Tag: letteratura Pagina 1 di 17

Il libro-testamento Moglie di Verlaine, scritto da Mathilde Mauté è raffigurato su un piano di legno circondato da uccelli del paradiso o strelitzie amazzoniche

Moglie di Verlaine, M. Mauté

Il 23 giugno 1907, dopo ripensamenti, incertezze e perplessità, Mathilde Mauté, l’ormai ex moglie del poeta Paul Verlaine, decise di raccontare ai lettori come andarono veramente le cose tra lei e suo marito. Spesso criticata per i suoi modi autoritari, in seguito alla pubblicazione delle biografie di Verlaine, Mathilde Mauté decise di far chiarezza sulle questioni oltremodo dibattute.

Mi si dipinge come una ragazzetta (quasi una bambina) viziata dai genitori e diventata per il povero poeta crudele e senza pietà. Insomma, lui era la vittima, e io, il boia.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

In particolare, Mathilde Mauté intendeva denunciare il fatto che Edmond Lepellettier, primo autorevole biografo di Verlaine (Paul Verlaine, sa vie, son oeuvre) si fosse accanito ingiustamente nei confronti della sua famiglia. Ma d’ingiusto, stando almeno alla versione raccontata da Mauté, c’è stato solo il trattamento ricevuto dalla fedele moglie dal proprio marito.

Il racconto-testamento della Mauté origina proprio nel 1868, quando Mathilde e Paul si incontrano da Madame de Callias.

Quel primo sfuggevole incontro, passato del tutto inosservato a Verlaine, altro non fu che dettato dalla casualità. Madre e figlia, infatti, si recarono presso Madame de Callias a Parigi poiché invitati dal fratello Charles – che solo di recente aveva fatto la conoscenza di Nina de Callias, e di sua madre, Madame Gaillard. Nelle stanze dei loro cerimoniosi palazzi, l’appena quattordicenne Mathilde si stupiva non poco di potervi accedere; là, queste donne ricevevano artisti, letterati, poeti, e musicisti di talento. Pochissime donne e molti uomini «tutti di spirito, di talento o di genio»; tra cui, al momento di andar via, fece capolino Verlaine.

Nel momento in cui noi si andava via, entrò Verlaine. Sembrò non vedermi; a me sembrò brutto, mal vestito e con l’aria misera. Fu questo la prima impressione che, disgraziatamente, non doveva durare.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

La prima impressione non fu certo positiva, dunque; né poté considerarsi tale quella avuta dai genitori di Mathilde, che subito, conosciute le intenzioni della figlia tentarono in un primo momento di farla desistere. Probabilmente, quella stessa bruttezza di Verlaine doveva aver acceso qualcosa nel cuore della minorenne Mauté: probabilmente, primo fra tutti, un senso di pietà.

Ma è al secondo incontro tra i due che scocca l’amore (anche se, persino quella volta Verlaine non sarà conscio di alcun sentimento verso di lei) quando un’opera scritta appositamente da Lepellettier, venne eseguita insieme al poeta Verlaine, per omaggiare la padrona di casa. Verlaine è figlio di un comandante militare, e di una madre sempre intenta a servirlo per primo e assecondare ogni suo capriccio. Un ragazzo dall’aspetto poco gradevole, calvizie precoci e dieci anni in più di Mathilde.

La destinataria della pièce era la scultrice Madame Léon Bertaux, proprietaria di uno studiato a Montmartre, dove spesso invitava illustri personaggi per ammirare le proprie opere.

Un giorno che Charles aveva passato la notte da Madame de Callias, non avendolo visto a colazione, salii da lui e mi trovai faccia a faccia con Verlaine. È certo che lui mi vedeva per la prima volta, io invece avevo avuto da Madame Bertaux tutto il tempo di esaminarlo accuratamente e quindi ero già abituata al suo viso e, diciamolo pure, alla sua bruttezza. Fu dunque sorridendo che gli augurai gentilmente buongiorno, e con estrema naturalezza, iniziai a conversare con lui, non pensando che ad accoglierlo amabilmente come facevo con tutti gli amici di Charles.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

Quel primo incontro tra Mathilde e Paul è narrato anche nelle Confessioni di Verlaine, pubblicate sul calare della vecchiaia.

