Aldostefano Marino

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Disobbedienza, N. Alderman

In occasione dell’uscita al cinema di Disobedience – regia di Sebastiàn Lelio -, Nottetempo pubblica in una nuova veste grafica il romanzo Disobbedienza di Naomi Alderman, da cui il film è tratto.

Naomi Alderman, autrice inglese pluripremiata, in Italia ha raggiunto l’apice del successo con Ragazze elettricheromanzo che riflette la possibilità di un mondo in cui le donne abbandonano le cucine e la loro posizione secondaria rispetto agli uomini, per salire ai vertici del potere, da dove controllare il mondo. Pare che la Alderman abbia fortemente a cuore le donne e i loro destini perché, anche all’interno di queste trecento pagine di Disobbedienza, Naomi le fa protagoniste di una storia che ha a che fare con l’emancipazione e l’uguaglianza.

La protagonista di Disobbedienza è Romit, figlia ebrea del rabbino di una comunità ortodossa di Holden, un sobborgo londinese da cui è stata allontanata. Romit è fuggita da casa sua, se n’è andata a New York dove fa l’analista finanziaria, porta i capelli corti e indossa le gonne con lo spacco: incarna la donna emancipata all’interno di una comunità fatta di apparenze, che fonda il suo credo su una tradizione secolare e fin troppo tradizionalista, alla quale, la Alderman, più o meno velatamente, critica molti modi di esistere e pensare.

La comunità ebraica articola il suo credo in tre modi differenti, spesso non comunicanti e conciliabili tra loro: gli ortodossi, coloro che interpretano alla lettera la Torah, il loro libro sacro; i tradizionalisti che rappresentano l’esatta via di mezzo tra i primi e gli ortodossi non praticanti.

Quella in cui Romit è cresciuta e dalla quale è stata tacitamente espulsa è composta di ebrei ortodossi: una comunità fatta di regole severe, dove l’osservanza dello Shabbat è rigorosa – il giorno di riposo in cui tutta la creatività si arresta affinché l’uomo non sia responsabile di alcun cambiamento del mondo -, la carne non si mischia al latte e ai suoi derivati e, i piatti che vengono utilizzati per queste pietanze non possono essere lavati all’interno dello stesso lavello. L’ebraismo è una religione, un credo fatto di molte regole e riti, dove i significati sono sempre altri e diversamente interpretabili rispetto a quelli evidenti e immediati.

Romit cresce come una ragazzina irrequieta, che alza la voce, spesso annoiata da tutto e da tutti, che fugge al suo destino per poter essere libera, e critica profondamente la comunità ebraica, dove persino

“È proibito toccare una donna che non sia la propria moglie. Perfino stringersi amano non sarebbe permesso.”

Romit sarà però costretta a interrogarsi nuovamente sul credo della comunità in cui è cresciuta e, più in generale, su quello di tutta la comunità ebraica, quando dopo otto lunghi anni di silenzio, verrà chiamata dal cugino Dovid per l’improvvisa morte del padre rabbino. Così torna a Londra e affronta la comunità che ha lasciato, pensa:

“Shabbat, ma che idiozia, che strano modo è questo di permettere a Dio di tiranneggiarti, riducendo a un minuscolo quadrato le tue possibilità di azione in un giorno della settimana”.

Ma soprattutto, raggiunti i trent’anni, percepisce gli sguardi delle altre donne, preoccupate che lei non si sia ancora sposata, di quella sua ex compagna delle superiori che era la più brava della classe, la cui unica occupazione e ambizione, adesso, è quella di crescere i suoi figli. Romit si chiede dove siano finite le sue ambizioni, ed è ciò che chiede anche ad Esti, al tempo sua migliore amica che, evidentemente gay, ha rinnegato sé stessa e sposato suo cugino Dovid, futuro Rav della comunità.

Ripetutamente la Alderman riflette su alcuni valori fondamentali e universali, sulle relazioni umane e sul matrimonio:

“Il matrimonio in questa comunità non è solo un atto religioso o un impegno legale e non è nemmeno una cosa che fai perché qualcuno ti piace e ci vuoi stare insieme. È un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Chi non lo fa non cresce mai. Dire che non mi ero mai sposata coincideva con dire che non ero mai diventata un essere umano nel senso pieno della parola.”

Disobbedienza non è solo un romanzo che esplora gli usi e le tradizioni di una comunità ebraica ortodossa, sotto uno sguardo abbastanza critico e forse un po’ troppo negativo. 

Disobbedienza è anche e soprattutto un romanzo sull’amore, sul coraggio di essere sé stessi quando il mondo cerca di braccarci. 

Disobbedienza è un romanzo sulla tristezza, sulla rabbia, e sulla felicità che “ha a che fare con l’aver sfiorato il mondo e averlo lasciato diverso, secondo la nostra volontà”. Ma la Alderman, e poi Romit, entrambe sanno, che la felicità ha a che fare anche con la lotta, e quindi con il dolore, perché spesso per raggiungere i propri obiettivi dobbiamo soffrire.

Disobbedienza è una storia sulla battaglia, da cui si apprende molto, che ci porta spesso a chiederci fin dove ciò in cui crediamo sia giusto senza possibilità di replica.

In nome di chi, in nome di cosa, siamo disposti a reprimere ciò

che siamo veramente?

Una storia scritta magistralmente, che non delude le aspettative ma anzi, le supera.

La finestra al sole, R.P. Giannotte (Recensione e chiacchierata)

Non capita quasi mai di aver l’onore di leggere i libri di un autore con si possa commentare real time ciò che succede nel suo racconto, perlomeno non a me! Ma finalmente mi è capitato: è successo con La finestra al sole, edito Edizioni La Zattera e scritto dall’abile avvocatessa R.P. Giannotte: un romanzo d’esordio di trecento pagine fatto di tanti dialoghi, una scrittura asciutta e infiniti spunti di riflessione.

La finestra al sole racconta la storia di Piergiorgio Medici, un avvocato di successo cagliaritano che dalla vita ha già avuto tutto: un attico in pieno centro davanti alla statua di Carlo Felice, una cattedra universitaria e un posto di lavoro nel più importante studio di Cagliari. La sua vita scorre regolarmente, annoiato tra un party e l’altro, col portafoglio sempre aperto a soddisfare le esigenti richieste della sua fidanzata Stefania, che è l’opposto di lui: una civettuola ragazza che sogna di diventare avvocato, ma che, anziché prepararsi per l’esame di stato, spende i soldi del marito in estetiste e chirurgia plastica, e tutto il suo tempo guardando Future Stars, lo show televisivo di successo più ambito d’Italia, dove concorre un giovane sardo testardo e talentuoso.

Le puntate di Future Stars, una dopo l’altra, si susseguono sullo schermo nella camera da letto dei due fidanzati, senza attirare mai l’attenzione dell’avvocato Medici che, oltre al programma, comincia a detestare anche la sua fidanzata.
Le storie dei protagonisti del talent show si incrociano alla vicenda di Bianca Marras, una ragazza di vent’anni, con due figli e il marito rom, accusata di furto: Piergiorgio verrà nominato difensore di ufficio e, sin da subito, capirà che all’interno di questa faccenda, qualcuno sta mentendo. Bianca non vuole collaborare, si mostra scontrosa, anche verso Piergiorgio, che invece cerca di aiutarla; ma alla fine sarà lei che darà all’avvocato la possibilità di riscattarsi e di ricominciare a essere, non solo un buon avvocato, ma soprattutto un uomo libero. Libero come questo romanzo: dai pregiudizi, dal razzismo, dagli stereotipi e dai canoni, per cui – finalmente – la taglia di gonna sognata non è più la trentotto, ma – finalmente, di nuovo! – la quaranta.

R.P. è al primo romanzo, ma scrive bene, descrive Cagliari con gli occhi di una turista innamorato e al contempo con quelli di una che ci ha vissuto ed è cresciuta lì e ne annota i limiti. Forse, talvolta, si perde, in dialoghi irrilevanti, che non aggiungono niente alla storia ma che, tuttavia, non sono mai noiosi. In questo libro c’è l’amore monotono, l’amore per convenienza, l’amore giovanile, l’amore che resta anche quando si è perso qualcuno. C’è l’amicizia, la carità, la fratellanza. C’è la determinazione nel perseguire i propri obiettivi.

C’è un grandissimo messaggio, e la Giannotte, contrapponendo personaggi che sono gli uni gli opposti degli altri lo scrive chiaro e deciso: i perdenti non son mai perdenti e basta, talvolta lo sono da sempre, marchiati indelebilmente per i pregiudizi della nostra società. Ma non sono mai perdenti e basta perché, rispetto ai vincitori, hanno la possibilità che gli altri non hanno, di riscattarsi e dimostrare a tutti ciò che valgono.

 

Dopo aver incontrato R.P. Giannotte di persona, non potevo che farle qualche domanda, e visto il suo entusiasmo che ha nel fare qualsiasi cosa fa e soprattutto nello soddisfare ogni mia curiosità, alla fine ho deciso di rendere pubblica questa nostra chiacchierata.

Giannotte cara, dal cognome onomatopeico, cosa hai fatto quando hai capito che non era più giorno e si era fatto tardi, che era già notte e ormai queste parole avevano bisogno di un Editore?
La prima regola del public speakingè: quando hai un pubblico davanti, inizia facendolo ridere. E tu hai rispettato in pieno questa regola! Scherzi a parte, mio marito è stato cruciale. Io ho sempre scritto ma lui non lo sapeva. L’ha scoperto quando, sistemando l’armadio, ha trovato lo stampato dei primi due romanzi che avevo scritto.

Prima di presentarlo a un Editore, o prima che uno di loro si interessasse a te, qualcuno ti ha spronata a provarci?
È stato tutto molto veloce. Mio marito mi ha spronata a trovare un editore quando avevamo conosciuto Alessandro Cocco de La Zattera Edizioni da poco tempo. È stata in gran parte una coincidenza.

Come decide un’avvocatessa che si occupa di parole in altre forme di dedicarsi a parole che rasserenano e confortano? Come coniughi queste due passioni apparentemente distanti?
Anche nel mio lavoro di avvocato passo gran parte del mio tempo a rasserenare e confortare. Molte persone immaginano il lavoro di avvocato costantemente a litigare in udienza, ma trascurano il rapporto che abbiamo con i clienti. In realtà, passiamo molto tempo con loro a spiegare la nostra tesi, le possibilità di esperimento di una causa, le modalità di azione.

 C’è un ideale forte, come ti ho detto, nel tuo libro, uno tra tutti, ed è la libertà. Di essere se stessi, di non vergognarsi mai. La libertà, insomma, di non ascoltare le persone che ci feriscono, ecco! Ma che cosa è per R.P. Giannotte la libertà?
Tutto! È ciò che permette di poter fare ciò che si desidera senza essere assaliti dai pregiudizi. O dai propri sensi di colpa.

la prigionia?
La prigionia è l’essere etichettati, il dover vivere all’interno di una casella già stabilita. All’interno del mondo letterario, a mio modesto parere, questo capita spesso. Per una teoria tutta italiana, non fai veramente letteratura se il tuo stile non è complesso. Si pensa ancora che un autore non dovrebbe promuoversi ma soltanto scrivere. Si fa fatica ad accettare che si possano avere modelli differenti, contemporaneamente e per aspetti diversi, come Grazia Deledda e Donatella Versace, Elena Ferrante, Chiara Ferragni e Lady Gaga. Tutto questo, per me, è assurdo.

Il tuo romanzo è ricco di personaggi e personalità, tutte diverse, qual è la tua preferita e perché?
Bianca Marras senza dubbio. Affronta la vita di petto e non si vergogna a guardarsi dentro e a mostrarsi per quella che è veramente.

Ce n’è uno che ti ricorda te?
C’è un po’ di me in ognuno di loro. Anche in Stefania: qualche volta so essere fastidiosa proprio come lei.

Poi c’è Cagliari, i suoi posti, i bar, le spiagge. Soprattutto ci sono i cagliaritani: tra le pagine leggo una critica velata, l’hai scritta tu o me la sono immaginata io?
L’hai immaginata! Come ogni città, ha le sue luci e le sue ombre, e un ritratto veritiero non poteva escludere le une o le altre. Anche se il lettore si renderà ben presto conto che ho un atteggiamento indulgente verso la mia città.

Dai tuoi social emerge che hai già scelto il vestito per ritirare il premio dell’Accademia Bonifaciana, hai già scelto quelli per i prossimi premi che verranno?
In realtà il vestito non è ancora stato scelto, lo scoprirete all’ultimo momento, anche se darò qualche dettaglio. Quello che posso dire è che sarà di un giovane brand sardo. Come ho sempre detto, La finestra al sole, e, in generale, la mia attività di scrittrice, ha l’obbiettivo di far scoprire una Sardegna diversa, contemporanea e stupenda quale è. Mi sembrava, dunque, bello portare addosso eccellenze della mia terra e questo brand ha deciso di sposare in pieno il mio obbiettivo di raccontare una nuova Sardegna.
Quanto ai prossimi premi… in sardo si dice “bucca tua santa”! (che ciò che dici sia benedetto).
Grazie mille Aldostefano per avere esplorato il cuore de La finestra al sole con entusiasmo.

 

 

 

 

 

 

 

Non cedete all’odio

Quando la paura diventa sempre più grande, più profonda e meno controllabile diventa terrore e, l’unica arma per combatterlo, è la serenità.

Ma come si può esser sereni, quando tu fai una passeggiata sulla Rambla e un camion ti mette sotto, oppure a Nizza, oppure in qualsiasi posto del mondo la gente vada per passeggiare e non per farsi ammazzare? Come si può star sereni quando uno va a teatro e poi non torna a casa?

L’unico modo per vincere contro il terrore, contro quel Terrore, è non aver paura. Invadiamo le strade, le piazze, i locali, le spiagge, i bar, le colline, le montagne, le strade affollate e le città del mondo. Invadiamo qualsiasi posto e continuiamo a cantare, a ballare, a passeggiare e a prendere gelati.

Non cedete all’odio, non accontentatevi di storielle raccontate che altro non fanno che metterci paura, aumentare il terrore, non abbiate paura del diverso, del nemico, del bangladino sotto casa che vi vende la birra e del ragazzo di colore che vi vende le rose.

Non fatevi abbindolare, perché una volta che la paura diventerà terrore sarà difficile poter tornare a casa con un po’ d’amore in tasca. E allora sarà quello il momento in cui avremo perso, da vincenti a vinti, noi tutti, non contro l’Isis ma contro noi stessi.

Siamo uniti.

Barcellona, il Mondo è con te.

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Per tutti gli italiani: questo è il numero di emergenza del nostro consolato generale nella città spagnola 0034-659790266

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