Tag: letteratura italiana Pagina 1 di 5

La bella estate venne pubblicato per la prima volta nel 1949 procurò a Pavese la vittoria dello Strega.

La bella estate, C. Pavese

Uscito per la prima volta nel 1949, in una raccolta che comprendeva anche Il diavolo sulle colline e Tre donne sole, La bella estate portò a Cesare Pavese la vittoria del Premio Strega nel 1950. Nell’agosto di quello stesso anno, all’incirca un mese dopo la vittoria del premio, Pavese si tolse la vita nell’albergo Roma di Torino.

Solo negli ultimi anni, Einaudi ha ripubblicato La bella estate svincolata dagli altri due romanzi brevi, a cui si accomuna per il tema principale e per la tipologia del racconto.

La bella estate è prima di tutto un romanzo di formazione, o come tale si presenta.

Osservando la protagonista della Bella Estate, infatti, ci troviamo davanti a una giovane Ginia, donna acerba che si appresta a diventare adulta e lavora in un atelier. Durante l’ultima estate della sua immaturità, tanto attesa e immaginata, Ginia scopre attraverso Amelia un mondo totalmente nuovo rispetto a quello che conosceva. Amelia è poco più grande di Ginia e per vivere posa come modella davanti ai pittori che desiderano dipingerla. Sarà proprio grazie a lei che inizierà a frequentare alcuni ambienti particolari, salotti, bar e dimore di artisti bohémien: ricettacoli sì di arte e bellezza ma anche di svaghi sfrenati e pericolosi.

Proprio in una di queste occasioni, Ginia conoscerà il pittore Guido e desidererà essere anche lei ritratta da lui, senza tuttavia sentirsi minimamente adatta a ricoprire questo incarico.

È così che Amelia la persuade ad abbandonare la propria timidezza e la spinge tra le braccia del giovane pittore. Tuttavia, Guido non ricambia pienamente i suoi sentimenti: fin da subito si dimostra ostico all’idea di accompagnarsi a una donna, tuttavia apprezza la compagnia di Ginia e per un po’ di tempo la illude con belle parole e pensieri.

Amelia la conduce in una sorta di iniziazione sentimentale, è attratta da Ginia e nonostante provi a farglielo capire, lei pare avere occhi solamente per il pittore. Finché un giorno, Ginia decide di farsi dipingere da Guido davanti ad Amelia. Ma quando scopre che non sono soli la felice occasione diventa un pretesto di vergogna e umiliazione…

Quel momento tanto atteso, diviene così per Ginia ciò che fa svanire la sua bella estate, e tornando a casa rimpiange di essersi lasciata andare.

Quando fu sola nella neve le parve di essere ancor nuda. Tutte le strade erano vuote, e non sapeva dove andare… Si divertiva a pensare che l’estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più.

La bella estate è un romanzo cortissimo che dovrebbe essere conosciuto e letto da tutti gli adolescenti.

Perché La bella estate è il racconto della perdita dell’età dell’innocenza, verso cui tutti i giovani tendono e da cui poi non è più possibile far ritorno, se non attraverso i ricordi. E spesso, i ricordi di questo passaggio sono carichi di vergogna, rimpianti, perché nessuno ci prepara ad affrontarlo come dovrebbe esser fatto. La bella estate è il romanzo che celebra la perdita dell’innocenza, certo non uno dei più letti di Pavese, ma uno dei più significativi, se si pensa che Ginia vagheggia diverse volte di suicidarsi, fine che poi spetterà allo stesso Pavese.

Solamente una volta che Ginia è disposta ad accettare la fine dell’infanzia la sua vita può infatti procedere, lontana dalle attraenti disillusioni promesse dal cambiamento.

La bella estate diviene quindi molto più di una stagione, ma l’emblema di una fase beata e spensierata che contiene dentro di sé la potenza delle speranze e del cambiamento. Una bella estate, sì, meravigliosa, ma una stagione che tanto aspettiamo e che a un certo punto giunge – necessariamente, per forza di cose – verso la fine.

