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POLLOCK e la Scuola di New York, Complesso del Vittoriano

Dal 10 ottobre fino al 24 febbraio all’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano sarà possibile godere di uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New York: tra Jackson Pollock, Rothko, de Kooning e molti altri rappresentati della Scuola di New York.

La mostra POLLOCK e la Scuola di New York è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia. È allestita e curata da David Breslin, Carrie Springer e Luca Beatrice. Attraverso più di cinquanta opere, la mostra rende omaggio all’Espressionismo astratto, tra espressività della forma e astrattismo stilistico. 

Special Partner ufficiali della mostra sono Q8, Ricola, RDS, e Trenitalia.
L’evento è consigliato da Sky Arte HD, e il catalogo è edito Arthemisia Books

In esposizione il frutto di quella rivoluzione partita nella seconda metà degli anni Cinquanta. Un movimento nato dall’esclusione degli action pianters da una delle mostre contemporanee più importanti del tempo, tenuta nel Metropolitan Museum di New York.

La prima sezione della mostra è dedicata a Jackson Pollock. Ci troviamo a New York, il cuore pulsante di questa rivoluzione espressionistica. Pollock è nato a Cody, in Wyoming e all’età di diciott’anni giunge nella Grande Mela. Il suo carattere è schivo,  è un ragazzo di poche parole, ma tuttavia, seppur silenzioso, Jackson riuscirà a farsi espellere da scuola perché indisciplinato. 
Verso gli anni Trenta incontra Lenore Krasner e se ne innamora. Anche lei è un’artista, costretta a rifugiarsi sotto il nome maschile di Lee per esercitare l’arte. Insieme si trasferiranno a Long Island e lì, la moglie, si dedicherà appieno a promuovere la carriera del marito. Sarà proprio qui, all’interno di un enorme studio ricavato in un fienile, che Pollock potrà approcciarsi alla tecnica dell’improvvisato dripping, rappresentante dell’incontro tra gestualità del corpo e dipinto. Mentre fuma, sulle sue tele che si fanno sempre più grandi, Pollock fa colare bastoncini, e pennelli, accompagnandoli con danze.

L’arte non è più solo ciò che vediamo quando l’opera è finita, ma anche il suo stesso confezionamento.

La seconda sezione riguarda invece gli artisti della Scuola di New York: gli Irascibili. Essi si allontano dalla raffigurazione e la rappresentazione diventa sempre più astratta. L’arte non è più qualcosa che rappresenta qualcosa d’altro, ma qualcosa che nel suo essere diventa rappresentazione.
Tra loro Arshile Gorky, profondamente influenzato dal surrealismo, la cui opera più celebre, una delle tre varianti, Il fidanzamento, è esposta tra le sale del Vittoriano.
Motherwell, tra i 
fondatori della Scuola di New York, sperimentatore di tecniche come il collage e la stampa.
David Smith, l’unico scultore che possa definirsi espressionista astratto. Egli lavora con scarti di ferro attraverso processi di assemblaggio, realizzando totem in acciaio inossidabile dalle linee astratte, trasposizioni scultoree della lezione pittorica cubista.

Un’altra sezione, dedicata a Franz Kline, mostra i suoi lavori: tele astratte, collage e dipinti in bianco e nero. L’artista che pianificava le sue opere attraverso rapidi schizzi preparatori sull’elenco telefonico, è certamente un astrattista, ma i suoi lavori rivelano richiami alla realtà, in particolare all’architettura di New York. Infatti, soggetti delle sue opere sono: grattacieli, strade, ponti, luci. Anche lui, tuttavia, rinunciò alla figurazione: è nell’atto di dipingere che decide ciò che dipingerà, un’organizzazione che diventa un dipinto. E anche lui, come il capostipite della Scuola di New York, morirà prematuramente per un attacco cardiaco.

E poi Ad Reinhardt, un grande amatore delle opere della moglie di Pollock: egli è un visionario, sapeva che l’arte deve cambiare per poter rinascere. Anticipò con Rothko l’espressionismo attraverso figure squadrate ed esplorando il colore in tutte le sue graduazioni. Realizzò opere monocromatiche, in nero, rosse, blu; e col suo linguaggio apriva le porte a una nuova stagione pittorica. Assieme agli uomini cominciano a emergere anche i lavori di donne, come Helen Frankenthaler, Grace Hartigan…

Infine, ampio spazio è dedicato a Willem de Kooning e Mark Rothko.
Il primo dedicò all’arte ben sessant’anni della sua vita, durante la quale non mancò mai di reinventare il suo modo di dipingere. Il momento più alto è quello legato al rappresentare la natura fugace e libera delle donne. In queste opere vi è una esplosione di colori fluidi. Le donne non smisero mai di ispirarlo.
Mark Rothko, padre del The Ten, il gruppo che fondò con Gottlieb, realizza quadri di enormi dimensioni, dove pennellate estese di colore disegnano rettangoli luminosi. Sulla superficie pittorica pochi tocchi e decisi: la sua arte è dedicata alla contemplazione, un’arte di assoluto silenzio dopo il chiassoso Espressionismo astratto. Contrariamente alla forza predominante dei quadri di Pollock, quelli di Rothko rappresentano la calma attraverso un approccio che potremmo definire lirico. Morirà suicidandosi nel suo studio a New York, ormai convinto di essersi gravemente ammalato.

POLLOCK e la Scuola di New York è una mostra che tutti, se abbiamo la possibilità di farlo, dovremmo visitare. Tante sono le opere esposte. La voce dell’audio guida interpreta la moglie di Pollock e ci accompagna attraverso un viaggio alla riscoperta dei grandi cambiamenti degli anni Cinquanta. 

Come per la mostra di Warhol, anche per questa, Arthemisia Group include alcune stanze espositive interattive: particolare l’ultima che ci permette, attraverso un’alta tecnologia, di realizzare la nostra opera tramite la gestualità. 

 

 

 

 

 

Potete acquistare i biglietti per la mostra QUI.

Se volete condividere sui social le vostre foto, utilizzate l’hashtag ufficiale #MostraPollock

 

 

 

 

Andy Warhol, Complesso del Vittoriano

Al Complesso del Vittoriano – Ala Brasini – arriva la mostra dedicata al Re dell’arte moderna: Andy Warhol. L’allestimento della mostra è prodotta da Arthemisia Group, mentre la cura è stata affidata a Matteo Bellenghi.

Arthemisia, è un’organizzazione di professionisti con sede a Roma e Milano. Fino a oggi si è occupata dell’allestimento di quasi seicento mostre, tra artisti interessantissimi e di fama mondiale.
Attualmente a Roma, due sono le mostre di cui si occupa il team di Arthemisia: Andy Warhol, appunto, e POLLOCK e la Scuola di New York

La mostra di Warhol ha come partner ufficiale RDS e l’evento è consigliato da Sky Arte HD: da oggi, assolutamente, anche dal sottoscritto.

Attraverso 170 opere, la mostra ripercorre le tappe fondamentali della vita artistica e privata del celebre artista americano di Pittshburg.
Nel 1962 Andy comincia a utilizzare la tecnica serigrafia, riproducendo le celebri lattine Cambell’s Suop, sottraendole ai supermercati e rendendole opere d’arte: proprio da qui ha origine il suo modo di far arte. La sua arte, difatti, non è mai stata fine a sé stessa. Semmai indagatrice di quella massificazione livellatrice di ogni gusto e desiderio del tardo Novecento. Devoto a questi prodotti da supermercato, tra i quali la Coca-Cola, Andy Warhol arrivato a New York si sentì amato e considerato uguale a tutti quanti: una società dove, questi oggetti di mercato, diventano simbolo di un abbattimento del divario tra ricchi e poveri. Così come il più ricco degli uomini, anche la Coca-Cola del più povero avrà lo stesso sapore di quella acquistata da un milionario.

Inizialmente il personaggio di Warhol sarà identificato come “lo straccione”, “il pubblicitario”,

Warhol ama la serigrafie e anche il pubblico comincia ad ammirarle e a riconoscerle.
In una bulimia di immagini, attraverso un procedimento freddo e meccanico – simbolo di una società consumistica e omologata – Warhol si dedica alla riproduzione in serie delle star del momento.
Marylin Monroe, Elvis, le Drag Queen: ogni celebrità adora essere soggetto della sua arte.

Ma la serigrafia di Warhol, per derivazione diretta dall’influsso di Man Ray, indaga anche i fiori, per esempio. Ora fotocopie e non più rappresentazione unica della natura.
Anche la Gioconda diventa oggetto delle sue opere: diversamente da Duchamp e dai dadaisti, il suo intento non è quello di demistificarla, Warhol piuttosto vuole donarla a tutti perché l’arte è diventata oggetto di consumo. E anche Monna Lisa diventa una star, riprodotta e conosciuta esattamente come la Monroe.

In quella New York che ha saputo “avvolgerlo” e accoglierlo come desiderava, Warhol comincia a frequentare i locali più rinomati. Tra questi spicca lo Studio 54, frequentato da personaggi del Jazz, del cinema, e della letteratura, tra cui Gianni Agnelli, Liz Taylor, Truman Capote, Paloma Picasso, e molti altri. Un night club vetrina di lustrini, droghe e stravaganze dove le star venivano immortalate dalla polaroid del re della Pop Art.

Nel 1963 Warhol si trasferisce nel suo celebre studio, la Silver Factory, i cui muri erano completamente avvolti dalla carta stagnola. Frequentatissimo da artisti del calibro di Bob Dylan, Jack Kerouak e Salvador Dalì, lo stravagante Warhol amava immortalarli in polaroid. Si ricordi che per ogni uomo di potere, farsi fotografare o ritrarre da lui, diventava segno distintivo e riconoscimento sociale. Per le donne ama divertirsi con i loro capelli, e degli uomini adora immortalarne le mani e le sigarette.

