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Uno tra i dodici candidati allo Strega, Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti, ritratto nella versione digitale Mondadori, su un piano marmo insieme a petali di tulipano rosa

Sembrava bellezza, T. Ciabatti

Molto spesso ciò che resta di un determinato romanzo non sono tanto la trama o i personaggi che lo popolano. Più di frequente sono le emozioni che proviamo a lasciarci il ricordo di un libro che abbiamo letto. La cosa più immediata è immedesimarsi nei protagonisti e nelle loro vicende, trovare qualcosa di noi in quello che accade anche agli altri. In Sembrava bellezza Teresa Ciabatti non ha creato questo incantesimo per i suoi lettori, non si è preoccupata troppo di farci immedesimare. Ma ci tiene in pugno con cinque parole «Questa è una storia vera».

I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’eta di mia figlia, il luogo di residenza, altro.

Copertina di sembrava bellezza

Si apre così Sembrava Bellezza, pubblicato il 26 Gennaio 2021 da Mondadori. Un libro potente che ritroviamo tra i dodici finalisti del premio Strega 2021. L’autrice, già presentata nell’edizione del 2017 con La più amata, torna con un nuovo romanzo che ancora una volta parla di sè, forse. O forse no.

La storia vera, o forse no, di una bambina che cresce sentendosi inferiore ma a cui poi la vita fa avere una rivincita (o forse no).

Sembrava bellezza è la storia di una scrittrice di successo che, di fronte ai suoi quarantasette anni, ormai si è presa la propria rivincita professionale. Nella vita privata non mancano i problemi: è separata dal marito e ha un pessimo rapporto con la figlia. Un giorno, dopo trent’anni, a sconvolgerle la vita emotiva arriva un’amica dall’adolescenza, Federica: la chiave per far ritorno nel passato. I ricordi riaffiorano e pongono le basi di questo romanzo. Ciabatti con il riavvicinamento della sua – forse – vera amica ci racconta le donne sbagliate: l’adolescenza, l’età adulta. Lo scorrere del tempo si fa scenario e personaggio stesso della storia.

Un’amicizia che riaffiora e porta con sè il passato, i traumi e le frustrazioni dell’adolescenza. Tutto ritorna come un’onda che si infrange violenta sulla quotidianità della protagonista.

A tornare con Federica c’è sua sorella Livia e le problematiche scaturite da un incidente. Nella prima parte del romanzo Livia è la più invidiata, alta-magra-bionda (quindi ricca). Ha tutto quello che vuole, ha addirittura un lettino abbronzante nella sua stanza. Ma un evento sconvolgerà la vita sua vita, quella di sua sorella e della scrittrice stessa.

Nella seconda parte di Sembrava bellezza Livia ha cinquant’anni, ma noi lettori la immaginiamo ancora come una giovane adulta di diciottenne. Livia si sente così dopo il risveglio dall’incidente, e a noi va bene. Questa è una storia vera, ci tiene a ribadire Ciabatti mentre racconta quella notte. Noi ci crediamo, o forse no.

La bellezza che rende brutta ogni cosa e dalla quale scaturisce l’invidia.

La bellezza in questo romanzo è la meta da raggiungere. Non importa quale sia il mezzo. Se è vero che la bellezza è soggettiva, è assodato che certe cose sono belle a prescindere. Ma cosa c’è dietro? C’è quel sembrava, quello del titolo. C’è l’apparenza che ingazza, c’è la sofferenza di chi ha tutto e non gli basta mai. E con sé la bellezza si porta l’invidia, sentimento protagonista, e carburante anche di questo libro. E così il seno rifatto di Federica è subito giudicato male dalla protagonista (invidiosa di non esserselo potuto rifare lei stessa). Peccato che dietro quella plastica Federica nasconda qualcosa di ben più doloroso. Lo stesso vale per l’estrema bellezza di Livia. Livia ha solo quello però, sembrava bella invece è solo triste da morire.

Magrezza≠bellezza. Gli inserti delle testimonianze di ragazzi con disturbi alimentari permettono all’autrice di portare avanti un messaggio considerevole.

Da sempre il mito della magrezza è associato alla bellezza. Corpi di modelle taglia 36/38 hanno popolato le passerelle dell’alta moda – e le affollano tutt’oggi. A fatica, questo binomio non riesce a scomparire del tutto. Il corpo longilineo e magro è sinonimo – erroneamente, sia chiaro – di perfezione. Dietro a quelle taglie e a quei corpi ossuti spesso si nascondono disturbi alimentari gravi. Ma se i motivi che si celano dietro a certi comportamenti sono molteplici e di varia natura, Sembra bellezza, invece è malattia.

La scrittrice (per rincarare la dose della veridicità), inserisce nel racconto la forza delle testimonianze. Sono gli appunti per un reportage da pubblicare sul giornale per il quale (forse) lavora.

Anche Luisa – diciassette anni Menù C – diceva di stare benissimo (peso 42kg, altezza 1.60). In verità non ricorda molto di quel periodo. Ricorda il freddo.

Sembrare: dal vocabolario della lingua italiana

  1. Dare l’impressione di essere in una certa condizione o di avere certe caratteristiche, parere;
  2. Avere l’aspetto di qualcos’altro, assomigliare.

Queste testimonianze sembrano fuori luogo, non hanno (in apparenza), nessun legame con la storia generale, nulla a che fare con i protagonisti delle vicende. Eppure sono il filo che congiunge tutto. Sono voci reali (o inventate in modo comunque verosimile), che se lette attentamente portano a ricongiungere le tessere del puzzle. Non mangiare per essere, per sembrare migliore, sano. Bisogna scorgere dietro a quella bellezza; scorgere.
Scorgere, distinguere, individuare. Come li rappresentereste questi verbi?
Io con quella copertina. Uno spiraglio e un occhio che guarda.

Una prova di fiction/non fiction. Il titolo contiene già un dubbio, una non verità. Dobbiamo credere a ciò che leggiamo? Ma è andata proprio così?

Il gioco di Teresa Ciabatti si infiltra abilmente tra tutte le righe del suo romanzo. Anzi, il gioco parte dal titolo stesso. Ci sta ingannando, lo dice dall’inizio: nel titolo, nell’incipit. Questa costruzione di reale mischiato a immaginazione, di finzione amalgamata a verità, è ciò su cui ruota tutto il racconto. Se c’è una cosa che fa molto bene l’autrice è confondere il lettore. Ribadisce più volte che quello che racconta è verità (dice spesso che non può fare nomi per non essere troppo esplicita). Allo stesso tempo depista dicendo che forse non ricorda tutto molto bene.

Tutto ciò per dire che in quel tempo realtà e sogno si confondono, e ciò che segue è reale fino a un certo punto. O meglio, pezzi mancanti compensati da aggiunte immaginifiche, e fantasie che nella ripetizione diventano reali, illusioni ottiche, vere e proprie invenzioni. Non sono una persona attendibile

Teresa Ciabati

Crediamo a tutto quello che leggiamo perchè niente va mai tutto bene, proprio come nella vita reale. Crediamo, o forse no, a quello che leggiamo perchè la protagonista è odiosa.

C’è una cosa che principalmente porta il lettore a oscillare tra il «è tutto vero» e il «non può essere tutto reale»:
la schiettezza dell’autrice. Veramente eccessiva la sua voce, i modi di fare, le sue risposte secche. Lei stessa in un’intervista dice:
«Quella voce è dentro di me. È quello che io non sono mai riuscita a essere. Sono tutte le ragazze belle, bionde e ricche che non sono mai stata».
Il suo personaggio è spesso fastidioso, irritante, a tratti perfino odioso. Nel romanzo si descrive in modo essenziale: intelligente, anaffettiva. Di certo non è un personaggio che il lettore può amare.
Nello stesso tempo però, con uno occhio meno critico, ci accorgiamo che in realtà dice quello che anche noi certe volte vorremmo dire. E a quel punto non odiamo un po’meno lei, ma odiamo un po’ di più noi stessi.