– Oh, mi piacciono molto i poeti, signore -. Queste furono le prime parole di quella bocca da cui avrei dovuto sentire tanti sì, poi tanti no, senza pregiudizio di tante altre buone cose ancora, e poi cattive.

confessioni, p. verlaine, adelphi, milano 1977

Dall’estratto che ho riportato poco sopra, viene facile dedurre le ragioni per cui Mathilde sarà dipinta arida e priva di gentilezza da tutti i biografi di Verlaine – anche loro saranno rimasti sedotti dal fascino del poeta maledetto. Ma se è vero che Verlaine ricorresse a frequenti escamotage letterari che contribuivano a tracciare di sé il ritratto di un ribelle, è vero anche che la giovanissima Mathilde Mauté soffrì molto per l’estro e l’ingestibilità di Verlaine. Totalmente sedotta e sottomessa alla figura di Verlaine, Mathilde non sarà mai abbastanza forte da negare il ritorno al marito.

Verlaine è stato un personaggio enigmatico, e la sua fama certo proviene in gran parte dall’incontro di un altro personaggio enigmatico, un giovinetto accolto dalla bohémien parigina come l’enfant prodige: Arthur Rimbaud.

Ma per riallacciarci alla narrazione –chiariti alcuni passaggi fondamentali per la comprensione di Mauté – pochi giorni dopo quell’incontro, Verlaine spedì una lettera a Mathilde Mauté. In quelle righe, Verlaine chiedeva a Charles di avanzare a sua sorella una proposta di matrimonio. Charles ne fu sorpreso, ma in fondo felice: voleva bene al suo amico e aveva grande fiducia nelle sue capacità letterarie.

Fu proprio quello il momento in cui Verlaine cominciò a scrivere La Bonne Chanson.

Ispirato da un sentimento inedito, Verlaine si mise in attesa della sua novizia. Monsieur Mauté, infatti, un arricchito della società parigina, rifiutò la proposta avventata. Egli era giustamente convinto che fosse prematuro parlare di un impegno del genere, e che il poeta avrebbe dovuto attendere almeno due anni prima che gli venisse concessa la mano di Mathilde.

La volontà di Mauté padre fu dunque rispettata, e il matrimonio non avvenne prima di quattordici mesi di fidanzamento. Durante quei mesi, «Verlaine fu dolce, tenero, affettuoso e gaio». Di facile inclinazione all’alcol, tutti coloro che conoscevano Verlaine avrebbero potuto dimostrare che fosse cambiato. Forse il desiderio di soddisfare le proprie intenzioni, e una certa qual dose di perseveranza, lo condussero in sposa a Mathilde qualche mese prima del previsto.

Fu allora che Verlaine si trasformò da buono in «essere cattivo, odioso, brutale, sempre ubriaco, bugiardo, fiacco, ipocrita». Ma che cosa, in fondo, lo tramutò nella parte peggiore di sé, se non quell’incontro con Rimbaud?

Quell’infante indiavolato, quel bambino prodigo che gli aveva mandato via posta i primi versi, Rimbaud, fu forse la causa maggiore del secondo Verlaine.

Ho avuto cura di raccontare i rapporti intercorsi tra i due maggiori poeti maledetti, Verlaine e Rimbaud, in un articolo precedente (a proposito dell’affaire Bruxelles, indagato magistralmente da Marcenaro). È una storia d’amore o odio, ma di qualsiasi sentimento prevalga non ne potrà mai essere negata l’intensità. Un amore narrato da molti, stravolto dai più; modificato sotto le penne di biografi fantasiosi, a partire da quella di Lepellettier – di cui non va dimenticato fosse il figlio di un’amica della suocera di Mauté.

Una storia d’amore parallela a quella relazione che Mauté si impegnava a tenere in piedi, praticamente con le sole proprie forze. Poiché il legame matrimoniale, appena due mesi dopo l’unione, vede venir meno diversi obblighi da parte di Verlaine. In particolare, quando la coppia sarà raggiunta da Rimbaud nella capitale, per Mathilde comincerà una estenuante lotta impossibile.

Da Roche, Rimbaud, giunse a Montmartre senza un soldo, e fin da subito portò scompiglio nella vita borghese del poeta. Se si esclude quella prima cena dove Arthur apparse ai presenti taciturno e timido, chiunque lo abbia incontrato lo ricorderà come un giovane indemoniato. Un bambino prodigio, sì, specialmente per l’intensità e la robustezza dei suoi versi; ma indemoniato, poiché aggressivo, spesso irascibile, dedito all’assenzio e ai liquori. Ovunque andasse portava prima stupore e infine scompiglio; coi suoi lunghi capelli scompigliati, dimora di pidocchi che si divertiva a far «saltare addosso ai preti», la devozione di Verlaine nei suoi confronti divenne totale.

