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Immagine della Nausea di Sartre, messa a fuoco in secondo piano dietro delle foglie di palma tropicale, nell'edizione Einaudi del 2016

La nausea, J. P. Sartre

La prima domanda che mi pongo come lettore, appena chiudo un libro, è che cosa quel testo abbia saputo darmi. Capita di leggere libri dall’intreccio complesso, che si fanno apprezzare per la costruzione della storia, e per il modo in cui è disposta la narrazione dei fatti; altre volte, di un libro se ne apprezza il messaggio; altre le capacità di scrittura dell’autore; e ancora il contesto storico che un’opera intende analizzare. Ci sono tanti aspetti su cui mi soffermo a ogni lettura; evidenze più o meno appariscenti che racchiudono in sé la ragione del mio giudizio. Ma alla fine, ciò che mi spinge a ritenere se un libro mi sia piaciuto o meno, è ciò che di esso mi rimane impresso, quello che mi ha insegnato, la prospettiva da cui riosservare il mondo.

Personalmente, potrei riconoscere subito, quindi, che la Nausea di Jean-Paul Sartre (1905-1980) manchi quasi del tutto della maggior parte degli elementi che di solito mi permettono di apprezzare fino in fondo un’opera.

La storia della Nausea è pressoché inesistente. Altro non è che la cronaca fedele dell’avanzare rapido verso la fine di giorni tutti uguali.

Dopo un lunghissimo viaggio, Antoine Roquentin raggiunge la cittadina di Bouville – una località inesistente dove è possibile riconoscere alcuni punti di contatto con Le Havre, dove Sartre visse e insegnò. A Bouville trova alloggio in un albergo vicino alla stazione, dove si ritira per dedicarsi alla scrittura di una tesi di storia su un avventuriero del Settecento. Si tratta del marchese Rollebon, un personaggio mai esistito realmente, ma a cui Sartre dedica molte pagine e pensieri.

Oltre la scrittura, a Bouville, Roquentin è solito frequentare la Biblioteca municipale, posto designato all’incontro di un altro personaggio della Nausea, l’Autodidatta. È una figura particolare: un umanista che si istruisce consultando i libri della biblioteca, dal primo finché non arriverà all’ultimo, secondo l’ordine alfabetico, ma in un accostamento di titoli e autori del tutto casuale. Affascinato dalla vasta cultura di cui Roquentin ha fatto esperienza nei propri viaggi, l’Autodidatta è come se pendesse dalle sue labbra.

Alla sera, invece, Roquentin si reca macchinalmente in un bistrot, Il ritrovo dei ferrovieri, dove il piacere si esprime in relazioni esclusivamente corporee con la proprietaria; e in cui a Roquentin è possibile ascoltare l’unica musica che riesce ad apprezzare: Some of These Days.

Infine c’è Anny, l’unico affetto che viene in mente a Roquentin se si mette a pensare in quella stanza d’albergo; l’unica persona di cui abbia avuto nostalgia. La loro relazione si è conclusa quattro anni prima, e da allora, Anny è scomparsa, alla ricerca spasmodica del di lei «momento perfetto». È per questo che tra loro è finita. Anny pretendeva che ogni momento vissuto con Roquentin fosse perfetto, ma entrambi non conoscono la perfezione, e la ricerca ossessiva si conclude con l’allontanamento.

La Nausea è un libro popolato da personaggi senza nome, lontani da ogni tipo di caratterizzazione, ma descritti nelle loro apparenze, e tramite i giudizi a cui danno vita.

Folle di persone scorrono davanti alla finestra di Antoine Roquentin. Persone senza personalità; senza spessore, ma la cui esistenza vacua è percepita attraverso i pensieri dello scrittore – che coincide con l’io narrante della storia. Poiché La Nausea, prima di tutto, è un diario in prima persona sull’esistenza, e in modo particolare sull’inconsistenza dell’esistenza. Sull’inconsistenza della storia dei luoghi inesistenti che vengono narrati; sull’inconsistenza degli oggetti che abitano il mondo; e degli esseri umani che, come oggetti, non fanno altro che vivere le proprie giornate senza alcun senso. E la nausea è dunque l’unico sentimento che può provare l’uomo (l’essere umano) quando si sente solo davanti a tutto; irreale davanti alla soggettività delle cose – che a loro volta non sono mai oggettive, non si danno mai del tutto. Incompreso e a sua volta incapace di comprendere.