Una storia di finte rivincite, di molte cadute, di poche vittorie. Il tempo scorre per ricordarci che ciò che è importante in adolescenza non può esserlo allo stesso modo in età adulta.

Un tema per il quale la scrittrice riesce ad avvicinare a sè il lettore è sicuramente il sentimento di rivalsa. Un sentimento che la contraddistingue in età adulta. Come accennato all’inizio, l’autrice/protagonista si definisce brutta e grassa in adolescenza. Ci racconta di come nessuno la ricordasse, di come nessuno la guardasse ai tempi del liceo. Sentirsi sempre goffa e inadeguata, quella voglia di sparire per non subire tale invisibilità. Con il successo e la fama finalmente raggiunti, vorrebbe urlarlo al mondo: «Guardate adesso chi sono diventata!». Tutto questo sembra essere effettivamente molto importante per il personaggio. Giunti poi alla fine, davanti all’ultima riga, (forse), sai che in fondo di quelle piccole rivincite non puoi fartene davvero nulla nella vita reale.

Cesare Pavere nel Mestiere di vivere scriveva:


L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle menzogne.

Non sapremo mai dove è collocata la linea sottile che distingue finzione e realtà in questo romanzo.
Posso di certo dire che questo libro è bellissimo. O forse no.

Immagine che ritrae i due libri fondamentali per la comprensione di Romain Gary, cinti con un nastro rosso sopra un marmo bianco. Edizioni Neri Pozza, Piccola Biblioteca

Vita e morte di Romain Gary

In russo, gari significa brucia!, un comando al quale Romain Gary (all’anagrafe Romain Kacev) non riesce a sottrarsi. Un brillante scrittore ebreo, figlio d’arte, nato nel 1914 in Lituania, che ha lasciato un segno nella letteratura francese del Novecento, sempre attento ai deboli e ai personaggi più dimenticati della società.

Romain Gary, figlio di Ivan Mosjoukine – celebre attore e regista russo – e di Mina Owczynska, giunse in Francia per la prima volta alla giovane età di tredici anni. Con sua madre, Gary ha un rapporto speciale: riconosciuta più volte sotto la qualità di «madre straordinaria», il suo ricordo è vivo tra le pagine della Promessa dell’alba. In realtà il loro rapporto è abbastanza tormentato: Gary è ossessionato dal suo amore, dalle scelte che ella farebbe al posto suo – come un grillo parlante o una coscienza scomoda – ed è proprio in quelle circostanze materne che per l’autore origina «un costante bisogno di femminilità»; una frequente ricerca di affetto e dolcezza. Tanto che, per tutta la vita, sarà molto caro per Gary abbandonare quell’etichetta di sciupadonne e di Don Giovanni che in realtà egli disprezza totalmente.

Del resto è risaputo: per tutta la vita sono andato alla ricerca della femminilità. Senza quella, l’uomo non esiste.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 10

Immagino che sia quel che si definisce una madre “invadente”, una madre “dominatrice”. Avevo sempre un testimone dentro di me, ce l’ho ancora. Gli adolescenti diventano delinquenti perché non hanno testimoni. Padri e madri che se ne fregano, oppure né padri né madri. Senza un testimone interiore si può arrivare a fare di tutto.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 9

L’educazione di Gary è forgiata dal professor Louis Oriol.

Un’infanzia e un’adolescenza abbastanza travagliate: più volte accusato, interrogato dalla polizia (almeno tre volte), arrestato, sempre presente all’appello delle sbagliate compagnie, Romain Gary trova nella letteratura e nella conoscenza le uniche sue vie di espressione, all’interno di una società fondata sul machismo, e quindi sulla predominanza dell’uomo sulla donna.

Arrivato a Nizza, Gary è seguito da un insegnante invalido della prima guerra mondiale, «che bisognava sollevare dalla poltrona per farlo arrivare alla cattedra».

Non lo dimenticherò mai. Mai. Gli uomini non si fanno scopando, si fanno con le mani.

la notte sarà calma, Romain Gary, neri pozza, milano 2011; p. 120

Il ruolo di Romain Gary all’interno della società francese è andato ben oltre un’aderenza alla figura di vate.

Per Gary l’arte ha l’obbligo di adoperarsi per la ricerca dei valori veri; e lo scrittore, anch’egli, ha il dovere di ricercare la verità all’interno della propria letteratura. Ma la concretezza di Gary non si limitò a emergere nelle sole narrazioni.

In seguito agli studi in giurisprudenza si arruola nel corpo dell’Aviazione francese, e condividendo con il generale De Gaulle lo spirito e gli ideali, combatterà con la Forces aériennes françaises libres durante la Battaglia di Francia. Riconosciutagli dopo la guerra, la Legion d’onore (la più alta onorificenza conferita dallo Stato francese), Gary intraprese la carriera diplomatica come console generale francese in California.

La parola “diplomatico” non nasconde niente di più misterioso di un negoziatore, qualcuno capace di stabilire contatti a un livello più o meno elevato, un uomo da “pubbliche relazioni”, e un avvocato. Per quanto riguarda poi le nozioni di ambiguità e di menzogna, sono particolarmente comiche. È un mestiere in cui è praticamente impossibile mentire, poiché la maggior parte del tempo si tratta della trasmissione di consegne precise.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 114

Dopo i primi tentativi letterari, all’interno dei quali è già possibile intravedere parte di quella che sarà la sua filosofia, nel 1956 Gary si aggiudica il Goncourt con Le radici del cielo.

Un romanzo protoecologista, che si pone nella tradizione letteraria come anticipatore rispetto a temi allora ancora poco dibattuti. Romain Gary ha un gran rispetto della Terra, della natura, e dell’ambiente; incornicia Le radici del cielo con le terre africane, ma il focus è rivolto agli elefanti, bestie immense per cui egli spinge alla difesa della specie. Ma l’attenzione per i deboli si fa lampante quando i prigionieri di un campo di concentramento, tornati in libertà ricominciano a vivere e si reinventano.

In quegli stessi anni, frequenti sono i soggiorni in lungo e in largo per l’America – anche grazie al suo incarico di console. Gary comincia a comporre alcune delle sue opere in americano, poi le traduce (riscrivendole in toto) in francese.

Il viaggio, in modo particolare, rappresenta per l’autore una via per entrare in contatto con la conoscenza, e la scoperta dell’altro. Questo desiderio costante di scoprire l’ignoto, accompagnerà sempre Gary nella quotidianità, al punto che anche le lingue da usare diventano per lui un modo per «ricercare un “altrove”».

Negli anni Sessanta, Gary sposa l’attrice Jean Seberg, l’interprete di Bonjour tristesse e A bout de soffle.

Romain Gary e Jean Seberg

La loro unione è destinata a durare per nove anni, ma quando si incontrano, tra di loro, molta è la differenza d’età. Seberg ha appena vent’anni, e Gary decide di lasciare per lei la carriera. Insieme hanno un figlio, ma la storia si conclude con il divorzio. Un «divorzio perfettamente riuscito» tuttavia, perché quando arriva, la coppia già da un po’ si è avviata verso la lacerazione e «la perdita di ispirazione», e decide consapevolmente di mettere fine alla relazione. Da quel momento, cambia anche il ruolo che Gary ha nei confronti della donna, che passa «dal ruolo di moglie a quello di figlia», dal momento che Gary non ha mai avuto figlie femmine.

Alle accuse che gli vengono rivolte, circa il fatto che Gary esercitasse «un ascendente totale su Jean Seberg e la formava, la plasmava a suo piacimento», l’autore spiega nella Notte sarà calma:

Aveva molta più influenza Jean su di me che io su di lei, e credo che lo si possa dimostrare facilmente. Quando l’ho incontrata, lei era una stella del cinema e io un console generale in Francia. Quando ci siamo separati, lei era sempre una stella del cinema, e io ero diventato un regista.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 229

Ma tantissime sono le donne che Gary amò in vita sua, prima tra tutte la giovane Ilona Gesmay, schizofrenica e dipendente dalle droghe.