Verlaine, dunque, abbandonato il lavoro al Municipio, si diede a un lungo peregrinare per il mondo con il giovane amico.

Più e più volte Verlaine abbandonò la moglie senza nemmeno darle il preavviso di una presunta partenza; celebre fu quella in cui, dopo aver supplicato la moglie di raccoglierlo a casa, uscì per comprare delle medicine per Mathilde e non fece ritorno. Tuttavia, per tutto il corso della relazione con Rimbaud, Verlaine non negherà mai di amarla ancora. Ma assurdo fu anche l’episodio in cui, ricattata Mauté di togliersi la vita se non fosse stato raggiunto in tre giorni a Bruxelles, V. abbandonò la moglie e la madre sul treno e scappò a Londra con Rimbaud.

In tutti i profili che vengono tracciati su Verlaine, neanche in uno presenzia l’assenza di una scontrosità smisurata, tesa sempre all’aggressività. In preda ai propri fantasmi, sempre intento a sperimentare quanto più la vita potesse offrirgli, Verlaine fu facilmente condannato a due anni di carcere all’epilogo di questa storia. La violenza era parte di lui, un sentimento in grado di risvegliare qualcosa dentro di sé: poiché tanta era quella adoperata anche nei colloqui, e nei giochi coi coltelli svolti con Rimbaud.

Moglie di Verlaine, si prostra molto oltre l’essere semplicemente il tentativo di una moglie di aver vendetta.

Dietro questo libello appena oltre le cento pagine, Mauté ci consegna una testimonianza fondamentale per la lettura del personaggio di Paul Verlaine. È una Mauté narratrice, che non può dirsi imparziale fino in fondo. Che l’intento fosse quello di riscattarsi, di raccontare la sua versione, è chiaro sin dall’introduzione del libro; ma risulta fondamentale che alla fine, Moglie di Verlaine costituisce la realizzazione di un elogio e al contempo una testimonianza diretta di quegli incontri e litigi; di quelle lotte e atroci sofferenze che Mathilde Mauté patì.

Ella, infatti, non fu niente di più né di meno che una moglie devota di fine Ottocento: una minorenne che non conosce niente della vita. Nel frattempo, un’amante, che davanti alla porta di casa fu sempre disposta a perdonare al marito l’ennesimo errore. Forse come prova del suo cieco amore, anni dopo la scomparsa di Verlaine, Mathilde Mauté non ebbe il timore di tornare sui propri drammi. Una donna che ha il coraggio di far luce sulla vita di un poeta – e sul proprio sofferto amore; che per la prima volta riuscì a chiarire molti dei tanti dubbi che tutt’oggi alimentano e offuscano la figura di Rimbaud.

Immagine che rappresenta un libro aperto, con degli occhiali da sole poggiati sopra; un telo mare della scorsa campagna estiva Garzanti, e tante conchiglie su un tavolo di legno

Consigli estivi sotto l’ombrellone

L’estate tarda ad arrivare anche se è ormai alle porte, ma noi non potevamo lasciarvi preparare le valigie e farvi partire senza qualche nostro consiglio da portare sotto l’ombrellone o su una comoda amaca tra i boschi di montagna. Come per i consigli sul comodino lasciati in pieno inverno, eccoci con i nostri consigli estivi. Vi lasciamo qui qualche spunto interessante per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Fate un po’ di posto in borsa che partiamo con voi!

La primavera perfetta, Enrico Brizzi

Tra i consigli dell’estate non può mancare il ritorno al romanzo puro di Enrico Brizzi con La primavera perfetta, edito HarperCollins Italia e sugli scaffali dallo scorso aprile.

Luca Fanti, il protagonista, è un uomo fortunato e invidiato da molti. Un matrimonio perfetto con una donna stupenda, due figli che lo amano, un lavoro come manager di suo fratello Olli, famoso ciclista. Dopotutto cosa non va nella vita di Luca? Il punto è che si commettono errori, grandi o piccoli che siano, e i legami costruiti con fatica e sentimenti, che prima erano una salvezza possono diventare una rovina. Brizzi ci restituisce un romanzo vero, un racconto di ascesa e declino, un racconto familiare. La storia di un uomo con il quale è quasi impossibile non provare empatia.

Copertina de La primavera perfetta

Per tutto il resto dei miei sbagli, Camilla Boniardi

Conosciamo tutti Camilla Boniardi come Camihawke, la content editor, la youtuber, simpatica influencer dal carattere travolgente e per il suo essere vera e spontanea. Non la conosciamo, tuttavia, come scrittrice. E quale occasione migliore dei consigli estivi per addentrarci nella sua prima fatica letteraria? Per tutto il resto dei miei sbagli – edito da Mondadori – è la storia di Marta che combatte contro il senso di inadeguatezza, la sindrome dell’impostore, la tendenza a ricercare la perfezione. Un libro dove la protagonista è preda di una certa sfuggevolezza. Vive cercando di dare risposte alla sua irrequietezza trasformando la propria vita in una corsa a ostacoli il cui traguardo è la perfezione, che è inesistente.
Un libro che si divora in breve tempo, complice anche il ritmo della scrittura di Camihawke, scorrevole e coinvolgente!

Copertina per tutto il resto dei miei sbagli

L’ultima estate, André Aciman

André Aciman torna in Italia ad ambientare un altro romanzo, stavolta al sud in Costiera amalfitana, regalandoci una storia d’amore arricchita da elementi misteriosi e a tratti paranormali.

Dopo Chiamami col tuo nome e Cercami, Aciman è sugli scaffali dallo scorso febbraio con L’ultima estate, edito da Guanda, da menzionare assolutamente tra i consigli estivi.

La storia vede protagonista un gruppo di americani rumorosi e con la voglia di divertirsi in vacanza in Italia. C’è poi Raul, un uomo di mezz’età riservato e imperscrutabile che si avvicina al gruppo attratto da Margot, inizialmente diffidente. Aciman ci conduce nella storia d’amore tra i due che supererà il gap generazionale e che arriverà a essere un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, verso un passato che lega i due. L’autore ci accompagna con la sua scrittura carica di commozione e sensibilità, marchi inconfondibili dei libri di Aciman.

Copertina L'ultima estate

I prossimi quattro testi hanno in comune un carattere ben definito: sono tutti opere di voci femminili forti, che fanno della diversità uno strumento di dialogo e un punto di partenza della loro poetica. Se quest’estate volete leggere di femminismi o semplicemente di racconti di donne dal mondo, date un’occhiata qui sotto!

Sabrina & Corina, Kali Fajardo-Anstine

È approdata in Italia questa primavera, grazie alla lungimiranza di Racconti Edizioni, una nuova voce americana, Kali Fajardo-Anstine. La scrittrice di Denver esplora con brillante consapevolezza una parte di Stati Uniti ben connotata e forse meno nota: il Colorado contemporaneo.

Nella pluripremiata raccolta di racconti Sabrina & Corina, Fajardo-Anstine, con una lingua sincera, pulita e uno stile personalissimo, esplora le vicende di amiche, sorelle, zie, nonne, amiche del cuore e madri, approfondendo l’identità chicana e di discendenze latine che caratterizzano il territorio dove lei stessa è cresciuta e la sua storia familiare.

Una lettura che vi porterà a riflettere sulle dinamiche di genere contemporanee e sulle tante barriere che sono ancora da abbattere. E inoltre, quanto è entusiasmante leggere di voci giovani e originali che raccontano di quotidianità e affetti dall’altra parte del mondo?

Le divoratrici, Lara Williams

Blackie Edizioni ha aggiunto da poco al suo catalogo un libro rosa confetto che incuriosisce già solo dal titolo. Le divoratrici ricorda la voracità sensuale di Circe, l’astuzia nell’irretire uomini indeboliti dalla sua magica aura di seduzione.

Le protagoniste di questo romanzo di Lara Williams, giovane autrice di Manchester, parlano spesso di seduzione, ma non sempre nella maniera più convenzionale o immediata. Riflettono insieme, in una sorta di club femminista, sulle proprietà seducenti del cibo, con le sue proprietà alla-Circe, e sulla seduzione stessa. Il cibo, seduttore, assume una funzione di liberazione dall’oppressione patriarcale, lotta continua e perpetua, qui affrontata metaforicamente a colpi di forchettate e bocconi costosi. Discutono di uomini, di corpi, di pasti, di valori, e forse soprattutto, di identità.

In un momento di passaggio come è quello dei trent’anni, la protagonista, Roberta si confronta con personalità diversa dalla sua, con sensazioni prese in prestito e da mettere in discussione, con l’idea della sua esistenza, passata e futura.

Copertina le divoratrici

Ragazza, donna, altro, Bernardine Evaristo

Se avete sentito parlare di questo romanzo, credetemi, è semplicemente perché è un prodotto editoriale e artistico eccellente. Vincitore del Booker Prize 2019, Ragazza, donna, altro dell’autrice anglo-nigeriana Bernardine Evaristo, uscito in Italia per Sur in una sapiente traduzione di Martina Testa, si incastona come una pietra rara nel panorama della letteratura contemporanea.

Si colloca in uno spazio rilevante della narrativa della Black Britain, sfruttando la diversità del territorio del Regno Unito e dando voce a personaggi che rappresentano donne di tutte le forme e contorni. Con una lingua dal magistrale sperimentalismo, volontariamente fluida e dalle sfumature postmoderne, Evaristo costruisce un quadro complesso e complessivo di queste dodici donne protagoniste, esplorando sessualità, temperamenti, scelte di vita, colori interiori ed esteriori differenti.

Copertina ragazza donna altro

Peyton Place, Grace Metalious

Come ultimo consiglio di questa sezione, vi propongo un “ripescaggio” di un classico statunitense del 1956: Peyton Place, dell’autrice americana Grace Metalious, che potete trovare in Italia nella collana Stile Libero di Einaudi. Diventato anni dopo la pubblicazione anche film e soap opera con Mia Farrow, il racconto di Metalious si colloca in quel filone di letteratura americana di metà Novecento che esplora la figura della casalinga in di periferia (come Metalious stessa era), oppressa e spesso depressa perché annoiata, quella dei figli, giovani adolescenti, tenuti al guinzaglio da rigidi dettami di decoro sociale, e varie tematiche tabù, rompendo così la facciata di perfezione costruita delle piccole cittadine di provincia.

Se avete amato le ambientazioni e tematiche della serie tv Mad Men, i libri di Rona Jaffe e i racconti di ingiustizia sociale come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Peyton Place è una lettura che non vi potrete perdere.

Leggere un libro è un ottimo mezzo per approfondire le proprie passioni. Se siete appassionati d’arte, o anche se non lo siete, vi consigliamo quattro libri che potrebbero fare al caso vostro. A volte l’arte infatti sembra un argomento troppo lontano o trattato in maniera ampollosa. Vi proponiamo per i consigli estivi qualcosa che di certo non vi annoierà, non rimmarrete delusi.

La signora Bauhaus, Jana Revedin

Partiamo con un romanzo suggestivo, La signora Bauhaus di Jana Revedin, pubblicato da Neri Pozza, ci porta alla scoperta di uno stimolante periodo per le arti, e per le influenze che queste hanno avuto nel mondo culturale più in generale.

Walter Gropius ha fondato la più importante scuola d’arte, la Bauhaus, che rappresenta il salto dall’arte al design. Con questo libro Revedin ripercorre le vicende della scuola e dei suoi protagonisti a partire da Ise Frank, principale sostenitrice del progetto e instancabile promotrice. La signora Bauhaus rappresenta una storia di sperimentazione e resistenza, condizioni dalle quali può nascere solo arte pura.

Copertina La signora Bauhaus

La seconda ora d’arte, Tomaso Montanari

Passiamo ora a un saggio, che però non vi deve far pensare a un testo noioso. La seconda ora d’arte pubblicato da Einaudi, si discosta da questo tipo di impostazione per offrire un approccio fresco e diretto con l’arte. Dopo il successo de L’ora d’arte, Tomaso Montanari torna a proporci una via sincera per conoscere l’arte, le opere e tutto ciò che ruota attorno a esse. Montanari si discosta dallo stile ampolloso e propone un punto di vista sincero che si apre a un dialogo diretto con l’arte, per un’educazione artistica sensibile al bello.

Copertina la seconda ora d'arte

Le gioie di collezionare, J. Paul Getty

Copertina Le gioie di collezionare

Adesso una chicca d’oltreoceano, Le gioie di collezionare di Jean Paul Getty pubblicato da Johan & Levi Editore. Una vera e propria delizia.

J. Paul Getty è stato uno dei più importanti imprenditori americani, ma anche un ossessivo collezionista di opere antiche. In questo testo racconta alcuni aneddoti personali riguardo a questa grande passione esponendo la sua filosofia del collezionismo.
Le gioie di collezionare rappresenta un’insolita pubblicazione tutta da scoprire.

Non tutti gli audiolibri vengono per nuocere. Eh si, ci sono anche loro tra i nostri consigli estivi

Se è vero che l’estate è il momento migliore per rilassarsi e dedicarsi a una buona lettura, è altrettanto vero che i lettini del mare sono la cosa più scomoda del mondo. É una triste verità, ma qualcuno doveva pur dirlo. Un consiglio allora che possiamo darvi è quello di ascoltare audiolibri. Sì è vero, nulla sostituisce la carta stampata, però qualcuno che legge al tuo posto a volte è davvero utile e rilassante.  

Vi consigliamo tre (in realtà cinque) letture che crediamo siano ancora più belle se ascoltate

Copertina doppia momenti

Momenti trascurabili, momenti di trascurabile felicità, momenti di trascurabile infelicità, Francesco Piccolo

Copertina Momenti trascurabili

L’ordine con cui leggere questi tre libricini può essere del tutto casuale. Ma affinchè si possa godere a pieno di queste mini dispense sulle vita fatta di momenti più o meno disastrosi che un po’ tutti affrontiamo, la cosa migliore è ascoltarli. Francesco Piccolo, l’autore, legge per Storytel il trittico dei suoi libri, ma non si limita a leggerli. Li interpreta magistralmente. Il cadenzare la tonalità della voce per evidenziare quando sarcasmo, quando allegria, quando scetticismo è la cosa più divertente che si possa ascoltare. 

Momenti di trascurabile felicità, Momenti di trascurabile infelicità e Momenti trascurabili, sono tre “sacri” volumetti di poco più di cento pagine dove fa da padrona la quotidianità. Dunque non si può non ridere. Vi sfidiamo a non trovare qualcosa che Francesco Piccolo racconta che non è capitato anche a voi.

Volevo solo camminare, Daniela Collu

Probabilmente a molti di noi manca moltissimo viaggiare. Forse è anche un po’ per questo che tra i consigli estivi non può mancare questo libro.
Daniela Collu, in un periodo particolare della sua vita, ha deciso da un momento all’altro di intraprendere il cammino di Santiago. No, non storcete i nasi, in Volevo solo camminare non si parla di un cammino spirituale – religioso. Daniela Collu è un personaggio noto, Stazzitta su instagram, ed è soprattutto una deejay e come tale ha una voce che si fa ascoltare molto bene.

I racconti dei pellegrini del cammino di Santiago sono tutti diversi ma tutti meravigliosi e coinvolgenti. Daniela Collu non è scesa troppo nei dettagli, non descrive minuziosamente i paesaggi, ma sa descrivere molto bene i sentimenti e il dolore delle caviglie gonfie. L’emozione che Daniela Collu sembra ancora provare mentre ci legge questo suo libro rende l’ascolto davvero piacevole. Questo audiolibro è presente sia su Storytel che su Audible.

copertina Volevo solo camminare

Se proprio non riuscite ad ascoltare audiolibri perchè continuate a preferire la lettura sulla carta stampata, quello che possiamo consigliarvi allora sono dei podcast. Quelli che vogliamo proporre sono in particolare due:
Phenomena e Copertina.

copertina podcast phenomena

Phenomena è un podcast ideato e scritto da Paola Moretti «una seduta spiritica in forma di podcast». Così lo descrivono. Ogni puntata è dedicata a una scrittrice che, in un monologo interpretato da un’attrice professionista, racconta la sua assurda vita e le bizzarre vicende che le sono capitate.

Copertina invece è un prodotto di Matteo B. Bianchi. Se amate leggere non potete non ascoltarlo. Questo podcast infatti è pensato per chi ama leggere e ha bisogno di nuovi consigli. I suggerimenti vengono scelti da librai e da autori celebri che intervengono a ogni puntata. Non perdetevelo perchè molti titoli suggeriti sono delle vere chicche.
Cosa dirvi di più? Buon Ascolto!

Oltre a indicarvi dei libri perfetti per i consigli estivi, proviamo a offrirvi anche qualche suggerimento cinematografico.

Prima di tutto, se si pensa all’estate, si pensa al caldo, alla musica e agli amori passeggeri. I consigli estivi cinematografici quindi cercano di racchiudere quelle tematiche che tanto ci sono care appena i primi raggi di sole e le giornate più lunghe cominciano ad arrivare.

Vicky Cristina Barcellona, Woody Allen

Locandina Vicky Cristina Barcellona

In Vicky Cristina Barcelona (2008), uno degli ultimi film di Woody Allen, troverete tutto questo e molto di più.

La trama è semplice: Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson) sono due giovani turiste americane appena arrivate a Barcellona, dove hanno intenzione di trascorrere tutta l’estate. Una sera, le due ragazze incontrano per caso Juan Antonio (Javier Bardem), un affascinante pittore che le invita a trascorrere un weekend insieme a lui, a Oviedo. Vicky, timida e in procinto di sposarsi, vorrebbe respingere l’offerta, ma Cristina, attratta da Juan Antonio, decide di accettare.
Se vi manca viaggiare e amate la vivace e colorata Barcellona, questo film fa per voi.

Vacanze Romane, William Wyler

Se invece preferite recuperare, o rivedere, un grande classico, vi consigliamo Vacanze Romane (1953), il film che ha fatto conoscere al mondo la meravigliosa Audrey Hepburn.

Locandina Vacanze Romane

La pellicola, diretta da William Wyler, è ambientata a Roma, durante l’estate. Essa racconta la storia della principessa Anna, in missione diplomatica nella capitale italiana, la quale decide di fuggire dai suoi doveri ufficiali per visitare la Città Eterna. Qui incontrerà il giornalista statunitense Joe Bradley (Gregory Peck) che scorterà Anna in giro per la città, allo scopo di scrivere un articolo esclusivo su di lei. I problemi avranno inizio quando lui si innamorerà di lei.

Perchè guardare questo film? Se le dieci candidature ai Premi Oscar non fossero sufficienti a convincervi, la presenza di Gregory Peck e Audrey Hepburn, due degli attori più talentuosi e carismatici della storia del cinema, potrebbe farvi cambiare idea. Senza considerare il fatto che la grande protagonista del film sia proprio Roma. Il film fu infatti interamente girato nella capitale italiana e tra i luoghi delle riprese figurano i posti più iconici della città, tra cui Castel Sant’Angelo, la Fontana di Trevi, Piazza di Spagna e il Colosseo.

Il libro La noia di Alberto Moravia, ritratto su un piano di marmo attorno a tulipani rossi

La noia, A. Moravia

Il 24 novembre del 1960, La noia viene lanciato sul mercato editoriale italiano. L’autore è uno scrittore già noto al pubblico del tempo, soprattutto grazie al successo degli Indifferenti. Proprio in quella direzione verso cui muoveva il libro d’esordio di Moravia, La noia si inserisce all’interno di una trilogia che si concluderà con La vita interiore.

Solamente un mese dopo, La noia è già alla quarta ristampa, e porta a Moravia la vittoria del Premio Viareggio. La motivazione, prima tra le molte, è che La noia reca seco un principio di rottura con la stagione letteraria precedente, il cosiddetto neorealismo. Una corrente che Moravia ha esplorato a lungo prima di abbandonare, con i Racconti (1954), e specialmente con La Ciociara (1957) – divenuto poi un film di successo, grazie all’interpretazione da Oscar di Sophia Loren.

Composto di nove capitoli, La noia è presentato da Moravia come «romanzo d’amore».

A tutti gli effetti, La noia racconta la storia di un amore, utilizzandolo però come pretesto per affrontare il tema centrale dell’opera. Si direbbe infatti che, a un primo sguardo, la storia è molto semplice e potrebbe essere riassunta in pochi passaggi.

L’astrattista Dino appartiene a una famiglia nobile romana, di cui ormai non è rimasta che la madre che abita una sontuosa villa sulla via Appia romana. Dopo esser cresciuto come un giovane che mai avrebbe dovuto approcciarsi al lavoro, è grazie a sua madre che la famiglia è diventata ricca. Come Dino, anche suo padre, per tutto il tempo in cui è stato in vita non ha fatto altro che viaggiare per il mondo, tornando a casa giusto il tempo di riempirsi le tasche con i soldi amministrati dalla moglie.

Ma di quel mondo luccicante, di feste e banchetti, di conoscenze importanti e nomi altolocati, Dino soffre, al punto che decide di abbandonare la confortante villa materna, per trasferirsi in uno studietto di via Margutta, dove può dipingere in santa pace.