Intervista a Sandra Petrignani

La scrittrice Sandra Petrignani rappresentata davanti a una libreria bianca che sorride verso l'obiettivo

Sandra Petrignani è una delle più note e valide biografe del panorama letterario contemporaneo. Nei suoi scritti principali, il suo intento primario è quello di fornire un affresco di una società letteraria agli albori di un periodo rivoluzionario – di cui ormai non rimane molto, se non un ricordo sbiadito e spesso confuso -. Noto è l’amore della Petrignani per le donne di quei felici tempi andati, da Natalia Ginzburg, a Elsa Morante, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e molte altre. Altrettanti sono i libri dati alla stampa, ma numerose – soprattutto – sono le preziosi riflessioni e conoscenze generate dalla lettura dei suoi volumi.

Sandra Petrignani nasce a Piacenza il 9 luglio del 1952, suo padre è romano – ma di discendenza umbra -, e sua madre invece napoletana. Ci tengo a soffermarmi sulle sue origini perché nella letteratura della Petrignani sarà sempre presente una particolare attenzione al lessico e alle attraenti declinazioni che assume la lingua nei più variegati contesti. Mi viene quindi subito da chiederLe: in che modo le Sue tradizioni si sono mescolate al Suo personale lessico famigliare? Riesce a individuare nel suo gergo una parola “incandescente” quanto gli Sbrodeghezzi – che sempre il signor Levi rimproverava ai suoi figli?

C’è effettivamente questa triangolazione nelle mie origini: nord, centro, sud. Sono una “piasenteina” che era attratta da Roma, dove stavano i nonni paterni e che sentiva la madre – quando da Piacenza parlava al telefono con le sorelle – rinfocolare un dialetto napoletano che mi sfuggiva completamente. Più che da parole particolari, il mio lessico s’annidava in una filastrocca inventata da me a tre/quattro anni che la dice lunga sui miei rapporti con i genitori: «Son carina/ son piccina/ son la gioia di papà/ Ma se sporco la vestina/ la mammà mi fa tottò».

Da ciò che evince dai Suoi scritti e dalla Sua biografia, pare che la vita abbia sempre viaggiato di pari passo con la scrittura. Se guardiamo però alle prime composizioni, sarà facile accostare le Sue narrazioni a un tipo di scrittura di tipo giornalistico. Quando si è accorta di voler parlare di altro e di farlo attraverso una nuova forma?

Il giornalismo culturale (era la mia professione, quello che facevo per mantenermi insomma) ha senz’altro avuto un ruolo nella mia passione per i libri di viaggio e nell’interesse per le vite degli altri. Ma proprio all’inizio mi ero già misurata con un romanzo (in parte sperimentale) dal titolo Navigazioni di Circe e con i racconti di Poche storie (uno dei miei libri migliori secondo me, che spero di riproporre presto). Poi la proposta di Stefano Malatesta di scrivere un libro di viaggio per una sua collana presso la Neri Pozza (ho accettato ed è stato La scrittrice abita qui) ha cambiato il mio destino editoriale. Il direttore della casa editrice Giuseppe Russo mi ha spinto a insistere in questa direzione. Occuparmi cioè, fra romanzo, biografia, ricerca, viaggio, delle vite degli altri appunto. Ora che tanti altri scrittori si sono messi su questa strada, credo che io smetterò.

Libro sulla biografia di Natalia Ginzburg, scritto da Sandra Petrignani, studiosa di autori e personalità del Novecento

Nel 2018 è stata tra le prime cinque finaliste del Premio Strega con La corsara, biografia di Natalia Ginzburg. Attualmente lo Strega è uno dei premi letterari più importanti, un evento che i lettori aspettano ogni anno, ma soprattutto una vetrina per editori e autori, una possibilità per raggiungere nuove persone. Si ricorda come Le è stata comunicata la Sua partecipazione e soprattutto cosa ha provato pensando di concorrere per un premio letterario così importante, a cui hanno partecipato – prima di Lei – molte delle personalità che ha studiato e (fortunatamente) ci ha raccontato?

Ho pensato: rieccoci. Conscia dell’impegno enorme, spirituale e fisico, che concorrere a quel premio comporta. Avevo già partecipato con La scrittrice abita qui sistemandomi al quarto posto. Con La corsara mi sono piazzata terza, è già qualcosa. Perché si partecipa? Nel mio caso la poetessa Biancamaria Frabotta ha deciso per me candidandomi. E io ho accettato la sfida, consapevole dell’enorme visibilità che anche solo essere finalista allo Strega comporta.

La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani è un affresco delle maggiori figure del Novecento letterario italiano.

È proprio grazie alla Corsara che Lei può sentirsi veicolo previlegiato della storia di una donna che ha cambiato l’editoria e la letteratura italiana. Tuttavia, il Suo non è stato un mero reportage cronistico, tra le righe emerge prepotentemente il Suo entusiasmo e la Sua ammirazione nei confronti della Ginzburg e di tutte le personalità che le sono orbitate attorno. Come ci si sente a ripercorrere certi posti, a raccogliere certe testimonianze? Cosa si prova ad approfondire in modo così intimo la vita di autori e autrici che hanno avuto un enorme peso nella nostra letteratura?

Le suonerà strano, ma non avevo per Natalia Ginzburg nessun reale entusiasmo. Il che non vuol dire che non la stimassi. L’avevo conosciuta, e non aveva un carattere espansivo. Sentivo intorno a lei un’aura da razza padrona che mi respingeva. Mi sono messa a scrivere di lei per dovere. Mi sembrava uno scandalo, con l’approssimarsi del centenario della nascita, che nessuno fosse impegnato a redigere una biografia su una donna della sua importanza, non solo come scrittrice, ma come testimone di un’epoca turbolenta, come unica personalità femminile di vero potere editoriale, come costellazione di amicizie fondamentali nella storia culturale del nostro paese. Ero pronta a fare un lavoro umilmente biografico. Ma l’atteggiamento di chiusura dei familiari (almeno quelli più stretti), che mi hanno negato di consultare i documenti in loro possesso e di incontrarli, mi ha fatto deviare verso il libro più personale che poi ho realizzato. Libro comunque documentatissimo, ma scritto a modo mio, raccontando anche la mia ricerca, la mia scoperta dei posti, delle case di Natalia. Ne è venuto fuori un libro più appassionante, che – mi dicono i lettori e hanno scritto i critici – «si legge come un romanzo».

Lessico femminile è l'ultimo romanzo di Sandra Petrignani pubblicato per Laterza

In uno dei Suoi ultimi lavori, Lessico femminile, prende in rassegna le voci di innumerevoli autrici che hanno segnato il suo percorso di scrittrice e soprattutto di lettrice. Da Nina Berberova a Virginia Woolf traccia dei percorsi tematici molto interessanti che a tutti diranno necessariamente qualcosa di nuovo. Chi lo avrà letto non potrà certo sottrarsi all’idea che Lei abbia dovuto leggere tanto e documentarsi altrettanto prima di parlare di tutti questi lessici e linguaggi che si intrecciano. Sandra, vorrei chiederLe che cosa apprezza della scrittura femminile e qual è l’aspetto che più ama far emergere dai personaggi femminili di cui racconta.

A me piacciono i bei libri, quelli che ti lasciano un’emozione indimenticabile. Che poi li firmi un uomo o una donna mi è indifferente. Però mi dà fastidio l’ancora scarsa considerazione verso il genio femminile. E allora ho voluto proporre questa carrellata di belle pagine, bei pensieri, sentimenti, scoramenti a firma femminile per mettere in vetrina il valore di scrittrici che per me hanno contato molto. Ogni tanto mi rendo conto che ho dimenticato questa o quella. Pazienza. Non è un’opera enciclopedica, ed è bene che dentro il mio libro non ci siano entrate tutte quante. Vuol dire che le scrittrici di valore sono ancora di più della conta che ne ho potuto fare io.