Dietro questa fine disperata del primo amore di Gary, si nasconde il totale disprezzo dell’autore verso le dipendenze. Ma c’è anche un’altra donna che compare quando Gary ha diciannove anni, una donna di cui egli si innamora ma che lo abbandona per un altro che le insegna a «farsi in vena». Per tutta la vita, Gary si tiene lontano persino dall’alcol, nonostante entri spesso in contatto con un mondo americano sfavillante, e pieno di promesse, di feste e dipendenze, tra i quali personaggi primeggia Marilyn Monroe – un’attrice eccezionale, che si era persa nel ruolo che l’America le aveva cucito addosso, senza possibilità di ritrovarsi.

In quegli anni, Gary continua a viaggiare per il mondo, e mai smette di rivolgere alla scrittura gran parte delle proprie speranze.

Scrive un libro appresso all’altro, e dedica al momento della composizione dalle sette alle nove ore al giorno. La scrittura, in qualche modo, diviene per lui un dovere – e al contempo un incredibile potere, tramite cui cercar di cambiare il mondo, o di avvicinarlo a un ripensamento dello stesso.

Ma la scrittura, per Gary non è soltanto un modo con cui tentare di mettere a posto le idee degli altri; è anche una via per leggersi dentro, per comprendersi, per soddisfare quel desiderio di raggiungere sempre altre dimensioni, altre realtà.

Locandina del film di Romain Gary, Gli uccelli vano a morire in Perù, con Jean Seberg

Anche il cinema diventa per Gary un mezzo su cui riversare le proprie attenzioni; con la regia degli Uccelli vanno a morire in Perù, Gary approda finalmente anche alla settima arte, e lo fa portando in campo un tema coraggioso che gli avrebbe dato diverse grane. Ciò di cui Gary voleva parlare era infatti la questione cara agli anni Sessanta-Sessanta sulla frigidità femminile. Alla sua comparsa nelle sale il film venne censurato poiché, come c’era d’aspettarsi, i modi di Gary erano i soliti: rudi e taglienti, per una delle opere più irriverenti e femministe di quegli anni.

Ma nel 1979, arriva per Gary un colpo fatale, da cui sarà difficile riprendersi senza dover sacrificare una parte di sé. L’attrice ed ex moglie Jean Seberg viene ritrovata esanime all’interno della propria automobile, dopo un’ingestione mortale di barbiturici. Come se, anche quell’atroce fatto, non fosse altro che una conferma di tutte le idee che Gary aveva sostenuto a gran voce.

Solamente un anno dopo sarà Gary a togliersi la vita, e a compilare di suo pugno un testamento che gli sarà pubblicato postumo.

Ma dietro quelle pagine manoscritte, si nasconde in realtà un segreto che agli occhi di molti era risultato del tutto occulto. Perché tra quelle rivelazioni, Gary dichiarava di essersi nascosto per molto tempo dietro lo pseudonimo di Emile Ajar, nonché vincitore del Goncourt con La vita davanti a sé. Ed è questa, forse l’opera più grande di Gary, quella che sottintende il suo vero originario intento: costruire un romanzo, in cui anche l’autore potesse far parte di quel gioco di finzione proprio della narrativa. Così, il detto di Rimbaud, il più visionario tra i poeti, «Io è un altro» non può che divenire perfetto se lo si cala sul personaggio di Romain Gary.

Appena uscito, La vita davanti a sé si aggiudicò il Goncourt, e procurò a quello scrittore esordiente una popolarità tale che non di rado Ajar veniva paragonato all’ormai «fallito» narratore francese, Romain Gary. Nessuno però era stato in grado di andare oltre quel gioco di finzione, nemmeno quando dietro l’immagine dell’autore si scoprì esserci suo cugino, Paul Pavlevitch. Invece, solo con la scomparsa dell’autore, Gallimard si preoccuperà di diffonderne il testamento letterario, fino a rimettere in discussione l’intera società letteraria francese, e il ruolo del romanzo nella società.

Ajar non fu l’unico pseudonimo utilizzato da Gary – come sappiamo, Gary stesso lo era.

Romain Gary è stato autore anche di un romanzo poliziesco a tinte politiche, Le Teste di Stéphanie, con il nome di Shatan Bogat; e persino di un testo satirico-allegorico firmato con il nome dell’italiano Fosco Sinibaldi. Era come se anche tutti gli elementi della vita di Gary facessero parte di un grande romanzo, a partire dall’autore stesso.

Le molte donne che ha frequentato, le idee che egli ha avuto la forza di sostenere, l’attenzione particolare per i deboli e i meno fortunati hanno contribuito a rendere Gary un grande autore indimenticabile della letteratura francese.

Anche l’operazione compiuta per la scrittura della Notte sarà calma, ha qualcosa di originale, perché prende vita da un’intervista che Gary affida a un giornalista immaginario, che ha il nome di un suo amico d’infanzia. Insieme a Vita e morte di Emile Ajar, La notte sarà calma è un testo fondamentale per comprendere l’autore. Ma per la brama di conoscerlo, non si cada nell’errore che basti leggere gli scritti autobiografici, in quanto Gary è onnipresente in tutte le sue produzioni. C’è molto di lui anche nella Vita davanti a sé, nelle Radici del cielo, in Cane bianco, e in tutti i testi che hanno contribuito a rendere celebre la sua figura.

L’intento primordiale di Gary non era tanto quello di sottrarsi dalla scena pubblica, bensì la volontà di dimostrare in che modo un autore può rimanere «prigioniero della “faccia che gli hanno creato”». Insieme a questo, vi è il profondo desiderio di Gary di avere la propria rivincita, ormai considerato come uno scrittore che aveva già dato tutto ciò che poteva dare. Ed è per quello che alla fine, anche La vita davanti a sé è il romanzo dell’angoscia di un ragazzino per tutta la vita che ha davanti, proprio come Emile Ajar.

Una vita al limite è stata quella di Romain Gary: incompresa, poco analizzata, e osservata soltanto da un unico punto di vista.

Sognatore e amate instancabile, Gary ha dato vita a un genere di narrazione che prima d’allora non esisteva. Potremmo qui chiamarlo il romanzo totale, un romanzo di cui non fanno parte solo le storie e i personaggi che popolano i libri, ma di cui fa parte l’autore stesso.

Così Gary, ormai depresso e arreso alla perdita della sua ex moglie, lascia scritto che con quell’addio non c’è alcun collegamento con la scomparsa di Jean Seberg. E negli ultimi propri istanti di vita si preoccupa per chi lo ritroverà esanime dopo essersi sparato un colpo di pistola. Per questo, acquistò una vestaglia scarlatta affinché chi lo avesse scoperto non ne rimanesse traumatizzato dalla visione del sangue. Anche in queste sue azioni, d’altronde, è possibile riconoscere quel Romain Gary caritatevole e pieno di cuore, che la stampa ha sempre faticato a identificare.

Immagine dell'autore Romain Gary in compagnia del suo cane, ritratto in bianco e nero mentre siede davanti alla scrivania con la penna stilografica in mano

E nel salutare e concludere la sua pseudo intervista con il giornalista amico d’infanzia, la tenerezza del cruento Gary dalle parole atroci e scurrili ma delle storie piene d’amore, si racchiude tutta nel pensiero che egli dedica al proprio cane, che sogna di rincontrare in miglior vita.

Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie.
Romain Gary, 21 marzo 1979.

conclusione di vita e morte di Emile Ajar, Romain Gary, neri pozza, milano 2016
Il libro David Golder di Irene Nemirovsky rappresentato aperto, sull'intestazione, con tre tulipani rosa al suo lato.

David Golder, I. Némirovsky

Correva l’anno 1929 quando sulla scrivania del prestigioso editore francese, Bernard Grasset, arrivò un manoscritto anonimo che si intitolava David Golder. Grasset proprio non aveva idea che dietro quel lavoro potesse nascondersi una donna, perché era convinto si trattasse di un autore maschile.

Per tale ragione, Grasset decise di affidare la ricerca ai giornali, affinché l’autore potesse farsi vivo. Tuttavia, l’autrice che rivendicò l’opera era Irène Némirovsky, una giovane donna russa dell’alta borghesia, rifugiatasi in Francia dopo la rivoluzione bolscevica. Ciò che sorprese l’editore fu proprio che a scrivere una storia sì tanto cruda e brillante, potesse essere una donna.

Tanto l’editore era sorpreso che la interrogò a lungo per comprendere se facesse da prestanome a qualche altro romanziere; ma appena l’opera uscì, il successo ne fu presto decretato unanime.

Insieme alla sua opera, immediatamente divenne celebre anche il nome di Irène Némirovsky.

Scrittori, autori e critici convennero che l’opera dell’autrice fosse qualcosa di mai visto prima. E la scoperta al grande pubblico di questo nuovo talento, mise d’accordo anche personaggi di estrazioni sociali totalmente divergenti tra loro. Ma sempre, ciò che più stupiva chiunque la leggesse, era che «David Golder porta la firma di una donna, si deve quindi riconoscere che è scritto da una donna».

Il passato travagliato dell’autrice forse non sarà noto a molti ma, dimenticate per molto tempo, tutte le opere di Némirovsky ripresero a circolare solo nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Di sicuro, il tentativo di far luce su un’autrice ingiustamente scomparsa va ricondotto alla scoperta del suo romanzo più celebre: Suite francese. Un romanzo che per molti anni è stato custodito dalle figlie di Nemirovsky, le uniche della famiglia che riuscirono a mettersi in salvo dalla strage nazista.

David Golder è un’opera diversa dalle altre, prima di tutto perché il protagonista è un uomo.

David Golder è un ricco banchiere ebreo – proprio come il padre di Irène. Da ventisei anni egli è in società con Simon Marcus, insieme hanno fondato una ditta che conta quattro sedi tra Londra, Berlino, Parigi e New York. Tuttavia, il suo socio Marcus è colpevole di aver fatto un investimento sbagliato e di aver buttato l’azienda sotto una cattiva luce. Ha provato persino a imbrogliare l’astuto e temutissimo banchiere, ma è Golder che lo smaschera e lo butta fuori dall’azienda.

Golder è un uomo ricco e senza scrupoli: un personaggio che per tutta la vita non si è curato di nient’altro che della propria azienda. È come se egli, per oltre ventisei anni non abbia fatto altro che ricoprire un ruolo confezionatosi addosso: quello di capo, marito e padre, che non ha tempo da dedicare a nessuno che non ha a che fare con i suoi affari.

Il denaro, ancor prima di Golder, è il protagonista della novella. È ciò che tutto muove, e verso cui ogni pensiero tende.

Di Golder, i soldi sono l’unica cosa che interessa agli altri. Sua moglie non fa altro che domandargliene, per poi spenderli e spanderli in giro per il mondo, alla ricerca di sempre nuovi dispendiosi uzzoli da soddisfare. Sua figlia, viziata e considerata come la bambina più bella e più intelligente del mondo, ha imparato presto dalla madre: anche lei considera il padre solamente come qualcuno pronto a darle i soldi che richiede. E non importa se, di volta in volta, le richieste si fanno sempre più cospicue, e Golder si ritrova sempre a dover cercare nuovi affari e nuove entrate, è come se da qualche parte fosse scritto che nella famiglia Golder le cose possano andare solo in quel modo.

Ma appena qualche pagina dopo l’esordio, Golder ha un terribile attacco di angina pectoris e la sorte rimescola le carte delle loro esistenze.

Esistenze precarie, grette, dedite solamente a soddisfare le proprie necessità, ma che poi, nel momento del bisogno, non esitano a impaurirsi quando il destino le pone davanti al rischio di perdere la loro preziosa fonte di sostentamento. Perché è questo che Golder rappresenta per tutte le persone con cui viene in contatto: nient’altro che una banca.

Al di là dei suoi soldi non c’è alcun affetto, consolazione, ragione che porti le persone che gli stanno attorno a intristirsi per la sua sventura. E a nulla valgono le raccomandazioni del medico di non metterlo al corrente della sua malattia, di lasciare che egli possa riposare e rimettersi in forza. L’unica cosa che muove tutti i personaggi è il denaro e il morboso attaccamento che le persone hanno alle ricchezze.

Perciò David Golder si trasforma presto in un romanzo che tra le righe nasconde una denuncia al mondo ebraico del primo Novecento.

Da poco arrivata in Francia, lontana dalla morale protestante, quella prima Némirovsky venne da molti ritenuta antisemita. Il carattere di Golder, infatti, è fortemente negativo. Egli non persegue valori diversi dai soldi e costantemente è dominato da un’avarizia senza scrupoli. Ma fu proprio la scrittrice a screditare quest’opinione errata che si erano fatti sul proprio conto:

Perché i francesi Israeliti si vogliono riconoscere in David Golder?

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vie d’Irène Némirovsky, Parigi (Grasset Denoël) 2007, pp 189

È vero anche che i Nemirovsky, appena giunti a Parigi, erano felici di considerarsi lontani dagli ebrei tradizionali, poiché volevano a tutti i costi raggiungere l’assimilazione con la cultura del luogo ove si erano stabiliti. Ma mai, l’opera, voleva essere deliberatamente un attacco mirato agli ebrei.

Tanto che nel 1935, proprio Nèmirovsky dichiarò che se al tempo in cui pubblicò David Golder, Hilter fosse stato già al potere, avrebbe addolcito le figure degli ebrei che andava raccontando. Poiché ella non voleva affatto renderli mira diretta delle proprie storie, ma piuttosto sfruttare per i personaggi dei suoi racconti i difetti che rilevava all’interno della comunità; su cui certamente le veniva più facile costruire narrazioni di successo.

Quel tono accusatorio nei confronti degli ebrei, dominati dall’odio e sempre estremizzati, proviene forse, in maniera più immediata, dalla brutta situazione famigliare in cui Némirovsky era costretta.

Sono certo che con questa affermazione non rivelerò nulla di nuovo ai più attenti nemirovskiani: perché è infatti noto a molti che Némirovsky ha sempre provato a riprodurre sulle pagine le proprie sofferenze.

Suo è il padre banchiere sempre intento a occuparsi di affari che realmente fallì nei propri investimenti. Ma suo è anche il tipo ricorrente di madre insopportabile, costantemente alla ricerca di svaghi e amori effimeri, attraverso cui far progredire la propria posizione sociale e la considerazione che il mondo che conta ha di lei. Un tipo che ritorna in David Golder, ma presente in tutti i suoi romanzi: Il vino della solitudine, Il ballo, per raggiungere la più matura delle crudeltà in Jezabel.

E ricorrente, affine a queste madri vanitose e altamente malvagie, è il tema della famiglia, dei bambini lasciati crescere nell’indifferenza – come se la loro importanza durasse il tempo di esser concepiti.

David Golder ci consegna una Nemirovsky della prima ora, all’interno di cui è possibile ritrovare i topoi dell’intera produzione.

Un libro dove è possibile ritrovare alcuni dei problemi che animano anche le famiglie del XXI secolo. Una storia attuale, scritta attraverso una struttura finemente costruita; una narrazione densa di cattiveria, odio, e tristezza, che si frappone tra il genere autobiografico e il romanzo.

Ma al di là di tutto, ciò che resta alla fine di tutti i libri di Némirovsky, è che sono libri preziosi, anche quando non ne si conosce la storia che li ha concepiti.

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