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Nell'immagine è rappresentato il libro "La tela favolosa" di Giuliana Zagra, pubblicato per Carocci. Il libro è ritratto con una pagina estratta dal Mondo salvato dai ragazzini

La tela favolosa, carte e libri sulla scrivania di Elsa Morante

La stanza di Elsa è un allestimento permanente alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, volto a valorizzare gli archivi e il ricordo dell’autrice. Le stanze dove Elsa Morante abitò e lavorò durante la sua vita furono il laboratorio dei suoi libri e delle sue idee: non si può pensare di comprendere le sue opere, né il personaggio letterario, senza aver dato occhio agli archivi Morante.

Ci sono tre posti, a Roma, che non si possono separare dalla persona di Elsa Morante.
Il primo è un appartamento in via del Babbuino, dove arriva appena ventenne con grande coraggio. Poi ci sarà una casa in via dell’Oca – che Moravia acquistò proprio per facilitarle la scrittura -. Infine lo studio di via Archimede, dove Elsa trascorreva molte ore a scrivere, riscrivere, cancellare e revisionare i suoi testi, tra cui Menzogna e sortilegio.

Era tormentata dall’idea che i suoi libri dovessero essere scritti nel modo migliore possibile, e spendeva moltissimo tempo a cercare di renderli perfetti. Continuamente era alla ricerca della parola esatta, tanto da perdersi in lunghi elenchi che le facevano da “palestra di riscaldamento”. In uno dei fogli tratti dalle sue agende del 1955, compare un elenco di questo tipo, utile per la revisione dell’Isola di Arturo.

Pomposo / mulinare / sfacelo / vetusto / protrazione / labbra stirate / fumoso / aggrottare-aggrottato / incuria / animato / blandizie / […]

Di solito scriveva nel pomeriggio, e sognò di fare la scrittrice sin da quando era bambina. Sui temi scritti su un ingiallito quaderno a righe, diceva: “Il mio primo libro. Narra la storia di una bambola”.

Ognuno di questi luoghi in cui la Morante scrisse e visse, non è soltanto dimora di una grande autrice (o autore, come preferiva farsi chiamare lei), ma è anche la fucina di tanta artisticità.

Per tutta la vita, Elsa Morante espresse il desiderio di trovare un luogo in cui poter scrivere in pace. Scrivere era l’unica cosa che la Morante faceva con serietà, l’unica che si sentiva in grado di fare. Collaborò con alcune riviste, per alcuni anni lavorò per la RAI, occupandosi di una rubrica di cinema. Mentre l’impegno giornalistico si accentuerà soltanto dopo la vittoria del Premio Strega nel 1957. Ma per scrivere, oltre che di soldi e di silenzio, necessitava di spazi reali in cui isolarsi e dedicarsi solamente al proprio lavoro.

Il progetto della storica Giuliana Zagra nasce per comprendere – tramite la biblioteca, la discoteca e gli archivi di Elsa Morante – in che modo biografia e bibliografia si mescolino in un magma indispensabile all’autrice.

Ciò che scriveva non corrispondeva a quello che all’improvviso le passava per la mente, ma piuttosto era il risultato di un attento lavoro che si intrecciava saggiamente ai fatti che occupavano la vita dell’autrice. Ogni manoscritto che Elsa Morante si accingeva a scrivere conteneva dentro di sé molto più autobiografismo di quanto si pensi.

Gli archivi analizzati dalla Zagra, possono essere un buon punto di partenza per l’analisi del metodo compositivo della Morante. Ogni romanzo, ogni storia o racconto era costruito con tecnica e programmazione. E di questa sua capacità Natalia Ginzburg si dichiarò sempre profondamente invidiosa.

Di questa organizzazione che precedeva i libri della Morante, se ne può trovar traccia nella serie dei quaderni. Il nucleo originale venne consegnato alla Biblioteca Nazionale alla fine degli anni Ottanta per un’espressa volontà di Elsa Morante.