C’è chi colleziona oggetti e chi colleziona amabili pensieri. In “cose (insignificanti)” la scrittrice Sei Shonagon scrive: “Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico […]”. Mi rivolgo direttamente a Lei, Sandra: preferisce collezionare oggetti a raccogliere ricordi?

Non sono una gran collezionista, né di oggetti né di ricordi. Anzi sono molto smemorata. Se colleziono qualcosa sono le emozioni. Le emozioni provate mi lasciano segni inalterabili, mi restano dentro fino al momento in cui, scrivendo, ne faccio qualcosa.

Nel corso della vita di ognuno di noi c’è sempre qualcosa che non ci aspettiamo che accada; a volte ci sono eventi che ci stravolgono l’esistenza o che ce la migliorano improvvisamente. C’è un evento – o un momento – che, anche solo per un istante, ha creduto potesse fermarla dal suo mestiere di narratrice e che poi invece l’ha spinta ad andare avanti?

Scrivere per me è una necessità. Mai scritto per onorare un contratto o per non sparire dalla scena. Mi fanno pena e tenerezza insieme gli scrittori che ragionano così, quelli che si sentono male se non sfornano almeno un libro all’anno. Si pubblica anche troppo, nessuno muore se Tizia o Caio stanno fermi per qualche tempo. Forse dietro ci sono necessità economiche o una nevrosi da protagonismo, non so e non capisco. Io scrivo quando sono pronta. Scrivere per me è anche stare in ascolto per mesi, pure per anni se serve. E quello che accade intorno, nel bene e nel male, incide su ciò che scriviamo, ma non in modo immediato. Se no è cronaca, non letteratura.

Sul Suo sito web, nella biografia, ci racconta come, del tutto casualmente, si è ritrovata ad Amelia, la Sua città paterna. Apprendo inoltre che vive tra la pace della campagna umbra e la caotica città di Roma. Probabilmente questo è il sogno di molti romani che fuggono dal caos della capitale, e di altri che invece ci tentano senza avere la possibilità di farlo. In quanto a Lei, in che modo riesce a dividersi tra queste due realtà completamente opposte tra loro?

Tanti mi chiedono inorriditi: ma perché ti sei seppellita in campagna? Io lontano dal caos sto benissimo, in compagnia dei miei molti animali. Vengo a Roma solo per necessità, ne potrei fare volentieri a meno. Se ci sono spettacoli o mostre imperdibili, mi metto in macchina e arrivo in poco più di un’ora. Non è un dramma. E del resto cose imperdibili ce n’è sempre meno. Aspetto sempre un genio come Tadeusz Kantor e uno spettacolo come La classe morta, che alla fine degli anni ’70 mi colpì come niente altro. Nel caso ci fosse in giro un simile genio e non me ne accorgessi, me lo segnali per favore.

L'immagine ritrae il libro di Elsa Morante, Lo scialle Andaluso, fotografato in mezzo ai fiori recisi gialli e violetti, su fondo in legno

Lo scialle andaluso, E. Morante

Nel novembre del 1963, per la casa editrice Einaudi, viene pubblicata la raccolta di racconti Lo scialle andaluso. La pubblicazione del volume avviene in un momento particolare per l’autrice, ossia mentre Elsa Morante soffre la perdita di un suo grande amore: Bill Morrow. Ma in realtà, molti di essi vennero composti in tempi assai remoti.

Morrow è un giovane pittore newyorkese amante dell’arte e dell’eccentricità. A quel tempo Elsa conviveva ancora con Moravia in via dell’Oca, ma durante l’autunno Alberto se ne va e lei rimane ad abitare l’attico di via del Babuino. Ogni altro progetto viene interrotto, e a chiunque le domani se sta scrivendo qualcosa, appare come se abbia perso la voglia di narrare ancora.

Il racconto che dà il titolo all’opera, Lo scialle andaluso, era allora già uscito nel ’53 sulla rivista “Botteghe Oscure”.

Sono i suoi amici più fidati, Italo Calvino e Umberto Saba che le fanno capire che si tratta di un buon lavoro – anche se si allontana da tutto ciò che ha scritto fino a quel momento. Sarà proprio Saba a suggerirle di concentrarsi su questo “eterno rapporto tra la madre e il fanciullo”.

La tua nostalgia di essere un ragazzo è – in realtà – la nostalgia di non avere messo al mondo un ragazzo: lo cerchi nell’arte perché non l’hai avuto nella sua fisicità.

da una lettera di saba alla morante, su l’amata p. 127

Dietro la risposta di Saba si possono leggere alcune delle motivazioni che hanno portato alla genesi dello Scialle Andaluso. Di questo sentimento provato da Elsa Morante se ne ritrova traccia anche nell’Isola di Arturo. Entrambi i personaggi protagonisti – se si prendono in considerazione Arturo e Andreuccio – nascono dalla perdita dell’amore di un altro uomo importantissimo per la Morante: Luchino Visconti. Un innamoramento non corrisposto, lo stesso che Andreuccio prova per sua madre, e che Arturo patisce per suo padre. Perché l’amore, in queste pagine, non è qualcosa in cui trovare salvezza, ma spesso compare come qualcosa da cui mettersi al riparo.

La raccolta dello Scialle andaluso ha uno scopo importante per la Morante. Da una parte mette fine a un silenzio letterario troppo lungo per l’autrice; dall’altra invece le dà il coraggio per riavvicinarsi alla scrittura e per narrare ancora.

La figura di Andreuccio, il protagonista dell’ultimo racconto della raccolta, si ripropone in un altro manoscritto, un romanzo-balletto che non vide mai la luce: Nerina. Qui non è lui il protagonista, ma il personaggio si insinua tra le pagine e le storie con prepotenza, rubando spesso la scena alla protagonista. Di questo romanzo se ne ha prima notizia proprio durante quegli anni, ma già nel ’52 non se ne parla più. La Morante, allora, scriverà a Calvino che ha appena concluso un lungo racconto, e quasi certamente si trattava dello Scialle andaluso.

Lo scialle andaluso si presenta come una raccolta ricca di spunti per comprendere la Morante, non solo in quanto scrittrice, ma anche per addentrarsi nella sua biografia.

Oltre alla storia di Andreuccio, la più lunga della raccolta, possiamo leggere un frammento di Nerina, sotto il racconto di Donna Amalia, una donna che vive tutto con la spensieratezza di una bambina mai cresciuta. Poiché ella, “a differenza della gente comune, non acquisiva mai, verso gli aspetti (anche i più consueti) della vita, quell’abitudine da cui nascono l’indifferenza e la noia”. Il ladro dei lumi venne composto nel 1935: a esso seguiranno L’uomo dagli occhiali, La nonna, Via dell’Angelo, Il gioco segreto, Il compagno e Un uomo senza carattere. Questi ultimi racconti citati provengono da una raccolta pubblicata nel 1941 per l’editore Garzanti.

Altri racconti provengono dalla preistoria dell’autrice, come Il cugino Venziano, Andurro ed Esposito. Il soldato siciliano, faceva parte di una trilogia di racconti sulla guerra, della quale gli altri due sono andati perduti. Nonostante la grande varietà di personaggi, sentimenti, dolori e temi, tutte le storie narrano di rapporti esclusivi e legami familiari che sfociano nella prigionia, di giovani che si apprestano a diventare grandi. Come se, dietro ogni famiglia che la Morante ha deciso di raccontare, si nascondesse un segreto, un demone nascosto, uno scheletro nell’armadio di cui sentiva il bisogno di narrare. Mondi dove la fantasia e la realtà, il sogno e la veglia, si mescolano continuamente e danno prova della sua grande abilità stilistica.

Lo scialle andaluso, soprattutto, è un reperto fondamentale per osservare il trascorso di una grande scrittrice del Novecento che tanto odiava non potersi definire scrittore, al maschile. Una raccolta di racconti selezionati dalla stessa Elsa Morante, per raccontare il suo lungo iter di narratore.

Pagina 1 di 5

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén