Aldostefano Marino

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Di questo e di quello, di vite sottili e di Chiara Gamberale

Ciao Chiara, infinita Chiara Gamberale, oltre tutte le tue pelli e i tuoi inesauribili Io, oltre il corpo di cui ti curi come fosse un tempio, senza tuttavia addobbarlo più di quanto sia necessario.

Ti ringrazio per avermi permesso di chiacchierare con te.
Vorrei poterti avere davanti mentre ti faccio le domande che ti farò, ma il tempo corre e non ne abbiamo, eppure tu ne trovi sempre: quindi grazie, due volte.

 

Cerco di metterti subito a tuo agio, come tu fai con noi lettori mentre ci guardi dall’alto delle classifiche senza mai salire, sempre rimanendo giù, alla nostra altezza, pronta a firmare copie, a saltar la cena e la sigaretta immediatamente dopo, anche quando le persone fanno la fila ben oltre la soglia dell’ingresso in libreria: ti rendi conto di aver salvato delle vite, con “Una vita sottile” ora – e prima – e con tutti gli altri tuoi fogli, come li chiami tu?

Mi commuovi. Grazie, prima di tutto…Poi: per me voi lettori siete gli amici immaginari che avevo da piccola e che però all’improvviso esistono davvero… Io avevo una vera e propria comitiva immaginaria, sai? Con cui riuscivo a stare male e a stare bene, ma insieme, a capire e a sentirmi capita, a condividere, come invece non riuscivo con i compagni delle elementari, poi delle medie… E come invece riesco con voi. Quindi il salvataggio è sempre reciproco, lo dico senza nessuna retorica, lo sai.

Che cosa è veramente cambiato da quella prima volta in cui hai messo le mani su di Una vita sottile? Non ci vediamo da un po’, io ti ricordo – a parte meravigliosa e con gli occhiali rosa – con la vita molto sottile ma, al di là del tuo aspetto, chi è la Chiara Gamberale di oggi, quella che, certamente cresciuta, ormai madre e Mamma, è stata in grado di ospitare Vita all’interno del proprio tempio restaurato?

È cambiato tutto in questi vent’anni, e non è cambiato niente… Grazie a un percorso che passa per quello che scrivo e (purtroppo o per fortuna?) non finisce mai, mai mai, credo di essere diventata più forte, se forte è chi fa pace con le sue fragilità… E passo dopo passo l’io (il pidocchio dell’anima, lo definiva Gadda…) si è fatto un po’ più in là, è arrivato finalmente il tu: ed è arrivata Vita. Che si ritrova per mamma una donna ancora troppo tormentata, troppo insicura: ma che si conosce. E io credo che chi non s’inganna non inganna.

Che cosa, invece, proprio non è cambiato?

Non è cambiato il percorso, appunto… La sensazione di essere sempre in marcia, destinazione Possibile Serenità.

Ciò che leggiamo ci cambia, questo noi lettori lo crediamo veramente: non è solo uno spot per diffondere libri. È anche vero, però, che, talvolta, si rischia di finire in un grande calderone dove è difficile riconoscere la qualità, Qualcosa (così, giusto per citarti ancora) che ci cambi davvero, soprattutto se sei in cima alle classifiche e pubblicata da Case Editrici sempre più forti. Quanto ti importa di essere considerata alla stregua di una che scrive libri che non valgono nulla? Quanto peso dai alle critiche? Quando le leggi – se ce ne sono! – le separi da quelle distruttive senza alcuno scopo? Oppure non le leggi?

Sicuramente ho notato che man mano che aumentava il successo dei miei libri aumentavano anche le critiche: ma credo sia fisiologico. E lo sforzo è certamente quello di separare i commenti utili per crescere da quelli inutili: ma vale per le critiche negative come per i complimenti.

I personaggi delle tue vite, di solito abitano Roma, ma Roma potrebbe essere Napoli, Milano o New York. Quanto sono importanti i luoghi in cui racconti le tue storie per i personaggi che li abitano e i lettori che li incontrano?

Sono importanti nella misura in cui sono abitati da quei personaggi e con quei personaggi si rincorrono, o si somigliano, o litigano, perché rischiano di assalirli… In molti dei miei romanzi c’è una contrapposizione fra “il rumore che fa la gente mentre esiste” in una grande città (che, come dici tu, potrebbe essere una qualsiasi) e luoghi come le isole, o la collina dove in “Qualcosa” abita il Cavalier Niente.

E invece, per te, quanto è importante Roma? Cosa ci trovi di così magico da non aver mai deciso di andartene, andare ad abitare in uno chalet in montagna lontano dai clacson e dai rumori?

Ci trovo banalmente il fatto che qui abita la mia famiglia, i miei amici, i miei affetti più importanti. E vivendo da sola con Vita, è importante averli accanto. Ma già in questo suo primo anno di vita siamo scappate spesso su un’isola, io a scrivere e lei a respirare…

Se non Roma, quindi, se fossi obbligata ad andartene, in quale luogo te ne andresti con la tua Vita?

Su un’isola greca. Naxos o Astipalea.

A me, ma credo di poter parlare a nome di tanti lettori, hai insegnato tante e molte cose.
Proprio a proposito di Vita, cosa le auguri in questo mondo? Cosa speri di essere in grado di insegnarle?

Le auguro di essere libera. Di avere sempre più idee che opinioni. Di sentire con il suo cuore e di pensare con la sua testa. E spero di essere in grado di insegnarle che vale sempre la pena di farlo. Almeno di provarci.

Quando leggo i tuoi libri mi sembra di poter avere un’esperienza totalizzante: percepisco odori, distinguo voci, vedo i volti di quelle voci, sento il sapore del sangue sulle dita di quella Chiara protagonista della tua vita sottile e accarezzo il pelo di Jonathan, il tuo cane. Devono avere molta importanza per te, tutti questi sensi, se poi, insieme, compaiono nel tuo libro: ma a quale dei cinque non potresti mai rinunciare, e… perché?

Ma sono domande troppo belle e troppo originali! Che regalo. Dunque: credo che non potrei rinunciare al tatto. Io ho proprio un’urgenza di toccare e di farmi toccare dalle situazioni e dalle persone che incontro.

Per quanto riguarda Jonathan, invece, che in alcuni altri tuoi libri – so che è lui, me lo sento – diventa Efexor, mi racconti di una volta in cui è stato lui a saperti togliere la rabbia di dosso? È stato l’unico Amico canino nella tua vita?

E invece qui ti sbagli! Efexor in realtà è Tolep, hanno in comune il fatto che portano il nome di uno psicofarmaco… E quando Jonathan cominciava a invecchiare, ho trovato questo cucciolo legato a un palo da chissà quanto, l’avevano abbandonato così, pensa… E l’ho preso con noi, quindici anni fa. Sia Jonathan che Tolep mi hanno saputo togliere molte volte la rabbia di dosso, anche se, proprio come era Jonathan, Tolep è un cane tanto buono quanto caratteriale… Ma sono gli unici maestri di cui mi fido, quelli con una personalità definita – e inevitabilmente scomoda, per certi versi.

 

Immagino che Vita, arrivata senza le parole in bocca, te ne abbia sussurrate molte e portate tante nel cuore. Ma prima di Vita (a.V./d.V.) capita mai di non trovare parole nuove? Se esistono, che fai in quei casi?

La parola del momento, di Vita e dunque mia, è Bap. Lo ripete in continuazione e mi incanta.. Mi dico: ecco! Nella mia scrittura spero che non manchino mai dei Bap, delle parole nuove, come dici tu. Che a volte, purtroppo, certo che mancano: e non solo mentre scrivo. Ma è in quei momenti che bisogna ricorrere al principio fondante del metodo dei Dieci Minuti, che racconto in quel romanzo, e “non resistere al cambiamento”…

Un’ultima domanda: A Roma ci vediamo il 25 di novembre, alla libreria Nuova Europa i Granai: su Facebook, parli di due sorprese… ci puoi dire se tra queste almeno una ha a che fare con parole nuove?

Sì.

Napoli mon amour, A. Forgione

Napoli mon amour, il romanzo d’esordio del napoletano Alessio Forgione, è una storia che origina dal dolore, dalla soglia della resistenza, dal bivio davanti al quale approda Amoresano, il giovane napoletano che abita in prima persona le pagine di questo libro.
Napoli mon amour fa parte della collana NN Editore, Gli Innocenti, raccolta di storie di vita sofferta e dolorosa, vittime di una società che quasi mai si dimostra comunitaria.
È forse questa la stessa missione della casa editrice milanese: raccontare attraverso metodi quasi sperimentali, la vita, quella vera, così com’è vissuta. Dolorosamente, sfacciatamente e senza il supporto di alcun orpello decorativo.