Ma neanche la pittura pare sottrarlo a quel sentimento opprimente di noia che vive – lui, come tutte i protagonisti degli anni Sessanta e del neocapitalismo. È come se ogni cosa appaia a Dino come sorda e muta allo stesso tempo: egli non è in grado di afferrare l’oggettività e la realtà in cui vive, tenta di decifrarla, ma fallisce: e perciò si rinchiude nella propria alienazione, bloccato dall’impossibilità di comunicare con il reale.

Alla morte del pittore che lavora nello studio accanto al suo, Dino conosce Cecilia, una diciassettenne amante del vicino defunto.

Due personaggi incapaci non solo di comunicare, ma anche di amare. Un’impotenza che riduce i due protagonisti del racconto, Dino e Cecilia, a meri oggetti inanimati. Due amanti alla ricerca di vuoti personali: la prima, Cecilia, una giovane adolescente di famiglia povera, incapace di frequentare un uomo per volta; il secondo, Dino, che tenta in tutti le vie di ammazzare quel sentimento di noia che prova – che non è la negazione del divertimento, ma l’incapacità di individuare nella realtà dei riferimenti, delle cose che abbiano un qualunque senso.

Per Dino, tutto è privo di senso. A cominciare dalla società in cui sua madre riesce a muoversi con disinvoltura; continuando con la sua stessa pittura, che gli impedisce, nella sua evoluzione astratta, di comprendere i contorni del mondo. Ma priva di senso gli appare anche quella relazione con la minorenne Cecilia, poiché anche lei nel suo essere misteriosa ed enigmatica è amata, ma non appena tenta di spiegarsi – e si spoglia agli occhi di Dino – diviene chiara l’impossibilità dell’uomo di comprenderla, e di afferrarla una volta per tutte. E si direbbe proprio che, se Dino fosse in grado di comprendere Cecilia, il loro amore non avrebbe più lo stesso interesse agli occhi del pittore.

Nella Noia non esiste più alcuna realtà oggettiva poiché i cardini dell’indagine attraverso cui studiarla, crollano vergognosamente.

Anziché il progresso e l’evoluzione umana, all’origine della nascita e della scomparsa di ogni civiltà compare un sentimento nuovo: la noia. Tale programma viene nascosto saggiamente tra i sogni infantili di Dino, ma rappresenta poi il centro del romanzo.

La noia che altro non è che il risultato di un’alienazione, come Moravia avrà da dichiarare in una propria intervista comparsa qualche giorno prima dell’uscita. La noia che diviene il simbolo della negazione di una realtà oggettiva, e che nella sua complessità, passa in breve tempo dall’esser considerato un romanzo d’amore, alla definizione più specifica di romanzo saggistico.

Un romanzo che intende riflettere sull’intera società; che prenda Dino non tanto come protagonista di una storia, o come simbolo della società di quegli anni. Persino il suo raccontarsi diviene del tutto arbitrario, poiché il narratore è Dino. E a tale scopo, anche l’io narrante, per Moravia diviene un modo ancor più manifesto di negare una pretesa di oggettività. Un io letterario che oscilla «tra la conoscenza completa che è noia e irrealtà e la conoscenza imperfetta che è invece, mistero e realtà».

Ma è proprio quella realtà che l’uomo contemporaneo non potrà mai comprendere appieno. Poiché nello stesso momento in cui conosciamo una cosa, essa cessa di esistere.

Anche nella Noia sono messi in scena personaggi antipatici e affatto digeribili.

Soprattutto Dino e Cecilia sono protagonisti tormentati, che non si affezionano a nessuno, che mentono, e per cui non si riesce nemmeno a provare un po’ di compassione. Ma non distanti da loro appare anche la madre insopportabile di Dino, la vedova del pittore Balestrieri, il padre afono di Cecilia, e sua madre – che sembra sapere molto più di quanto il lettore spera.

Ritornano dunque gli stessi odiati personaggi degli Indifferenti, il lusso sfrenato, l’incapacità dell’uomo di pensare al di là dei propri tornaconti. Ritorna una narrazione serrata, fatta di parole auliche e schiette che hanno il coraggio di affermarsi. Ritornano i luoghi pieni di rimandi di Moravia, e compare una Roma inedita, differente rispetto a quella della Ciociara.

Una Roma che si è fatta metropoli, che è divenuta luogo di ricchezze e convegni festosi; una Roma che altro non è che un perfetto scenario, in cui poter ambientare la vita di un uomo qualunque che voglia ergersi a simbolo della perdizione e smarrimento di un’intera società.

Pagina 1 di 17

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén