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Il mio noviziato, dell'autrice Colette, qui ritratto con dei fiori rosa, libri vintage aperti sopra una tavola di legno

Il mio noviziato, Colette

Per rimanere incastrati nella letteratura francese, bisogna necessariamente passare da un personaggio indimenticabile: Colette. Per l’esattezza: Sidonie-Gabrielle Colette; fu una tra le scrittrici più libere che vissero a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Colette inoltre, fu critica teatrale e cinematografica, giornalista, sceneggiatrice, e negli ultimi anni di vita, persino estetista. Tuttavia, non solo per quella libertà espressiva, il suo nome ricomincia a sentirsi spesso, ma anche per l’estensione della sua produzione.

In vita, Colette compose ben cinquanta romanzi, tutti divenuti celebri e amati dalla Francia di quegli anni. Storie di donne, soprattutto, di amori finiti che nella loro sfuggevolezza raccontano molto della condizione delle donne e di Colette stessa. Ma più che raccontare, i suoi romanzi denunciano una realtà con cui Colette dovette fare i conti in prima persona.

Ultimogenita di un capitano di zuavi e della vedova di un ricco proprietario terriero, Colette trascorse la giovinezza in Borgogna. La sua infanzia – soprattutto grazie al forte libertinaggio della madre, Sidonie – fu lieta, ricca di affetto e attenzioni; e la maggior ragione, si trova oggi, proprio dietro la modernità di pensiero di Sidonie. Cresciuta nel mezzo della natura, sin da bambina ha accesso a moltissimi libri, e a sei anni già legge Shakespeare e de Balzac, e non si allontana molto dall’ateismo di Sidonie.

Dopo la prima infanzia lieta, nel 1893, quando Colette ha solo vent’anni, sposa Willy, e da quell’incontro esatto esordisce la narrazione del Mio noviziato.

Henri Gauthier-Villars, noto al grande pubblico con il nome di Willy, più anziano di quattordici anni della giovanissima Colette, è scrittore, editore, pubblicitario e molto di più. Sotto di lui, infatti, un antico Harvey Weinstein dirige una officina di schiavi (specialmente neri) che si impegnano a produrre un immenso quantitativo di opere inedite, date alle stampe con la firma di Willy. È per questo che alla fine Willy ha molto tempo libero, che di solito trascorre accompagnato da giovani donne, e personaggi illustri; la sua costante è la ricerca dello scandalo, del pettegolezzo e non decadere mai dall’olimpo della belle époque parigina.

Le ragioni per cui Colette si unì a lui sembrano ovvie fin dall’esordio. Se da un lato sarà proprio Henry Gauthier-Villars a scoprire i racconti di Colette e a spronarla a scrivere ancora, a comporre nuovi romanzi, sempre da pubblicare sotto il nome di Willy; dall’altro, ogni pagina del Mio noviziato compare ricca dell’amore e della dedizione che Colette era in grado di provare per Willy.

Che cosa potesse attrarre in una così giovane fanciulla, l’assenza di un uomo potente, se non i suoi denari e il potere? Questo è stato ciò che le persone hanno pensato a lungo di lei. Ma Colette era molto di più che una ragazzina in cerca di fama, perché non è in quel modo che la storia inizia tra loro. La loro relazione emerge dall’amore, fiorisce nell’attrazione fisica e in una gelosia morbosa che sempre proverà per il marito.

Di quell’attrazione provata da Colette per Willy – se in qualche modo se ne sente l’esigenza di formalizzarla a ogni costo – ciò che dovrebbe essere messo in risalto è piuttosto la nuova lettura che Colette dà all’amore e all’eros.

Dopo che per lunghi tempi, in narrativa – ma anche nelle forme scritte e orali più rispettabili – l’eccitazione femminile venne del tutto privata della sua importanza. Colette, in mezzo alla natura sconfinata, fu la prima a riconoscere nella donna la capacità di provare eccitazione, di emozionarsi lei stessa e di non essere invece, un puro oggetto vivente atto a soddisfare l’uomo.

Rassegniamoci a dire che se tante fanciulle mettono la mano nella zampa pelosa, tendono la bocca verso la convulsione ingorda di una bocca esasperata, e guardano serenamente sul muro l’enorme ombra maschile di uno sconosciuto, e perché la curiosità sensuale sussurra loro consigli prepotenti. In poche ore un uomo senza scrupoli fa di una fanciulla ignara un prodigio di libertinaggio, usa a ogni disgusto.

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

All’interno di questa citazione estrapolata dal Mio noviziato si leggono immediatamente gli intenti dell’intera opera di Colette. La sua volontà è prima tra tutte quella di andare oltre certi limiti e barriere; tuttavia, Sidonie-Gabrielle non fu affatto femminista – nel senso stretto in cui lo intenderemmo oggi. Anzi; sempre indisposta dalle presenze femminili, quasi costretta a un sentimento di insufficienza davanti a qualsiasi altra donna, Colette dichiarò numerose volte di non andar d’accordo con le femministe.

Però, la sua opera ha parlato (e parla ancora) più chiaramente di quanto fece Colette. I suoi ideali – tutti votati alla contrarietà di quelli conformistici del tempo; i suoi tre amanti, e in particolare la prima serie di gran successo firmata da Willy, Claudine, urlavano chiaramente la necessità di denunciare le proprie turpe al mondo intero. E se all’inizio, l’anonimato e la nascita di Claudine divertivano Colette come «una farsa un po’ indelicata», a pochi anni di distanza dal matrimonio comincia a sentirsi privata delle proprie libertà.

L’unico pensiero di conforto allora va a Sidonie. Madre amata e di cui sempre rimpiangerà la vicinanza.

Sidonie a cui dedicherà anche un libro, prima di morire, Sido è sempre rimasta viva nel cuore di Colette. Colette desiderò tornare da lei anche quando raggiunse il successo, e mai smise di sperare che le loro strade si sarebbero incrociate. Nei suoi confronti, per anni non fece altro che che fingere: imitatrice di una felicità incoraggiata solo dai pagamenti che Willy le faceva per i suoi libri. Sido torna spesso anche all’interno del Mio noviziato, inserendosi all’interno di una narrazione che è fortemente autobiografica ma che si prefigge l’idea di costruirsi come un romanzo.

Il mio noviziato non è semplicemente utile agli amatori di Colette – o a quelli che, destinati ad amarla, non l’hanno ancora conosciuta; in alcune parti diventa un saggio critico alle opere precedenti, che con sagacia e onestà contesta i propri scritti e ne traccia un profilo, evidenziandone i punti buoni e quelli più deboli.

Ben presto, però, quell’illusione di libertà dettata dal potere, era destinata a infrangersi tra le pareti di una «vera prigione». Sempre più incoraggiata a far presto, a portare a termine i suoi scritti e a dar vita a idee migliori, Colette veniva addirittura chiusa a chiava in un «laboratorio», per la quale libertà doveva «esibire pagine scritte». Ma ecco che, subito dopo questi racconti, Colette si smentisce:

Ma il rispetto della verità strampalata, e un sapore un po’ gotico, assegnano loro un posto qui. Dopotutto non c’erano sbarre alla finestra, e potevo benissimo tagliare la corda. Pace dunque a quella mano, oggi morta, che non esitava a girare la chiave nella toppa. A lei devo la mia arte più sicura, che non è quella di scrivere, ma l’arte domestica di saper attendere […]. Ho imparato soprattutto ad avere, fra quattro mura, quasi tutte le mie evasioni, a trasgredire, comprare, e infine, quando mi piovevano addosso i «presto, per dio, presto!», a insinuare:
«Forse in campagna lavorerei più in fretta…»

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

In qualche modo perciò, Willy, a lungo si trasforma in una sorta di protettore. È proprio la protezione, forse, ad attirare la giovane Colette.

Ma sempre più la gioia si trasforma in dolore; e la pazienza in un’estenuante attesa all’infinito. Il pensiero di fuggire da una parte le stuzzica la mente, ma dall’altra, farlo sarebbe impossibile.

Come si fa a fuggire? Noialtre ragazze di provincia avevamo dell’abbandono coniugale, intorno al 1900, un’idea enorme e poco maneggevole, costellata di gendarmi, di bauli convessi dei velette impenetrabili, senza contare l’orario delle ferrovie…

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

Ma alla fine, offuscata dalla paura di spingersi oltre, quell’uomo che aveva sposato le appariva quasi come un dono. Egli – dichiarava ancora Colette – «esercitava la tattica di occupare senza tregua un pensiero di donna, il pensiero di parecchie donne». Willy è davvero l’uomo amato da Colette, seppur nella stranezza dall’esterno di quella storia, eppure non fu lei alla fine a lasciarlo.

Fu proprio Willy a chiudere con lei quando Colette decise di mettere più calma e attenzione nelle proprie storie. Come se Colette – per tutto quel tempo in cui gli aveva prestato il suo ingegno –, non fosse esistita per altro che sfornare libri, scrivere come una moderna ghost-writer, e interpretare, nel frattempo, la parte della moglie perfetta. Bella, carina, rapida a spogliarsi e giovanissima. Ma soprattutto completamente soggiogata a lui.

E in quell’unica vendetta che si legge alla fine di questa opera-testimonianza di Colette, riscatto che avrebbe voluto per sé: essere lei a lasciarlo, Il mio noviziato non sarà più in grado di abbandonare la vostra memoria. Un libro scritto come se fosse, appunto, un qualsiasi romanzo di Colette: pregno di descrizioni naturalistiche, di amore e gelosia; acuto e ironico in ogni sua sfumatura; una storia, di finzione in alcune parti – è Colette la prima a riferirne le bugie – e la testimonianza di una condizione femminile di frequente danneggiata. E inoltre, la narrazione di un personaggio di cui, se si cercherà l’opera omnia da qualche parte, si faticherà a leggerne l’intera lista dei soli titoli prima che l’occhio non si stanchi.

una delle biografie più illustri e valide del poeta maledetto francese dell'Ottocento: il giovanissimo ed eterno fanciullo Arthur Rimbaud

La doppia vita di Rimbaud, E. White

Il più maledetto di tutti i poeti maledetti, il più trasgressivo, il poeta dalle suole di vento, il prodigio Arthur Rimbaud. Rimbaud: lui, e perfino l’altro di cui sempre è andato in cerca, sono i protagonisti assoluti della Doppia vita di Rimbaud (White E., minimum fax 2019).

Tra le numerose biografie che hanno cercato di riportare in vita il poeta veggente, La doppia vita di Rimbaud è per me il testo più completo. Un volume brevissimo ma che raccoglie agilmente tutte le informazioni (possedute, e persino quelle che nel tempo sono state inventate!) della vita del poeta più tormentato dell’Ottocento francese.

White, critico letterario statunitense, membro dell’American Academy of Arts and Letters, ha fatto della tematica omosessuale il filo portante dei suoi studi e dei suoi libri. Assieme alla storia di Rimbaud, del medesimo autore celebri sono le biografia di Proust e di Jean Genet.

E per quanto riguarda La doppia vita di Rimbaud, scritta come se fosse un romanzo, l’intuito l’ha portato a individuare dietro quell’eccessivo enfant prodige il protagonista perfetto di un libro che è realtà.

Ma procediamo dall’inizio. Arthur Rimbaud nacque il 20 ottobre 1854 a Charleville, nelle Ardenne francesi.

Charleville – situata non troppo lontano dal confine belga – deve la sua notorietà all’omonima battaglia consumata durante la Seconda guerra mondiale. Una cittadina rurale, «con gli edifici pubblici del Seicento raccolti intorno a una piazza ducale lastricata», quella stessa piazza su cui dopo la scomparsa di Rimbaud, il suo busto sarà commemorato e adorato anche da quegli abitanti che prima gettarono ombre e discredito sulla sua figura.

Figlio di Vitalie Cuif, Madame Rimbaud da sempre è narrata come una donna chiusa e piuttosto insensibile; soprattutto, dominata da una devozione sacrilega verso il cattolicesimo e i precetti della fede.

Suo padre, Frédéric, un capitano dell’esercito e figlio di un sarto, non trascorse molto tempo vicino alla famiglia. Per tutta la vita egli non fece altro che sfruttare il patrimonio della moglie, nonostante i primi anni della loro unione siano segnati dai suoi continui e felici ritorni; ognuno dei quali si concludeva con l’arrivo di un figlio.

In quella abitazione posta proprio sopra la libreria di Prosper Letellier, il primo ad arrivare fu Frédéric. Dopo di lui arrivò Arthur, poi sua sorella, Vitalie – come sua madre. Ma la prima Vitalie non visse oltre un mese, e solo un anno dopo nacque un’altra neonata a lei omonima, alla quale seguì l’ultima dei figli: Isabelle.

È il 186o, quando Rimbaud ha soli sei anni e suo padre parte per la Crimea per non fare più ritorno.

Ma per Vitalie Cuif, assunte presto le sembianze e il nome di vedova, la partenza del capitano non è la fine del mondo. La vedova Rimbaud è una rigida conservatrice; ammiratrice del lavoro assiduo, mal sopportava che il marito si perdesse in frivolezze di poco conto. Tra le quali frivole occupazioni, la più detestata era quella presunzione di scrivere poesie, libri che non vennero mai pubblicati.

Tra il cattolicesimo della madre e le letture da lei pilotate, Rimbaud si avvicina allo studio della Bibbia, ma per il solo amore che egli già provava per gli uomini – più che per interesse e altrettanta devozione. Se anche da lui, la mancanza del padre non venne mai effettivamente esplicitata, quel suo disappunto lo si ritroverà nella prima composizione di Rimbaud. Niente meno che una poesia che raccontava di bambini abbandonati dai genitori, intitolata Le strenne degli orfani (1870).

Il suo percorso scolastico non potrebbe dirsi più eccellente di così; i voti sono altissimi, e all’ultimo anno delle scuole medie, Rimbaud può annoverare già numerosi premi che gli son stati attribuiti. Il premio in storia e geografia, quello in composizione latina, in greco, e via dicendo.

Di quella vita normale, in un paesino qualsiasi della Francia, Rimbaud raccontò nelle sue poesie. Anti-borghese fin da quei giovani anni, Arthur si ispirava ai grandi personaggi della storia. A differenza del fratello maggiore Frédéric, Arthur è il primo della classe; rimane tale anche quando Vitalie si impunta di trasferire entrambi i ragazzi in un liceo privato del paese. Lì può diventare il pupillo del preside a cui sarà concesso di leggere qualsiasi cosa egli desideri.

Fondamentale per l’avvio all’amore per la letteratura del giovanissimo poeta fu la figura di George Izambard.

Docente di retorica nell’istituto, George Izambard fece da subito impensierire il corpo dei docenti per le sue critiche rivolte ai «polverosi versi» di Verlaine. Nella sua infanzia, Izambard era stato un bambino solitario, cresciuto da tre zie zitelle; diffidava dal giovanissimo Rimbaud per la fama accresciuta che girava attorno ai suoi premi e riconoscimenti. Tuttavia, ne divenne il maestro privato e grazie a lui, Rimbaud conobbe Rousseau, Rabelais e il «poeta-ladro-vagabondo» Francois Villon. Quei libri che Izambard consigliava a Rimbaud, però, insospettivano la vedova Rimbaud – tanto che, proprio a lui, dopo la morte di Arthur, saranno rivolte le accuse di averlo trascinato nel vizio e nell’eccesso.

Grazie a Izambard, Arthur Rimbaud venne introdotto ai circoli bohémien del luogo; incontrò alcuni tra i bibliofili più in vista di allora; e in quel mondo di artisti, finalmente, il poetuncolo riuscì a sentirsi a casa.

Un altro personaggio chiave per la formazione di Rimbaud, che gli sarà fedele per tutta la vita e ne diverrà persino il biografo più accreditato fu di certo Ernest Delahaye, futuro esponente della Parigi letteraria. In quel momento, Arthur è come se abbandonasse la sua unicità per sdoppiarsi:

C’era il Rimbaud di scuola, distante e reticente, che sembrava ancora subire l’autorità del pugno di ferro; e poi, l’esatto opposto, c’era il Rimbaud delle nostre discussioni, che dava libero sfogo alla sua vera identità, con una specie di esuberanza intellettuale. […] In seguito Rimbaud stesso comprese il proprio sdoppiamento quando mi scrisse: “Io è un altro”.

izambard george, dalla doppia vita di rimbaud, minimum fax 2009.

È sempre grazie a Izambard che Rimbaud comincia a scrivere quasi una poesia al giorno. Si fa crescere i capelli, e lui stesso cominciò a indossare i panni del poeta a cui avrebbe voluto assomigliare: un poeta visionario, che da quel momento ha il compito di far esperienza totale della realtà, per poterne poi afferrare il senso e narrarla ai suoi lettori.

È il 1870 quando Rimbaud, con alcuni franchi ricavati dalla vendita dei suoi libri, partì per la sua prima fuga di casa.

Completamente da solo e senza soldi, Rimbaud però venne arrestato a Mazas. Accusato di vagabondaggio, all’esule poeta vennero tagliati i capelli, e i suoi vestiti bruciati. Ancora fu Izambard a fornirgli la via di fuga: grazie a lui, infatti, recatosi alla prigione di Parigi, Rimbaud scontò il prezzo dovuto alle autorità per farlo liberare.

Il giovane fuggitivo a quel punto, sotto sollecitazione del professore scrisse a sua madre per tranquillizzarla e infine venne sistemato a casa delle tre sorelle Gindre a Douai, in cui Izambard trascorse l’infanzia. Viziato e vezzeggiato da tutte e tre le signore, Rimbaud potè leggere una enorme quantità di libri e saggi su vari temi.

Durante quel viaggio Rimbaud scrisse alcune delle sue poesie più celebri, che sorprendentemente decantavano l’eterosessualità dell’amore. Tuttavia, la sessualità di Rimbaud non è mai data una volta per tutte: infatti, «sia prima che dopo la passione violenta e distruttiva che avrebbe provato per Verlaine, il suo interesse fu rivolto principalmente alle donne».

Alla fine di quel 1870, Rimbaud dà realmente vita al suo doppio e inizia una vita dedita al vagabondaggio.

Se in quelle camminate e nelle peregrinazioni instancabili Rimbaud trovasse la pace, oppure andasse in cerca di avventure, questo non è dato saperlo a nessuno. Ciò che è certo è che Rimbaud fosse un grande amante dell’arte del cammino, e che più volte compì delle lunghissime traversate a piedi per spostarsi da un paese all’altro senza dover pagare il biglietto.

Nel frattempo, la vedova Rimbaud era ormai esasperata da quell’animo ribelle; lo supplicava di far rientro a casa. E quella volta, probabilmente Rimbaud accettò di tornare conscio del fatto che non avrebbe saputo starci a lungo. Infatti, un solo anno dopo, con i soldi ricavati dalla vendita di un orologio, Rimbaud si apprestò a compiere la sua seconda fuga, e partì per la città di Parigi.

Ma ritornato per l’ennesima volta a Charleville, la madre lo pose davanti a un ultimatum: o Rimbaud avrebbe ripreso gli studi, oppure si sarebbe dovuto trovare un lavoro. Insofferente alla sola menzione di quella pratica, Rimbaud si lasciò sedurre dalla Comune di Parigi, instaurata proprio a quel tempo. È la Comune, a suo pensare, l’unica cosa in grado di salvare la società. La libertà, la condivisione, gli eccessi sono i valori più apprezzati da Arthur.

Il poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso e ragionato regolamento di tutti i sensi. […] Ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale fra tutti diviene il grande inferno, il grande criminale, il grande maledetto – e il Sapiente supremo! – Perché egli giunge all’ignoto!

rimbaud, opere in versi e in prosa, garzanti, milano 1989, trad. Dario Bellezza

Sono i versi contenuti nella Lettera del veggente a rompere in modo netto i rapporti con la poesia del passato.

Solo attraverso i suoi poteri visionari – sollecitati dall’uso di droghe, alcool e l’adempimento a una vita sregolata, il crimine, la malattia e così via – il poeta può ergersi «Sapiente supremo» della poesia.

Ma al rientro dalla Comune di Parigi, tornato a Charleville Rimbaud dà vita a quel suo lato snob e «nullafacente». Cominciò a imbrattare i muri della città con parolacce e scritte oscene; ovunque andasse discettava di letteratura e di politica, sempre con toni accesi e mai pacati; fumava la pipa e non faceva altro che scrivere le sue poesie. A Charleville inoltre, trattava male i suoi concittadini, li disprezza per la strada, eccetto uno: Charles Bretagne. All’indirizzo di questo omosessuale maturo, Rimbaud si fece inoltrare la corrispondenza; ma soprattutto è grazie a Bretagne, che Arthur entrò in contatto con l’uomo che gli avrebbe stravolto la vita: Paul Verlaine.

Rimbaud, scrittagli una lettera traboccante di amore e ammirazione, venne invitato dal poeta a soggiornare presso il suo domicilio, in cui viveva con la moglie, Mathilde Mauté e i di lei genitori. La risposta di Verlaine è univoca: «Vieni, cara e grande anima, ti chiamiamo, ti aspettiamo».

Come Rimbaud, anche Verlaine aveva un padre militare – ma infermo. Un uomo che per tutta la vita non aveva fatto altro che dedicarsi all’ozio.

Madame Verlaine, invece, era una donna molto morbosa: aveva partorito due figli nati morti, e ne aveva per molto tempo conservato i feti dentro due bottiglioni trasparenti pieni d’alcool. Sarà proprio Verlaine, durante una lite incorsa con la donna, a spaccare i due contenitori per il solo gusto di vendicarsi.

Anche l’infanzia di Verlaine fu abbastanza complicata. Dopo il liceo si iscrisse a giurisprudenza ma frequentò l’università per poco tempo, perché la maggior parte voleva spenderlo leggendo poesie e ubriacandosi di assenzio. Bevanda dai poteri allucinogeni, l’Assenzio è tutt’oggi illegale in diversi paesi del mondo.

Paul era un tipo pieno di dubbi, esitava continuamente e mai sapeva che posizione prendere: fu per questo, forse, che si accompagnò a una moglie di cui non era veramente innamorato – e di cui ben poco gli importava. Passava dall’esaltazione alla depressione, era omosessuale ma odiava profondamente quel «vizio» di cui avrebbe voluto liberarsi una volta per tutte. Almeno finché nel suo cammino non incappò nella figura di quel giovanissimo tentatore malvagio, il piccolo Verlaine – di cui si sarebbe per sempre innamorato, ma di un amore possessivo, morboso e malato.

Fu proprio a causa del suo spropositato amore per l’alcol che i famigliari di Verlaine lo spinsero a interessarsi alla donna che avrebbe sposato, che avrebbe potuto garantirgli un futuro decoroso e dignitoso. Così, nell’autunno del 1869, Paul Verlaine incontrò la sedicenne Mathilde Mauté.

Presto, però, anche Mathilde sarebbe giunta ad accorgersi della follia del proprio consorte.

Con il passare del tempo Verlaine ritornò ai vecchi costumi: riprese a bere sempre di più, tornava a casa a orari sempre più improbabili, e nessuno riuscì a convincere Mathilde del fatto che sarebbe stata mandata in rovina da lui.

Trasferitosi insieme a Montmartre nell’appartamento dei suoi genitori, anche i suoceri di Verlaine rimasero impietriti davanti ai modi indisciplinati del poeta. Irrequieto, spesso volgare e mai incline alla tranquillità e alla noia – a differenza del padre.

Fu in quel mondo borghese che Arthur Rimbaud capitò pronto a spargere zizzania e tempesta. Portò con sé i duecento versi che sarebbero diventati Il battello ebbro, versi influenzati di Baudelaire, contenti parole coniate da Rimbaud medesimo. In quei versi si spegneva un po’ quell’arroganza giovanile; «quella goliardia adolescenziale ha lasciato il posto alla descrizione di un viaggio che è al tempo stesso era una odissea e una saga familiare».

Insieme a quei versi pregni di dolore e significato, Rimbaud non portava con sé nemmeno una valigia; solo un cambio di vestiti cuciti da sua madre con stoffa economica. Nessuno andò a prenderlo alla Gare du Nord, e da solo fu Rimbaud a raggiungere la casa dei Mauté dove avvenne il primo incontro con l’uomo che gli sarebbe diventato amante.

Ma subito divenne un ospite indemoniato e ingestibile: prendeva il sole nudo davanti alla loro casa, e raccontava fieramente di aver i capelli ricolmi di pidocchi – minacciando i passanti di farglieli saltare addosso. Ma quell’aspetto, quella stravaganza, quegli occhi azzurrissimi e quel visetto più immaturo di quanto realmente fosse, fecero breccia nel cuore del primo tra i poeti maledetti: Paul Verlaine.

Verlaine rimase stregato da lui, lo presentò agli intellettuali francesi, immediatamente lo fece fotografare da Etienne Carjat, uno dei pittori più importanti del tempo – davanti a cui sfilavano i pensatori più in vista di allora affinché il loro successo fosse decretato e immortalato dalle sue opere pittoriche.

Tuttavia, Rimbaud era antipatico ai più. Il suo aspetto giovanile, il suo essere sempre provocatorio, sboccato, senza freni, indispettì tutti – e l’unico che continuò a difenderlo fu il suo amante, Verlaine.

In quei quattordici mesi di matrimonio Verlaine non aveva più scritto poesie, ed era riuscito in qualche modo a tenersi lontano dall’alcool, sì; ma l’arrivo di Rimbaud rimise in discussione qualsiasi cosa, e risvegliò nel maturo poeta una giovinezza e una sregolatezza mai conosciute. Rimbaud «lo spingeva a vivere da selvaggio e a ubriacarsi tutto il giorno – e a scrivere come il vergente che era destinato a diventare».

Nel 1872, dopo una lite furiosa avvenuta tra Mathilde e Verlaine, Monsieur Mauté fece esaminare da un dottore i lividi di Mathilde e ne fece firmare un documento che attestasse le violenze subite. La coppia venne così divisa, e questo, portò Verlaine a ritornare sui propri passi – non essendo in grado di abbandonare per sempre il tetto confortante della moglie.

Pregò la moglie di perdonarlo, cercò di convincerla a non separarsi da lui, ma ciò avrebbe significato perdere definitivamente i rapporti con Rimbaud. Alla fine, però, Verlaine raggiunse la moglie con l’inganno; la convinse a tornare con loro figlio a Parigi e il poeta si mise persino a cercare lavoro.

Ma mentre quella vita strana procedeva, i contatti tra i due amanti omosessuali continuavano, prima nascosti agli occhi di tutti, ma poi sempre più evidenti e meno taciuti. Il 7 luglio di quello stesso 1872, Verlaine uscì da casa per comprare delle medicine per la nevralgia della moglie, ma da quelle commissioni non rincasò più, perché fuori incontrò Rimbaud che lo convinse a partire con lui per il Belgio.

Non vi racconterò altro di questa assurda e stramba relazione, alimentata di partenze e ritorni continui. L’amore ossessionato di due poeti troppo presi da se stessi per aprirsi all’altro.

Sperando che quanto narrato fin qui vi conduca alla scoperta di Rimbaud, vi basti invece sapere l’epilogo: a Londra, durante un lungo soggiorno nel 1873, Verlaine sparò due colpi di pistola in presenza della madre e del giovane amante. Uno dei due colpi finì sul pavimento; l’altro, invece, ferì il polso dell’allora diciannovenne Rimbaud, supplicato di non abbandonarlo e all’apice della disperazione.

Per questo motivo, Verlaine sarà incarcerato per poco meno di due anni: l’accusa non avrà assolutamente cura di ricercare un poco di quell’amore nelle lettere e negli scambi avvenuti tra i due, ma farà presto a sentenziare il verdetto. La sua detenzione non sarà affatto dura, ed egli potrà dedicarsi interamente nelle poesie dedicate al suo passato amore, come Romanze senza parole.

Nel frattempo, invece, Rimbaud, raggiunto il piccolo paese di Roche, dedica anima e corpo alla scrittura dei suoi ultimi versi; dopo di quelli non scriverà più niente e abbandonerà la poesia (sempre offendendola e vomitandola). Forse la sua ispirazione si è esaurita, forse ancora, nell’onestà Rimbaud riconosce di non essere più ispirato dall’arte.

Da lì a poco Rimbaud lascerà definitivamente la Francia, senza più farvi ritorno se non per periodi brevissimi.

Scomparso alla giovanissima età di 37 anni, la seconda vita di Rimbaud è quella più misteriosa.

C’è chi lo ritrae come uno schiavista in Africa; chi gli attribuisce il mestiere di trafficante d’armi; chi ancora lo inquadra dedito al mercato nero e all’uso della cattiveria più smisurata. C’è anche chi attribuisce a lui quella firma RIMBAUD incisa sul basamento di un tempio a Luxor; in ogni racconto, però c’è una certezza: Rimbaud ha abbandonato la poesia. E non solo l’ha abbandonata, adesso la disprezza, la sbeffeggia e non fa menzione a nessuno del poeta che è stato. Ma d’altro canto, nemmeno lui sa che la sua fama sta crescendo vertiginosamente in Francia. Tutti i francesi lo stanno riscoprendo, lo amano, adorano il suo eccesso, lo cercano e qualcuno prova anche a scrivergli. Ma Rimbaud non ha più alcun interesse nella fama; chissà se continua a pensare a Verlaine, il cui ultimo incontro risale al tempo successivo il carcere di lui.

Ammalatosi viene sostenuto dalla sorella Isabelle, l’unica che gli starà vicino nei suoi ultimi anni di vita. E chissà anche in questo caso, se ella, così distante da lui, non gli si sia avvicinata in previsione della considerazione che stava acquisendo. Di certo resta il fatto che Isabelle si sposerà con uno dei più attenti studiosi del fratello, e che sarà proprio lei a inventare e cancellare alcune delle storie sulla vita di Arthur Rimbaud.

Tuttavia, nessuno può negare che il più eclettico di tutti i poeti: il più vero, il più onesto: l’inventore della poesia in prosa, uno dei maggiori poeti dell’Ottocento continui a dirci qualcosa tutt’oggi e che le sue poesie siano diventate canti perfetti – ora disperati, ora d’amore – celebrati dal mondo intero.

Il testo di Renato Minore, biografia ufficiale di Rimbaud ritratto con delle rose e vicino a un libro antico aperto

Rimbaud. La vita assente di un poeta dalle suole di vento, R. Minore

Che dietro l’immagine di Arthur Rimbaud – il poeta infante, il poeta prodigio, il poeta maledetto – ci sia molto più di quanto ci è dato sapere, sembra essere il presupposto di partenza per tutto ciò che lo riguarda.

Infatti non è possibile tracciare un percorso, una evoluzione onesta, coerente, dall’inizio alla fine, nella vita di Arthur Rimbaud. Pare invece che tutti i miti e le convinzioni, spesso avverse e contrastanti, contribuiscano ad accrescere la fama dell’infante prodigio. Tuttavia, attraverso il lavoro di studiosi e biografi come Renato Minore, la storia di Rimbaud può quanto meno avvicinarsi al reale.

Ma se lo scritto di Minore, Rimbaud. La vita assente di un poeta dalle suole di vento (Bompiani, 2019) – Premio Campiello, Selezione Giuria dei Letterati – pare, nel suo essere enigmatico e procedere a salti tematici, voler accentuare l’enigma e il mistero attorno alla figura del poeta e render tutto poco chiaro, appare invero assai utile per scoprire Rimbaud e per avviare il lettore alla scoperta di un poeta prodigio.

Il 20 ottobre 1854, nasce a Cherleville Jean-Nicolas Arthur Rimbaud. Arthur è il secondo dei quattro figli nati da Marie Vitalie Cuif e il capitano di fanteria, Frédéric Rimbaud.

Mentre Vitalie Cuif è figlia di piccoli proprietari terrieri delle Ardenne francesi; Frédéric è capitano del 47° reggimento di fanteria. Un padre sempre assente e lontano per lavoro; una madre che continua il mestiere di commerciante e si occupa dell’educazione dei figli. Isabelle è l’ultima figlia nata. Al suo arrivo, nel 1860, il capitano Frédéric, abbandona la famiglia per un viaggio più lungo del solito, diretto a Cambrai: e da allora, non farà mai ritorno.

Solo un anno dopo, i sogni di Arthur sono già molto precisi, e con l’addio del padre, anche sua madre si è decisa: aiuterà il giovane figlio a diventare uno scrittore. Per lui, spenderà i risparmi – ma un po’ anche per sé, per alimentare il proprio ego, le sue fortune, e la considerazione presso gli altri. Così, Arthur e suo fratello Frédéric vengono iscritti alla scuola Rossat di Charleville.

Alla Rossat di Charleville non rimarrà a lungo; nel 1868, trasferito al Collège Municipal, proseguirà gli studi fino all’ultimo anno di liceo, nel 1870. Per la prima comunione del Principe imperiale, Rimbaud gli invia una lettera composta in esametri latini, per il quale verrà molto lodato.

Rimbaud in una foto di Carjat, dicembre 1871. 17 anni.

Di Rimbaud pochissime sono le fotografie autentiche; mentre molte di più sono quelle che i collezionisti, gli approfittatori e i fanatici di tutto il mondo, dicono di possedere; nascoste chissà dove, pronte a confermare – o capovolgere in toto – le ipotesi sulla vita di un poeta stravagante.
In tutte, però, c’è una cosa comune: il suo sguardo è sempre assente, la posa è quella di un bambino davanti alla camera per il solo senso del dovere (che in verità lo disgusta); sempre irrequieto, mai fermo; sempre spazientito, mai quieto: ogni fotografia di Rimbaud, o ritratto che lo immortali, alla fine non ne catturano la presenza, ma piuttosto l’assenza.

Da quell’anno fioccano le composizioni di Rimbaud; e il suo talento è confermato dalla vittoria del premio di poesia latina di Douai, grazie alla lirica Jugurtha. Come definirlo, allora, se non un prodigio? Basti pensare che quel Jugurtha venne composto da Rimbaud all’età di quindici anni.

La figura di un insegnante, Georges Izambard, sarà significativa per gli studi di Rimbaud.

Georges Izambard, circa 1890, autore sconosciuto

Quando nel 1970, Izambard viene nominato insegnante di retorica al Collège, Rimbaud ne rimane ammaliato e totalmente sconvolto dal peso della sua influenza. Ma per il giovane Arthur, gli anni Settanta sono anni cruciali, poiché allora cominciano le fughe del poeta che saranno sempre più frequenti.

È il 29 agosto, Rimbaud ha soli sedici anni e viene arrestato dalla Polizia e condotto alla prigione di Mazas poiché accusato di vagabondaggio. Quel poeticciolo dagli occhi assenti, dallo sguardo sempre inquieto, l’impeto e il desiderio di andare oltre gli schemi, così ostile e insofferente alle regole, deve la propria libertà ancora una volta al professore Izambard, che garantisce per lui e lo fa scarcerare.

Dopo Parigi è la volta di Douai, poi di nuovo di Charleville, di Bruxelles, ancora di Charleville. Finché nel 1871, con l’occupazione della cittadina da parte dei tedeschi, Rimbaud scappa nuovamente in Francia, a Parigi, dove si dice che abbia preso parte alla Comune.

È sempre Izambard il fautore delle scelte letterarie, e delle curiosità di Rimbaud: da lui proviene l’amore per Hugo (e il superamento della sua poetica del poeta vate) per i romantici e i parnassiani in generale. E proprio in quegli anni la produzione di Rimbaud subisce una notevole impennata. Le strenne degli orfani, Ofelia, Credo in unam, Sensazione.

Negli anni tra i sedici e vent’anni, Rimbaud sente sempre più la morsa di quella piccola cittadina della Francia.

In qualche modo, la poesia diventa uno dei tanti modi attraverso cui sfuggire alla insoddisfacente realtà. Verlaine ha appena pubblicato Le feste galanti, libello provocatorio e maledetto, e Rimbaud invita Izambard a scoprirlo. Oltre alla poesia, altro diletto per lo spirito acceso del piccolo Arthur, sono le lunghissime camminate a piedi – ogni tanto a cavallo – che impiegano giorni e giorni per raggiungere le sue mete. Per esempio, celebre è quella che lo condusse fino al Journal de Charleroi, la cui collaborazione gli sarà preclusa per la stravaganza e la straordinarietà dei suoi discorsi.

Da quella tanto discussa presenza alla Comune nel 1870, Rimbaud torna a Parigi anche nei mesi successivi, per incontrare il grande poeta maledetto con cui darà inizio a lunga, tormentata ed esagerata relazione omosessuale: Paul Verlaine. Ospitato a casa sua, e poi in quella dei suoceri, Rimbaud soggiorna nelle abitazioni dei maggiori poeti del tempo: da Charles Cross al disegnatore André Gill.

Grazie a Verlaine, Rimbaud, a soli diciott’anni, è introdotto nei maggiori circoli artistici e letterari del Quartiere latino. Tra letture stravaganti, eccessi sempre più vividi, alcol, droghe e pettegolezzi, Verlaine e Rimbaud cominciano una vita bohémienne. Verlaine si allontana definitivamente dalla moglie, con la quale il rapporto è costellato da litigi e minato dall’ostile presenza di quel Rimbaud; così, mentre sono in viaggio a Bruxelles, Verlaine abbandona la moglie e la madre sul treno, e fugge dal giovanissimo amante.

Ma la loro storia d’ossessione è destinata a giungere a termine ben presto. Sia Verlaine che Rimbaud hanno due personalità troppo ingombranti, i litigi son frequenti e portano a una rottura.

Corner table, Henri Fantin Latour (1872)
[In basso, a sinistra sono rappresentati Verlaine e Rimbaud]

Proprio a Londra, Verlaine si ammala; chiede aiuto alla propria madre, e sarà lei a inviare a Rimbaud il denaro per raggiungere Londra, ma a quel punto la rottura sembra definitiva. A causa dell’ennesimo litigio sorto tra i due poeti, Verlaine lo abbandona a Londra, e cerca di riavvicinarsi alla moglie.

Non deve sorprenderci che la relazione tormentata tra i due proceda per numerosi anni: è come se sia Rimbaud che Verlaine siano ossessionati dall’altro. Insieme visitano decine di alberghi, luoghi, città, salotti letterari; realizzano le più inimmaginabili perversioni sessuali, orge e giochi erotici che contribuiscono ad accrescere la loro fama di poeti maledetti. Ma è proprio allora che la fine di questa turbolenta relazione si consuma: ubriaco e terrorizzato dall’abbandono di Rimbaud, Verlaine compra una rivoltella e ferisce Arthur all’avambraccio, e il giovanotto va su tutte le furie.

All’età di ventidue anni, per Arthur Rimbaud la poesia appartiene al passato.

Il poeta prodigio, il bambino che all’età di vent’anni aveva già vinto numerosi premi letterari, abbandona la carta per farci ritorno pochissime volte in seguito. Improvvisamente rinnega tutto ciò che ha fatto e scritto, si rimangia ogni cosa, e dichiara di aver chiuso per sempre con la poesia. Abbina i versi dei poeti alle bestemmie, alla parola «merda, merda!» urlata, strillata di mezzo ai denti.
Non è altro che una delusione, o ancora una volta il poeta decide di ribellarsi a tutto ciò che gli è stato prescritto?

In questi anni si concentrano molti altri viaggi compiuti da Rimbaud. Brema, Stoccolma, Norvegia, Copenaghen, Marsiglia, Roma. Celebre è un’altra delle sue camminate, la traversata del San Gotardo a piedi per raggiungere Lugano, poi Milano, e infine Genova.

Nel 1872 un altro fatto è di primaria importanza: la morte del capitano, il padre lontano, mai conosciuto, mai amato fino in fondo. L’altra faccia della medaglia: se la madre è austera e severa, pretenziosa e moralista; il padre non c’è mai stato. E nelle loro mancanze paterne e sovrabbondanze materne, per alcuni appare chiaro il fulcro del suo dolore; la scaturigine della follia e dell’estro.

Fino 1884, poi, dà prova di aver veramente deciso: tra Alessandria e Cipro, Rimbaud dirige gli operai di una cava di pietra. I suoi modi sembrano bruschi, violenti, tanto che la sua fuga dalla città sembra dettata dalla morte di un operaio colpito a morte da una pietra in circostanze misteriose. Ma anche questi non sono che racconti, miti e leggende che si sono alimentate attorno a Rimbaud, oppure no.

Nel frattempo è raggiunto dalla malattia. Ammalatosi di tifo, Arthur è costretto spesso a far ritorno a Roche, nella fattoria di famiglia dove nessuno sa del suo rientro.

Comincia a trafficare armi; da molti vengono narrate storie che lo vedono ora mercante di schiavi, ora in cerca di schiavi per il suo servizio personale. Sul basamento di un tempio di Luxor compare chiara (ma enigmatica più che mai) la testimonianza di un suo passaggio: la firma di Rimbaud, incisa sulla pietra, sarà destinata a diventare parte di quell’antica civiltà.

© ALAN FILDES

Ormai non gli restano molti anni da vivere. Il tifo consuma sempre più la vita sregolata di quel poeta: l’alcol, le droghe, le orge, non possono che aver creato terreno fertile per una salute cagionevole. Tuttavia, nel 1890, gli giungono le lettere di certe letterati parigini, che intendono informarlo del successo spropositato che egli si sta conquistando a sua insaputa. Egli sta per diventare il poeta più famoso della Poesia, e ancora ne è totalmente ignaro.

Saranno i dolori al ginocchio ad avvicinarlo fisicamente alla morte. Sopraggiunto da un violento cancro, i problemi alle articolazioni si fanno sempre più aggressivi, e la pazienza di Rimbaud è ridotta all’osso. Finché le allucinazioni non lo raggiungono, i deliri diventano più frequenti, e il 10 novembre del 1891, sorretto solo dalla presenza e le attenzioni della sorella, Arthur Rimbaud passa a miglior vita.

Ma perché il genio di Rimbaud si è imposto così duramente nella letteratura poetica? Che cosa ha fatto sì che il ricordo di quel poeta maledetto si addolcisse a favore della sua grande vocazione?

Forse l’enigma e i misteri attorno all’immagine del poeta hanno contribuito ad accrescere la fama di Rimbaud. Il fatto che attorno a lui tutto sia certo e al contempo sbiadito, non può che aver incuriosito i letterati dei tempi a lui successivi. I suoi modi di fare, la sua irrequietezza, la capacità propria di Rimbaud di dissacrare tutti i valori: sbeffeggiò la religione, i preti; indignò la borghesia e tutto il paese nativo; attaccò frequentemente lo Stato e ogni tipo di autorità a esso collegata.

Con voce ferma e un linguaggio poetico sfrontato, indelicato, Rimbaud non è stato solo il cantore della trasgressione; ha scritto d’amore, di passioni, di amicizia; ha cercato dunque, tramite l’onestà, di perpetrare tra le trame dell’esistenza, senza mai risparmiarsi laddove nessuno in vita, aveva avuto il pudore di arrestarsi.

Rimbaud ha pienamente trasformato il linguaggio della poesia, dando vita a qualcosa che prima d’allora non s’era mai visto. È lui a introdurre la figura del cosiddetto poeta veggente, il poeta che, tramite la sregolatezza in tutto ciò che lo riguarda, è in grado di vedere il futuro. Sono le sostanze allucinogene, le droghe e i fumi dell’alcol a permettere al poeta di vedere oltre: di ammirare ciò che gli altri hanno precluso all’esperienza. La poesia, dunque, non serve più a ispirare; ma piuttosto a prefigurare il futuro.

Ma se il poeta oggi gode di un immenso riconoscimento, anche in vita, appena qualche anno prima della sua scomparsa, vengono innalzati i primi monumenti al Rimbaud.

Rimbaud è già amato prima ancora di morire; i Rimbaud di tutto il mondo si riuniscono in convegni e fanno a gara a ipotizzare tra loro e lui fortuite parentele; le testimonianze di poesie non conosciute abbondano; Isabelle è quella che con maggiore interesse tenta di raccontare, smentire e affermare le verità e le bugie sul conto del fratello; sua madre lo loda più per l’esperienza africana che per quella vena poetica esordita con precocità ed esauritasi altrettanto rapidamente.

Ma alla fine, l’approvazione verso Rimbaud è pressoché unanime. Arthur Rimbaud è un poeta rivoluzionario; un bambino prodigio che ha composto le proprie opere nel giro di quattro anni, e che appena trascorsa l’adolescenza ha abbandonato del tutto quei canti, quelle liriche aggressive, quei versi che gli diedero la fama. Arthur Rimbaud è uno dei Felici Pochi (F.P.) della canzone di Elsa Morante, racchiusa nel Mondo salvato dai ragazzini; quei poeti, ovvero, gli idealisti, i sognatori, i rivoluzionari, quelli che hanno il coraggio di vivere e che rimarranno sempre bambini.

Abbracciò il simbolismo, il decadentismo, il surrealismo; scrisse poesie in versi e poesie in prosa; contemplò la musica, frequentò i pittori (celebri sono i suoi ritratti compiuti da Carjat). Insomma, Rimbaud è stato uno degli artisti più completi dei tempi scorsi, più eccentrici, istrionici e stralunati; ma per conoscerlo, per capirlo e tentare almeno un poco di comprenderlo, l’unica cosa da fare è leggere ciò che ha scritto – dimenticandosi per un momento, la sua età anagrafica. Per capire davvero, quale fosse il genio nascosto dietro un bambino destinato a cambiare le sorti della poesia.

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