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Il volume della biografia - autobiografia scritta da Alberto Moravia e Alain Elkann ritratto su un manto di foglie

Vita di Moravia, A. Elkann e A. Moravia

Vita di Moravia è una lunga intervista pubblicata con Bompiani lo stesso anno in cui Moravia venne a mancare. Curata dal giornalista scrittore Alain Elkann, Vita di Moravia si presenta come un’autobiografia dove lo scrittore, sollecitato dalle domande del giornalista, rievoca le proprie vicende e il suo passato, tra libri, amanti e viaggi.

Il 26 settembre del 1990, ci lasciava un grande personaggio, lo scrittore Alberto Moravia. Una vita lunga e sempre votata all’arte e alla letteratura, che Alain Elkann ha tratteggiato con lui in una appassionata intervista raccolta nel volume Vita di Moravia.

Una vita insolita, come il personaggio che l’ha vissuta. Moravia stesso la definiva “anormale”, a causa soprattutto della sua ipersensibilità che lo rendeva diverso agli occhi degli altri. Figlio di un architetto e di sua moglie, Alberto ebbe un’infanzia agiata quanto dolorosa. All’età di otto anni, infatti, si ammalò di tubercolosi ossea e da allora lo accompagnò uno scomodo zoppicare e per diversi anni l’infermità a letto.

Moravia crebbe in mezzo ai libri di suo padre, da Goldoni a Shakespeare a Molière; e a quelli di sua madre, che invece prediligeva romanzi moderni facendosi consigliare dai librai.

Il desiderio di scrivere cominciò proprio allora, tanto che sui quaderni di quando Moravia aveva nove anni, “c’era già lo schema degli Indifferenti”. Da sempre coltivava la passione per la scrittura, ma è al senatorio di Codivilla – a soli sedici anni – che cominciò il suo primo romanzo, quello che gli conferì successo inarrestabile.

La prima versione degli Indifferenti venne composta a Bressanone, su fogli di carta velina perché “non aveva trovato di meglio”. Proprio allora Moravia individuò anche i suoi poeti preferiti, tra tutti Rimbaud, lo stesso amato dalla donna con cui passerà vent’anni insieme: Elsa Morante.

La grande ammirazione di Moravia si riversò su un grande narratore: Dostoevskij. E poi, naturalmente sui classici del teatro: Goldoni, Shakespeare e Molière.

Gli indifferenti vennero composti oralmente, proprio come un canto, con dei trattini al posto della punteggiatura, “come a indicare il passaggio da un verso all’altro”. Infatti, il manoscritto non aveva punteggiatura e venne aggiunta solamente dopo, “come si aggiunge il sale nella minestra”. Per questo, se lo si legge, si può notare che la punteggiatura è molto irregolare. Ma c’è una curiosità da conoscere attorno al romanzo più celebre di Moravia, ossia che il libro venne pubblicato a sue spese dalla casa editrice Alpes.

Subito dopo l’uscita degli Indifferenti, Moravia partì per la Francia e conobbe France. Un amore “autentico, furioso e delicato”, distruttivo e molto sessuale poiché entrambi erano stati provati dalla vita. Fu a lei che Moravia lesse a voce alta nel bosco il primo romanzo, traducendolo in francese, durante lunghe passeggiate. Tuttavia, quel primo amore, non superò l’estate, poiché quando Moravia le chiese di sposarla, lei rifiutò.

In seguito alla buona fama di cui vissero Gli indifferenti, Moravia partì per Londra come referente per La stampa – allora diretto da Curzio Malaparte. Gli articoli ebbero un discreto successo perché riuscì a esprimere direttamente lo stupore per la vita inglese rispetto a quella italiana. Inoltre, Moravia, cominciò a scrivere Le ambizioni sbagliate, romanzo uscito in un periodo particolare per l’autore.

Tra il 1928 e il 1942, Moravia scrisse Le ambizioni sbagliate, alcune novelle surrealiste, La mascherata, e altre prose “piuttosto impettite”.