Napoli mon amour è una tragedia. Un dramma aggressivo di antiformazione, dove i vinti non vincono mai, un American Beauty contemporaneo.

Amoresano ha trent’anni, è abitudinario: ha un solo grande amore, il Napoli. Da quando è al mondo scrive racconti che lo riguardano personalmente, storie ispirate al suo dolore: chi legge ciò che scrive ritiene che abbia molto da dire e lo incoraggia a non reprimere questa passione.
Tuttavia Amoresano non è uno scrittore: cresce in una famiglia normale, due genitori attenti e preoccupati, che non mancano occasione per dargli un aiuto.

Dopo gli studi, gli unici soldi che riesce a guadagnarsi se li procura facendo il marinaio, lontano da casa. Laggiù, sulle navi in mezzo al mare, ha rischiato la vita, ma non ha mai provato sentimenti come la nostalgia o la paura: forse era la stessa presenza del mare a calmare il suo animo, ribelle, profondamente lacerato e in lotta con il suo passato. E difatti, tra i suoi pensieri, il mare è luogo in cui fare spesso ritorno: e il solo ricordo della sabbia nera di Procida sembra rassicurarlo.
Dopo sei anni, ora è tornato a Napoli.
Con 2053 euro nel portafoglio, Amoresano conta i giorni che gli rimangono di autonomia: cerca lavoro e nel frattempo raziona le spese, risparmia ogni volta che riesce, vive la condizione del giovane laureato precario, con due lauree socio-umanistiche, che non trova un lavoro. Figlio di una generazione dove è stato abituato a sognare e non smette di farlo.
È un tipo abitudinario Amoresano, e tutti i giorni conduce la stessa vita: piatta, noiosa, in una Napoli descritta tetra e spenta come non si era mai fatta vedere.
Vive a casa dei genitori. Ha un grande amico: Russo, con il quale condivide l’amore per le donne, per il calcio e per la birra.
Di recente sembra che Amoresano abbia smesso di rispondere agli stimoli della vita, è come se si sia arreso: non si dà pace, sente di non servire a niente del mondo, non è convinto delle proprie potenzialità e crede di essere un perdente ancor prima di giocare: eppure, all’interno di quella Napoli periferica, la forza dell’amore pare giungergli in soccorso, lo travolge e, inevitabilmente, lo distrugge.
Amoresano è una vittima della società, un antieroe, un giovane uomo maltrattato dalla vita, ma che ha una sua parte di colpe. Non si oppone a ciò che gli accade, ma anzi lascia che le cose lo devastino. Amoresano è un artista che trova conforto solo nella scrittura, e quando trova l’amore, pare che anche questo, una Nina misteriosa, possa darglielo: è spronato a crescere, si sente stimolato, ma alla fine, Amoresano non ha scampo: l’amore diviene la sua stessa trappola.

Napoli mon amour è un romanzo che racconta un dramma, e attraverso la tragedia sprona i giovani a non ripeterle. Intenerito dai tanti spiragli d’amore che si intravedono tra le strade di una Napoli cupissima, un romanzo impeccabile, una scrittura tagliente ed estremamente coinvolgente che ci mette davanti a una orrida presa di coscienza: l’eterno e labile confine tra ciò che fa bene e ciò che fa male.  

La finestra al sole, R.P. Giannotte (Recensione e chiacchierata)

Non capita quasi mai di aver l’onore di leggere i libri di un autore con si possa commentare real time ciò che succede nel suo racconto, perlomeno non a me! Ma finalmente mi è capitato: è successo con La finestra al sole, edito Edizioni La Zattera e scritto dall’abile avvocatessa R.P. Giannotte: un romanzo d’esordio di trecento pagine fatto di tanti dialoghi, una scrittura asciutta e infiniti spunti di riflessione.

La finestra al sole racconta la storia di Piergiorgio Medici, un avvocato di successo cagliaritano che dalla vita ha già avuto tutto: un attico in pieno centro davanti alla statua di Carlo Felice, una cattedra universitaria e un posto di lavoro nel più importante studio di Cagliari. La sua vita scorre regolarmente, annoiato tra un party e l’altro, col portafoglio sempre aperto a soddisfare le esigenti richieste della sua fidanzata Stefania, che è l’opposto di lui: una civettuola ragazza che sogna di diventare avvocato, ma che, anziché prepararsi per l’esame di stato, spende i soldi del marito in estetiste e chirurgia plastica, e tutto il suo tempo guardando Future Stars, lo show televisivo di successo più ambito d’Italia, dove concorre un giovane sardo testardo e talentuoso.

Le puntate di Future Stars, una dopo l’altra, si susseguono sullo schermo nella camera da letto dei due fidanzati, senza attirare mai l’attenzione dell’avvocato Medici che, oltre al programma, comincia a detestare anche la sua fidanzata.
Le storie dei protagonisti del talent show si incrociano alla vicenda di Bianca Marras, una ragazza di vent’anni, con due figli e il marito rom, accusata di furto: Piergiorgio verrà nominato difensore di ufficio e, sin da subito, capirà che all’interno di questa faccenda, qualcuno sta mentendo. Bianca non vuole collaborare, si mostra scontrosa, anche verso Piergiorgio, che invece cerca di aiutarla; ma alla fine sarà lei che darà all’avvocato la possibilità di riscattarsi e di ricominciare a essere, non solo un buon avvocato, ma soprattutto un uomo libero. Libero come questo romanzo: dai pregiudizi, dal razzismo, dagli stereotipi e dai canoni, per cui – finalmente – la taglia di gonna sognata non è più la trentotto, ma – finalmente, di nuovo! – la quaranta.

R.P. è al primo romanzo, ma scrive bene, descrive Cagliari con gli occhi di una turista innamorato e al contempo con quelli di una che ci ha vissuto ed è cresciuta lì e ne annota i limiti. Forse, talvolta, si perde, in dialoghi irrilevanti, che non aggiungono niente alla storia ma che, tuttavia, non sono mai noiosi. In questo libro c’è l’amore monotono, l’amore per convenienza, l’amore giovanile, l’amore che resta anche quando si è perso qualcuno. C’è l’amicizia, la carità, la fratellanza. C’è la determinazione nel perseguire i propri obiettivi.

C’è un grandissimo messaggio, e la Giannotte, contrapponendo personaggi che sono gli uni gli opposti degli altri lo scrive chiaro e deciso: i perdenti non son mai perdenti e basta, talvolta lo sono da sempre, marchiati indelebilmente per i pregiudizi della nostra società. Ma non sono mai perdenti e basta perché, rispetto ai vincitori, hanno la possibilità che gli altri non hanno, di riscattarsi e dimostrare a tutti ciò che valgono.

 

Dopo aver incontrato R.P. Giannotte di persona, non potevo che farle qualche domanda, e visto il suo entusiasmo che ha nel fare qualsiasi cosa fa e soprattutto nello soddisfare ogni mia curiosità, alla fine ho deciso di rendere pubblica questa nostra chiacchierata.

Giannotte cara, dal cognome onomatopeico, cosa hai fatto quando hai capito che non era più giorno e si era fatto tardi, che era già notte e ormai queste parole avevano bisogno di un Editore?
La prima regola del public speakingè: quando hai un pubblico davanti, inizia facendolo ridere. E tu hai rispettato in pieno questa regola! Scherzi a parte, mio marito è stato cruciale. Io ho sempre scritto ma lui non lo sapeva. L’ha scoperto quando, sistemando l’armadio, ha trovato lo stampato dei primi due romanzi che avevo scritto.

Prima di presentarlo a un Editore, o prima che uno di loro si interessasse a te, qualcuno ti ha spronata a provarci?
È stato tutto molto veloce. Mio marito mi ha spronata a trovare un editore quando avevamo conosciuto Alessandro Cocco de La Zattera Edizioni da poco tempo. È stata in gran parte una coincidenza.

Come decide un’avvocatessa che si occupa di parole in altre forme di dedicarsi a parole che rasserenano e confortano? Come coniughi queste due passioni apparentemente distanti?
Anche nel mio lavoro di avvocato passo gran parte del mio tempo a rasserenare e confortare. Molte persone immaginano il lavoro di avvocato costantemente a litigare in udienza, ma trascurano il rapporto che abbiamo con i clienti. In realtà, passiamo molto tempo con loro a spiegare la nostra tesi, le possibilità di esperimento di una causa, le modalità di azione.

