appena oltre le cento pagine, Mauté ci consegna una testimonianza fondamentale per la lettura del personaggio di Paul Verlaine. È una Mauté narratrice, che non può dirsi imparziale fino in fondo. Che l’intento fosse quello di riscattarsi, di raccontare la sua versione, è chiaro sin dall’introduzione del libro; ma risulta fondamentale che alla fine, Moglie di Verlaine costituisce la realizzazione di un elogio e al contempo una testimonianza diretta di quegli incontri e litigi; di quelle lotte e atroci sofferenze che Mathilde Mauté patì.

Ella, infatti, non fu niente di più né di meno che una moglie devota di fine Ottocento: una minorenne che non conosce niente della vita. Nel frattempo, un’amante, che davanti alla porta di casa fu sempre disposta a perdonare al marito l’ennesimo errore. Forse come prova del suo cieco amore, anni dopo la scomparsa di Verlaine, Mathilde Mauté non ebbe il timore di tornare sui propri drammi. Una donna che ha il coraggio di far luce sulla vita di un poeta – e sul proprio sofferto amore; che per la prima volta riuscì a chiarire molti dei tanti dubbi che tutt’oggi alimentano e offuscano la figura di Rimbaud.

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