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Il libro di Moravia, La ciociara, ritratto su un piano in legno con le rose bianche e un nastro rosso

La ciociara, A. Moravia

Ecco che i temi tanto cari a Moravia, con La Ciociara si perdono, e lasciano spazio a una narrazione che intende essere insieme storica e realistica. Perché se negli altri romanzi di Moravia, Gli indifferenti per esempio, la storia avviene all’interno del lettore; nella Ciociara, la storia prende vita tra le pagine, e il lettore assiste allo spettacolo.

Se negli Indifferenti, ma anche nella Noia, per mano di Moravia si manifesta un affresco astratto della realtà, dove niente è come sembra, e ogni cosa ne intende un’altra; in libri come La ciociara e Agostino, il problema che l’autore vuole snocciolare appare forte e chiaro. Non è trattato attraverso vie secondarie, ma espresso in maniera diretta.

Forse, una delle più grandi capacità di Moravia è proprio quella di sapere sempre scrivere storie che superano le precedenti, o che almeno le rimettono in discussione; Moravia è abile a inventare racconti ogni volta nuovi; personaggi diversificati, ambientazioni le une diverse dalle altre, ora Roma, ora Rimini, ora Capri. E se per la maggior parte degli autori del Novecento, vien facile individuare una linea narrativa, un filo conduttore che unisce tutte le opere composte, con Moravia questo diviene più difficile.

Pubblicato nel 1957, La ciociara era già stato scritto dall’autore negli anni Quaranta. Ma arrivava dieci anni dopo rispetto a un altro libro, che può esser letto in sua funzione: La romana.

Mentre La romana, però, è ambientato durante e sotto la dittatura fascista; La ciociara narra gli ultimi nove mesi di una guerra estenuante. È la Seconda guerra mondiale, precisamente il biennio 1943-1944, periodo che lo stesso Moravia (in compagnia di Elsa Morante) trascorse come sfollato in Ciociaria. In qualche modo si potrebbe sospettare quindi che questo romanzo rechi seco molto materiale autobiografico; e difatti è vero; ma sarebbe assurdo ricercare Moravia, oppure Morante, tra quei personaggi.

Nella Ciociara, l’autobiografismo di Moravia lo si può riscontrare nelle lunghe descrizione dei paesaggi desolati, dei metodi feroci con cui le persone avevano imparato a vivere; in quelle capanne sgangherate in cui egli stesso si riparò, in quelle descrizioni di un popolo che ha perso completamente i propri riferimenti. È dunque la narrazione dell’esperienza umana di quella terribile creatura che è la guerra.

Un mondo in cui la legge, la moralità, il senso del dovere, il rispetto e altri valori simili non esistono più. È anche per questo che Cesira, e la sua giovanissima figlia Rosetta, dopo aver affidato le proprie cose a un uomo che le sorveglierà, abbandonano la città di Roma per trovare riparo più a Sud.

È Cesira a raccontare la storia in prima persona. La sua storia è quella di un’italiana qualunque dei primi anni Quaranta. Una donna tenace, che provvede a tutto da sé, e che ormai non teme più niente.

Dopo la perdita del marito, a parte il negozio, e la giovanissima Rosetta, Cesira non ha nient’altro di cui più occuparsi. Sposatasi a un uomo molto più anziano di lei, Cesira conosce il mondo così come le appare: ma niente, e dico niente!, è in grado di metterle realmente paura. L’unica cosa che teme è di non essere abbastanza forte da proteggere sua figlia, e così la difende da chiunque, a spada tratta, con un italiano spesso maccheronico, e di sicuro poco raffinato.

Rosetta, invece, è stata istruita dalle suore: è per amor del defunto padre e della sua passione per la borsa nera, che la bambina ha potuto ricevere una ligia educazione. Ma al contrario di sua madre, Rosetta è timida, impaurita, e non ha percezione di ciò che nel mentre accade intorno a loro.