La società della Nausea è fatta di persone prevedibili, per cui è possibile immaginare come si comporteranno, come agiranno; come il passante sotto la finestra di Roquentin compierà il gesto che lo studioso si aspetta. È un turbine di pensieri, quello di Antoine Roquentin, un flusso di coscienza, all’interno del quale ciò che ci appare come reale, disadorno dei propri orpelli, perde di consistenza e si tramuta in qualcosa d’altro. Ma alla fine niente è dato una volta per tutte; e anche i colori, le forme, non appaiono mai nella pienezza del loro essere, perché l’essenziale non è visibile ma si può solo reinterpretare, collocarlo all’interno di un contesto che ne plasma il significato.

Immagino che volterà a destra per il viale Noir. Per questo dovrà percorrere un centinaio di metri, con la sua andatura ci metterà almeno dieci minuti, dieci minuti durante i quali io resterò così, a guardarla, la fronte incollata contro il vetro. Si fermerà venti volte, ripartirà, si rifermerà…

j.p. sartre, la noia, p. 48, einaudi, torino 2014

Quei lunghi giorni trascorsi a Bouville, quello sguardo al presente e alle circostanze, sono ciò che generano il diario di Antoine Roquentin.

Le giornate di Roquentin sono le une simili alle altre; ma sono i suoi pensieri a dar forma a quei giorni. Per Sartre nulla accade per davvero, e ciò che accade in realtà si trasforma coi nostri pensieri. È così che Roquentin si accorge di non aver vissuto appieno: è inutile l’amore che l’Autodidatta prova per i suoi racconti di viaggio; «quando si vive non accade nulla», ma è quando la si racconta, la vita, che tutto cambia e assume risonanza. Ma prima che avvenga il racconto, quei fatti altro non sono che la somma di giorni tutti uguali, inutili, dove l’Avventura manca del tutto.

Gli uomini vivono tutti allo stesso modo, ambiscono alle stesse cose, si affrettano per l’intera settimana e la domenica fingono di riposarsi; e persino nel riposo si assomigliano tutti. Forse è anche per questo, che Rollebon non è un personaggio esistito: perché la sua essenza la si scopre solo nel racconto di Sartre, e non nella pretesa della sua esistenza.

In queste esistenze osservate al di là dei vetri, l’unica cosa che cambia è la città, le cui linee originarie sono smarrite sotto la forza di una nuova politica. Davanti a questo cambiamento, a questo continuo evolversi del mondo senza che mai l’uomo possa afferrare il suo vero senso, l’individuo fallisce nel tentativo di cercarlo, perché l’esistenza delle cose è del tutto arbitraria e prospettica.

Eppure, l’uomo, per Sartre, è condannato a percepire l’inconsistenza e l’indecifrabilità di quel mondo, ed è costretto perennemente a un senso di nausea.

Un mondo ragionato attraverso le funzioni che rivestono gli oggetti che lo occupano. E perciò, una radice, che potrebbe essere qualsiasi altra cosa, e di qualunque colore – nonostante a noi appaia in un certo modo – mentre pare affermare la propria oggettività, in realtà nasconde la sua vera essenza.

Il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione di un segmento attorno ad una delle sue estremità. Ma pure il cerchio non esiste. Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascina, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza. Avevo un bel ripetermi «È una radice» – non attaccava più. Capivo bene che non si poteva passare dalla sua funzione di radice, di pompa aspirante, a questo, a questa pelle dura e compatta di foca, a quell’aspetto oleoso, calloso, caparbio. La funzione non spiegava niente: permetteva di comprendere all’ingrosso che cos’era una radice, ma per nulla affatto la radice stessa.

J.P. SARTRE, LA NOIA, p. 175, EINAUDI, TORINO 2014

La Nausea, dunque, diviene anch’esso metafora di quel filosofema che Sartre intende comunicare.

La storia si erge quindi a rappresentare la vera essenza del libro: essa non è del tutto comprensibile, come la vita, come le persone, come ciò in cui l’uomo si perde nei suoi giorni tutti uguali. Affascina dunque trovarsi davanti a un’opera che tramite la propria esistenza cerca di esprimere il suo contenuto. L’opera, tramite il suo essere a tratti incomprensibile, e il lento proseguire fino alla fine, si fa emblema di quell’inconsistenza e dell’irrealtà della realtà di cui l’uomo è vittima, e da cui egli, non può che uscire sconfitto. Perché in fondo, l’uomo nasce per casualità, e senza nessun motivo, e sempre per casualità, egli muore – o per dirla come Sartre amerebbe fare, crepa.

Definita come l’opera più libera di Sartre, La nausea è più vicina al saggistica che alla narrativa. Perché liberi sono anche i pensieri di Sartre, e del suo personaggio Roquentin, che si rivolgono a destra e a sinistra, solo guidati dal caso, da una coincidenza. Libertà che invece è proibita agli uomini nella loro esistenza, costretti alla perdita di senso, obbligati a scegliere tra le vane possibilità d’interpretazione che la realtà reca con sé.

Il romanzo di Romain Gary, La vita davanti a sé, ritratto vicino a una cornice con un'immagine tratta dal film ispirato al libro, regia di Edoardo Ponti, con Sophia Loren

La vita davanti a sé, R. Gary

Che cosa abbia aspettato, per tutto questo tempo senza conoscere Romain Gary, ancora me lo domando. Un autore dalla scrittura rivoluzionaria e dalla personalità enigmatica; vincitore due volte del Premio Goncourt, Romain Gary è lo pseudonimo di Roman Kacew, nato a Vilnius da padre ignoto.

Forse, quando per tutta la vita sui romanzi non leggi altro che gli strilli degli editori e dei giornalisti che gridano al capolavoro, capita di non crederci tutte le volte. Eppure, in questo caso, alla Vita davanti a sé, capolavoro è il termine più consono da attribuirgli. Ma lo stesso, non potrebbe del tutto dirsi della trasposizione cinematografica dell’opera, di Edoardo Ponti con Sophia Loren.

Dietro la duplice vittoria di Romain Gary del Premio Goncourt si nasconde un fatto eclatante.

Il Premio – esistente ancora oggi – reca nel proprio regolamento l’impossibilità di assegnarlo allo stesso autore più di una volta. Ma di fatto, lo scrittore Romain Gary lo vinse due volte: la prima nel 1956, con il suo celebre romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo, Neri Pozza, Milano 2009); la seconda, proprio con il romanzo Le vie devant soi (La vita davanti a sé, Neri Pozza, Milano 2005).

Tuttavia, mentre la prima vittoria venne attribuita alla persona di Romain Gary, per ottenere la seconda, Gary dovette elaborare un espediente dal fine assicurato. L’autore, dopo aver convinto un suo vicino cugino, Paul Pavlovitch a recitare la parte di Èmile Ajar, mise in scena una pantomima curata nei minimi dettagli per vincere il Premio nel 1975.

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, Gary si arruolò a Parigi nelle Forze aeree della Francia libera, appoggiando i compagni della resistenza capeggiata da Charles de Gaulle. Onorato come un eroe di guerra, cominciò a scrivere sostenuto dall’amatissima madre, che sempre lo spronerà nella sua realizzazione artistica.

Romain Gary e Jean Seberg © corbis

Dopo l’unione con la scrittrice Lesley Blanc, nel 1962 Romain Gary sposa Jean Seberg, la bellissima attrice di A bout de souffle (regia di Jean Luc Godard) e dell’indimenticabile Bonjour tristesse, tratto dal romanzo di Sagan.

È il 1979, quando Seberg, all’età di quarant’anni, venne trovata senza vita all’interno della propria automobile, per un’overdose di barbiturici. Il suo addio rimase impresso su un breve biglietto: «Forgive me. I can no longer live with my nerves». L’attrice americana ebbe una vita molto tormentata, soprattutto a causa delle violente depressioni di cui soffrì, ma la sua morte nulla aveva a che vedere con quello che sarebbe successo un anno dopo.

Il 2 dicembre del 1980, dopo aver dato alle stampe l’ultimo romanzo, Gli aquiloni (Neri Pozza, Milano 2017), Gary si uccise con un colpo di pistola dopo essersi comperato una vestaglia rossa, affinché sporcandosi di sangue, il prossimo a trovarlo non si impressionasse troppo.

Il suo testamento, ben più lungo di quello che l’ex amante americana lasciò, è divenuto un libro: Vita e morte di Emile Ajar. Due giorni prima della morte, egli provvedete a mandarne copia all’editore Gallimard, con la raccomandazione di renderla pubblica. Quell’opera conteneva in sé uno sconvolgimento che avrebbe stupito l’intera società letteraria parigina; poiché proprio in quelle pagine, Romain Gary rivelava che dietro il nome di Emile Ajar, il vincitore del Goncourt e il cantore di una Francia multietnica che cambiava il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary.

La vita davanti a sé di Gary venne riconosciuto come un capolavoro. Mentre il successo di critica di Gary diminuiva, paradossalmente, il nuovo e promettente autore Emile Ajar, fu annunciato come un grande scrittore.

È la storia contenuta tra le pagine della Vita davanti a sé a fare di questo libro un classico senza tempo; una storia che, a distanza di oltre cinquant’anni ha ancora tanto da dirci.

È la storia di un bambino musulmano, Momò, e della donna con cui egli trascorre la vita fino ai suoi quattordici anni: l’appariscente e austera Madame Rosa. In un appartamento al sesto piano del quartiere periferico di Bellville, a Parigi, l’ebrea Madame Rosa, reduce di guerra e sopravvissuta allo sterminio nazista, messasi in salvo da Auschwitz, abbandona la vita che faceva prima.

Il suo mestiere è stato a lungo quella di essere una donna «che fa la vita», ovverosia che si prostituisce. Ma da quando si è salvata, Madame Rosa ha deciso di ospitare nel suo appartamento i figli delle prostitute della città. In un vecchio palazzo di Belville, quartiere di povertà, degradazione, ma soprattutto odori, colori e multietnicià, da quelle famiglie, Madame Rosa riceve dei vaglie. Ma talvolta capita che alcune madri non ritornino più a recuperare i propri figli, e che la signora, coi suoi novantacinque chili abbondanti che quando si muove «sembra un trasloco», trovi una famiglia per quei ragazzi bisognosi d’amore.

Sono gli anni Quaranta inoltrati, la guerra è finita da poco, e ancora nell’aria si respirano le conseguenze di quell’evento mortificante.

Madame Rosa è la prima a risentirne, tanto che continuamente, memorie e sogni riportano in vita il suo dolore, le paure, e da un momento all’altro teme che i nazisti possano tornare a prenderla. In quegli anni, i Servizi Sociali e la Polizia di Stato rivolgono la maggior parte delle attenzioni verso i bambini, bisognosi di protezione e di esser tutelati. Un fatto di prim’ordine è che la legge proibisse alle madri di esercitare come prostitute, e per tal ragione, molte di quelle, affidavano i loro bambini dove potevano esser protetti nell’attesa di tempi migliori.

Tra tutti quei ragazzi, speciale è la sorte del giovane Momò. Un ragazzino dietro cui sembra nascondersi un grande segreto. Di lui, infatti, pare non si sappia molto. Non si conosce la sua età precisa, e la sua famiglia, a differenza delle altre, non si presenta mai a fargli visita, nonostante Madame Rosa continui a ricevere per lui un vaglia al mese.

Momò è musulmano, ma non è nemmeno sicuro di essere arabo. Ciononostante è stato educato come un ebreo. Parla fluentemente l’arabo, lo yiddish, il francese, e dentro di sé costruisce un mondo a portata di mano, per restar sempre lontano dalla realtà e dalle sofferenze della sua vita.

La paura più grande di Momò è quella di finire al brefotrofio, luogo in cui vengono ospitati i bambini abbandonati dai genitori.

Ma oltre a questa, Momò non ha paure. Egli è sempre intento a scoprire qualcosa, a meravigliarsi del mondo, e pervaso dalla bontà non si sottrae mai al piacere di far del bene agli altri. Tuttavia, cresciuto all’interno di un mondo di malfamati, incompresi, tossicodipendenti, prostitute, travestiti, ladri e neri, Momò trova nel rischio il maggiore dei suoi divertimenti. A Madame Rosa ha promesso che lui non farà mai la vita, e per il solo divertimento, commette furterelli e astuzie tra i banchi del mercato, infilandosi fin dentro le vetrine dei negozi.

