Aldostefano Marino

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L'immagine rappresenta una fotografia del libro di William Maugham, Il velo dipinto, davanti a ciclamini

Il velo dipinto, Maugham

Quando Maugham pubblica Il velo dipinto è il 1925. Nella prefazione dichiara che si tratti di un’opera “suggerita” dai versi di Dante:

Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via,
ricondivi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disferem Maremma:
salsi colui che ‘inanellata pria
disposando m’aver con la sua gemma.

Dante, purgatorio.

Maugham rimane affascinato dall’episodio di Pia de’ Tolomei narrato da Dante nell’Antipurgatorio. Maugham lo presenta come l’unico romanzo in cui abbia preso le mosse da una vicenda anziché da un personaggio. Tuttavia, sarebbe impossibile non ricordarsi per il resto dei giorni di Kitty, la protagonista indiscusso del Velo dipinto. Così forte da risultare – almeno per me – il vero perno attorno a cui ruota la storia.

Sono gli anni Venti, ci troviamo a Londra. Kitty è una donna nata per essere frivola, è molto giovane e alla fine accetta di sposare Walter Fane, un ricco batteriologo inglese. Walter si presenta come l’uomo che ogni donna sogna di incontrare nella propria vita: è gentile, amabile, totalmente innamorato di lei ed è di una bontà smisurata. Tanto che, fin dall’inizio, quando Kitty viene scoperta dal marito mentre è in casa con l’amante, sia lei che il suo amante sono convinti che se a sentirli è stato lui, Walter farà finta di nulla – per la sola paura di perderla -.

Walter Fane non è soltanto un uomo molto buono, ma trovandosi in una posizione illustre, teme lo scandalo. Per questo, all’inizio, Kitty appare quasi felice che suo marito abbia scoperto tutto, ed è sicura che lui non vorrà che la gente sappia. Perciò, scalpita dal desiderio che lui che le chieda il divorzio.

Peccato che lui, questo divorzio non glielo voglia dare. L’unico motivo per cui farebbe un’eccezione è che anche Charlie – il suo amante – divorzi dalla propria moglie. Infine le offre una via di scampo: se sarà disposta a partire con lui a Mei-Tan-Fu (dove c’è in corso una terribile epidemia di colera), lui non le chiederà il divorzio.

Sempre più convinta, Kitty decide di raggiungere l’amante, gli confida che il marito li ha scoperti e lo prega di divorziare anche lui dalla moglie.

Per la protagonista del Velo dipinto la vita diviene una tragedia. Dopo aver perso la testa per l’amante, torna dal proprio marito sconvolta e piangente, perché lui rifiuta immediatamente di separarsi dalla moglie e di andare a vivere con lei.

Così Kitty è costretta a partire per la Cina con il suo ignobile uomo.
È molto spaventata, e non passa momento durante il viaggio che non smetta di pensare a Charlie. Per suo marito, invece, non riesce a provare nemmeno un briciolo di compassione, nonostante lui si presenti sempre accorto e amorevole nei suoi confronti.

Il velo dipinto è una storia cruda, sia per l’intreccio che racconta, che per i personaggi che Maugham decide di portare in scena.

Anche se Kitty ha tutti gli ingredienti per calcare la pagina come un personaggio scomodo, in realtà, non può che creare nel lettore una profonda empatia nei propri confronti. Kitty è un personaggio in qualche modo negativo, perché è egoista, teme a sé stessa e non è disposta ad annoiarsi. Tuttavia non si può che andare d’accordo con lei perché è forte, potente e sarebbe in grado di far parlare anche le piante – se solo lo volesse.

L’aspetto morale e psicologico dei personaggi è molto curato. Vacilla solo quando Charlie la rifiuta. E da quel rifiuto a pagina 20, comincia per Kitty un cammino verso una propria pace interiore.

William Maugham, attraverso uno stile semplice e asciutto, ha la capacità di trasportare il lettore da un posto all’altro, e da un anno a quello successivo, senza che la narrazione diventi mai lenta. Fornisce un ritratto di una Hong Kong degli anni Venti, delle sue feste, esasperandone le atmosfere e portando in scena miseria e malattia.


Il Velo dipinto utilizza una lingua crudele e delle ambientazioni tetre per portare in scena come protagonista, un sentimento che non ha niente a che fare con la crudeltà e il dolore, ma che ha bisogno di passare per quelle vie: il perdono.

Come in un film, R. De Sa Moreira

Comincio e finisco di leggere Come in un film in dieci ore. In Italia lo ha pubblicato NN Editore, casa editrice indipendente alla quale, ormai, devo, oltre che la mia stima per l’accurato lavoro di scouting, anche i preziosi insegnamenti che traggo continuamente dalla lettura dei loro testi.

Mi capita spesso di leggere testi nell’arco di una giornata; più raramente, invece, mi succede di rimanere così felice di aver letto il libro di un autore contemporaneo, e soprattutto di rimanerne così sorpreso. È questo il caso dell’originalissimo e magnetico libro in rosso di Régis De Sa Moreira, il francese vincitore del premio Le Livre Elu.

Come in un film narra la storia di LUI e LEI che, da un punto imprecisato nello spazio raccontano, fin dal primo incontro, la loro storia d’amore tormentata. Si potrebbe dire che è una normalissima storia d’amore: un lui e una lei  alle prese con un amore più grande di loro, della quale passione, talvolta, si lasciano travolgere, fino a cambiare la sorte a cui sembrano destinati sin dall’inizio: lasciarsi.

LUI lo capisce sin da subito: arriverà quel momento in cui inizieranno a sopportarsi a malapena. E nonostante lo sappia, la invita a vivere da lui sin da subito. Scorreggia mentre LEI si lava i denti, e per masturbarsi pensando a LEI gli basta vedere la sue pantofole dalla porta del bagno lasciata volutamente aperta.
Anche LEI lo capisce immediatamente: hanno gusti troppo diversi, vedute troppo distanti.
LEI preferisce i libri, tanto che, a una certa e per lavoro, comincia a correggerne le bozze prima della pubblicazione. LUI invece ai romanzi preferisce le fedeli trasposizioni cinematografiche, ma nella vita non farà il regista e si accontenterà di lavorare in un ufficio postale.
Anche LEI lo sa fin dal principio che non andrà mai veramente d’accordo con LUI: e come può farlo? LEI che ha riempito la sua libreria, litigando con lui per decidere sulla prima fila di ogni ripiano: i dvd di LUI, o i libri di LEI?
Nonostante questo, come in un film, si amano follemente e ardentemente si desiderano.
Come in un film – o in un romanzo di Kundera – la storia d’amore di LUI e LEI è costellata di coincidenze.
Come in un film – mi viene in mente Revolutionary Road – LUI e LEI litigano fino allo sfinimento, si tirano addosso i piatti, le stoviglie, le brutte parole, e poi fanno la pace facendo l’amore in una cantina, quella dei genitori di LEI, o in un bagno, e anche mentre guardano film porno gay.
E sempre come in un film la loro vita è scandita dalla musica, da Le quattro stagioni di Vivaldi, a Umbrella di Rihanna, fino a Non, je ne regrette tien di Edith Piaf.

Ma ciò che c’è di grandioso, di veramente originale, all’interno di questo romanzo, è il modo in cui De Sa Moreira decide di raccontare questa storia d’amore che mi ha commosso.
Qui, i luoghi, le persone, gli incontri, i pensieri e le azioni sono descritti attraverso la tecnica della narrazione cinematografica, proprio come in un film. Fino a qui, qualcuno potrebbe obiettare che, in realtà, i greci lo facevano secoli fa, ma De Sa Moreira si spinge oltre: a ogni personaggio, quasi sempre, più che i dialoghi sono affidati i pensieri e, molto spesso LEI ci dice quello che in realtà pensa LUI, e viceversa. Questo succede perché LUI e LEI sono legati da una profonda complicità che, l’autore francese, ha saputo descrivere perfettamente; complicità che li porta a fare le stesse cose, anche quando sono lontani.

Ma in questo romanzo, quelli che pensano, e parlano e vivono e soffrono, amano, gioiscono, non sono solo LUI e LEI, ma un’infinità di personaggi, tutti spettatori che assistono alla loro storia d’amore: il panettiere dove per sette anni comprano i cornetti, la baby-sitter, i vicini di casa e il tassista che guida il taxi dove LEI rivela a LUI di essere incinta.
E se poi personaggi, talvolta, diventano il gatto di LUI, o Van Gogh, Matt Demon dallo schermo della sala B di un cinema in cui ogni anno LUI e LEI festeggiano il loro anniversario, Michael Jackson da un poster sulla parete, Harry Potter, o Pedro Almodovar, tutti intenti a fare ironia assistendo alla vita di LUI e LEI, come spettatori di un film dove stavolta non sono loro i protagonisti – o registi – allora il risultato, in una parola è meraviglioso, in due emozionante e reale, e in tre: DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE!

Stoner, John Williams

Pubblicato per la prima volta nel 1965, Stonervenne ristampato dalla New York Review Books nel 2003: è stata sicuramente la sua seconda uscita, in America, più fortunata della prima. In breve tempo il libro è diventato un vero e proprio fenomeno letterario, vendendo più di 50.000 copie e godendo di un passaparola che non si è mai interrotto.

Per quanto riguarda la critica di questo romanzo, due fazioni opposte e fermamente convinte del proprio pensiero: per tanti ha poco da dire, da raccontare; ma molti altri, nel frattempo gridano al capolavoro. Dovrete quindi scusarmi se, nel corso della recensione, mi capiterà più di una volta di essere un po’ parziale, se dovesse trasparire troppo spesso il fascino che la scrittura di John Williams genera in me.

Grazie all’abile traduzione di Stefano Tummolini, Stoner arriva in Italia edito Fazi Editore, e con una copertina accattivante e una nuova edizione economica, da poco in commercio, non smetterà mai di sedurre i lettori sempre desiderosi di scoprirlo.
John Williams è il fortunato autore di quest’opera: nacque in Texas nel 1922 da una famiglia di contadini, ha vissuto in Colorado con la moglie e i suoi figli, lì insegnò all’università e scomparve nel 1994.
Il suo romanzo Stoner è considerato uno dei migliori esponenti della letteratura americana del Novecento.

La storia è semplice, banale – lo ammetto -, non racconta nulla di particolarmente eclatante ma, è forse nel modo in cui viene narrata, che lo diventa.
William Stoner nasce nel 1891 in una fattoria vicino a Booneville, nel centro del Missouri, in un paesino distante circa quaranta miglia da Columbia, ambita sede universitaria d’America. La sua famiglia è solitaria, vive in una casa rudimentale con le assi di legno grezzo, un grande soggiorno e due stanze con i letti di ferro.
Stoner ha sempre dato una mano in casa, prima mungendo le vacche e poi nei campi; si separa dai suoi genitori, ormai anziani e quasi privi di forze, all’età di diciannove anni, per andare all’università dove scoprirà un amore profondo e viscerale per la letteratura e il sapere, in generale. Non tornerà più nelle campagne del suo paese natale, se non raramente per far visita ai genitori o ad assisterli negli ultimi momenti della loro vita.
In Columbia avrà due amici importanti, uno morto in gioventù, l’altro da cui non si separerà mai.
Si innamora di una donna, Edith: un matrimonio infelice, fatto di rinunce, ricatti, e poca intimità, che invece sembrerà non averlo mai amato. Avrà una figlia, Grace, con lei un rapporto disteso, ma complicato dalla perfidia della sua avida ed egoista moglie. Diventerà professore all’università, avrà gli stessi amici, qualche festa e cena importante, e manterrà le stesse ostilità per tutta la vita, trascinandosi con apparente inerzia verso la sua morte. Ciò che appare come inerzia in realtà è passione, dedizione, amore per la letteratura, per il buon lavoro: William Stoner è un uomo che porta a termine ogni cosa che ha cominciato, è sinceramente onesto ed un buon amico su cui contare, ma non sembra importargli molto nella vita. Per tre cose ha perso la testa durante la sua esistenza: la letteratura, appunto, porto sicuro da cui ricominciare ogni volta che la vita di Stoner ha bisogno di una svolta, una donna di cui si è segretamente innamorato e a cui lo lega l’amore per l’arte.
Infine sua figlia Grace, che appena potrà evaderà da quella prigione che è diventata casa sua.

Stoner è un romanzo di trecento pagine, da cui non ci si riesce a staccare un momento. Se la storia non è eclatante, ma quella di un uomo comune e semi-squattrinato, un professore con un grande amore per la letteratura, che si costruisce una famiglia e si invaghisce di una studentessa, allora forse, la forza di questo romanzo, risiede proprio nell’abilità del suo scrittore, nel suo saper scrivere un romanzo ancora attuale e moderno per un lettore che lo scopre più di cinquant’anni dopo la sua uscita.
È un romanzo ricco di rimandi: leggende, racconti nei racconti, intessuto di poesia, Shakespeare, letteratura latina, e greca, amore per il sapere, attraverso le pagine, riescono a trattenere il lettore, fino all’epilogo del romanzo, dove viene descritto il lento e triste addio di Stoner.
A quel punto – tanto è il livello di empatia raggiunto con i personaggi di una lunga monografia – ci sembra quasi di aver assistito e vissuto una vita che, giunta al suo capolinea, soppesa gli eventi come se fossero tutti uguali: non ne ricorda molti e da quelli che ricorda traspare nostalgia.

Stoner è un personaggio che insegna tanto, ti entra dentro, diventa tuo amico e soggiorna nei tuoi pensieri: riesce a consigliarti e a trasmettere amore, con lui si empatizza al punto da trovare insopportabili le persone che gli mettono i bastoni tra le ruote, amare le persone che ama, e sperare che lui l’abbia sempre vinta, nelle costanti lotte contro la vita, sua moglie, o il suo disonesto capo Lomax. John Williams racconta la normalissima e tediosa storia di un uomo straordinario con profonde e celate ambizioni: e nel farlo smentisce una volta per tutte che la normalità non sia poetica.

Estate Indiana, Mauro Casiraghi

Ogni volta, prima di cominciare un nuovo libro, mi assicuro che nei giorni successivi abbia un po’ di tempo libero di seguito, per poterlo leggere tutto d’un fiato. Come per le puntate di una serie tv in streaming, di un libro non sono in grado di selezionare quella quantità giusta di pagine che dovrei leggere in un giorno, per portare a termine la lettura, nel minor tempo possibile.
Quando mi ritrovo a farlo è perché non ho molta fiducia nel libro che sto per leggere, oppure l’ho già iniziato e ancora non mi ha catturato, e allora la lettura rallenta.
Sono questi il il tempo e le sensazioni vissute nei giorni precedenti alla comparsa dell’Estate indiana nella mia libreria, il romanzo di Mauro Casiraghi edito Gaffi Editore.

Per giorni interi, questo libriccino rilegato in carta azzurra con una bambina sull’altalena in copertina, mi ha osservato dalla pila di libri sul comodino: e dopo una serie di faticose letture, portate a termine per il solo senso del dovere, ho cominciato a leggere quest’esperienza ultra-sensoriale che l’Estate indiana mi ha regalato.

Mauro Casiraghi, si laurea in Lettere in Canada e in sceneggiatura a Roma. È autore di un soggetto per la Sacher Film di Nanni Moretti, e si è guadagnato il premio Carver e quello Cassola grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo La camera viola edito Fazi Editore (2007).

I due protagonisti della storia raccontata nel romanzo sono Peter e Celeste Orlandi: due figli dello stesso padre, un regista di fama popolare che ha rubato l’idea del suo primo film da un aspirante scrittore zio psichiatra.
Due personalità attratte da un sentimento incestuoso che porterà il fratello a vivere una vita isolata sulle rive solitarie di Dawn Lake, nel Canada.
Cinque anni vissuti nella lontananza e nel dolore consapevole, da una parte Celeste: “un catalogo di uomini, camere da letto, tradimenti, aborti, avventure erotiche e amicizie ambigue con un unico filo conduttore: la sua incapacità di amare e di lasciarsi amare”. Dall’altra Peter, abile traduttore perso tra giornate tutte uguali e attorno ad una donna misteriosa, Shanti.
Due destini ormai divisi, costretti a rintracciare i fili del gomitolo di colpe che li hanno tenuti lontani, per rincontrarsi, in quella villa di un padre, ormai alla fine dei suoi giorni.

Qui, lontano dalle loro paure, i fratelli protagonisti dell’Estate indiana si troveranno a fare i conti con quegli squarci profondi della loro anima che non sono mai riusciti a far chiudere. Tra rivelazioni e segreti, tradimenti e colpi di scena Casiraghi, dedicando interi capitoli a personaggi straordinari, ci consegna delle personalità ben definite, accomunate dal dolore e dal senso di colpa.
I nomi di tutti i personaggi compaiono subito, ma la loro funzione al racconto e partecipazione al dolore della storia vengono svelate  lentamente, fornendoci un chiarimento definitivo solo nel suo epilogo. Quando, durante l’inverno, dopo le prime gelate, all’improvviso torna il caldo, il sole scioglie la neve creando l’illusione che l’inverno sia finito ma “da un momento all’altro, senza alcun preavviso, la temperatura scenderà di nuovo sotto zero, trasformando la foresta in una cattedrale di ghiaccio”.

Estate indiana è un libro colmo di dolore, ma pregno di significati positivi. Ricco di rimandi al cinema classico italiano e ai registi più importanti, è affresco dei luoghi di una Roma potente, profondo conoscitore della natura e delle sue leggende.

Estate indiana è un libro acuto. Straziante per alcuni versi.
La mano di Casiraghi ha un grande dono: la capacità di non sottrarre al dolore la legittimità che gli spetta, descrivendolo come un momento da cui rinascere e un sentimento imprescindibile.

Figlie di Brooklyn, Jacqueline Woodson

Brooklyn è la più popolosa dei cinque borough della città di New York, ed è proprio all’interno di questa città che, negli anni Settanta, Jacqueline Woodson ambienta il suo romanzo, contro i pregiudizi, Figlie di Brooklyn. 

La Woodson è autrice pluripremiata e quattro volte finalista per il National Book Award, ha scritto più di una dozzina di romanzi per bambini e adulti, tra cui il best-seller Brown Girl Dreaming. All’interno del suo romanzo scorre la breve ma intensa storia d’amicizia tra quattro ragazze emigrate dal Profondo Sud, dalla Giamaica, dalla Repubblica Domenicana e da Porto Rico. Pubblicata per la prima volta in America nel 2016, e tradotta da Tiziana Lo Porto per Edizioni Clichy solo un anno dopo, la storia che J. Woodson ci racconta andrebbe letta per il solo gusto di immergersi totalmente in un’altra cultura, avendo la sensazione non di star leggendo un libro, ma di trovarsi al centro di quel quartiere povero di Brooklyn, fatto di spezie, odori e tanta paura.

Figlie di Brooklyn racconta la storia di August, otto anni, che si trasferisce dalle verdi campagne del Tennessee a Bushwick con il suo papà e suo fratello. Un trasferimento segnato dall’abbandono, una perdita apparentemente misteriosa, la scomparsa della madre, due bambini che passano i loro pomeriggi ad osservare il vicinato, e quelle ragazzine che, guardando verso la loro finestra ridono. Ma non ci vorrà molto tempo prima che August riesca a far di quel borgo la sua casa, il suo posto, e sicuramente questo avviene anche grazie ai telefilm visti insieme, al sogno di poter essere Lois Lane, o Jane di Tarzan, o perché no Marlo Thomas.

Tra i genitori bianchi sospettosi e diffidenti, la paura sempre dietro l’angolo, il velo in testa, i cibi proibiti e i primi baci, le prime volte… contrariamente a quel precetto della loro religione, tra il parco dove la protagonista scopre del tradimento che le è stato fatto e quelle donne che ricevono uomini, nell’appartamento proprio sotto quello di August, quattro giovani donne protagoniste si affacciano ad un mondo da cui son sempre state tutelate e hanno la forza di poter diventare – o almeno sognare – ciò che vogliono essere.

Jacqueline Woodson, attraverso parole semplici, odori e sensazioni tattili, fornisce ai nostri occhi un mondo poco dibattuto, finora ricordato male e troppo poco, raccontando ai suoi lettori quanto sia difficile essere una ragazzina nera in America che, come unico desiderio, ha quello di poter sognare come tutte le sue amiche. Una storia che si spinge oltre il libro in cui è racchiusa, fino alle nostre coscienze.

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