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Menzogna e sortilegio, romanzo di Elsa Morante, ritratto con dei fiori secchi e gli appunti dei quaderni di Elsa Morante, su cui era stato scritto l'intero romanzo

Menzogna e sortilegio, E. Morante

È il 1944 quando Elsa Morante e Alberto Moravia – in seguito allo sbarco di Anzio – si recano nella città di Napoli. Ivi, in quella terra popolata di soldati e mendicanti, trascorreranno circa un mese, in attesa della liberazione di Roma.

In quelle circostanze di vita al limite, Moravia frequenta ufficiali inglesi e intellettuali italiani; in particolare, risale a quegli anni, la visita di MoranteMoravia a Benedetto Croce nella sua Villa Tritone di Sorrento. Allora la fama di Moravia è ormai consolidata, le edizioni Documento di Roma pubblicano Agostino, in una tiratura limitata per aggirare le briglie della censura. Una versione che risente dell’ultima revisione dell’autore, impedita dalla assenza dalla città da parte della coppia, ma che confermò il successo dell’autore.

È con Morante che la sorte non è buona. Dopo la guerra molti suoi testi vengono rifiutati, e la scrittrice trova riparo nella scrittura – o per meglio dire nella riscrittura – del suo primo grande romanzo: Menzogna e sortilegio.

A dispetto di quei primi racconti, Elsa rinuncia alla narrazione della guerra, della storia, e del mondo esterno travolto dal nazifascismo. Sono anni difficili per Morante, poiché sempre in cerca di conferme, è stanca di sentirsi rifiutata. Anni segnati dalla solitudine, e dalla piena insoddisfazione di sé. I rapporti con Alberto non sono dei migliori, tanto che è a lui che rivolge le proprie accuse di «grettezza» e l’impossibilità di un dialogo. Da una parte c’è Moravia, freddo e austero; dall’altra Elsa Morante, passionale ma perennemente insofferente.

Nel corso del 1946, Morante può dedicarsi al suo prodigio, Menzogna e sortilegio, una storia che tentava di scrivere da tempo.

Elsa ha scritto l’intera propria produzione su quaderni e album da disegno. Quaranta sono quelli adoperati per Menzogna e sortilegio, un romanzo che resuscita i caratteri del romanzo dell’Ottocento, per narrarli attraverso la scrittura tipica della letteratura del Novecento. Un romanzo in cui i personaggi si muovono a cavallo e in carrozza; dove la libertà e il potere si misurano in ettari, e la religione e il sacro occupano ancora un posto di rilievo nella vita delle persone.

Ma la storia di Menzogna e sortilegio comincia molto prima della sua pubblicazione. Sono anni che Elsa vorrebbe scrivere quel romanzo, tanto che i primi nuclei della storia è possibile trovarli in alcune sue composizioni antecedenti: La vita di mia nonna, e Francesco Iorio.

Nella stesura di quel volume denso di pagine, storia e personaggi, Elsa si accinge a costruire un vero e proprio romanzo-cattedrale, un’opera dunque, che si compone – come direbbe Natalia Ginzburg – come un palazzo. Un’opera distante da tutte quelle pubblicate in quegli anni, perché nel rifiuto della guerra, nell’assente presa di coscienza politica, Menzogna e sortilegio intende alleggerire il peso di cui si faceva carico la letteratura negli anni del Dopoguerra e della Resistenza. Bisognerà aspettare ancora qualche anno, perché Morante maturi una propria idea e posizione; perché le sia possibile affrontare il tema della guerra nelle pagine della Storia.

Eppure, anche in queste pagine di Menzogna e sortilegio, la guerra è presente; ed è quella più antica e primitiva che esista, perché avviene tra le famiglie nobili di una Sicilia che anche dopo la liberazione si è conservata molto simile a se stessa.

Menzogna e sortilegio altro non è che un romanzo monumentale, una saga famigliare, che intende narrare le vicende dei Massia e dei Cerentano.

Due famiglie siciliane, senza che mai la terra venga nominata: ma sempre perfettamente descritta, di modo che nessuno esiti a individuare dietro quella P. una Palermo dell’Ottocento, fatta dai Palermitani, dall’onore, e dal rispetto. Una Palermo che si regge soprattutto sulle donne che abitano le pagine del romanzo, sui misteri della religione e le credenze popolari.

Suddiviso in cinque parti, Menzogna e sortilegio, fin dal suo esordio apre dei quadri, presenta in scena i personaggi, e poi li abbandona; a quelli appena raccontati ne affianca dei nuovi, li approfondisce, e ricollegandoli ai primi, riconduce la storia nel punto esatto in cui l’aveva interrotta. Così, in questo continuo gioco di salti temporali, è facile per il lettore non abbandonare mai quella soglia di interessamento che la costruzione favorisce.

Alla giovanissima Elisa è affidata l’intera narrazione del romanzo. Dopo averla incontrata nell’Introduzione, rinchiusa nella solitudine della propria stanzetta angusta, sono gli spettri, i ricordi e i sogni a guidarla nella riscoperta della propria storia. Insieme ai ricordi, una raccolta di lettere la assiste e la supporta nelle proprie indagini, fin dall’unione maledetta tra sua nonna Cesira e Teodoro Massia. Da loro prende origine la stirpe dei Massia, che parallelamente a quella dei Cerentano, è destinata a divenire la protagonista delle più di settecento pagine di racconto.

Due famiglie separate da motivi superstiziosi e d’interesse, ma che durante il succedersi degli anni non smettono di influenzarsi e ritrovarsi.

Cesira, e poi sua figlia Anna, saranno le vere donne portanti di questa storia. Aride, prive di scrupoli, continuamente in tensione verso qualcosa che non possono avere, entrambe generano figli che non sono in grado di renderle consapevolmente felici. Entrambe si uniscono a uomini in grado di farle vagheggiare un cambiamento, ma che alfine le costringono a un odio acceso verso tutto.

Sono donne forti, non certamente succubi, ma che invero agiscono abitate delle insidie della cattiveria. Ogni loro passo e desiderio è alimentato dal denaro, dalla sete di potere e dal prestigio. Ed è così, che le prime rovine si intravedono all’orizzonte quando la giovanissima Anna, odiata dalla propria madre Cesira, a passeggio con suo padre incontra un giovanotto che le rimane nel cuore, il cugino con cui i rapporti sono impediti, Edoardo – nonché il figlio della sorella di suo padre. E su quell’unione, avvenuta per caso e rimasta possibile nel solo angolino di libertà che è concesso ad Anna, si fonderà poi tutto Menzogna e sortilegio.

Menzogna e sortilegio potrebbe dirsi un romanzo d’amore, perché sempre verso questo sentimento tende; ma ancor prima è un romanzo d’odio: perché sebbene tutti i personaggi son sospinti dall’amore, è l’odio a incendiare le loro persone e a far procedere i fili del racconto. E alla fine, quell’odio, forse è proprio il vero protagonista del romanzo.

Un romanzo che però non si può facilmente definire romanzo, perché tanto in queste pagine proviene dalla realtà.

Per l’amatore di Elsa Morante, Menzogna e sortilegio si arricchisce di un’ulteriore lettura, una nuova storia che può compiersi solo agli occhi di pochi. Una storia che ha la capacità di far luce sull’Elsa Morante scrittrice, che sempre ha affermato di voler esser compresa tramite le pagine che scriveva, piuttosto che dai racconti che i giornali e la stampa facevano di lei.

Perché tra quelle righe, tra l’inquietudine e lo smarrimento delle guerre; tra la miseria che ben ricorda i quartieri popolari di Testaccio, dove Morante abitò, e i riferimenti diretti al padre legittimo di Elsa, Francesco Lo Monaco (di cui uno dei personaggi prende il nome per intero); tra le questioni di orgoglio, e il rapporto con una madre invadente, piena di sé, sempre tesa a voler migliorare la propria considerazione presso gli altri, è semplice ritrovate i dolori che, appena qualche anno prima, Elsa Morante affidava al suo Diario 1938.

Mai titolo fu più adatto di Menzogna e sortilegio. Ciò non sorprende se si prendono in considerazione tutti i tentativi fatti prima di approdare alla titolazione definitiva. È come se dentro questo titolo ci siano tutte le ragioni del romanzo: tramite il sortilegio, Elisa riavvolge la storia della propria famiglia per raccontarla alla carta – altro punto di contatto con Morante; ma è attraverso la menzogna che i personaggi si muovono. Solo la menzogna può salvarli davanti al dolore, metterli in salvo dalle loro disattese speranze, e solo essa è la chiave di tutto il romanzo.

Se Menzogna e sortilegio non è la storia più bella raccontata da Morante, è sicuramente quella meglio scritta: quella che riesce a nascondere meglio sotto la scorza della narrazione, il proprio io. Perché se la letteratura intende ancora metter luce, così, la scrittura, diviene per Morante un modo per osservarsi dentro, per comprendersi; e di riflesso, tutto questo diventa immediato anche al lettore, che non si limita a leggere la storia dei Massia e dei Cerentano, ma che dietro quei personaggi ripercorre alcuni dolori e tappe della stessa Morante – tramite cui, la narrazione tutta diviene più immediata ed emozionante.

L'immagine rappresenta un'istantanea scattata al secondo libro di Natalia Ginzburg, È stato così, pubblicato da Einaudi Editore

È stato così, N. Ginzburg

È il 1947 quando Natalia Ginzburg dà alla stampa il primo libro che reca il vero nome dell’autrice. Si tratta di È stato così, un romanzo breve riproposto in seguito nella raccolta Cinque romanzi brevi, insieme a La strada che va in città, Valentino, Sagittario, e Le voci della sera. La strada che va in città era il titolo del suo primo romanzo, uscito con lo pseudonimo di Alessandra Torimparte.

Per Natalia, il 1947 è un anno importante perché, in qualche modo, rappresenta un momento di discontinuità e rottura con il passato. Da quell’anno molte cose cambieranno per lei e finalmente le sue pene sembreranno ricevere un po’ di tregua – anche grazie all’unione con Gabriele Baldini.

Allora sono passati solo tre anni da quando suo marito Leone è morto nelle carceri di Regina Coeli, fino all’ultimo senza mai rinnegare la sua natura antifascista. Un uomo coraggioso, uno dei padri fondatori della casa editrice Einaudi, che proprio in quegli anni si distinse per la capacità di restare in piedi onestamente anche sotto il fascismo.

Per Natalia la perdita del marito è dolorosa, ed Einaudi – quasi per consolarla, ma sopra a tutto per affetto – le offre il posto di redattrice nella sede romana della casa editrice.

Tra quelle stanze Natalia scrive È stato così, una storia che, tramite il loro dolore racconta del malessere costante in cui vive da quando Leone l’ha lasciata. Il libro è dedicato proprio “A Leone” e dal suo interno esonda una tale struggente malinconia che la stessa Ginzburg riconosce provenire dal suo mal stare.

Ero infatti, mentre lo scrivevo, di un umore profondamente malinconico. Questo umore malinconico, è certo, nel racconto, un difetto. […] Se riscrivessi oggi quel racconto, non so se conserverei quel colpo di pistola, credo piuttosto di no.

Natalia Ginzburg, l’autrice commenta il suo libro per le nostre lettrici, “noi dnne”, xx, 7 marzo 1964

L’incipit di È stato così è fulminante. Sembra l’esordio di un film, l’azione scatenante che mette in moto la storia.

Una donna prende una rivoltella dal cassetto dello scrittoio del marito e gli spara nei occhi. Si infila l’impermeabile e i guanti e poi esce di casa. Prende un caffè al bar e comincia a caminare a caso per tutta la città. Raggiunge un parco, si siede su una panchina, mette in tasca la fede e comincia a riflettere su quello che è appena accaduto. “Ho sparato a mio marito”, pensa, si chiede che cosa dirà alla polizia, loro non potranno mai capirla, e lei teme che non possa essere compresa se non racconta la storia proprio dall’inizio. “È stato così”, direbbe, “È per questo che ho ammazzato mio marito” e comincerebbe a raccontare la storia fin dall’inizio.

Un io narrante – spesso rinnegato da Natalia – si assume il compito di raccontare la storia fin dal momento in cui i due si incontrano, nello studio di un medico.

Eppure, quella prima persona singolare sembra molto di più che un puro accorgimento stilistico, è come se la storia scritta fosse per lei una sorta di continuazione della vita. La fantasia come un mondo parallelo governato dalle emozioni. In quelle pagine, infatti, sono i sentimenti a guidare la narrazione. È come se tutto, i personaggi, i fatti, le parole e persino la sintassi, fossero a servizio dei sentimenti. Sentimenti soprattutto di malinconia, sentimenti come il sentirsi inopportuni e fragili davanti agli altri, o cercare l’armonia fuori di noi stessi.

Il dolore si percepisce persino nella scelta di un linguaggio antigrazioso e di un ritmo serrato che non cala mai. È stato così è una tragedia senza atti.

È il resoconto puntiglioso e quasi cronachistico di una vita tragica e sbagliata senza rimedio alcuno. Il dettato di una donna normale, una piccola borghese intellettuale, una persona semplice che dal momento in cui si sposa chiude il resto del mondo fuori dalla sua vita, e la vita, in qualche modo, cessa di esistere. Eppure, così non è stato per Alberto, suo marito, che invece la tradisce, le mente e che non ha nessun amore per lei, mentre dice deliberatamente di provarne per un’altra donna. E a quel punto c’è solo una via di scampo per la donna: restare incinta.

Una storia terribilmente attuale, breve quanto intensa, che a distanza di settant’anni dal momento in cui venne composta non smette di parlare alla contemporaneità.

L'Isola di Arturo fotografato in mezzo a una tovaglia meridionale

L’isola di Arturo, Elsa Morante

Nella primavera del 1952, Elsa Morante comincia a scrivere L’isola di Arturo. Accade dopo un piccolo soggiorno nell’Isola di Procida, che la Morante compie con suo marito Alberto Moravia. Insieme alloggiano in un albergo che poi diventerà un luogo d’incontro per poeti e artisti provenienti da ogni luogo.

Inizialmente comincia a comporre Nerina, ma ne abbandona la scrittura per la stesura di un’opera che le procurerà la vittoria del Premio Strega 1957.
Il libro viene subito pubblicato da Einaudi, e dona alla Morante il riconoscimento tanto atteso.
Si tratta di un romanzo di formazione raccontato in prima persona dal protagonista del racconto, Arturo Gerace – lo stesso punto di vista che aveva ottenuto i risultati sperati con Menzogna e Sortilegio.

Arturo ha il nome di una stella. È un giovane ragazzo – ha all’incirca quindici anni quando narra la storia – destinato per sempre alla solitudine. Nonostante egli sia impossibilitato di accorgersene razionalmente, è lasciato solo fin dal principio e di questa solitudine soffre immensamente.
Prima tra tutti è abbandonato sua madre, la cui perdita dolorosa – che coincide con la sua nascita – gli cucirà addosso un’amara malinconia, che si porterà appresso per il resto dei suoi giorni. Neanche la religione gli dà conforto, e nonostante sia stato battezzato, Arturo non crede in Dio e si professa fieramente ateo.

I primi anni della sua esistenza trascorrono lunghi e beati tra spiagge e scogliere, anche grazie alla presenza di Silvestro, un soldato balio che si prende cura di lui durante l’infanzia e lo alleva con il latte di capra. Questo personaggio rappresenta per il neonato una figura che, tramite il ricordo, riuscirà ad accudirlo anche quando sarà ormai cresciuto e lontano. Oltre a ciò, una compagnia che sopraggiunge in soccorso delle grandi mancanze.

Suo padre, Wilhelm Gerace, trascorre la maggior parte del tempo lontano da Procida, perché va in cerca di affari e divertimenti in giro per il mondo. Non va d’accordo con nessuno, ma per Arturo è un idolo irraggiungibile, e tutto ciò che gli appartiene pare essere circondato da un’aurea regale. I suoi racconti sono miti leggendari, e ogni compito che gli viene assegnato, per Arturo diviene l’occasione per avere l’attenzione del padre.
Wilhelm gira per l’isola in chiassosi sandali di legno, la camicia aperta sul petto; non ha mai un aspetto presentabile o raccomandabile, ma a lui ha promesso che quando sarà grande abbastanza partiranno insieme alla scoperta del mondo.

È così che scorre il tempo per Arturo Gerace: ogni volta, accompagnando il padre fino al molo per salutarlo con la mano e vederlo andar via, per poi aspettare il suo rientro nel grande Castello.
La loro dimora è un antico monastero dove Romeo l’Amalfitano (il più antico abitante di Procida) si era stabilito – ereditato poi dal padre di Arturo, in quanto suo unico amico.

Il luogo è segnato da una leggendaria maledizione: qualunque donna vi abiterà sarà condannata a morire.

Il castello

sorge, unica costruzione, sull’alto di un monticello ripido, in mezzo a un terreno incolto e sparso di sassolini di lava. La facciata guarda verso il paese, e da questa parte il fianco del Monticello è rafforzato da una vecchia muraglia fatta di pezzi di roccia.

Procida è di origine vulcanica, e nonostante la vicinanza alla più chiassosa Napoli, l’Isola di Arturo non assomiglia per niente alla grande città. Il porto è popolato solo da chiatte o barconi mercantili, lontano dal traffico che affolla quegli altri vicini. Viene descritta come un luogo lontano da qualsiasi tempo e dalla Storia, dove gli abitanti sono taciturni, e il mare ascolta e racchiude i segreti dei procidani.

In tutta l’Isola, regna un silenzio sovrano, e la natura – fatta di ginestre, fiori spontanei e verdi colline – accudisce il giovane Arturo. L’unica compagnia per il ragazzo è Immacolatella, una cagnetta a cui è riuscito ad affezionarsi anche sua padre. Proprio questo animaletto sarà collegato al suo primo grande dolore, derivante dalla sua perdita.

Un giorno suo padre torna a casa con una giovanissima fidanzata, Nunziatella, e Arturo impazzisce di gelosia.

È spaventato dall’idea che abbia deciso di portarla dentro il Castello, e ancor di più teme che le sue attenzioni possano risentirne. Tuttavia, è rincuorato nel constatare che lui non la guardi nemmeno, e sin da subito si dimostra nei confronti di lei sgarbato, autoritario – e persino violento!

L’isola di Arturo narra il passaggio di Arturo dalla sua infanzia alla piena maturità. È un eroe valoroso, la cui storia è raccontata attraverso la moltitudine di sentimenti che prova. Ci sono dentro tutti: il dolore, il tradimento, la solitudine, il rimorso, il rimpianto, la compassione, l’amore, l’amicizia, la lealtà. Per questo ragione, Arturo dovrebbe essere letto più spesso e in quel momento della vita.

Sarebbe difficile, ancora una volta, tentare di inserire la scrittura di Elsa Morante in altri gruppi stilistici. La Morante è una scrittrice totalmente nuova, ogni volta che si appresta a scrivere.

Elsa Morante è precisa, accompagna il racconto con lunghissime e indimenticabili descrizioni che rendono l’ambientazione del racconto dettagliata, e i personaggi finemente caratterizzati. La prosa della scrittrice non lascia intravedere modelli. È asciutta, e ogni suo grande periodare conduce a un’immedesimazione così profonda, che alla fine ci sembrerà di essere noi stessi Arturo. Di aver provato, almeno una volta, ognuno di un ventaglio dei sentimenti raccontati.


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