Crescendo, il bambino vede le cose cambiare attraverso i suoi occhi. Gli altri bambini ospitati trovano famiglia e lasciano l’appartamento di Madame Rosa, mentre lui rimane sempre lì. E con lo scorrere del tempo, le condizioni di salute dell’anziana Madame Rosa peggiorano, fino a che il medico non le annuncia che potrebbe esser costretto a farla portare in ospedale.

Ma è proprio dell’ospedale che Madame Rosa ha paura: ella sa bene che la medicina si ostina anche contro la religione e la vita, e obbliga le persone a restar vive, anche quando esse non hanno le forze per dire che vorrebbero il contrario. Madame Rosa teme di esser trasformata in un vegetale; teme per il piccolo Momò, e il suo unico desiderio è di morire quando la vita la chiamerà.

La vita davanti a sé di Romain Gary è una storia in prima persona sull’amore e la necessità dell’uomo di trovar qualcuno a cui donare questo sentimento.

È una storia d’amicizia e sopravvivenza, quella tra Momò e Madame Rosa; il racconto di un rapporto originale, tra due individui che non hanno nessuno ma che necessitano d’amore. La vita davanti a sé narra il coraggio, la forza, i tanti modi in cui si può esser famiglia, le infinite possibilità che gli uomini hanno di amare e di sentirsi amati.

Narra la vita di un bambino marocchino in una Parigi sconvolta dalla guerra, mentre la Francia affronta un grande cambiamento e accoglie l’arrivo di stranieri provenienti da ogni parte del mondo. E allo stesso modo, anche la storia, è raccontata come se a farlo fosse proprio Momò. Un bambino che non ha mai l’età che dimostra, e che passa dai dieci anni ai quaranta, a seconda della situazione vissuta. Solo così, a Gary, diviene più facile raccontare della miseria, del dolore, perché negli occhi scuri del piccolo Momò ogni sventura diventa occasione per mettersi alla ricerca di un’opportunità.

Il dolore di Madame Rosa ci commuove, l’ironia di Momò ci fa ridere, e quelle piccole riflessioni che sottintendono ragioni ben più profonde di quelle comprese da un bambino, ci conducono verso la consapevolezza.

Un romanzo che procede con rapidità, perché la storia, nel modo in cui è narrata, scorre via tra le pagine. E quella storia qualche volta ti fa arrabbiare, qualche altra ti fa ridere e più spesso ti muove dentro qualcosa. Qualche d’un’altra, invece, ti fa piangere, perché Gary è tanto abile a immedesimarsi nei personaggi dei suoi racconti, che alla fine è impossibile non venire travolti.

E se mi riservo il dubbio che a qualcuno, un libro come La vita davanti a sé possa non piacere, è solo perché al mondo esisteranno persino degli individui che non sanno leggere, o che sfortunatamente ancora non conoscono Romain Gary.

Immagine che ritrae i due libri fondamentali per la comprensione di Romain Gary, cinti con un nastro rosso sopra un marmo bianco. Edizioni Neri Pozza, Piccola Biblioteca

Vita e morte di Romain Gary

In russo, gari significa brucia!, un comando al quale Romain Gary (all’anagrafe Romain Kacev) non riesce a sottrarsi. Un brillante scrittore ebreo, figlio d’arte, nato nel 1914 in Lituania, che ha lasciato un segno nella letteratura francese del Novecento, sempre attento ai deboli e ai personaggi più dimenticati della società.

Romain Gary, figlio di Ivan Mosjoukine – celebre attore e regista russo – e di Mina Owczynska, giunse in Francia per la prima volta alla giovane età di tredici anni. Con sua madre, Gary ha un rapporto speciale: riconosciuta più volte sotto la qualità di «madre straordinaria», il suo ricordo è vivo tra le pagine della Promessa dell’alba. In realtà il loro rapporto è abbastanza tormentato: Gary è ossessionato dal suo amore, dalle scelte che ella farebbe al posto suo – come un grillo parlante o una coscienza scomoda – ed è proprio in quelle circostanze materne che per l’autore origina «un costante bisogno di femminilità»; una frequente ricerca di affetto e dolcezza. Tanto che, per tutta la vita, sarà molto caro per Gary abbandonare quell’etichetta di sciupadonne e di Don Giovanni che in realtà egli disprezza totalmente.

Del resto è risaputo: per tutta la vita sono andato alla ricerca della femminilità. Senza quella, l’uomo non esiste.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 10

Immagino che sia quel che si definisce una madre “invadente”, una madre “dominatrice”. Avevo sempre un testimone dentro di me, ce l’ho ancora. Gli adolescenti diventano delinquenti perché non hanno testimoni. Padri e madri che se ne fregano, oppure né padri né madri. Senza un testimone interiore si può arrivare a fare di tutto.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 9

L’educazione di Gary è forgiata dal professor Louis Oriol.

Un’infanzia e un’adolescenza abbastanza travagliate: più volte accusato, interrogato dalla polizia (almeno tre volte), arrestato, sempre presente all’appello delle sbagliate compagnie, Romain Gary trova nella letteratura e nella conoscenza le uniche sue vie di espressione, all’interno di una società fondata sul machismo, e quindi sulla predominanza dell’uomo sulla donna.

Arrivato a Nizza, Gary è seguito da un insegnante invalido della prima guerra mondiale, «che bisognava sollevare dalla poltrona per farlo arrivare alla cattedra».

Non lo dimenticherò mai. Mai. Gli uomini non si fanno scopando, si fanno con le mani.

la notte sarà calma, Romain Gary, neri pozza, milano 2011; p. 120

Il ruolo di Romain Gary all’interno della società francese è andato ben oltre un’aderenza alla figura di vate.

Per Gary l’arte ha l’obbligo di adoperarsi per la ricerca dei valori veri; e lo scrittore, anch’egli, ha il dovere di ricercare la verità all’interno della propria letteratura. Ma la concretezza di Gary non si limitò a emergere nelle sole narrazioni.

In seguito agli studi in giurisprudenza si arruola nel corpo dell’Aviazione francese, e condividendo con il generale De Gaulle lo spirito e gli ideali, combatterà con la Forces aériennes françaises libres durante la Battaglia di Francia. Riconosciutagli dopo la guerra, la Legion d’onore (la più alta onorificenza conferita dallo Stato francese), Gary intraprese la carriera diplomatica come console generale francese in California.

La parola “diplomatico” non nasconde niente di più misterioso di un negoziatore, qualcuno capace di stabilire contatti a un livello più o meno elevato, un uomo da “pubbliche relazioni”, e un avvocato. Per quanto riguarda poi le nozioni di ambiguità e di menzogna, sono particolarmente comiche. È un mestiere in cui è praticamente impossibile mentire, poiché la maggior parte del tempo si tratta della trasmissione di consegne precise.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 114

Dopo i primi tentativi letterari, all’interno dei quali è già possibile intravedere parte di quella che sarà la sua filosofia, nel 1956 Gary si aggiudica il Goncourt con Le radici del cielo.

Un romanzo protoecologista, che si pone nella tradizione letteraria come anticipatore rispetto a temi allora ancora poco dibattuti. Romain Gary ha un gran rispetto della Terra, della natura, e dell’ambiente; incornicia Le radici del cielo con le terre africane, ma il focus è rivolto agli elefanti, bestie immense per cui egli spinge alla difesa della specie. Ma l’attenzione per i deboli si fa lampante quando i prigionieri di un campo di concentramento, tornati in libertà ricominciano a vivere e si reinventano.

In quegli stessi anni, frequenti sono i soggiorni in lungo e in largo per l’America – anche grazie al suo incarico di console. Gary comincia a comporre alcune delle sue opere in americano, poi le traduce (riscrivendole in toto) in francese.

Il viaggio, in modo particolare, rappresenta per l’autore una via per entrare in contatto con la conoscenza, e la scoperta dell’altro. Questo desiderio costante di scoprire l’ignoto, accompagnerà sempre Gary nella quotidianità, al punto che anche le lingue da usare diventano per lui un modo per «ricercare un “altrove”».

Negli anni Sessanta, Gary sposa l’attrice Jean Seberg, l’interprete di Bonjour tristesse e A bout de soffle.

Romain Gary e Jean Seberg

La loro unione è destinata a durare per nove anni, ma quando si incontrano, tra di loro, molta è la differenza d’età. Seberg ha appena vent’anni, e Gary decide di lasciare per lei la carriera. Insieme hanno un figlio, ma la storia si conclude con il divorzio. Un «divorzio perfettamente riuscito» tuttavia, perché quando arriva, la coppia già da un po’ si è avviata verso la lacerazione e «la perdita di ispirazione», e decide consapevolmente di mettere fine alla relazione. Da quel momento, cambia anche il ruolo che Gary ha nei confronti della donna, che passa «dal ruolo di moglie a quello di figlia», dal momento che Gary non ha mai avuto figlie femmine.

Alle accuse che gli vengono rivolte, circa il fatto che Gary esercitasse «un ascendente totale su Jean Seberg e la formava, la plasmava a suo piacimento», l’autore spiega nella Notte sarà calma:

Aveva molta più influenza Jean su di me che io su di lei, e credo che lo si possa dimostrare facilmente. Quando l’ho incontrata, lei era una stella del cinema e io un console generale in Francia. Quando ci siamo separati, lei era sempre una stella del cinema, e io ero diventato un regista.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 229

Ma tantissime sono le donne che Gary amò in vita sua, prima tra tutte la giovane Ilona Gesmay, schizofrenica e dipendente dalle droghe.

Dietro questa fine disperata del primo amore di Gary, si nasconde il totale disprezzo dell’autore verso le dipendenze. Ma c’è anche un’altra donna che compare quando Gary ha diciannove anni, una donna di cui egli si innamora ma che lo abbandona per un altro che le insegna a «farsi in vena». Per tutta la vita, Gary si tiene lontano persino dall’alcol, nonostante entri spesso in contatto con un mondo americano sfavillante, e pieno di promesse, di feste e dipendenze, tra i quali personaggi primeggia Marilyn Monroe – un’attrice eccezionale, che si era persa nel ruolo che l’America le aveva cucito addosso, senza possibilità di ritrovarsi.

In quegli anni, Gary continua a viaggiare per il mondo, e mai smette di rivolgere alla scrittura gran parte delle proprie speranze.

Scrive un libro appresso all’altro, e dedica al momento della composizione dalle sette alle nove ore al giorno. La scrittura, in qualche modo, diviene per lui un dovere – e al contempo un incredibile potere, tramite cui cercar di cambiare il mondo, o di avvicinarlo a un ripensamento dello stesso.

Ma la scrittura, per Gary non è soltanto un modo con cui tentare di mettere a posto le idee degli altri; è anche una via per leggersi dentro, per comprendersi, per soddisfare quel desiderio di raggiungere sempre altre dimensioni, altre realtà.

Locandina del film di Romain Gary, Gli uccelli vano a morire in Perù, con Jean Seberg

Anche il cinema diventa per Gary un mezzo su cui riversare le proprie attenzioni; con la regia degli Uccelli vanno a morire in Perù, Gary approda finalmente anche alla settima arte, e lo fa portando in campo un tema coraggioso che gli avrebbe dato diverse grane. Ciò di cui Gary voleva parlare era infatti la questione cara agli anni Sessanta-Sessanta sulla frigidità femminile. Alla sua comparsa nelle sale il film venne censurato poiché, come c’era d’aspettarsi, i modi di Gary erano i soliti: rudi e taglienti, per una delle opere più irriverenti e femministe di quegli anni.

Ma nel 1979, arriva per Gary un colpo fatale, da cui sarà difficile riprendersi senza dover sacrificare una parte di sé. L’attrice ed ex moglie Jean Seberg viene ritrovata esanime all’interno della propria automobile, dopo un’ingestione mortale di barbiturici. Come se, anche quell’atroce fatto, non fosse altro che una conferma di tutte le idee che Gary aveva sostenuto a gran voce.

Solamente un anno dopo sarà Gary a togliersi la vita, e a compilare di suo pugno un testamento che gli sarà pubblicato postumo.

Ma dietro quelle pagine manoscritte, si nasconde in realtà un segreto che agli occhi di molti era risultato del tutto occulto. Perché tra quelle rivelazioni, Gary dichiarava di essersi nascosto per molto tempo dietro lo pseudonimo di Emile Ajar, nonché vincitore del Goncourt con La vita davanti a sé. Ed è questa, forse l’opera più grande di Gary, quella che sottintende il suo vero originario intento: costruire un romanzo, in cui anche l’autore potesse far parte di quel gioco di finzione proprio della narrativa. Così, il detto di Rimbaud, il più visionario tra i poeti, «Io è un altro» non può che divenire perfetto se lo si cala sul personaggio di Romain Gary.

Appena uscito, La vita davanti a sé si aggiudicò il Goncourt, e procurò a quello scrittore esordiente una popolarità tale che non di rado Ajar veniva paragonato all’ormai «fallito» narratore francese, Romain Gary. Nessuno però era stato in grado di andare oltre quel gioco di finzione, nemmeno quando dietro l’immagine dell’autore si scoprì esserci suo cugino, Paul Pavlevitch. Invece, solo con la scomparsa dell’autore, Gallimard si preoccuperà di diffonderne il testamento letterario, fino a rimettere in discussione l’intera società letteraria francese, e il ruolo del romanzo nella società.

Ajar non fu l’unico pseudonimo utilizzato da Gary – come sappiamo, Gary stesso lo era.

Romain Gary è stato autore anche di un romanzo poliziesco a tinte politiche, Le Teste di Stéphanie, con il nome di Shatan Bogat; e persino di un testo satirico-allegorico firmato con il nome dell’italiano Fosco Sinibaldi. Era come se anche tutti gli elementi della vita di Gary facessero parte di un grande romanzo, a partire dall’autore stesso.

Le molte donne che ha frequentato, le idee che egli ha avuto la forza di sostenere, l’attenzione particolare per i deboli e i meno fortunati hanno contribuito a rendere Gary un grande autore indimenticabile della letteratura francese.

Anche l’operazione compiuta per la scrittura della Notte sarà calma, ha qualcosa di originale, perché prende vita da un’intervista che Gary affida a un giornalista immaginario, che ha il nome di un suo amico d’infanzia. Insieme a Vita e morte di Emile Ajar, La notte sarà calma è un testo fondamentale per comprendere l’autore. Ma per la brama di conoscerlo, non si cada nell’errore che basti leggere gli scritti autobiografici, in quanto Gary è onnipresente in tutte le sue produzioni. C’è molto di lui anche nella Vita davanti a sé, nelle Radici del cielo, in Cane bianco, e in tutti i testi che hanno contribuito a rendere celebre la sua figura.

L’intento primordiale di Gary non era tanto quello di sottrarsi dalla scena pubblica, bensì la volontà di dimostrare in che modo un autore può rimanere «prigioniero della “faccia che gli hanno creato”». Insieme a questo, vi è il profondo desiderio di Gary di avere la propria rivincita, ormai considerato come uno scrittore che aveva già dato tutto ciò che poteva dare. Ed è per quello che alla fine, anche La vita davanti a sé è il romanzo dell’angoscia di un ragazzino per tutta la vita che ha davanti, proprio come Emile Ajar.

Una vita al limite è stata quella di Romain Gary: incompresa, poco analizzata, e osservata soltanto da un unico punto di vista.

Sognatore e amate instancabile, Gary ha dato vita a un genere di narrazione che prima d’allora non esisteva. Potremmo qui chiamarlo il romanzo totale, un romanzo di cui non fanno parte solo le storie e i personaggi che popolano i libri, ma di cui fa parte l’autore stesso.

Così Gary, ormai depresso e arreso alla perdita della sua ex moglie, lascia scritto che con quell’addio non c’è alcun collegamento con la scomparsa di Jean Seberg. E negli ultimi propri istanti di vita si preoccupa per chi lo ritroverà esanime dopo essersi sparato un colpo di pistola. Per questo, acquistò una vestaglia scarlatta affinché chi lo avesse scoperto non ne rimanesse traumatizzato dalla visione del sangue. Anche in queste sue azioni, d’altronde, è possibile riconoscere quel Romain Gary caritatevole e pieno di cuore, che la stampa ha sempre faticato a identificare.

Immagine dell'autore Romain Gary in compagnia del suo cane, ritratto in bianco e nero mentre siede davanti alla scrivania con la penna stilografica in mano

E nel salutare e concludere la sua pseudo intervista con il giornalista amico d’infanzia, la tenerezza del cruento Gary dalle parole atroci e scurrili ma delle storie piene d’amore, si racchiude tutta nel pensiero che egli dedica al proprio cane, che sogna di rincontrare in miglior vita.

Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie.
Romain Gary, 21 marzo 1979.

conclusione di vita e morte di Emile Ajar, Romain Gary, neri pozza, milano 2016

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