Lei stessa, intendeva raccogliere manoscritti e documenti riguardanti la composizione dei suoi quattro romanzi principali: Menzogna e Sortilegio, L’isola di Arturo, La Storia, Aracoeli e il Mondo salvato dai ragazzini.
I quaderni di Elsa Morante appaiono come un complesso capillare e voluminoso di carte, “in grado di documentare l’intero iter competitivo di ciascuna opera”. Il nucleo comprende i fogli a partire dai primi appunti autografi, i manoscritti, la scrittura dattiloscritta e in alcuni casi anche le bozze di stampa corrette.

Per la Morante era fondamentale scegliere il quaderno giusto per il romanzo che si metteva a scrivere. Non sopportava il disordine, e aveva a uso di utilizzare il foglio destro, lasciando quello a sinistra vuoto per le revisioni successive. Fondamentali appaiano le note al margine, nei paratesti, e addirittura sui libri che ha letto. Basta osservare la copia personale del Canzoniere autografato da Saba, per notare che Elsa Morante sottolineò la frase che avrebbe aperto L’isola di Arturo.

Lo scorso anno, nel 2019, il progetto La stanza di Elsa è diventato un libro, La tela favolosa, uscito per Carocci. Il volume intende tracciare un percorso che possa creare una continuità tra la bibliografia e la biografia della Morante.

Elsa Morante abitò le stanze dove scrisse i propri romanzi. La vasta lunghezza e quantità di tutti i suoi scritti non è l’unica ragione per cui necessitava di silenzio e solitudine. In quelle stanze, ricostruiva con meticolosità le vite dei propri personaggi e i loro trascorsi psicologici, nascondendo nella trama i volti delle persone che frequentava, o semplicemente conosceva.

La tela favolosa intende ripercorrere, però, non soltanto i romanzi che hanno trovato la pubblicazione; ma anche quelli che sono rimasti abbozzati sulla sua scrivania.

Per questo, non si può prescindere dagli archivi morantiani se si vuole comprendere a fondo la scrittrice. Solo là si possono trovare i frammenti dei testi che non sono mai stati portati a compimento. La tela favolosa mette luce su titoli inediti come Senza i conforti della religione, o Nerina, romanzi rintracciabili nelle interviste, e nelle testimonianze dirette di Elsa Morante, ma che non vennero mai pubblicati.

Dell’archivio fa parte anche il carteggio tra Elsa Morante e altri autori e personaggi del tempo. Sono carte fondamentali per comprendere l’amicizia e i rapporti che correvano tra lei e gli intellettuali di spicco del tempo, come Pier Paolo Pasolini, Giovanni Arpino, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Debenedetti e molti altri…
Tuttavia, il rapporto di Elsa con la scrittura epistolare non fu mai abbastanza buono. Molte lettere non vennero mai spedite, di altre invece se ne conservano i frammenti poiché strappate e rovinate dalla stessa Morante. La maggior parte di queste lettere si potranno ora ritrovare all’interno della raccolta pubblicata da Einaudi, L’Amata.

Visitando l’installazione permanente dello studio di Elsa Morante, sarà possibile vedere anche i quadri di Bill Morrow, la sua biblioteca, le copie autografate.

Morrow è stato un grande amante di Elsa Morante. Insieme provarono ebrezze di ogni grado (compreso l’uso di LSD e altre droghe), e la loro relazione fu fondamentale per alcune delle opere sia della Morante, che dello stesso pittore. Nove tra i quadri più belli dipinti da Morrow nel 1961, sono conservati all’interno dell’installazione. Amore era anche quello che provava nei confronti dei suoi gatti, le cui fotografie venivano conservate in apposite cornici. Un’altra celebre storia d’amore di Elsa Morante fu quella vissuta con il regista Luchino Visconti, la cui fine interruppe la scrittura delL’isola d’Arturo, cominciato nel 1950.

La storia tra Elsa Morante e Alberto Moravia meriterebbe invece un articolo a parte. Tuttavia, c’è un libro che parla molto bene della loro complicata ma complice avventura, si tratta di MoranteMoravia (A. Folli, Neri Pozza).

La tela favolosa, carte e libri sulla scrivania di Elsa Morante, è un utile libello per chi vuole scoprire qualcosa di più rispetto a ciò che già si sa e conosce dell’autrice.

È sicuramente un’ottima fonte da cui trarre ispirazione e comprensione di Elsa Morante. Un’autrice complessa e poco dibattuta, ma che da qualche anno comincia a trovar posto con più facilità tra i programmi universitari e nei dibattiti culturali.

Il progetto Le stanze di Elsa è accessibile tramite web, cliccando QUI.
È possibile approfondire il progetto ed estrapolare nuove informazioni sull’autrice protagonista. Inoltre, si può accedere a un’ampia selezione di articoli scritti dalla Morante (come le collaborazioni per il Corriere dei Piccoli), e a un esteso apparato critico di tutte le opere.

LUX, Eleonora Marangoni

Vincitore del Premio Neri Pozza 2017, Lux di Eleonora Marangoni è uno dei meritevoli romanzi finalisti in gara alla settantaduesima edizione del rinomato Premio Strega.

La storia di Lux comincia quando il giovane Thomas Edwards, eredita da parte di suo zio Valentino Tilli un albergo in rovina, per anni meta amata da personalità di ogni tipo.
L’Hotel Zelda è un palazzetto di tre piani in tutto, più largo che alto, quasi inghiottito dal giardino che lo circonda.
Tom è un architetto, gestisce uno studio di light design, e vive le cose solo in superficie: conduce la vita senza grande trasporto e si abbandona agli eventi come per dovere. Pur amando perdutamente Sophie Selwood, una donna che non vede da sette anni, da un anno e mezzo sta con Ottie, una chef che ha reso la cucina un’arte, con un figlio di sette anni al seguito, Martin.
Thomas non è interessato all’eredità ricevuta, non crede nemmeno di meritarsela e insieme a Ottie e Martin, compie un viaggio verso il sud Europa per incontrare il Nuovo Proprietario per vendere l’albergo e la sorgente d’acqua minerale Zelda.
Ma non appena i tre metteranno piede sull’Isola, subito dopo esser sbarcarti, saranno sorpresi da eventi misteriosi e dalla capacità del destino di rimescolare le carte.

L’autrice, Eleonora Marangoni, è nata a Roma. A Parigi si è laureata in letteratura comparata e ha deciso di vivere della sua passione. Qui scrive, e si occupa di copywriting e comunicazione.
In Lux, sorprendente è la nuova vita che la Marangoni dà ai luoghi. Ci troviamo tra il Sud dell’Europa e l’Inghilterra, ma la vera ambientazione del romanzo sono i posti che l’essere umano inventa per fuggire dai propri fantasmi. L’Isola diventa per Eleonora Marangoni un luogo metaforico. È il luogo dove saranno decise le sorti del giovane erede italoinglese. Qui, Thomas ha bisogno di far ritorno per chiarire i conti con il passato, ricongiungersi alla sua famiglia, e decidere il proprio futuro.

La prima grande dote di Eleonora Marangoni è quella di saper costruire un intreccio ricco di dettagli, di storie, di personaggi ben caratterizzati. Quando si legge il libro non c’è un vero e proprio elemento che mantiene vivo l’interesse del lettore, una domanda sulla quale interrogarsi finché non finisce la storia. Se questo accade, però, è grazie alla fortissima capacità narrativa della mano autoriale della Marangoni. Lunghi periodi e descrizioni dettagliate, pochi discorsi diretti e molti termini ricercati.
È sorprendente leggere questa storia. Ogni paragrafo suggerisce qualcosa al lettore, che aspetta di leggere quello successivo perché l’opinione sia ribaltata completamente.
In questo caso, da un punto di vista tecnico, si potrebbe dire, che Lux è costruito attraverso un climax disteso che senza sosta ascende verso il finale perfetto.


Un marito, Michele Vaccari

Un marito è il libro di Michele Vaccari, uscito lo scorso settembre per Rizzoli.

L’autore è nato a Genova nel 1980 e si occupa di editoria e comunicazione. Ideatore e curatore del progetto Altrove per la casa editrice Chiarelettere, Un marito è il suo quinto romanzo: una storia di una potenza narrativa incredibile, che conferma le aspettative e anzi, le supera.

Un romanzo che va oltre la sua definizione di genere. Un marito non è soltanto una storia d’amore. Si tinge di giallo, attraversa il genere del thriller, il romanzo storico e quello distopico. Un libro cominciato come una storia, di un marito qualsiasi, di un dolore, che a metà narrazione cambia totalmente. Per poi rivelarsi, nella sua interezza, il libro, ben scritto, lo stile ameno, le aspettative superate, dove la storia è lo spartito, il campo d’azione, dell’orchestra di innumerevoli generi letterari e stili narrativi. 

“Quando gli incubi si avverano, cosa resta delle nostre paure?” recita il sottotitolo: copertina di tinte calde mescolate a fredde, giocata tra il rosso e il viola. Ad aprire il libro, poi si trova la risposta. Quando gli incubi si avverano e ci capita di restare improvvisamente soli. Quando sulla compagnia avremo innalzato il tempio della nostra esistenza, della consolazione e del supporto poi, rimasti in solitudine, spaventati e colti di sorpresa, ci saremo resi conto di non saper rinunciare ai nostri conforti e consolazioni. Per poi scoprire di non poter, né sapere, vivere più come prima. Che cosa succederà?

Ferdinando e Patrizia sono i protagonisti di Un marito.
Sono sposati da trentadue anni e, dagli stessi gestiscono una rosticceria e sono votati a questa simbiosi. Due persone. Due anime similmente tormentale. Con unicamente due interessi differenti: lei innamorata della cultura, lui della topografia. Due intrepidi e insaziabili amanti, al riparo dall’esterno, spaventati dall’avanzamento tecnologico e dall’evoluzione delle città.
Non è un caso se insieme hanno deciso di vivere a Marassi, un piccolo centro destinato a non cambiare mai e restare uguale a sé stesso, un quartiere popolare, la culla perfetta per i bulli, la periferia genovese: dove la vita è sempre uguale le persone le stesse tutti si conoscono. Qui e solamente qui, la provincia del capoluogo ligure, la luce dell’insegna della rosticceria è la conferma che Patrizia e Ferdinando non appartengono solamente al passato, ma che la vita continua.

Mentre Ferdinando, con il suo bel sorriso e la sua dialettica travolgente, sta dietro le vetrine e fa il venditore, convince i clienti che la religione in cui credere è la rosticceria, “la sola entità commerciale capace di percorrere una via laterale per fornire il sostentamento a un popolo, anno dopo anno, sempre più votato al cibo prefabbricato”, Patrizia, sta in cucina, a “sfornare altre droghe per la vista e per il palato”, il luogo “dove l’anima si licenzia e lascia che sia lo sguardo a concedersi qualche ora di anarchia” e intrattiene conversazioni coi clienti in fila, affamati di racconti che ha potuto scovare sui libri che ha letto.

Per i suoi cinquant’anni la moglie propone un viaggio a Ferdinando: due giorni, il 7 e l’8 dicembre a Milano. Una città in cui non sono mai stati, perché tanto spaventati dal mondo, troppo devoti alla loro rosticceria, come monaci di una vita che non conosce pause, non sono mai usciti fuori da Marassi. Ferdinando compra una manciata di guide, studia i posti sotto ogni profilo, affinché la loro prima vacanza d’amore, dopo trent’anni, possa essere perfetta.

Nel suo modo di essere raccontato, Un marito porta dentro si sé un fresco respiro europeista, sia dal punto di vista della costruzione della storia che da un punto di vista più stilistico e formale.

Gran parte delle vicende si divide e ha sviluppo tra Marassi e la tanto sognata, e poi ricordata Milano. Ambientazioni chiuse si alternano ad ambientazioni aperte, per meglio rendere il senso di chiusura. Per Ferdinando e Patrizia, infatti, ogni posto chiuso e relegato rappresenta la salvezza dall’apertura, dall’oltre e dallo sconosciuto. In questo senso, i luoghi non sono un semplice sfondo, ma metafora di altri luoghi figurati, acquisendo una certa valenza simbolica.
Le persone stesse diventano luoghi. Milano – come Ferdinando – è metafora dell’evoluzione, del progresso, della paura dell’ignoto e dell’horror vacui. Testimone di un grande cambiamento storico in atto.
Marassi – come Patrizia – concepita invece come luogo del conosciuto, e quindi della protezione.

La vicenda raccontata parte negli ultimi anni del Novecento, per continuare ai giorni nostri.
A raccontare la storia è un narratore esterno e onnisciente, con focalizzazione zero, che ha piena coscienza di tutti i pensieri che fanno i personaggi del romanzo, immedesimandosi ora in Ferdinando ora in Patrizia, e raccontando le cose così come stanno, perché ne è al corrente.

La storia narrata si protrae per la durata effettiva di quasi cento anni. Ma la fabula e il tempo del racconto, l’intreccio, non coincidono.
Mentre la successione storica e cronologica dei fatti procede ordinata, la narrazione, il racconto effettivo dei fatti, è veloce ma frammentato da lunghe descrizioni, che ne rappresentano grandi digressioni e tregua per i lettori. Ne sono un esempio le lunghe descrizioni di una potenza stilistica inconsueta: da quelle gastronomiche e culinarie, alla disposizione delle vie, degli incroci, delle piazze e dei monumenti della città.

“Cime classiche o alla savonese, ripieni di magro, savoiarde capaci di riprodurre con la loro presenza l’intera gamma cromatica dell’iride, tomaxelle o pignoli fritti, seppie in zimino e vitelli tonnati, sempre longitudinali rispetto ai luogotenenti più apprezzati, i polli alla diavola dalla livrea dorata che spuntano tra tocchi di matamà o di funghi secchi e grilletti di fagiolane già bollite e scolate, per accompagnarci la castagnetta, la gola, il ricetto, la trippa rossa, insomma”

Se il tempo cronologico della storia è maggiore a quello della narrazione, quest’ultima certe volte confonde il lettore e, attraverso due analessi sorprendenti, Vaccari effettua dei balzi temporali che lasciano il lettore, tutto un tratto sbrigliato dal suo guinzaglio, che seguendo il filo della storia, come fece Arianna col gomitolo, pensava, sbagliando, di avere in pugno tutte le chiavi del romanzo. Capiterà allora ai lettori di provare quello stesso senso di solitudine e perdizione al quale è costretto Ferdinando.

Il discorso indiretto prevale per quasi l’intero corso della narrazione.
Periodi lunghi, elaborati, una sintassi profondamente paratattica: coordinate magnetiche ed enumerazioni per asindeto continue, come a voler trasmettere l’angoscia, l’aria che manca, il respiro che si blocca.

Le tematiche trattate, come i generi, sono tante. Sul piatto, da un lato ci sono in ballo quelle proprie del romanzo di narrativa: la solitudine, il matrimonio, la fedeltà, la malattia, la perdita, la rinascita; dall’altro invece, tutte le caratteristiche del romanzo utopico e storico: l’analisi e la critica alla società, l’isolamento dell’uomo, la non riconoscibilità dello stesso. Per ognuna di queste non vengono presentate posizioni differenti: per tutti i personaggi di Un marito non c’è via di fuga. La modernità è un male a cui è necessario sottrarsi. Pena il proprio assorbimento.

Giunti a una certa parte del romanzo, vi sembrerà di non averci capito niente. Poi andrete oltre e vi accorgerete che, davvero, non ci avevate capito niente. E alla fine del libro, vi chiederete che libro abbiate appena finito di leggere.
Per me una illuminante scoperta.

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