 C’è un ideale forte, come ti ho detto, nel tuo libro, uno tra tutti, ed è la libertà. Di essere se stessi, di non vergognarsi mai. La libertà, insomma, di non ascoltare le persone che ci feriscono, ecco! Ma che cosa è per R.P. Giannotte la libertà?
Tutto! È ciò che permette di poter fare ciò che si desidera senza essere assaliti dai pregiudizi. O dai propri sensi di colpa.

la prigionia?
La prigionia è l’essere etichettati, il dover vivere all’interno di una casella già stabilita. All’interno del mondo letterario, a mio modesto parere, questo capita spesso. Per una teoria tutta italiana, non fai veramente letteratura se il tuo stile non è complesso. Si pensa ancora che un autore non dovrebbe promuoversi ma soltanto scrivere. Si fa fatica ad accettare che si possano avere modelli differenti, contemporaneamente e per aspetti diversi, come Grazia Deledda e Donatella Versace, Elena Ferrante, Chiara Ferragni e Lady Gaga. Tutto questo, per me, è assurdo.

Il tuo romanzo è ricco di personaggi e personalità, tutte diverse, qual è la tua preferita e perché?
Bianca Marras senza dubbio. Affronta la vita di petto e non si vergogna a guardarsi dentro e a mostrarsi per quella che è veramente.

Ce n’è uno che ti ricorda te?
C’è un po’ di me in ognuno di loro. Anche in Stefania: qualche volta so essere fastidiosa proprio come lei.

Poi c’è Cagliari, i suoi posti, i bar, le spiagge. Soprattutto ci sono i cagliaritani: tra le pagine leggo una critica velata, l’hai scritta tu o me la sono immaginata io?
L’hai immaginata! Come ogni città, ha le sue luci e le sue ombre, e un ritratto veritiero non poteva escludere le une o le altre. Anche se il lettore si renderà ben presto conto che ho un atteggiamento indulgente verso la mia città.

Dai tuoi social emerge che hai già scelto il vestito per ritirare il premio dell’Accademia Bonifaciana, hai già scelto quelli per i prossimi premi che verranno?
In realtà il vestito non è ancora stato scelto, lo scoprirete all’ultimo momento, anche se darò qualche dettaglio. Quello che posso dire è che sarà di un giovane brand sardo. Come ho sempre detto, La finestra al sole, e, in generale, la mia attività di scrittrice, ha l’obbiettivo di far scoprire una Sardegna diversa, contemporanea e stupenda quale è. Mi sembrava, dunque, bello portare addosso eccellenze della mia terra e questo brand ha deciso di sposare in pieno il mio obbiettivo di raccontare una nuova Sardegna.
Quanto ai prossimi premi… in sardo si dice “bucca tua santa”! (che ciò che dici sia benedetto).
Grazie mille Aldostefano per avere esplorato il cuore de La finestra al sole con entusiasmo.

 

 

 

 

 

 

 

La zona cieca, Chiara Gamberale

Credo profondamente che siano i libri di Chiara Gamberale ad attirare me e non sono, forse, io che li cerco, ma proprio loro che arrivano, quasi chiamati.

Perché le pagine della Gamberale – che per me è Chiara –  mettono in piazza le mie paure più nascoste, più sotterranee. Proprio a me che, talvolta, mi sembra di essere un po’ come Lorenzo, un protagonista del romanzo La zona Cieca (Feltrinelli Editore, 2017) ricomparso a distanza di nove anni dalla sua prima pubblicazione, che fruttò a Chiara il premio Campiello.
Lidia e Lorenzo si incontrano al luna park e un sentimento li lega fin da subito. Loro non sanno che sentimento è, e anzi sono convinti che il non definirlo possa aiutarli a vivere la loro storia serenamente.
Come tutte le storie dei personaggi dai destini particolari, ma simili, che si rincorrono e si intrecciano, anche questa è pregna di paura, ricca dolore, atroci sofferenze e perdite.

Lidia ha trent’anni, tre ricoveri psichiatrici e gravi problemi alimentari alle spalle e niente da perdere. È una speaker radiofonica, ha un modo tutto suo di stare al mondo che è un mondo pieno di musica ma con pochi colori. Conduce una rubrica: Sentimentalisti anonimi, dove, attraverso il dolore degli altri, cerca di confortare il suo io più nascosto, quella zona cieca che lei non conosce di sé, ma che lei riconosce come causa delle sue sofferenze. Si innamora tremendamente di uno scrittore, Lorenzo, a tal punto che gli deve “tutte le cose che ha imparato a guardare con le sue capacità di farlo […]” e persino “le magliette corte e i jeans stretti […].”

Lorenzo è tormentato dal fato, imprigionato dentro ad un matrimonio fasullo, lasciato dalla moglie per un’altra donna. A chiunque l’osservi appare negativo: è aggressivo, drogato, eroinomane e allo stesso tempo, profondamente turbato.
Intrattiene rapporti ostinati solo con chi che non c’è più e con chi gli sta vicino, invece, è sgradevole, meschino, egoista.
Dopo tutte le amanti di Lorenzo, delle quali a malapena ricorda i nomi, c’è Toni, omosessuale sin dal campo scuola, spalla su cui Lidia piange quando è ferita, e che prende a pugni quando è arrabbiata.

All’interno del libro c’è forse più di un punto di vista che accompagna il racconto, un continuo mescolarsi di voci: ci sono quelle degli ascoltatori di Sentimentalisti Anonimi, c’è quella di un Toni che una volta appoggia Lorenzo e una volta lo disprezza. Da una parte c’è anche quella di Lidia innamorata di un Lorenzo pieno d’amore, in grado di salvarla, di darle quanto mento una sopravvivenza, che quasi assomigli alla vita; dall’altra c’è una Lidia distrutta, che si chiede quanto sia il male che l’amore debba farci. In ogni caso, non riusciamo mai a capire fino in fondo chi sia Lorenzo, quale siano le sue intenzioni. Un personaggio apatico nei confronti della vita, abbandonato ma non per questo meno empatico di Lidia.

Chiara Gamberale parla dei sentimenti ma soprattutto della paura nostra più nascosta, non definita, diversa per ognuno di noi: ci spoglia completamente, con l’eleganza e la raffinatezza che la contraddistingue, con l’alternanza dei caratteri tipografici e di continui andare accapo: come se, appunto, la vita non fosse altro che un contino riiniziarsi. E questo la Gamberale ce l’aveva già insegnato con Per dieci minuti.

“Padri e Figlie” e l’amore in un film

Avete mai visto “Padri e Figlie” di Gabriele Muccino? È un film del 2015, con Amanda Seyfried e Russell Crowe.

È bello perché è ben fatto, New York è bellissima e romantica, gli attori sono belli da paura e tanto bravi che non sembra di star guardando un film.
Guardatelo perché la storia non è banale e racconta di quello che secondo me è l’amore per eccellenza, quello con la A maiuscola. Quello di un padre e sua figlia. Il padre è lui, bellissimo e dagli occhi blu, caro Russell, e la figlia è lei: dolce e immensa Amanda. Lui è uno scrittore, vincitore del premio Pulitzer che, in un incidente stradale, perde la moglie e si trova a dover combattere con tutte le sue forze per trattenere sua figlia con sé. Che invece la cognata e il marito vogliono togliergli, per quelle preoccupanti crisi epilettiche che comincia ad avere a seguito dell’incidente e per un’eccesso di egoismo e cattiveria che fa riflettere.
La storia procede su due binari paralleli, passato e presente, cause ed effetti, si mischiano continuamente e suggestivamente, confondendo talvolta.
E il film è pieno d’amore, da quando comincia finché non finisce: c’è un padre che combatte contro tutti per avere l’affidamento della sua bambina, e poi c’è l’amore che incontra lei, che il padre le aveva promesso sarebbe arrivato, prima o poi… e che arriva. Grande e, anche questo, come è difficile dopo tanti film che d’amore hanno già parlato, mai in maniera scontata, banale.
Perché Amanda Seyfried è una ragazza che dalla vita è stata delusa, che ogni sera va a letto con un ragazzo diverso per colmare quelle voragini aperte che nessuno ha mai richiuso, e quando ne trova uno per cui lei è davvero importante, rischia di perderlo clamorosamente. E lui, quello importante, che per esser tale basta fare il nome dell’attore (Aaron Paul) è l’uomo che tutti sognano. Gli perdoniamo la fronte alta e i capelli anni 90, perché la sua recitazione tocca parti del cuore che non ero convinto di possedere.
Se non l’avete visto, guardatelo. Perché ne vale la pena.
Perché l’amore, ormai banalizzato e sminuito, raccontato in ogni modo e con mille sfumature, qui è presente, tanto! e mai troppo, fino a commuovervi e poi a muovervi.

 

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