Così, dopo essersi fatte aiutare da uno spasimante di Cesira, Giovanni, le due donne si mettono in viaggio; arrivano alla Stazione Termini, e là, salgono su un treno diretto a Vallecorsa. Sui vagoni sono costrette a viaggiare in piedi, osservano i visi tetri dei passeggeri, hanno poche provviste per il viaggio; ma nella città di Fondi – all’incirca un giorno oltre la partenza – Cesira e Rosetta sono costrette a fermare il loro viaggio.

Come spesso accade in tempo di guerra, il treno è preso d’assalto dai bombardamenti, e l’unico modo per le due di procedere nel viaggio, è quello di scendere e andare a piedi.

A Fondi, Cesira e Rosetta vengono soccorse delle genti del posto, e accompagnate fino a Sant’Eufemia, località in cui le due trascorreranno i successivi tempi. Tra quelle persone, la divisione tra sfollati e contadini è netta: i primi, si arricchiscono a sfavore dei secondi, ma i secondi sono i veri ricchi della guerra. Perché mentre gli sfollati con il denaro riescono a campare appena qualche mese, finché i prezzi non raggiungono le stelle; i contadini hanno la roba da mangiare, il cibo che serve per il sostentamento. Solo i contadini conoscono il posto, e vivono da sé attendendo di tornare a vivere una vita normale.

Le condizioni in cui tutti vivono sono molto desolanti: il cibo è razionato fino all’ultimo grammetto; l’acqua scarseggia, mentre i terreni bonificati vengono bombardati dagli avversari, e la Malaria si fa minacciosa; nessuno si lava, e per farlo occorre sottoporsi al getto ghiacciato dell’acqua piovana raccolta nel pozzo. Persino la luce è proibita all’interno di quelle capanne, e la porta è sempre aperta per permettere agli abitanti di vederci qualcosa; i bracieri riempiono di fumo le stanze senza finestre, e il rumore assordante d’un telaio accompagna le giornate di Cesira e sua figlia.

Tra loro c’è il giovane Michele, un intellettuale antifascista e comunista, avverso agli sfollati poiché mai interessati a riflettere sulle sorti del Paese. E mentre la linea del fronte avanza, il cibo scarseggia, e la paura si fa sempre più viva, i bombardamenti aumentano e cominciano i rastrellamenti dei nazifascisti.

Per questa ragione, Cesira, Rosetta e Michele decideranno di salire ancora più su, e di nascondersi nelle montagne; laddove, anche se si viene raggiunti, è possibile disperdersi tra la natura selvaggia, e sperare nella salvezza. Là, il rapporto tra Cesira, Rosetta e Michele si fa più intenso: specialmente Rosetta, pare essere molto affezionata al ragazzo (e quando per un motivo che non vi racconto, ella lo perderà, sarà lei a soffrirne di più).

Michele, in breve tempo, diviene per loro un punto di riferimento, e tra tutti quei disperati, egli sembra essere l’unico a non aver perso l’umanità, il rispetto, il senso della legge. I suoi racconti a voce alta intrattengono i presenti, ma non tutti li comprendono; perciò, anche per lui, Rosetta e Cesira acquisiscono un ruolo non indifferente.

Insieme ai colori, e al corso sempre uguale della Natura, l’asprezza e la crudeltà della guerra sono i veri protagonisti del libro.

In queste pagine, la rappresentazione della Seconda guerra mondiale appare vivida. Tuttavia, La ciociara non è un romanzo di guerra: perché la guerra è raccontata tramite chi l’ha patita, e non invece da parte di chi l’ha fatta. Sopra ogni sentimento primeggiano la forza e l’ingiustizia di una guerra. Una guerra che si è consumata a opera dei potenti, ma a discapito del popolo; una guerra dove tutto, ogni minima cosa, è rimessa in discussione. A nulla è occorso aver vissuto con dignità e senza imbroglio: quando la guerra arriva, gli uomini diventano ciò che essi sono veramente, lontani dalla legge, dalla compassione e dall’umanità. Perché se ad amministrare la giustizia sono gli stessi che quella guerra l’hanno voluta, allora, ogni torto, ogni obiezione, è totalmente privata di ogni merito e colpa.

Nella potenza di questa lunga narrazione di Moravia, divenuta un film con il premio Oscar Sophia Loren, l’intento è proprio quello di rappresentare il dolore e la disumanizzazione della guerra. Il comunismo è concepito come l’unica via d’uscita, ma tuttavia – come non sarà sfuggito ai lettori della Ciociara – non è garanzia di salvezza. È però una lente attraverso cui leggere quelle pagine di storia:

con La ciociara si chiude idealmente la mia fase di apertura e di fede senza incrinatura nei confronti del comunismo. Si consumava dentro di me l’identificazione tra comunista e intellettuale. […] il Michele di Gli indifferenti si conclude là, con La ciociara. Non a caso, il protagonista maschile del romanzo l’ho chiamato appunto Michele.

La ciociara è una storia di una bellezza primordiale; ma non solo. È un documento, un atto scritto, un resoconto di quei mesi che gli italiani furono costretti ad affrontare; e come loro: i tedeschi, gli inglesi, gli americani. E se anche di quei tedeschi – i cattivi – non sono risparmiate al racconto le crudeltà, i furti, gli ingiusti soprusi, Moravia non esita a dir di loro che sottostanno alle volontà di un mondo insensibile e ipocrita.

Il libro La noia di Alberto Moravia, ritratto su un piano di marmo attorno a tulipani rossi

La noia, A. Moravia

Il 24 novembre del 1960, La noia viene lanciato sul mercato editoriale italiano. L’autore è uno scrittore già noto al pubblico del tempo, soprattutto grazie al successo degli Indifferenti. Proprio in quella direzione verso cui muoveva il libro d’esordio di Moravia, La noia si inserisce all’interno di una trilogia che si concluderà con La vita interiore.

Solamente un mese dopo, La noia è già alla quarta ristampa, e porta a Moravia la vittoria del Premio Viareggio. La motivazione, prima tra le molte, è che La noia reca seco un principio di rottura con la stagione letteraria precedente, il cosiddetto neorealismo. Una corrente che Moravia ha esplorato a lungo prima di abbandonare, con i Racconti (1954), e specialmente con La Ciociara (1957) – divenuto poi un film di successo, grazie all’interpretazione da Oscar di Sophia Loren.

Composto di nove capitoli, La noia è presentato da Moravia come «romanzo d’amore».

A tutti gli effetti, La noia racconta la storia di un amore, utilizzandolo però come pretesto per affrontare il tema centrale dell’opera. Si direbbe infatti che, a un primo sguardo, la storia è molto semplice e potrebbe essere riassunta in pochi passaggi.

L’astrattista Dino appartiene a una famiglia nobile romana, di cui ormai non è rimasta che la madre che abita una sontuosa villa sulla via Appia romana. Dopo esser cresciuto come un giovane che mai avrebbe dovuto approcciarsi al lavoro, è grazie a sua madre che la famiglia è diventata ricca. Come Dino, anche suo padre, per tutto il tempo in cui è stato in vita non ha fatto altro che viaggiare per il mondo, tornando a casa giusto il tempo di riempirsi le tasche con i soldi amministrati dalla moglie.

Ma di quel mondo luccicante, di feste e banchetti, di conoscenze importanti e nomi altolocati, Dino soffre, al punto che decide di abbandonare la confortante villa materna, per trasferirsi in uno studietto di via Margutta, dove può dipingere in santa pace.

Ma neanche la pittura pare sottrarlo a quel sentimento opprimente di noia che vive – lui, come tutte i protagonisti degli anni Sessanta e del neocapitalismo. È come se ogni cosa appaia a Dino come sorda e muta allo stesso tempo: egli non è in grado di afferrare l’oggettività e la realtà in cui vive, tenta di decifrarla, ma fallisce: e perciò si rinchiude nella propria alienazione, bloccato dall’impossibilità di comunicare con il reale.

Alla morte del pittore che lavora nello studio accanto al suo, Dino conosce Cecilia, una diciassettenne amante del vicino defunto.

Due personaggi incapaci non solo di comunicare, ma anche di amare. Un’impotenza che riduce i due protagonisti del racconto, Dino e Cecilia, a meri oggetti inanimati. Due amanti alla ricerca di vuoti personali: la prima, Cecilia, una giovane adolescente di famiglia povera, incapace di frequentare un uomo per volta; il secondo, Dino, che tenta in tutti le vie di ammazzare quel sentimento di noia che prova – che non è la negazione del divertimento, ma l’incapacità di individuare nella realtà dei riferimenti, delle cose che abbiano un qualunque senso.

Per Dino, tutto è privo di senso. A cominciare dalla società in cui sua madre riesce a muoversi con disinvoltura; continuando con la sua stessa pittura, che gli impedisce, nella sua evoluzione astratta, di comprendere i contorni del mondo. Ma priva di senso gli appare anche quella relazione con la minorenne Cecilia, poiché anche lei nel suo essere misteriosa ed enigmatica è amata, ma non appena tenta di spiegarsi – e si spoglia agli occhi di Dino – diviene chiara l’impossibilità dell’uomo di comprenderla, e di afferrarla una volta per tutte. E si direbbe proprio che, se Dino fosse in grado di comprendere Cecilia, il loro amore non avrebbe più lo stesso interesse agli occhi del pittore.

Nella Noia non esiste più alcuna realtà oggettiva poiché i cardini dell’indagine attraverso cui studiarla, crollano vergognosamente.

Anziché il progresso e l’evoluzione umana, all’origine della nascita e della scomparsa di ogni civiltà compare un sentimento nuovo: la noia. Tale programma viene nascosto saggiamente tra i sogni infantili di Dino, ma rappresenta poi il centro del romanzo.

La noia che altro non è che il risultato di un’alienazione, come Moravia avrà da dichiarare in una propria intervista comparsa qualche giorno prima dell’uscita. La noia che diviene il simbolo della negazione di una realtà oggettiva, e che nella sua complessità, passa in breve tempo dall’esser considerato un romanzo d’amore, alla definizione più specifica di romanzo saggistico.

Un romanzo che intende riflettere sull’intera società; che prenda Dino non tanto come protagonista di una storia, o come simbolo della società di quegli anni. Persino il suo raccontarsi diviene del tutto arbitrario, poiché il narratore è Dino. E a tale scopo, anche l’io narrante, per Moravia diviene un modo ancor più manifesto di negare una pretesa di oggettività. Un io letterario che oscilla «tra la conoscenza completa che è noia e irrealtà e la conoscenza imperfetta che è invece, mistero e realtà».

Ma è proprio quella realtà che l’uomo contemporaneo non potrà mai comprendere appieno. Poiché nello stesso momento in cui conosciamo una cosa, essa cessa di esistere.

Anche nella Noia sono messi in scena personaggi antipatici e affatto digeribili.

Soprattutto Dino e Cecilia sono protagonisti tormentati, che non si affezionano a nessuno, che mentono, e per cui non si riesce nemmeno a provare un po’ di compassione. Ma non distanti da loro appare anche la madre insopportabile di Dino, la vedova del pittore Balestrieri, il padre afono di Cecilia, e sua madre – che sembra sapere molto più di quanto il lettore spera.

Ritornano dunque gli stessi odiati personaggi degli Indifferenti, il lusso sfrenato, l’incapacità dell’uomo di pensare al di là dei propri tornaconti. Ritorna una narrazione serrata, fatta di parole auliche e schiette che hanno il coraggio di affermarsi. Ritornano i luoghi pieni di rimandi di Moravia, e compare una Roma inedita, differente rispetto a quella della Ciociara.

Una Roma che si è fatta metropoli, che è divenuta luogo di ricchezze e convegni festosi; una Roma che altro non è che un perfetto scenario, in cui poter ambientare la vita di un uomo qualunque che voglia ergersi a simbolo della perdizione e smarrimento di un’intera società.

Immagine che rappresenta il libro "Agostino" di Moravia rappresentato sopra un divano, in primo piano, con dietro sfocati fiori e piante

Agostino, A. Moravia

È il 1942, quando a Capri, durante quell’estate in cui tutte le cose sarebbero cambiate, Moravia si accingeva a scrivere Agostino. Un libro, che nel suo titolo, avrebbe per sempre ricordato quel momento in cui gliene venne idea, proprio durante il mese di agosto. Proprio allora, Moravia doveva di certo aver ricordato una sua estate, di molti anni prima, quando «gli ultimi boati di un’altra guerra sembravano spegnersi sul mare e sulle spiagge di Viareggio».

C’è qualcosa di primitivo nel brevissimo Agostino, qualcosa che spiega tutte le opere da Moravia. «È la cerniera che congiunge Gli indifferenti ai miei libri successivi» dichiarò ad Alain Elkann, nella sua celebre intervista divenuta una biografia a quattro mani. Ma oltre questo, in Agostino c’è qualcosa d’altro e di più profondo, un’ «esemplarità culturale, storica e per così dire antropologica che si poteva accordare alla storia del fanciullo moraviano».

Agostino fu il libro che consentì a Moravia di ricevere il suo primo riconoscimento, il Premio del Corriere Lombardo.

Scritto in tempi brevissimi, dapprincipio Agostino incontrò grandi difficoltà per la pubblicazione, a causa della guerra e della considerazione che si aveva dell’autore, oltraggiato dalla censura a partire dagli Indifferenti. La prima edizione uscì solamente nel 1944, e per quanto rechi nelle prime pagine la dicitura «finito di stampare nel mese di febbraio» i moraviani dovettero aspettare la fine della guerra, l’estate, per leggerlo.

Impreziosita dalle illustrazioni di una storica amicizia di Moravia, il pittore Renato Guttuso, Agostino rappresentava un ritorno alla narrativa e alle tematiche tanto care agli Indifferenti. L’alienazione, l’incomunicabilità degli individui moderni e il mondo delle apparenze sono solo alcuni tra i temi ritrovati.

Questo brevissimo testo, pare – oggi più che mai – volesse rappresentare quel bisogno di rifondazione di un’intera cultura smarrita dalla guerra. Eppure, Agostino è ben lontano dall’essere un libro di guerra; e al contempo, è estraneo anche al tentativo autobiografico. È vero però che, in quell’estate a Viareggio che Moravia ricorda in molte delle sue interviste, qualcosa doveva esser successo se la memoria indelebile di quegli anni giovanili ancora lo conduceva a riflettere su quei giorni.

Delle prime vacanze a Viareggio poco ci è dato sapere.

Tuttavia, pare che fossero numerose e che procedessero puntuali, ogni anno, dal 1917 al 1921. È nelle pagine scritte al cugino Nello Rosselli, che appare vivida l’esperienza traumatica che Moravia ebbe negli ultimi anni di quelle vacanze. Ormai private del gioco e dei balocchi infantili, non dobbiamo dimenticare che in quegli anni, la malattia all’anca peggiorò significativamente e bloccò Moravia allettato.

In quei tempi giovanili, Moravia, oltre che per la propria condizione, soffre anche per la conseguenza delle sue sfortune. La solitudine è ciò che più lo mette in pena, ciò che lo porta a riflettere su quanto il mondo sia abitato da illusioni e governato dal regime dell’apparenza; sconvolto dai lussi e dall’abbacinante modernità. Eppure, nonostante tutti si affrettino ad attribuire alla vita di Moravia questo e quell’altro fatto provenienti dall’intreccio, fu l’autore stesso a screditare le accuse.

Agostino si comporta così perché è il personaggio Agostino e si è incontrato con quegli amici e con quella mare. Io ero diverso, i miei rapporti con mia madre erano diversi, e naturalmente all’età di Agostino non sapevo neppure cosa fosse una casa di tolleranza.

vita di moravia, a. elkann, a. moravia, bompiani, milano 2007.

Agostino è il nome del protagonista. Un bambino che si accinge a diventare uomo, ma che ancora non ha raggiunto la maturità e occupa un limbo tra l’infanzia e l’età degli adulti.

Agostino non è più un bambino ma non è ancora un uomo. In vacanza con una madre vedova, il cui fascino è in grado di destare tutti i bagnanti, egli trascorre le proprie giornate tutte uguali. Ma di quell’abitudine, Agostino ancora non si è accorto: gli pare che trascorrere persino la noia con lei sia l’unica cosa che gli interessa. E così, ogni mattina, insieme affrontano il mare e si spingono a largo, su di un patino guidato da un giovane uomo, il giovane bagnino, da cui sua madre non riesce a distogliere lo sguardo.

Di quel morboso interesse, Agostino non approva la dedizione che ella ripone nel pavoneggiarsi, e nello sfruttare ogni buona occasione per mettersi in mostra. Perché se da un lato, quei momenti diventano occasioni per lui di adulazione nei suoi confronti; dall’altro, la gelosia, un sentimento che mai Agostino ha sentito così vivo, si impossessa di lui da capo a piedi.

Solo allontanandosi da lei, Agostino può dedicarsi all’osservazione del mondo, e qualche metro più avanti sulla rena, incontra un giovanotto che non ha nulla a che fare con lui, ma che gli fa simpatia: Berto. Le loro differenze sono subito rilevate: Agostino è figlio della borghesia, e non ha mai dovuto preoccuparsi di niente che di andare a scuola, e contentare sua madre in ogni modo possibile; Berto, invece, è il figlio di un marinaio, e con i suoi amici trascorre le giornate a bighellonare e commettere furterelli di poco conto.

L’incontro di Agostino e Berto rappresenta per il giovanotto borghese una luce sul nuovo mondo. E sarà proprio lui, insieme alla sua combriccola, ad animare in Agostino la convinzione che in quelle nuotate al largo, ci sia molto di più di ciò che nemmeno immagina.

Agostino non capisce, e si muove incerto nell’evidenza di quei fatti che gli sono narrati. Niente gli sembra più comprensibile: gli eventi, le parole, i comportamenti di sua madre; e anche quei sentimenti, che gli altri ragazzi bramano di provare, a lui non arrecano che un senso di ripugnanza inedita.

Sarà quella comitiva di popolani, Berto, Homs, Sandro, Tortima, il più adulto Saro, ad aprirgli gli occhi su ciò che sta accadendo. Lo deridono per la sua inesperienza, lo prendono in giro per la sua casa da venti stanze, mentre di sua madre hanno un’impressione distante dalla fascinazione pura che Agostino prova per lei. Più che adoranti, i suoi amici ne appaiono attratti fisicamente, e non esitano a perdersi in commenti sguaiati nei confronti di quella donna, che ad Agostino pareva tanto di conoscere.

Tuttavia, neanche quelle accuse riescono a dar coscienza ad Agostino. Perché Agostino dovrà vedere con i propri occhi ciò che accade alla carne quando incontra altra pelle e altri sospiri. Agostino è ancora acerbo, eppure, da quel momento, capisce che la sua vita non può più procedere allo stesso modo. E che sua madre, prima ancora di essere madre, è donna.

Agostino è vittima della violenza degli adulti, ma è tutt’altro che rassegnato. La sua protesta è silenziosa, ma esiste, è tangibile, ed è ciò su cui si fonda tutta la narrazione.

È Agostino a ritornare dai popolani del Bagno Vespucci, nonostante loro abbiano modi di giocare molto distanti dai suoi e proseguano spesso a deriderlo. Ed è ancora lui che tenta di sottrarsi a quella prima idea di femminilità che gli proviene dalla figura materna, ormai recepita come donna, ma invischiata di un senso di impurità intollerabile per Agostino. È Agostino che cerca la verità: quest’evidenza che improvvisamente rende grandi i bambini, la scoperta della corruzione e dell’impurità prima nel mondo e poi in se stesso.

Con una scrittura che ha il coraggio di andare fino in fondo, i periodi lunghi moraviani e il lessico ricercato, Agostino riporta l’autore a quel suo narrare della prima narratività.

Una scrittura ricca di orpelli, e suppellettili; una scrittura che lascia poco al caso e che esplora in profondità le tragedie, l’indisposizione e il senso di inadeguatezza dell’individuo del secolo scorso. Temi che a partire da quegli anni Quaranta del Novecento, intrecciandosi alla vita poetica e spesso ingiusta dell’autore, al suo rapporto complesso con il sesso e la solitudine, hanno reso Moravia uno dei più grandi rappresentati del realismo e dell’esistenzialismo.

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