Aldostefano Marino

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Eguali amori, D. Leavitt

David Leavitt nasce a Pittsburgh nel 1961, si laurea a Yale e, a soli ventitré anni, pubblica la sua prima raccolta di racconti: Balli di famiglia. Il successo e i riconoscimenti arrivano immediatamente, pubblica altri romanzi e diviene uno tra i maggiori rappresentanti degli scrittori ebrei della East Coast americana.
In Italia i diritti dei suoi romanzi sono stati acquisiti di SEM e sono, attualmente, in corso di pubblicazione.

Quando leggo storie raccontate da scrittori di fama mondiale, che scrivono da una vita, e che hanno un ottimo riscontro tra i pareri della stampa mondiale, mi domando chi sia io per poter giudicare un romanzo più o meno valido.
È questo il caso del libro attraverso cui ho incontrato per la prima volta la scrittura dell’americano Leavitt: uno scrittore che mi ha convinto per la sua consacrata capacità di inventare storie, mondi, e spingere alla riflessione più intima; ma che mi ha lasciato un po’ interdetto per il modo che sceglie di raccontarci tutto questo.

Eguali amori è una matassa di storie, un groviglio di emozioni, luoghi, situazioni, persone: ogni abitante del racconto assume un ruolo, una importanza riguardevole, tanto da meritare che parte della sua storia venga narrata, ogni dialogo riferito, anche  seppur non sia necessario ai fini della narrazione (questo è l’unico aspetto delle tecniche narrative che ho trovato un po’ ridondante e per cui, lo giuro, leggerò altro di Leavitt).

Eguali amori è un romanzo famigliare e racconta gli amori diversi, ma eguali, di quattro personaggi principali e di tutte le persone che gli gravitano intorno. È la storia della perseveranza al dolore vero. Dura moltissimi anni, e vive in tantissimi luoghi dell’America: trascina il lettore, pagina dopo pagina, all’interno di storie tutte diverse tra loro, il cui lo scopo primario è quello di dimostrarci che l’amore è sempre amore, in tutte le sue forme.

Racconta l’amore di Nat per Louise: un amore fatto di supporto e dedizione.
Lei, Louise: una donna indipendente e forte, che ha imparato a convivere e a sopravvivere a un dolore più grande di lei. Una donna senza religione, ma attaccata ai valori, alla vita vera, contro i fronzoli di quella vita che il marito si preoccupa appaia perfetta. Ha passato una vita dolorosa, ma tuttavia non si scoraggia e trova supporto spesso in sua sorella, con cui vive un rapporto di amore e odio, in quanto totalmente diversa da lei.
Lui, Nat: un uomo di successo, sfinito dal matrimonio, che cerca conforto altrove e tra le braccia di Lillian, una donna che lo ama e che ammira la sua devozione alla moglie e al suo dolore. Ha passato gli ultimi quarant’anni della sua vita a prendersi cura della moglie malata di cancro, sotto le luci bianche degli ospedali, a sorriderle anche quando proprio non ne trovava la ragione.
Racconta l’amore di Nat e Louise per i loro figli, quindi quello di due genitori impegnati a dargli il meglio e sempre in apprensione per il loro futuro. Danny e April ormai son cresciuti; ora vivono in posti diversi, ma non smettono di ritrovarsi lì, in quella casa dove sono diventati grandi, e da cui son scappati entrambi, dalla Costa dell’Ovest americano verso mete più ambite.
Danny, che è sempre stato un figlio di cui andar fieri, diligente, un avvocato di successo, un uomo con la testa sulle spalle che ha trovato un altro uomo con cui condividere la quotidianità: Walter (ancora amore). Una grande storia d’amore, di naturalezza e pochi eccessi. Danny è un ragazzo cresciuto, il piccolo di casa che si prende cura di tutti, e che non trascorre sera senza telefonare la madre, o volta in cui rifiuti le richieste di soccorso della sorella maggiore. Walter è un amante sincero, solidale e solido, che tutto a un tratto scopre il mondo delle chat d’incontro e si interroga sulla purezza del suo amore per Danny.
April, invece, è fatta di tutt’altra pasta: ha un carattere particolare e ha vissuto l’adolescenza di una teenager americana scapestrata: diventa una cantante rock, ma poi mira ad altri orizzonti e sposa la causa femminista. Le sue canzoni diventano inni cantanti dalle donne, poesie lette nei locali.
April ama, è la sua capacità più grande, così tanto che non riesce a fermarsi: pare che abbia un amore così grande per la vita; sembra che a qualsiasi esperienza possa partecipare, lei sia convinta di doverne prendere parte, provarla, sperimentarla, mettersi in pericolo per essa.

Eguali amori è popolato di personaggi, insegnamenti, vite vissute all’insegna della normalità e altre nel nome della sregolatezza. È abitato da volti, vicini di casa, persone che si incontrano a far la spesa, donne delle pulizie, parrocchiani e rabbini. È un grande minestrone che si beve dalla stessa pentola.

Eguali amori è un romanzo scorrevole, emozionante e affascinante: a tratti confonde, tanti sono i personaggi, ma chiarisce, una volta per tutte, la semplicità, la necessità e l’eguaglianza di tutti i tipi di amore, purché di amore si tratti. 


Eguali amori è una storia necessaria per comprendere che l’amore è sempre amore.

Bruciare tutto, Walter Siti

Bruciare tutto, è il romanzo meno autobiografico del Premio Strega 2013, Walter Siti. Una scelta coraggiosa quella fatta da Rizzoli, che ha deciso di pubblicare una storia bruciante e scandalosa, attirando pesanti stroncature da una parte e critiche molto positive da un’altra. La ragione di questa divisione del pubblico sta sicuramente nella delicatezza e spudoratezza dei temi che Siti ha deciso di raccontare attraverso questa sua storia, con un linguaggio tagliente e acuminato.

Bruciare tutto racconta la storia di don Leo, un prete in lotta con se stesso e con il suo Dio, un’entità a cui sottomettersi che non riesce a liberarsi dell’ombra del suo Avversario; un rapporto su cui interrogarsi ininterrottamente e che, continuamente, lo porta a dubitare di se stesso, prima in quanto uomo, poi in quanto guerriero del Signore. Leo si chiede che cosa significhi realmente amare Dio, dividendosi tra oratorio, mensa dei poveri e ripetizioni a bambini in difficoltà, in una Milano progressista fatta di grattacieli e abitata da immigrati.

Don Leo nasconde dei segreti inconfessabili, e l’amore carnale, ma soprattutto spirituale che lo ha portato a far sesso con un bambino, è ciò che gli tormenta l’anima. Da quell’evento è passato tanto tempo; ora, il sacerdote dei lunghi sermoni e le grandi metafore, un principio di balbuzie che diventa percettibile solo quando è agitato, vive a Milano e ha imparato che il Bene e il Male coesistono in un rapporto di stretta dipendenza l’uno dall’altro.
Bruciare tutto è un romanzo di quasi quattrocento pagine che porta il lettore ad interrogarsi costantemente, mettendolo a tu per tu con le sue credenze, e fornendogli il resoconto di una chiesa corrotta e di fedeli che profetizzano l’amore ma che invece praticano l’odio e la paura.

Tanti e svariati sono i personaggi e le loro personalità che compaiono tra le pagine di Bruciare tutto: ci sono Bianca e Adolfo, una coppia di coniugi in lotta tra loro che guardano a loro figlio più come oggetto da contendersi che come un bambino da proteggere; c’è Andrea, loro figlio, che avrebbe bisogno solo di qualcuno che lo faccia sentire amato.
Ci sono Emilio e Roberto, una coppia di omosessuali che vuole sposarsi, in un’Italia che ha appena concesso le unioni civili; Duilio, un uomo di chiesa con cui don Leo condivide peccati molto simili; e altri tantissimi personaggi che affollano la chiesa e il confessionale, portando il lettore a soffermarsi su temi mai scontati e ancora considerati tabù.

Quello di Walter Siti è un romanzo che scotta, brucia tutto, e a partire da quei preconcetti e pregiudizi ereditati dalla morale cattolica della nostra società, ci incita a far del bene: se nel mondo c’è così tanto male che non può essere eliminato, forse l’unico modo per salvarsi è quello di provare sempre a far del bene.

Sullo snobismo degli scrittori e i dati Istat 2017

L’ultima classifica Istat del 2017, dice che, i lettori italiani sono calati dal 46% al 40%. Il dato che più mi scoraggia è quello che afferma che, una famiglia su dieci, non ha nemmeno un libro in casa, – badate bene, nemmeno uno – neanche quello di ricette, o un regalo poco apprezzato.

In questo enorme dibattito, da una parte ci sono gli scrittori di nicchia, quelli che pubblicano con case editrici più piccine, snobbati per il solo logo misconosciuto sulla copertina dei loro libri; dall’altra quelli più glam, che pubblicano per enormi case editrici.

I primi accusano i secondi di essere troppo snob, di vedere dodici mesi l’anno gli stessi autori in cima agli scaffali, il che è vero: ogni tanto puoi scorgere uno scrittore un po’ meno noto ai vertici, ma capita di rado trovarlo. I secondi invitano i primi a migliorarsi, a far di meglio, per diventare come loro.

Nell’editoria funziona più o meno così: quelli Grandi disprezzano l’editoria a pagamento che, hanno ragione, non serve a nulla: paghi dodicimila euro un tot di copie che dovrai venderti da solo, ad amici e conoscenti.

I Piccoli, ultime ruote del carro, poi devono pagare per comprarsi uno spazietto in vetrina, somme che solo quei Grandi hanno a disposizione, mandare libri a Case editrici che “Ma tu sai quanti libri riceve un editore ogni giorno? Mica può leggerli tutti”. Aspettare otto mesi per una risposta positiva, perché se non sono interessati manco ti rispondono, non hanno tempo!, come se il loro fosse lavoro, e il tuo no.

Allora ti consigliano “Prova a contattare un agente”, che il 90% delle volte paghi qualche centinaia d’euro solo perché ti mandi indietro una lettera di rifiuto.

“Prova con una scuola di scrittura” dicono poi, dove paghi diecimila euro per scrivere un libro con un tutor, così hai un prodotto bello pronto, bello corretto, ché di te c’è solo il nome in copertina, pagato diecimila euro, magari pubblicato da Feltrinelli o Rizzoli. Però l’editoria a pagamento no.

Quando poi, magari, ti capita il famoso colpo di culo e pubblichi un libro, tu che sei un emergente, magari giovane come me, con una piccolissima casa editrice, e organizzi presentazioni in giro per l’Italia per farti conoscere, non mancherà il libraio che ti dirà “Noi concediamo lo spazio solo a chi siamo sicuri venda”, e moderatore che ti dica che è molto impegnato, perché tu non sei nessuno e lui è già qualcuno, e magari nei suoi libri parla dell’importanza dei giovani, del futuro nelle loro – e nostre – mani.

Il mondo dell’editoria è un mondo marcio, fatto di tanti grandi scrittori e pochissimi lettori.

Non critico l’indiscutibile realtà che non tutti possano pubblicare libri, piuttosto la negata possibilità, invece, che tutti, almeno, ci provino.

Il mondo dell’editoria è un mondo che va avanti per conoscenze, per “Mandami il libro e ti dico che ne penso” ma prima che qualcuno te lo dica devi conoscere quello che ha conosciuto quell’altro.

Il mondo dell’editoria è vecchio, profondamente popolato da scrittori che per essere ritenuti “all’altezza” non devono avere meno di sessant’anni, se no è letteratura spiccia. Se hai vent’anni automaticamente hai scritto cazzate, robette da supermercato, come le chiamano loro, come se al supermercato non vendessero anche Tolstoj e Manzoni.

Quel sei percento in meno di lettori che tanto vi dà fastidio è dato dal vecchiumine che popola l’editoria, da quei pregiudizi verso il Fabio Volo di turno, che magari non scriverà di robe illuminate, che pure forse la gente se lo leggerà sotto l’albero o l’ombrellone, ma che vende più di tutti gli altri cinquanta titoli importanti, che lo diventano solo perché gli editori li spacciano come tali.

La mia professoressa delle medie diceva “Leggete, leggete pure le istruzioni della carta igienica, ma leggete”.

Io, nel profondo, sono convinto che leggere faccia bene, sempre e comunque!, che la cultura non si nasconda dietro frasi ben scritte ed enunciati perfetti, sicuramente anche lì, ma soprattutto dietro i mondi, le persone, le sfaccettature della realtà con cui un lettore entra in contatto.

Questo fa cultura.

Questo apre la mente, allarga la conoscenza: non quella del verbo essere, ma delle infinite possibilità che prima non ci erano note e che eliminano pregiudizi e credenze secolari.

Questo è il motivo per cui la gente legge sempre meno, perché nessuno è più libero nemmeno di leggere, perché un libro ti costa 25€ e con quella cifra mi prendo un volo per la Spagna andata e ritorno, perché le proposte sono sempre le stesse e gli scrittori fanno gli snob, credono di essere migliori di quelli che non leggono, di quelli che non si scrivono, di quelli che non riescono a pubblicare e scrivono da una vita, e si sentono in diritto di giudicare l’operato degli altri.

Il problema di fondo di quel sei percento in meno di lettori va indagato nel mondo marcio dell’editoria, non in quello dei lettori.

Se un acquirente non compra un prodotto, il problema sta nel prodotto, non nell’acquirente.

Impariamo a rinnovarci ogni tanto, svecchiamoci, dateci spazio, ché solo i giovani attirano altri giovani, ossia coloro che tra vent’anni rappresenteranno quella piccola percentuale di lettori italiani.

Il caso delle orribili etichette adesive sui libri

Tra le mille cose ricevute per la laurea mi è arrivato un buono gigante da spendere in libri a la Feltrinelli. Così sono andato, ho ispezionato per bene la libreria e sono uscito con due super libricini, considerando che quest’estate c’è l’offerta due libri a 9.99€. Fin qui tutto molto carino, la cosa meno carina invece è stata dover staccare quelle etichette che il signor Feltrinelli ha deciso di appiccicare sopra i libri in promozione. Ora, io, ché sono uno ossessionato dalle condizioni in cui conservo i miei libri, ché ci scrivo la data in cui li inizio e anche quella in cui li finisco, ché uso solo segnalibri e se li stropiccio vado a comprarne una copia nuova, ché non prendo libri in prestito perché devono essere miei, mi domando: ma era proprio necessario?

Ricordo a tal proposito quando, da piccolo, la mia ossessione era stata fortemente alimentata dalla Carrefour Italia quando portai un libro di Pinocchio per farmi realizzare una torta di compleanno con la cialda del cartone animato; mi resero il libro con una di quelle etichette che, a distanza di 15 anni, non si è ancora rimossa.

Questo vuole dunque essere un appello: ma voi, editori, commercianti di torte e pasticcieri, esattamente, che cosa vi salta per la testa quando decidete di appiccicare le vostre etichette adesive, che nemmeno con sette litri di alcol vanno via, sui libri? Che so, non potreste, ad esempio, metterci dei bigliettini dentro, riservar loro uno scaffale apposito, qualcuno che strilli “Due libri a 9.99€” o risparmiarvi pure queste etichette, ché i cinque euro che risparmio poi li spendo dal bangladino sotto casa per comprare dieci litri di alcol etilico?

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