Aldostefano Marino

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Una stanza piena di gente, D. Keyes

Preparatevi a sentirmi parlare spesso di Una stanza piena di gente (The Minds of Billy Milligan), perché lo farò spesso.

Preparatevi a sentirmelo consigliare, frequentemente, ma già so che non sarà abbastanza perché, Una stanza piena di gente è un capolavoro. Non è un romanzo, né una storia inventata, ma ben si identifica in quel genere narrativo a cui appartengono i romanzi, ma che non lo sono.

William Stanley Morrison

Come A sangue freddo di Capote, Una stanza piena di gente (Casa Editrice Nord, 2009) è un reportage cronachistico, dove del romanzo vi è solo la struttura narrativa. Il resto è verità ben scritta – molto ben scritta! -.
Come il titolo originale dell’opera riassume, il libro racconta la storia vera di William Stanley Morrison. Da tutti noto come Billy Milligan, è il criminale statunitense affetto da disturbo dissociativo della personalità – più conosciuta come personalità multipla – che, alla fine degli anni Settanta risultò colpevole per aver rapito, stuprato e derubato tre studentesse di medicina della Ohio State University. La vicenda Milligan è molto importante per la storia giudiziaria statunitense, in quanto rappresenta il primo caso in cui un criminale è stato assolto per i suoi disturbi mentali, e ritenuto non responsabile delle proprie azioni.

Affinché questa recensione possa risultare utile a tutti ho chiesto alla dottoressa Francesca Caporale una definizione sul suddetto disturbo della personalità. Lei nella vita è una psicologa, ma di vite ne ha due.
Nella seconda, su Instagram, si occupa di libri (@lalibraiainblu) e ha già letto Una stanza piena di gente. 
La Caporale ci spiega:

“Nel disturbo dissociativo dell’identità la persona possiede almeno due distinte personalità – che possono arrivare fino a un massimo di 200 – ciascuna delle quali ha un proprio nome e presenta caratteristiche specifiche in termini di umore, di memoria, di percezione e controllo dei processi sia fisici che mentali. Non è necessario che siano dello stesso sesso del paziente o che abbiano la stessa età. L’eziologia di tale disturbo sembra essere dovuta a perpetrati atti di violenza o eventi traumatici a carico della persona che ne soffre, sin dall’infanzia”

La storia raccontata da Daniel Keyes è stata scritta grazie al diretto contributo del Maestro, la ventiquattresima personalità di Billy. Egli è la somma di tutti i 23 alter ego fusi in uno solo: accettò di aiutare Keyes perché il mondo sapesse la sua storia. Il racconto comincia il 22 ottobre 1977, quando il comandante della stazione di polizia della Ohio State University mise sotto sorveglianza la facoltà. Per la seconda volta in otto giorni, una giovane studentessa era stata rapita, violentata e derubata.
Il colpevole, grazie alle descrizioni delle tre vittime, venne identificato sotto il nome di William Stanley Morrison, accalappiato da un agente vestito da porta pizze.

Una stanza piena di gente si suddivide in tre libri: Il tempo della confusione, Il Maestro, Oltre la follia.
La prima parte racconta la cattura e le prime diagnosi sulla malattia di Billy e termina quando, accettata la volontà di Daniel Keyes di scriverne una storia, Milligan permette al Maestro di raccontare tutta la sua vita, sin dalla nascita, fino alla cattura. Oltre la follia, invece, riconduce la narrazione al primo libro, continuandola da dove si è interrotta e raccontando lo svolgimento e l’epilogo della vicenda Milligan.

Tutto comincia quando, all’età di quattro anni, Billy si trovò da solo con la sorellina, e per tenerle compagnia creò Christene, un’eterna bambina di soli tre anni che soffre di dislessia. Una famiglia disastrata quella di Billy. Una madre debole – Dorothy Moore – sempre in cerca di soldi e mariti, mai quelli giusti.
A nove anni, in seguito alle violenze subite ad opera del patrigno Chalmer Milligan, la mente di Billy si disgregò in 24 diverse identità.
Billy non aveva coscienza di nessuna di esse. Dentro di sé sentiva voci, ma rimaneva all’oscuro delle azioni compiute da tutte le altre ventiquattro personalità.
A sedici anni, a seguito di atti di bullismo, Billy salì sul tetto della scuola per suicidarsi. In quell’occasione Ragen, una delle personalità – comunista e ateo, esperto di armi e karatè, capace di controllare il flusso dell’adrenalina – prese il controllo della sua coscienza e gli impedì di uccidersi.

Da quel momento Billy fu tenuto per sette anni in un costante stato di sonno dalle sue personalità dominanti che gli impedirono nuovi tentativi di togliersi la vita. Durante tutto quel tempo, in realtà, la vita sociale di Billy era vissuta dall’alternanza delle varie personalità, a seconda delle situazioni da affrontare.

“Immaginate”, disse, “che tutti noi, tante persone, molte delle quali non le avete mai incontrate… ci troviamo in una stanza buia. In mezzo a questa stanza, sul pavimento, c’è una chiazza di luce. Chiunque faccia un passo dentro la luce esce sul posto, ed è fuori nel mondo reale, e possiede le coscienza. Questa è la persona che gli altri – quelli fuori – vedono e sentono e a cui reagiscono. Gli altri possono continuare a fare le solite cose, studiare, dormire, parlare, o giocare. Ma chi è fuori, chiunque sia, deve fare molta attenzione a non rivelare l’esistenza degli altri. È un segreto di famiglia”.

Ventiquattro sono infatti le personalità di Billy, date dalla somma de I dieciGli indesiderabili e Il Maestro.
Le prime dieci erano quelle note ad avvocati, psichiatri, polizia e media ai tempi del processo.
Le altre tredici degli indesiderabili erano personalità soppresse da Arthur – la parte più razionale di Billy – perché avevano caratteristiche nocive per gli altri. Gli indesiderabili vennero scoperti per la prima volta dal dottor David Caul, all’Athens Mental Health Center.
Infine, il Maestro, che si riferiva agli altri come “androidi che ho creato io”: i suoi ricordi sono quasi del tutto completi.
Ognuna di queste personalità aveva delle caratteristiche fisiche e mentali proprie: ognuna differente dall’altra, creata per una ragione specifica.

Alcune delle personalità di Billy erano donne e parlavano l’inglese, altre uomini che parlavano l’arabo. Altre ancora scrivevano e dialogavano in serbo-croato, una suonava il sassofono e dipingeva paesaggi. Un’altra era esperta di elettronica, poi una lesbica poetessa, un suonatore di armonica originario di Londra, un altro ancora ritrattista. Tra le tante c’era anche David, un bambino di otto anni, incaricato di assorbire il dolore di tutte le altre personalità.
Tra gli Indesiderabili, invece, si nascondevano le personalità più pericolose: Philip, un delinquente di vent’anni Newyyorkese; l’ebreo Samuel; Shawn il sordo, che emette suoni simili a ronzii.

Insomma ciò di cui era fatto Billy non erano ventiquattro semplici personalità: erano persone che non comunicavano tra di loro, tremendamente impaurite e profondamente turbate. Persone geniali, dotate di grande arguzia, e abili in qualsiasi campo decidessero di applicarsi. Basti pensare che i quadri realizzati da Billy vennero venduti a prezzi elevatissimi e giudicate opere d’arte da occhi esperti.

Tutte le personalità venivano mosse come marionette, da due capi dominanti:
Da una parte Arthur, la personalità più razionale che domina nei luoghi sicuri e decide quale membro può uscire sul posto.
Dall’altra Regen Vadascovinich, il ventitreenne che prende la coscienza nei luoghi pericolosi.
Una sola regola sempre valida: non si usa mai la violenza, soprattutto non contro le donne e i bambini, se non per la difesa di questi o per la protezione della famiglia.

La storia di Billy Milligan è una storia che supera di gran lunga la fantasia: nessun romanziere sarebbe in grado di inventarne una così ben riuscita. Ma quella di Billy non è una storia felice, non è un thriller e nemmeno un giallo, in quanto conosciamo la fine sin dall’inizio: Billy non sarà reputato colpevole.
Una stanza piena di gente è una triste storia, fatta di sofferenze e abusi in un granaio, mai creduti, sempre screditati, ma ampiamente testimoniati dai parenti e conoscenti del criminale.

Daniel Keyes

Di primo acchito verrebbe naturale reputare William S. Morrison colpevole: chi, se non lui, avrebbe commesso quelle atrocità?
Ma ancora una volta la Letteratura si dimostra sapientemente in grado di fornirci una visione nuova dei fatti.
Ci dimostra che le condanne non possono essere emesse a priori, e banalmente conferma che bisogna sentire entrambe le campane.
Daniel Keyes ci porta attraverso i labirinti della mente, ricostruendo saggiamente ogni personalità di William Stanley Morrison, senza mai esprimere un giudizio e interpellando ogni persona che sia mai entrata in contatto con Billy.

Daniel Keyes è abilissimo nel suo essere imparziale, nel raccogliere prove, testimonianze, carteggi provenienti da udienze e interrogatori. Alla fine ci risulta facilissimo empatizzare con un criminale e soffrire con lui; sperare fino all’ultimo che venga reputato innocente dal tribunale: e questo, di per sé, sarebbe stato un compito molto arduo per il più bravo degli scrittori.
Capote aveva fatto qualcosa di simile con la strage della famiglia Clutter del ’59, solo che stavolta, le vere vittime non sono quelle comunemente riconosciute tali, ma quelle che non lo sembrano.

Billy è un criminale: uno stupratore, un uomo che ha avuto a che fare con tossicodipendenti, criminali e spacciatori.
Un truffatore, un tossicodipendente, egli stesso.
Un criminale non responsabile di intendere e di volere che, alla fine dei suoi giorni di libertà diventa una vittima, maltrattata dal sistema, screditata dallo Stato, vittima della tortura mediatica, la quale malattia non venne mai curata perché affidata a incompetenti che non furono in grado di riconoscere i suoi reali e accertati disturbi mentali.

Alla fine del libro mi sono commosso e, seppur io non sia del mestiere e alcune cose mi vengano sempre difficili da capire, mi ha illuminato su tante cose. Sono convinto che ognuno di noi, ha necessita di essere illuminato e di leggere questa storia che ha tanto e troppo da insegnare, ma proprio a tutti!

Ragazze elettrice, Naomi Alderman

Il nuovo libro di Naomi Alderman, Ragazze elettriche (edito Nottetempo edizioni) è un’opera che flirtava con me da parecchio tempo: con la sua copertina rossa mi fissava dai social, catturava la mia attenzione tra i commenti entusiasti di tantissimi recensori. Ho aspettato un po’ per abbandonarmi al piacevole desiderio di leggerlo, e adesso che l’ho fatto, quando se ne parla un po’ meno che prima, vorrei poterlo leggere di nuovo e poterne rilevare, ancora, nuove particolarità.

L’autrice di Ragazze elettriche (Power, Penguin 2016) è Naomi Alderman, una londinese al terzo romanzo, vincitrice dell’Orange Award for New Writers e del premio del Sunday Times come giovane scrittrice dell’anno. La Alderman ha fatto un po’ di cose, prima e mentre scrive: conduce un programma radiofonico sulla BBC, insegna Scrittura Creativa all’università di Bath ed è coautrice dell’app per smartphone Zombies. Run!: sembra che tutto ciò che fa non possa esser fatto che da lei.

È il primo romanzo che leggo di Naomi Alderman, mi lascia a bocca aperta la capacità di scrivere una storia così ricca e piena di personaggi, così sofisticamente ben costruita e abilmente narrata. Ragazze elettriche è fertile terreno per un turbine di pensieri, e riflessioni che nel lettore si generano fino a fargli rivalutare molte cose che dava per scontate.

Ma ora passiamo alla vera e propria storia raccontata all’interno di queste pagine: tutto nasce da una domanda che genera una visione distorta e rivisitata dell’evoluzione del mondo: che cosa accadrebbe se gli uomini perdessero il loro potere, quello che è stato loro garantito da tutti i tempi, e le donne, improvvisamente, diventassero quelle forti, potenti e manipolatrici? Che cosa accadrebbe se il Dio in cui il mondo crede, tutto d’un tratto perdesse le prerogative maschili e diventasse una donna? Se la storia di tutti i popoli e di cinquemila anni di generazioni venisse riscritta in funzione del sesso femminile, anziché di quello maschile?
Naomi Alderman ne immagina le conseguenze, e dà vita ad un potentissimo romanzo elettrico, un fantasy d’azione intriso d’amore, ma soprattutto di odio, di sentimenti quali vendetta, brama di potere, paura di esser sopraffatti.

Le donne di questo romanzo sono bambine nuove, ragazze giovani, portatrici di un cambiamento abissale: a poco a poco si diffonde la coscienza che tutte le donne hanno un’energia dentro in grado di essere utilizzata a loro piacimento, per infliggere dolore e morte tramite scariche elettriche attivate da una misteriosa “matassa” luminosa, collocata sulle clavicole. È un’energia che talvolta non riescono a controllare e che ha il potere incendiario di esser trasferita nelle mani di altre donne.
A Roxy, a Allie, a Margot, a Jocelyn, e tante altre è stato insegnato da sempre di essere immonde, di vivere in un corpo impuro che non potrebbe mai essere la sede del divino; a loro è stato insegnato a disprezzare tutto ciò che sono, ad ispirare solo di essere uomini.
Queste quattro donne sono incaricate di rifondare il mondo: prima tra tutte Roxy, figlia di un contrabbandiere internazionale, che perderà la madre a causa di alcuni conti lasciati aperti dal padre, che ammazzerà gli assassini della madre e scapperà via, prendendo il controllo dei traffici illeciti, e mettendosi a capo della cosiddetta mafia che agisce silenziosamente dietro le quinte del mondo.
Allie, invece, adottata da una famiglia benestante, dopo un’infanzia di violenza e stupri da parte dal padre affidatario, si ribella e scappa, dopo aver ucciso suo patrigno, guidata da una voce interiore, mistica, quella della Madre, che la guida fino ad un convento, dove assieme a lei vengono accolte altre bambine in fuga. Sarà lei a gestire questo nuovo Ministero religioso, fatto di sole donne, unite insieme per la pace nel mondo.
Margot, una sindaca che diventerà capo di un nuovo stato, in Bulgaria, nella Repubblica del Bassapara, prenderà decisioni molto coraggiose, e sempre punterà ad avere più potere e a farsi i propri conti in tasca: essa è il tipico uomo di governo, solo più seducente e calcolatrice del solito.

Il mondo nuovo proposto dalla Alderman riflette sull’umanità intera, su una nuova gerarchia di potere, in cui gli uomini vengono ridotti schiavi o uccisi, e dove le donne sono le uniche a poter decidere la sorte del mondo. Gli uomini possono solo farsi uccidere o sottomettersi alle volontà delle donne: tra loro c’è Tunde, un giovane reporter che, per i dieci anni in cui avviene la narrazione, ha il primato assoluto sulle notizie del conflitto. Tunde va in cerca, ci mostra il mondo fuori dai confini, la situazione in Arabia Saudita, a Londra, in Moldavia e racconta, con fare telecronistico, tutti quegli eventi che stanno macchiando il paese di sangue e odio. È in atto una guerra, molto più grande delle precedenti, una guerra che si combatterà a colpi di tweet, youtuber e armi mai viste prima.
Nel frattempo che il mondo cambia, anche la cultura diventa nuova: vengono ritrovati e realizzati nuovi reperti archeologici che ipotizzano la coscienza di quel fenomeno in tempi remoti: un mondo nuovo si sta costruendo, una catastrofe si sta preparando, prima che tutto cominci daccapo.

Ragazze elettriche è un romanzo che vi consiglio di leggere vivamente, fitto di colpi di scena, con una scrittura incalzante e un ritmo rapido che conduce il lettore all’ultima pagina, facendogli sentire la propria mancanza quando lo posa sul comodino e deve rimandare la lettura ad un altro momento.

Ragazze elettriche è la sanguinosa rivincita delle donne, vittime di soprusi, e di ingiustizie, maltrattate, rese schiave, umiliate e ritenute sempre troppo deboli rispetto agli uomini che hanno scritto la storia. Ora sono invincibili e potenti: una volta per tutte.

LUCE D’ESTATE ed è subito notte, J. K. Stefansson

LUCE D’ESTATE ed è subito notte, l’ha scritto Jón Kalman Stefánsson (Reykjavik, 1963), e in Italia l’ha pubblicato Iperborea.

Iperborea, è una casa editrice che impariamo a conoscere e, solo ora, finalmente, se ne parla di più: una grande madre culturale, di esigua esperienza, e ampia distribuzione che diffonde storie scritte da mani dell’Europa più a Nord, una letteratura infinita, pregiata e molto particolare. Basta dare un’occhiata al loro catalogo per restare ammaliati dalla grafica delle copertine ed essere attratti, come calamite, verso affascinanti storie raccontate in formato ridotto.
Non è da meno la veste grafica del libro di cui vi racconto oggi: La vita continua di Gunnella ritrae uomini e donne, per lo più anziani, vestiti di mille colori, che, durante la notte, con la luna alta in cielo e le montagne innevate, ballano, suonando e si muovono attorno a piccole case a due piani, sopra immensi prati, interrotti da un fiume e sovrastati da un’atmosfera estiva. Quest’immagine raffinata calza perfettamente con la storia raccontata in LUCE D’ESTATE ed è subito notte: sembra proprio il ritratto del paese protagonista.

J. K. Stefánsson, l’autore del romanzo, ambienta la sua storia in un’isoletta dei Fiordi Occidentali, in un viaggio di quattrocento anime “più forse altre cinquecento nelle campagne vicine”, tutti si conoscono e la storia di ognuno di loro ha il diritto di essere raccontata. Storie variegate, d’amore, di sofferenza, di tradimenti, amicizie e sogni. Pochi luoghi, sempre gli stessi, “sette otto feste all’anno, altrimenti il whist, il bingo, le proiezioni di Kiddi”. Ci sarà una grande festa quando verrà aperto il primo ristorante del paese, e le persone, che fino ad allora erano abituate a mangiare qualcosa nell’unico chiosco del paese, dove non era necessario andare vestiti bene, si vestiranno a festa e si incontreranno praticamente tutti lì.

La comunità di LUCE D’ESTATE  tiene a moltissime tradizioni, le racconta, i miti sugli spiriti, sull’antichità, e guarda con sospetto verso le nuove tecnologie, ma gli si adegua. È composta da moltissimi personaggi, e molte presenze a cui ci abituiamo, tutte però personalità ben delineate, dai nomi complicatissimi.
C’è una signora dai capelli rossi che ogni giorno fa una nuotata nell’oceano, un’impiegata alle poste che controlla la corrispondenza in entrata e in uscita di tutti gli abitanti, ma a cui tutti non vogliono dare un dispiacere e si scrivono ancora le lettere. C’è un uomo che manda in rovina tutta la sua famiglia per trasferirsi a studiare il latino e l’astronomia, ora intrattiene il villaggio una volta al mese, con lezioni filosofiche; Matthìas che torna dopo sei anni trascorsi lontano da casa, quando nessuno pensava sarebbe più tornato; Elìsabeth affascinante e attraente agli occhi di tutti. Ci sono numerosi personaggi, ognuno di loro rivendicante il diritto di avere una storia da raccontare, una società dove nessuno è escluso, che dà spazio a tutti, per rendersi conto che davanti all’amore e al dolore siamo tutti uguali: soffriamo tutti allo stesso modo, perdiamo le forze, abbiamo bisogno di conforto e di qualcuno con cui stare. Per il resto, la vita è un piacevole posto che si colloca tra la nascita e la morte, da vivere appieno, senza farsi troppe domande o mettersi tanti scrupoli.

Mentre il racconto prosegue, i personaggi si moltiplicano, i rapporti si intrecciano e la narrazione procede per lunghi periodi, è facile provare una strana emozione simile a quella provata quando si ha nostalgia: lascia addosso un umore felice, puntinato qui e lì di un po’ di tristezza. Stefánsson, attraverso la traduzione di Silvia Cosimini, racconta la vita senza tralasciarne gli aspetti meno romanzabili; ciò che sa fare meglio è creare personaggi fortemente empatici, e scrivere bene, molto bene.

Sopra ogni insegnamento ricavato da queste pagine, un tra molti: ci si abitua a tutto, alla pazzia, al dolore, l’assurdo prima o poi diventa normale e viceversa, la passione si affievolisce e la felicità non ha più lo stesso sapore. E allora che fare? Se scappare non porta da nessuna parte.
LUCE D’ESTATE ed è subito notte, in fondo esprime appieno quel sentimento che talvolta capita a tutti di provare, la razionale e reale certezza che nella vita si debba essere tanto felici quanto tristi.

A tu per tu con Stefano Mosca

Pressoché per caso mi è capitato di far la conoscenza di Stefano Mosca, classe 1982, originario di Maddaloni, in provincia di Caserta. L’ho scoperto per caso, tra i mille account Instagram che si distinguono per qualcosa di diverso, quello di Stefano (mosca_stefano) lo fa per i suoi originali disegni realizzati a mano, accompagnati dalle citazioni dei suoi libri favolistici.

Nella vita, Stefano Mosca, fa di tutto e di più, ma a ogni cosa che fa cerca di dare un taglio artistico: ha recitato, recensito film, esposto i suoi quadri in una galleria e scritto due libri che ho avuto il piacere di leggere “Le ali di Christina” e “Il palloncino verde”, pubblicati rispettivamente nel 2013 e 2016 da Psiconline. Dovreste leggerli, perché sono libri che si leggono in poche ore e che lasciano un segno concreto.
Ciò che mi ha colpito di questi libri, che si presentano come favole illustrate, dalle pagine impregnate di rimandi lontani, è che, attraverso un modo molto diretto, trasmettono dei valori molto importanti, cosicché tutti possano fruirne e farli propri, stimolati nella riflessione e nell’introspezione personale.

Stefano non scrive di mestiere, come ho detto, fa tante altre cose, tra le quali essere un autore nuovo, emergente-emerso: mai un autore, da quando ricevo libri a casa, si è dimostrato cosi tanto preoccupato perché il suo libro arrivasse a destinazione. Io gli dicevo “Quando arriverà, sappi che dovrà aspettare un po’”, e lui continuava a dirmi “Non importa, l’importante è che arrivi!” e nel frattempo, quando mi prendevo in giro per i miei pochi capelli, mi diceva, tra le righe, “Impara ad amarti così come sei”: che alla fine è ciò che hanno provato ad insegnarmi i suoi libri.

Grazie alla sua disponibilità sono riuscito a fargli una decina di domande che indagano il suo rapporto con la scrittura e con il mondo, con la libertà e con la prigionia. Vi consiglio di leggere i suoi libri, anche perché sono pieni di tutto l’amore per la scrittura, che non è sempre facile individuare.

Sulla terza di copertina leggo “La sua vita artistica viaggia su due linee parallele: la scrittura e il disegno”, ma dimmi un po’, quand’è cominciata per te la passione per la scrittura e soprattutto, com’è nata? E quella per il disegno?Sicuramente è nata prima l’idea di scrivere che l’atto stesso. Fin da piccolo immaginavo storie, non ero ancora ben consapevole della successiva volontà di metterle sulla carta e quindi per molto tempo fantasticavo sui libri di fiabe, quelli noti un po’ a tutti i bambini. Ero profondamente colpito dalle illustrazioni, come se fossimo io e quei disegni a leggere insieme le storie. Era così paradossale e affascinante. Crescendo ho iniziato a scrivere qualcosa, simile a fiabe, racconti e poesie, che poesie non erano. Giusto lo sfizio di non averle nella testa, ma che poi alla rilettura mi impressionavano ben poco. Lo spavento, la malinconia, lo stupore, il bagliore che mi trasmettevano quei vecchi libri di fiabe mi mancava ed era questo ciò che volevo dai miei testi, non solo la soddisfazione di averle scritti. Per questo motivo smisi di scriverle nonostante si moltiplicassero quotidianamente nella mia mente. Fino al giorno in cui pensai alla storia di Christina. La scena finale, nel momento stesso in cui la descrivevo, mi diede quella sensazione che attendevo e mi dissi: “L’ho fatto davvero?” Successivamente decisi di abbinarci ciò che mancava all’intera storia, le illustrazioni. Prima di allora non avevo mai disegnato o per essere più precisi illustrato. L’illustrazione doveva sostituire o rafforzare la parola. Mi rivolsi a un disegnatore che si rifiutò di farlo spingendomi a farlo io stesso. “Solo tu sai cosa manca alle tue parole” E così iniziai a fare qualche schizzo e da allora la matita è diventata il prolungamento della penna.

Da qualche parte ho letto che hai fatto anche l’attore, il recensore cinematografico: che cosa significa per te arte,e ce n’è una – sempre per te -che non dovrebbe essere considerata tale?
Ho fatto del teatro, ma poi mi sono reso conto che amo più scrivere che recitare. Ciò che penso dell’arte in generale è che debba spezzare un linea mentale e emotiva che era ben definita nella nostra mente prima di leggere un libro o vedere un disegno, un’opera d’arte. L’arte non è mai fine a se stessa, ti porta sempre su un altro binario, ti spinge su un nuovo punto di vista. Deve sconvolgerti.

A parte la passione per il disegno, in che modo e per quale ragione questi due campi artistici – la scrittura e il disegno – si incontrano nei tuoi libri? Da che cosa scaturisce l’idea di fondere insieme questi due ambiti artistici?
Come ti spiegavo poc’anzi l’una subentra quando manca qualcosa all’altra. Si incontrano, quindi, per necessità.

Appena ho finito di leggere i tuoi libri, la prima cosa che ho fatto è stato visitare il tuo sito web (nellastanzaconlamosca.it)che ho trovato, peraltro, molto interessante. Da dove nasce l’idea di creare un sito web? Noto con piacere che ad esso è collegato uno shopsul quale poter acquistare le tue stampe? Hai mai pensato ad espanderti su un campo più commercialee meno artistico, come quello delle magliette e dell’oggettistica? (Se ci hai pensato e hai qualche maglietta con i tuoi disegni, conosci il mio indirizzo)
Il sito o meglio la stanza racchiude un po’ tutto il mio mondo artistico, dai libri alle illustrazioni e lo shop nasce per gestire meglio la vendita di tutto. Al momento non sto pensando alle magliette o all’oggettistica, non sono una pop star.

A proposito di web, il tuo rapporto coi social mi sembra molto solido. Ti dividi bene tra Instagram e Facebook, hai una schiera di follower pronti a cliccare likes a contenuti molto interessanti. Che rapporto hai con i tuoi follower? Interagisci con loro? E se sì, in che modo sfrutti quest’occasione?
Per ciò che faccio è necessario avere i social, sia per aprire la mia mente alle nuove conoscenze in ambito artistico sia per mettermi io stesso in gioco. Mi piace condividere e vedere altri scrittori, illustratori o fotografi, oltre che farlo naturalmente dai libri, dalle mostre. Confesso che ci sono momenti in cui perdo il controllo con i like, ma è così bello far sapere che qualcosa è piaciuto.

Entrambi i tuoi libri affrontano i temi che hai deciso di trattare, di cui parleremo più avanti, attraverso una tipologia abbastanza anticonformista: scrivi fiabe e le illustri coi tuoi disegni. Per questa ragione verrebbe da pensare che il tuo intento sia quello di rivolgerti a un pubblico giocoso: a quale esattamente? A chi sono destinati i tuoi libri? Per chi li hai scritti?
In realtà le fiabe hanno subito un’evoluzione nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che la maggior parte di esse raccontava le difficoltà della vita quotidiana che venivano affrontate con rimedi abbastanza inquietanti. Poi c’è stato un cambiamento, molte sono state stravolte, specie quando iniziò a diffondersi la necessità del lieto fine. Però più che un pubblico giocoso credo che il pubblico sia quello dei sognatori, degli eterni bambini, ma attenzione, essi non sono coloro che non vogliono crescere, ma che ricordano la spensieratezza e la leggerezza dell’infanzia e cercano di riversarla nella quotidianità, cercando di alleggerire le difficoltà. Sono coloro che affrontano le avversità, ma con uno spirito leggero, che non aspettano che sia il mostro a venir fuori dall’armadio, ma sono loro stessi a entrarci e a sfidarlo. Come ho già scritto di Christina, lei non è una principessa che aspetta nella torre che il principe vada a salvarla, è lei stessa a salvarsi, da sola. È per le persone come Christina che scrivo.

Ci siamo potuti confrontare diverse volte, il più delle quali hai potuto trasmettermi un senso di pace e un’accettazione a fondamenta del tuo spirito d’artista. Il tuo primo libro Le ali di Christina è uscito nel 2014: tra i tanti temi trattati, uno prevale su tutti: la libertà. Come mai hai deciso di trattare questo tema? E che cosa è per te, la libertà?
Non scelgo un tema, di solito, penso a una storia e traggo le conclusioni di quale sia il tema affrontato. Inevitabilmente è legato a ciò che vivo, spesso sono autobiografico, scrivo cose davvero viste o vissute. Sai Aldostefano crescendo si cambia sempre opinione e idea su certi concetti così ampi. A oggi posso dirti che è libera una persona che non sottosta a influenze negative, ma si ribella, per salvaguardare se stesso (mente e cuore). Che dice basta a quelle persone, circostanze, idee che ci incastrano in qualcosa di asfissiante. Ecco, allontanarci da ciò che ci soffoca ci fa sentire liberi, perché abbiamo rispettato noi stessi e questo ci da quella pace e accettazione di cui parlavi prima.

Anche Il palloncino verde, con il piccolo Luca precipitato in un pozzo oscuro, parla di libertà e, anche tramite lui, hai deciso di affrontarla tramite il suo esatto opposto: la prigionia. Ma che cosa significa per te essere rinchiusi?
Mi hanno sempre chiesto cosa sia la libertà, tutti direi, ma è la prima volta che mi viene chiesto cosa sia la prigionia. Quando ho scritto Le ali di Christina avevo una visione molto social (se posso dirlo) di prigionia, legata alla società, a chi mi circondava e a cosa pensavano di me e a cosa mi dicevano di cambiare, infatti Christina è rinchiusa in una torre, visibile a tutti. Poi con Luca ho fatto un percorso più interiore, con me stesso, mettendo da parte gli altri e ciò che pensavano, infatti Luca è rinchiuso in un pozzo, l’esatto opposto di una torre e benché abbiano la stessa forma, quest’ultimo è incastonato nelle profondità e nessuno può vederlo. L’ho fatto apposta? No, è una cosa a cui ho fatto caso col tempo. Sono passato quindi dal dover cambiare per gli altri, al sentire il bisogno di cambiare, ma per me stesso. È una prigione dover affrontarsi e analizzarsi, è un qualcosa che fai con difficoltà e non tutti sono disposti a mettersi in discussione. Ci si sente imprigionati dai propri limiti.

Viene da pensare che la ragione per cui i tuoi temi ricorrenti siano la libertà e l’accettazione, trovi origine nella tua vita. Ti sei mai sentito braccato? Oppure, ancora, ti sei mai sentito non all’altezza? Insomma, ti è mai capitato di sentirti una Christina chiusa in una torre, o un Luca precipitato in un pozzo?
Mi sono sentito Christina, sì e anche Luca per certi aspetti. Un po’ come chiunque debba affrontare una difficoltà o un cambiamento. Ci si affligge per un solo attimo, ma poi si reagisce.

In che modo, quindi, la tua vita, ciò che vivi e soffri, influisce sulla scrittura? Da questo punto di vista: ti ispira la scrittura, o quest’ultima, piuttosto, ti consola?
La scrittura e il disegno non mi consolano, mi sollevano, mi danno la possibilità di far venire fuori ciò che mi tormenta, come una confessione.

Sono curiosissimo di sapere se nel tuo futuro immediato ci siano o meno nuovi progetti: se sì, ci puoi dare qualche anticipazione? (Se no, vedi di darti una mossa!)
Allora vedrò di darmi una mossa, perché mancano poche illustrazioni al nuovo libro.

Grazie Aldostefano, è stato piacevole rispondere alle tue domande e sono contento di aver affrontato alcuni aspetti che non mi erano mai stati chiesti. Il raccontarsi e condividere idee è un seminare e sono felice di averlo fatto con te.

Stoner, John Williams

Pubblicato per la prima volta nel 1965, Stonervenne ristampato dalla New York Review Books nel 2003: è stata sicuramente la sua seconda uscita, in America, più fortunata della prima. In breve tempo il libro è diventato un vero e proprio fenomeno letterario, vendendo più di 50.000 copie e godendo di un passaparola che non si è mai interrotto.

Per quanto riguarda la critica di questo romanzo, due fazioni opposte e fermamente convinte del proprio pensiero: per tanti ha poco da dire, da raccontare; ma molti altri, nel frattempo gridano al capolavoro. Dovrete quindi scusarmi se, nel corso della recensione, mi capiterà più di una volta di essere un po’ parziale, se dovesse trasparire troppo spesso il fascino che la scrittura di John Williams genera in me.

Grazie all’abile traduzione di Stefano Tummolini, Stoner arriva in Italia edito Fazi Editore, e con una copertina accattivante e una nuova edizione economica, da poco in commercio, non smetterà mai di sedurre i lettori sempre desiderosi di scoprirlo.
John Williams è il fortunato autore di quest’opera: nacque in Texas nel 1922 da una famiglia di contadini, ha vissuto in Colorado con la moglie e i suoi figli, lì insegnò all’università e scomparve nel 1994.
Il suo romanzo Stoner è considerato uno dei migliori esponenti della letteratura americana del Novecento.

La storia è semplice, banale – lo ammetto -, non racconta nulla di particolarmente eclatante ma, è forse nel modo in cui viene narrata, che lo diventa.
William Stoner nasce nel 1891 in una fattoria vicino a Booneville, nel centro del Missouri, in un paesino distante circa quaranta miglia da Columbia, ambita sede universitaria d’America. La sua famiglia è solitaria, vive in una casa rudimentale con le assi di legno grezzo, un grande soggiorno e due stanze con i letti di ferro.
Stoner ha sempre dato una mano in casa, prima mungendo le vacche e poi nei campi; si separa dai suoi genitori, ormai anziani e quasi privi di forze, all’età di diciannove anni, per andare all’università dove scoprirà un amore profondo e viscerale per la letteratura e il sapere, in generale. Non tornerà più nelle campagne del suo paese natale, se non raramente per far visita ai genitori o ad assisterli negli ultimi momenti della loro vita.
In Columbia avrà due amici importanti, uno morto in gioventù, l’altro da cui non si separerà mai.
Si innamora di una donna, Edith: un matrimonio infelice, fatto di rinunce, ricatti, e poca intimità, che invece sembrerà non averlo mai amato. Avrà una figlia, Grace, con lei un rapporto disteso, ma complicato dalla perfidia della sua avida ed egoista moglie. Diventerà professore all’università, avrà gli stessi amici, qualche festa e cena importante, e manterrà le stesse ostilità per tutta la vita, trascinandosi con apparente inerzia verso la sua morte. Ciò che appare come inerzia in realtà è passione, dedizione, amore per la letteratura, per il buon lavoro: William Stoner è un uomo che porta a termine ogni cosa che ha cominciato, è sinceramente onesto ed un buon amico su cui contare, ma non sembra importargli molto nella vita. Per tre cose ha perso la testa durante la sua esistenza: la letteratura, appunto, porto sicuro da cui ricominciare ogni volta che la vita di Stoner ha bisogno di una svolta, una donna di cui si è segretamente innamorato e a cui lo lega l’amore per l’arte.
Infine sua figlia Grace, che appena potrà evaderà da quella prigione che è diventata casa sua.

Stoner è un romanzo di trecento pagine, da cui non ci si riesce a staccare un momento. Se la storia non è eclatante, ma quella di un uomo comune e semi-squattrinato, un professore con un grande amore per la letteratura, che si costruisce una famiglia e si invaghisce di una studentessa, allora forse, la forza di questo romanzo, risiede proprio nell’abilità del suo scrittore, nel suo saper scrivere un romanzo ancora attuale e moderno per un lettore che lo scopre più di cinquant’anni dopo la sua uscita.
È un romanzo ricco di rimandi: leggende, racconti nei racconti, intessuto di poesia, Shakespeare, letteratura latina, e greca, amore per il sapere, attraverso le pagine, riescono a trattenere il lettore, fino all’epilogo del romanzo, dove viene descritto il lento e triste addio di Stoner.
A quel punto – tanto è il livello di empatia raggiunto con i personaggi di una lunga monografia – ci sembra quasi di aver assistito e vissuto una vita che, giunta al suo capolinea, soppesa gli eventi come se fossero tutti uguali: non ne ricorda molti e da quelli che ricorda traspare nostalgia.

Stoner è un personaggio che insegna tanto, ti entra dentro, diventa tuo amico e soggiorna nei tuoi pensieri: riesce a consigliarti e a trasmettere amore, con lui si empatizza al punto da trovare insopportabili le persone che gli mettono i bastoni tra le ruote, amare le persone che ama, e sperare che lui l’abbia sempre vinta, nelle costanti lotte contro la vita, sua moglie, o il suo disonesto capo Lomax. John Williams racconta la normalissima e tediosa storia di un uomo straordinario con profonde e celate ambizioni: e nel farlo smentisce una volta per tutte che la normalità non sia poetica.

Estate Indiana, Mauro Casiraghi

Ogni volta, prima di cominciare un nuovo libro, mi assicuro che nei giorni successivi abbia un po’ di tempo libero di seguito, per poterlo leggere tutto d’un fiato. Come per le puntate di una serie tv in streaming, di un libro non sono in grado di selezionare quella quantità giusta di pagine che dovrei leggere in un giorno, per portare a termine la lettura, nel minor tempo possibile.
Quando mi ritrovo a farlo è perché non ho molta fiducia nel libro che sto per leggere, oppure l’ho già iniziato e ancora non mi ha catturato, e allora la lettura rallenta.
Sono questi il il tempo e le sensazioni vissute nei giorni precedenti alla comparsa dell’Estate indiana nella mia libreria, il romanzo di Mauro Casiraghi edito Gaffi Editore.

Per giorni interi, questo libriccino rilegato in carta azzurra con una bambina sull’altalena in copertina, mi ha osservato dalla pila di libri sul comodino: e dopo una serie di faticose letture, portate a termine per il solo senso del dovere, ho cominciato a leggere quest’esperienza ultra-sensoriale che l’Estate indiana mi ha regalato.

Mauro Casiraghi, si laurea in Lettere in Canada e in sceneggiatura a Roma. È autore di un soggetto per la Sacher Film di Nanni Moretti, e si è guadagnato il premio Carver e quello Cassola grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo La camera viola edito Fazi Editore (2007).

I due protagonisti della storia raccontata nel romanzo sono Peter e Celeste Orlandi: due figli dello stesso padre, un regista di fama popolare che ha rubato l’idea del suo primo film da un aspirante scrittore zio psichiatra.
Due personalità attratte da un sentimento incestuoso che porterà il fratello a vivere una vita isolata sulle rive solitarie di Dawn Lake, nel Canada.
Cinque anni vissuti nella lontananza e nel dolore consapevole, da una parte Celeste: “un catalogo di uomini, camere da letto, tradimenti, aborti, avventure erotiche e amicizie ambigue con un unico filo conduttore: la sua incapacità di amare e di lasciarsi amare”. Dall’altra Peter, abile traduttore perso tra giornate tutte uguali e attorno ad una donna misteriosa, Shanti.
Due destini ormai divisi, costretti a rintracciare i fili del gomitolo di colpe che li hanno tenuti lontani, per rincontrarsi, in quella villa di un padre, ormai alla fine dei suoi giorni.

Qui, lontano dalle loro paure, i fratelli protagonisti dell’Estate indiana si troveranno a fare i conti con quegli squarci profondi della loro anima che non sono mai riusciti a far chiudere. Tra rivelazioni e segreti, tradimenti e colpi di scena Casiraghi, dedicando interi capitoli a personaggi straordinari, ci consegna delle personalità ben definite, accomunate dal dolore e dal senso di colpa.
I nomi di tutti i personaggi compaiono subito, ma la loro funzione al racconto e partecipazione al dolore della storia vengono svelate  lentamente, fornendoci un chiarimento definitivo solo nel suo epilogo. Quando, durante l’inverno, dopo le prime gelate, all’improvviso torna il caldo, il sole scioglie la neve creando l’illusione che l’inverno sia finito ma “da un momento all’altro, senza alcun preavviso, la temperatura scenderà di nuovo sotto zero, trasformando la foresta in una cattedrale di ghiaccio”.

Estate indiana è un libro colmo di dolore, ma pregno di significati positivi. Ricco di rimandi al cinema classico italiano e ai registi più importanti, è affresco dei luoghi di una Roma potente, profondo conoscitore della natura e delle sue leggende.

Estate indiana è un libro acuto. Straziante per alcuni versi.
La mano di Casiraghi ha un grande dono: la capacità di non sottrarre al dolore la legittimità che gli spetta, descrivendolo come un momento da cui rinascere e un sentimento imprescindibile.

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