Ma è nel 1942 che esce una delle opere più care a Moravia, ossia Agostino, un romanzo che prese il nome dal mese in cui venne composto e che recupera la linea maggiore dell’ispirazione moraviana.

Dopo Londra fu il momento di Berlino, per raggiungere un nuovo entusiasmante amore, Trude, una giovane incontrata a Londra. Ma dopo averla raggiunta, la donna già sposata gli disse di non aver intenzione di stare con lui, relegando la loro storia a qualcosa di effimero e passeggero. E dopo Berlino è il momento degli Stati Uniti, e poi della Cina, del Giappone…

Nel 1937, Moravia incontra Elsa Morante. Una storia governata dall’amore ma priva di innamoramento.

Ciò che Moravia puntualizza più volte nell’intervista di Elkann è proprio quest’assenza di innamoramento che contraddistinse il loro rapporto. Sin da subito, Alberto capì che dietro di lei si nascondesse una scrittrice autentica. Ancora non era l’autrice di Menzogna e sortilegio, ma scriveva già alcuni racconti ed era molto influenzata da Kafka, e in seguito da Stendhal, personaggi cari allo stesso Moravia. Morante era una donna molto ambiziosa, legata indissolubilmente alla letteratura e con una personalità forte e originale. Insieme fecero la vita che tutti gli artisti facevano a Roma: tutti li conoscevano, li chiamavano Morante-Moravia e li adoravano. Loro non avevano molti soldi, ma erano felici, indipendenti e molto discreti l’uno nei confronti dell’altra. Non parlavano mai dei rispettivi romanzi, al massimo dibattevano di quelli altrui, e per vero, si amarono. Si amarono realmente.

Nel 1941 la coppia si sposò, il giorno dopo Pasqua, in una chiesa dedicata alla Madonna. La sua famiglia non assistette all’unione – per sua volontà – ma alla fine della celebrazione fu la madre di Moravia a dare un pranzo a casa sua. Un pranzo “stralunato e catastrofico”, in cui Morante litigò con la suocera perché volle darle consigli di saggezza domestica servendole in cambio una pessima risposta.

Dopo il matrimonio non ci fu alcun viaggio di nozze, partirono per Siena, e subito dopo raggiunsero Anacapri, dove appunto Moravia compose Agostino, che narra il rapporto di un bambino che diviene adulto mentre è con la madre, al mare, in vacanza a Viareggio.

Agostino venne pubblicato nel 1944, in piena occupazione nazista, e le bozze vennero corrette da Elena Moravia, sorella di Alberto.

La censura non diede subito il nulla osta per la pubblicazione, in quanto Alberto era già stato individuato come antifascista a partire dal romanzo degli Indifferenti, e ciò ritardò la pubblicazione del volume.

Quando poi la guerra finì e Badoglio riformò i fasci, Morante-Moravia scapparono a Sant’Agata, in Ciociaria, dove si nascosero per sfuggire alle persecuzioni dell’ultima ondata distruttiva. Dentro una vecchia e minuscola abitazione in un villaggio montano di pastori, i due cercarono riparo per una settimana, in attesa dell’arrivo degli americani, e cominciarono a scrivere – nel caso di Elsa, a pensare – i loro romanzi più importanti, ossia La ciociara e La storia. Ma il soggiorno si protrasse oltre il dovuto, e rimasero lì per più di nove mesi, prima di tornare a Roma passando per Napoli. Quello, tuttavia, era stato il periodo più intimo con Morante.

Da allora in poi il nostro rapporto andò lentamente raffreddandosi anche per una ragione specifica e curiosa di cui ho già parlato. Elsa nella vita prediligeva i momenti eccezionali, passionali, insomma il sublime ed era invece stranamente goffa nel gestire il tran tran quotidiano.

Quando poi riprese la vita normale, Moravia cominciò a vivere di articoli. Prima collaborò con Libera stampa, poi al Corriere della Sera, infine con una catena di giornali: Messaggero, Resto del Carlino, Nazione. Ma che cosa significava per Moravia, scrivere per un quotidiano?

Significa poter viaggiare. Mi spiego: ho collaborato con il Corriere della Sera dal ’46 […] a oggi […]. Il giornale mi ha offerto la possibilità economica di fare viaggi, altrimenti, come sai, non avrei potuto farli. Poi questa possibilità economica è diventata uno stimolo, un incitamento interiore a trovare luoghi e paesi da visitare, da scoprire.

Agostino ricevette il primo premio letterario dopo la guerra, il premio del Corriere lombardo, che non ritirò perché non aveva i soldi per andare a Milano. In quello stesso periodo mancò suo padre, ereditò da lui tre case e un villino, una soluzione che in qualche modo gli garantì un po’ di fortuna. Dopo aver venduto la casa di via Sgambati, Moravia comperò un meraviglioso appartamento in via dell’Oca dove andò ad abitare con Morante. Infine, per lei, un piccolo studio in via Archimede.

Negli anni del dopoguerra cominciò per Moravia un periodo di noia, contraddistinto soprattutto dall’affievolirsi dell’amore con Elsa.

Durante quegli anni scrisse altri due libri di successo: La romana(1947) e I racconti romani, con cui si aggiudicò il Premio Strega (1952). Il primo è un romanzo di oltre 500 pagine scritto in 4 mesi nato dalla volontà di raccontare “in una novellina di tre pagine un episodio della mia vita avvenuto nel ’36”. Il secondo è invece una raccolta di tutti i suoi racconti scritti fino a quel momento.

Ma è durante il lungo sodalizio con la scrittrice Morante che Alberto ebbe la possibilità di conoscere e frequentare Pier Paolo Pasolini. Pasolini era un caro amico della moglie, e presto divenne anche un suo affezionato. Insieme fecero diversi viaggi in giro per il mondo, tra cui l’India, posto che venne raccontato sia da Pasolini che da Moravia, in due celebri libri pubblicati in quegli anni.

Alberto Moravia, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini seduti a un tavolo del premio strega attenti a qualcosa che non compare in camera

Dopo la lunghissima relazione con Elsa Morante, Moravia incontrò Dacia Maraini, e nel 1962 andarono a vivere insieme.

Furono anni diversi quelli di Moravia trascorsi con Maraini. Anni dedicati soprattutto al viaggio. Insieme presero l’abitudine di recarsi una volta all’anno in Africa per ben 18 anni, e viaggiarono insieme viaggiarono e partirono per molti altri posti. Una volta, per casualità, si ritrovarono in viaggio con Maria Callas, intenta a scegliere il posto in cui girare il nuovo film dell’amico Pasolini. Rispetto all’altra relazione, quella di Maraini e Moravia è stata più leggera e spensierata: anche nel modo di viaggiare, Morante e Maraini furono totalmente diverse, ma Alberto ebbe a cuore entrambe in modi totalmente differenti.

Gli anni Settanta sono quelli in cui vide la luce La vita interiore, romanzo significativo per studiare l’iter di pubblicazioni di Moravia.

Dopo la relazione con Dacia Maraini, arrivò l’ultimo suo grande amore, di cui non si parla a fondo nel libro perché Moravia preferì non farlo – essendo ancora a lei sposato in quel momento -. Si tratta della giovane Carmen Llera, che dopo solo due anni andò a vivere con lui.

Quelli furono gli anni più felici probabilmente, perché caratterizzati dalla spensieratezza dovuta alla giovinezza dell’amante – che infatti aveva quarantacinque anni in meno di lui -. Dopo il conferimento del titolo di “Personalità Europea”, in quegli stessi anni, verrà eletto Europarlamentare nelle liste del PCI, ruolo che non rivestì con molta attenzione ma che lo vide coinvolto direttamente sulla scena politica.

Con la narrazione di questi ultimi accadimenti si conclude l’autobiografia giornalistica di Alberto Moravia, a cura di Alain Elkann. Dagli anni Dieci fino alla fine degli anni Ottanta, attraverso la sua storia di narratore e letterato, si delinea la narrazione di un grande testimone del secolo scorso, della miseria, della guerra, della gioia delle piccole cose, e del mondo piccolo borghese novecentesco. Al contempo, dalle parole di Moravia emerge la testimonianza di una società artistica e culturale, e di un mondo letterario in fermento, attualmente inesistente pressoché ovunque. L’esempio di un autore che ha saputo essere contemporaneo e sempre dalla parte dell’arte, delle idee e degli artisti, senza mai schierarsi dalla parte del potere.

Era un artista, un uomo libero che esprimeva le sue idee. Bisognerebbe imparare molte cose da Alberto Moravia.

alain elkann
25 febbraio 2007
Il ballo è la seconda opera di Irene Nemirovsky. Pubblicato nel 1930, a seguito di David Golder, il romanzo breve ottenne un enorme successo.

Il ballo, I. Nemirovsky

Nel 1930, appena venticinquenne Irène Némirovsky pubblicò per la prima volta il racconto breve Il ballo. La stesura della storia, in realtà, cominciò già due anni prima della pubblicazione: nel 1928, alla vigilia della Grande depressione.

Irène Némirovsky fa parte di una rosa di scrittrici poco conosciute ma, potrebbe essere più facile – anche per quelli dai gusti più lontani – rintracciare in loro un ricordo di Suite francese, il suo romanzo storico più noto che ha segnato il successo contemporaneo e la riscoperta di Némirovsky.

Nonostante la Némirovsky divenne subito nota con la pubblicazione di David Golder, libro in cui intendeva tracciare il ritratto di un uomo d’affari arricchitosi grazie a intuizioni economiche – dietro il quale probabilmente si nasconde suo padre -. A lungo tempo non si parlò molto di Némirovsky, né delle sue opere. A causa delle sue origine ebraiche, venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove perse la vita (1942) e i suoi libri sparirono con il suo personaggio.
La sorte toccata ai suoi ultimi manoscritti ha qualcosa di spettacolare: destinati a vagare per il mondo in una valigetta, videro la pubblicazione postumi grazie alle due figlie scampate all’Olocausto.

Il ballo nacque mentre Irène Némirovsky si accingeva a comporre la sua opera d’esordio, David Golder (1929).

Pubblicato dall’editore Paul Reboux la critica lo accolse prontamente con grande entusiasmo. Ad attirare l’attenzione dell’editore fu sicuramente una vaga somiglianza con la giovane scrittrice Colette, di cui l’editore diceva ne ricordasse i metodi narrativi. Sarà il riconfermato successo del Ballo a portare l’editore a stampare tutti gli altri suoi libri – altri nove, più una raccolta di racconti -.

Nel Ballo, la protagonista è una bambina di quattordici anni, Antoinette, vittima delle disattenzioni dei propri genitori. I signori Kampf abitano un lussuoso appartamento di Parigi; ma non da sempre è così.
Alfred Kempf, infatti, ha lavorato al lungo per accumulare soldi e rendere felice la propria moglie, Rosine, una donna frivola, sciocca e ossessionata dalla ricchezza e dalle buone conoscenze, ma mai contenta fino in fondo.

Antoinette tutti i giorni va a letto alle nove punto. Vive in una stanza che è il suo unico rifugio, e pare che nulla di ciò che fa stia bene ai suoi genitori. E così, le uniche attenzioni che sua madre è in grado di darle sono quelle che le rivolge per rimproverarla e correggerla; o per raccontarle una delle assurde bugie con cui le nasconde spudorate verità.

Entrambi i signori Kampf hanno un unico obiettivo: sono appena arrivati a Parigi e intendono fortemente essere benvoluti dall’alta società parigina.

Per questa ragione, a Rosine viene l’idea di organizzare un gran ballo nel loro nuovo sontuoso appartamento, al fine di invitare tutta la “gente che conta” e far invidia a tutte le persone che hanno preso le distanze da loro. Comincia così una ricerca puntigliosa del personale di servizio più preparato, dei cibi più attraenti e dell’alcool più raffinato, affinché nessuno degli invitati possa rimanere deluso. 

Ma il grande cruccio di Rosine è che nessuno si presenti alla festa, e mentre è intenta a sforzarsi di rimembrare tutte le persone che ha incontrato in vita sua per dettare ad Antoinette i nomi a cui indirizzare gli inviti, alla bambina viene proibito di prender parte al grande ballo.

E l’infantile sogno di Antoinette viene subito infranto. Rosine le dà precise direttive su come comportarsi al ballo, e le ordina di lasciare la sua stanza alla cameriera e andare a dormire nello sgabuzzino. Per Antoniette questo diventa l’ennesimo momento per riflettere sulla propria solitudine e sul mancato amore.

Proprio da quel momento, all’insaputa dei suo genitori, comincia ad alimentare dentro di sé il desiderio di vendicarsi nei confronti di sua madre. Ma per sapere ciò che combinerà dovrete leggere Il ballo fino alla fine.

Un libro brevissimo ma altrettanto intenso. Poco più di 80 pagine ospitate nella Piccola Biblioteca Adelphi, che dal 2005 ripubblica tutte le sue opere. Un’opera scritta con grande raffinatezza stilistica, dove le azioni e i sentimenti hanno un posto di rilievo.

Un’opera che dice molto non soltanto sulla società delle apparenze del Primo Novecento, ma che tanto aggiunge sulla vita di Irène Némirovsky.

Difatti, la vicenda del Ballo proviene direttamente dalla biografia di Némirovsky, e in altri testi (come Il vino della solitudine) tale evento mondano è citato come una ricorrenza imperdibile. Lo stesso acerbo rapporto che unisce Rosine e Antoinette non è molto diverso da quello che legava Irène a sua madre, una donna arricchitasi che mai fu in grado di dedicarle abbastanza pensieri o attenzioni. Un personaggio ben costruito, che si può trovare in molti altri suoi romanzi, come Due o Jezabel e – appunto – Il vino della solitudine. Un personaggio a cui ci si può solamente affezionare, nonostante fortemente negativo. Una prerogativa tipica della narrazione di Némirovsky, ancora: quella di scegliere personaggi insopportabili ma così fortemente caratterizzati che è impossibile non empatizzare con loro.

Immagine che ritrae il libro di Sandra Petrignani, La scrittrice abita qui

La scrittrice abita qui, S. Petrignani

Se c’è una cosa che abbiamo capito durante questi mesi di quarantena è il ruolo fondamentale che hanno le case in cui abitiamo.

La casa è il posto all’interno del quale viviamo. Spesso mangiamo, solitamente consumiamo la maggior parte dei nostri pasti, dormiamo e ci riposiamo da una giornata terribile. Dentro di essa ci prepariamo per andare a un appuntamento importante, ci sentiamo liberi di urlare quando siamo arrabbiati, o di piangere quando siamo tristi. Leggiamo libri, ci documentiamo, ascoltiamo musica e generiamo famiglie dietro le tende; e ormai lavoriamo persino senza uscire di casa!

Per questo, il posto in cui abitiamo – che sia un appartamento in condominio, o un cottage in campagna come quello di Marguerite Yourcenar – non può che essere considerato un luogo particolare, che imprigiona e riflette un po’ di ciò che siamo stati.

Da questo presupposto parte l’analisi di scoperta e il viaggio che Sandra Petrignani – scrittrice raffinata ed esperta di autrici del Novecento – ha condotto nelle case museo, nelle abitazioni e nelle città, di alcune tra le autrici più grandi (e poco dibattute) del secolo scorso.

Sandra Petrignani è nata a Piacenza nel 1952.
Roma – dove attualmente vive dividendosi tra la campagna umbra e la grande città – è il posto in ha studiato. I suoi primi contributi letterari furono di natura poetica, e fin dalla giovane età collaborò con notevoli fogli di informazione, come Il Foglio e L’Unità. Per queste e altre testate non si limitò a scrivere di libri. Tuttora, scrive di cinema, teatro, televisione, e altre arti, poiché mai disdegna la possibilità di raccontare – e al contempo raccontarsi -.

Diversi sono i testi che portano il nome di Sandra Petrignani. Tra loro è doveroso menzionare La corsara, raffinata biografia di Natalia Ginzburg (della quale fu buona amica), e il più breve Marguerite, sul personaggio della scrittrice americana Marguerite Yourcenar.

Scrivere, probabilmente è un innato talento, ed è attorno alla scrittura che deciderà di affinerà la propria arte. Manganelli, d’altro canto, fu il primo a sostenerla, quando nel 1987 esordì con un il suo romanzo Navigazioni di Circe. Si cimentò anche nell’impresa editoriale, partecipando alla fondazione della casa editrice Theoria e studiando editing dalla “zarina della critica italiana”, Grazia Cherchi. Attualmente scrive sul suo blog e collabora con numerose riviste culturali e letterarie.

La scrittrice abita qui è un saggio, ma ancor prima che un saggio è una grande narrazione storica che procede episodica e avvincente attorno ad alcune illustri scrittrici del Novecento.

Pubblicato per la prima volta nel 2002 con Neri Pozza, il libro vuole essere una raccolta di testimonianze dirette che Sandra Petrignani ha selezionato viaggiando dall’Africa all’Italia. Si tratta di Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar Colette, Karen Blixen, Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Vanessa Bell e Alexandra David-Néel e altre ancora, sono solo alcune delle autrici principali del Novecento che immeritatamente non vengono ricordate e di cui la Petrignani ci dà un intrecciato affresco (esclusa la Woolf, e parzialmente la Yourcenar). Basti pensare che Grazia Deledda vinse il Nobel nel 1926 e oggi il suo nome non è noto tanto quello di altri che l’hanno succeduta.

Le storie delle autrici si intrecciano agli spazi delle stanze che hanno abitato.
La scrittrice abita qui non vuole essere soltanto un omaggio a donne di incredibile valore, ma nelle sue pagine si fa cronaca diretta di quei luoghi in cui hanno vissuto. All’interno di questa cornice, il ritratto di una Grazia Deledda scontrosa e orgogliosa, si oppone a quello che è sempre stato tramandato dalla scrittrice, e nel frattempo si intreccia al destino degli ultimi anni di vita di Colette, – costretta a letto fino alla morte -. Gli amori della Yourcenar in un’America agli albori, l’eccesso di femminilità di Colette, e l’antica locanda seicentesca dove visse Karen Blixen.

Uno spazio significativo è riservato alle vite delle autrici protagoniste.

Le vite di queste incredibili nove personalità vengono osservate attraverso le stanze che hanno abitato, le letture, gli studi e gli incontri (densi di influssi e influenze) che hanno fatto in vita loro. Tuttavia, la Petrignani non si risparmia di fornirci retroscena accattivanti, provenienti dalle loro vite più intime; i loro amori e le passioni più recondite. Un viaggio che fisicamente esordisce nella Barbagia, il cuore tenebroso della Sardegna, per arrivare all’Inghilterra di Virginia Woolf e alle innumerevoli stanze abitate dall’autrice inglese.

Ma che cosa lega sottilmente le donne de La scrittrice abita qui? Forse il tentativo di rimarcare i propri spazi, la necessità di far sentire la propria voce all’interno di società che si opposero alla loro grandezza. Donne con obiettivi e sogni ben precisi, ambiziose, e disposte a tutto pur di riuscire a dire ciò che vorrebbero. Ma tuttavia, sempre rappresentate dalla critica e dall’opinione comune, con ostilità; mai comprese fino in fondo.

La scrittrice abita qui è una lettura interessante e in qualche modo formante. Sandra Petrignani ha uno stile inconfondibile, una prosa incalzante e ricca di armoniosi vocaboli ricercati; lunghe descrizioni di posti che vorremmo vedere meglio e conoscere a fondo.
Una scrittura poetica, che evidentemente ha subito l’influsso dei suoi primi esordi, ma da cui non si può che restare ammaliati. Soprattutto se si hanno a cuore alcune tematiche e personalità che Sandra Petrignani conosce a fondo, e narra in prima persona. In questo caso, l’autrice del libro rappresenta appieno un punto di comunicazione tra il passato e il presente, mantenuto in vita con estrema eleganza.

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