Tra gli anni Settanta e Ottanta, Warhol fonderà la rivista Interview, interamente dedicata alle celebrities di tutto il mondo. Questa lo consacrerà come il più grande e prolifico artista vivente: un grande rivoluzionario del linguaggio artistico moderno.

Nel pieno della fama e della popolarità, il mondo dovrà fare a meno di Andy Warhol perché, nel 22 febbraio del 1987 morì sotto i ferri di una semplicissima operazione alla cistifellea. Un artista che è stato in grado di estendere il concetto e il mercato dell’arte, per cui non sarebbe azzardato sostenere che se Warhol fosse ancora vivo, oggi avremmo una evoluzione di quell’arte, più istantanea e immediata. Tantomeno verrebbe difficile immaginarlo mentre litiga sui social network, o condividendo arte alla mercé di follower e likes.

Un amabile viaggio alla scoperta del Re della Pop Art, attraverso contenuti interattivi e stanze dedicate alla tendenza sempre più pop di rendere l’arte social. Sarà un’occasione, insomma, per potervi sentire parte integrante del lavoro artistico di Warhol.

    

     

 

Potete visitare la mostra fino al 3 febbraio 2019.
Trovate i biglietti in vendita QUI.

Se volete condividere sui social le vostre foto, utilizzate l’hashtag ufficiale #MostraAndyWarhol

 

 

 

 

 

DREAM. L’arte incontra i sogni, al Chiostro del Bramante

La mostra DREAM, l’arte incontra i sogni, a cura di Danilo Eccher, arriva nelle sale espositive del Chiostro del Bramante, a Roma.

La mostra completa la trilogia iniziata con LOVE, l’arte incontra l’amore (2016), ENJOY, l’arte incontra il divertimento (2017). DREAM è una mostra dalle aspettative molto elevate, sicuramente anche grazie all’enorme battage pubblicitario. Ahimè,a me ha lasciato un po’ perplesso.

Prima di parlarne chiarisco un mio punto di vista a proposito dell’arte concettuale e, più in generale, su quella contemporanea.

Non siamo tutti critici d’arte, viaggiamo su sensibilità diverse e, talvolta, qualcosa genera in noi determinate sensazioni che in qualcun altro difficilmente prenderebbero piede. Ma è proprio questo che l’arte dovrebbe fare: se osservata con attenzione, dovrebbe generare un cambiamento.

Come funziona? Be’ certo non usciamo da una mostra evidentemente cambiati, con un’altezza differente. Anche la perplessione è uno stato d’animo, e quindi un cambiamento.
Allora si potrebbe dire che DREAM ha fatto in qualche modo ciò che avrebbe dovuto fare: stupirmi, positivamente o negativamente.

Per Joseph Kosuth l’arte concettuale è quella fondata sul pensiero e non più su un mero piacere estetico. Parliamo dei dadaisti, di Duchamp, artisti dunque che hanno totalmente stravolto la concezione di arte intesa come oggetto estetico: nessuno davanti a un water potrebbe mai emozionarsi realmente, o forse qualcuno sì, ma ancora non io.

Se per arte, infatti, intendiamo, quel qualcosa attraverso cui, noi vediamo dell’altro, allora certamente la Gioconda coi baffi (L.H.O.O.Q.) sarebbe arte. La Gioconda alla mercé di tutti è il prodotto del cambiamento industriale in corso nel Novecento.

Secondo me l’arte è una metafora.

La mostra DREAM è un percorso che, attraverso artisti come Bill Viola, Mario Merz o Henrik Håkansson, ripercorre le tappe fondamentali dei sogni. In che modo lo fa? 

Il Chiostro del Bramante ospita venti artisti, le quali opere risultano ben integrate con l’ambiente espositivo – ora attraverso giochi di luce, ora schermi riflettenti -. Perché l’ambiente diventa opera: come se, queste opere, possano esistere una volta sola, e ogni volta in modo diverso rispetto alla precedente. Opere non riproducibili, a causa della loro disposizione nello spazio. Potrei citarne una, per esempio, quella di Anish Kapoor, dove due pietre rappresentano il sogno, ma occupano uno spazio che non sicuramente sarà quello occupato nel suo prossimo ambiente espositivo. Perciò quest’opera esisterà così come possiamo vederla oggi fino al mese di maggio e non oltre.

È il secolo dell’irriproducibilità dell’opera come ci teneva a definire il Novecento il filosofo Adorno.

Entrando più nello specifico di questa mostra, il percorso DREAM rievoca immagini che prima o poi capita a tutti di sognare: la pioggia, la natura, l’ombra, il sogno o la caverna, e le ripropone, attraverso un connubio di musica, video, e luci.
Queste immagini possono essere rievocate a patto che si presti molto attenzione alla voce dell’audio guida (tra le tante quella di Cristiana Capotondi, Alessandro Preziosi). Le voci di attori noti al grande pubblico accompagnano questo viaggio e raccontano storie che rievocano il sogno rappresentato dall’opera esposta.

Un’opera ampiamente fotografata è LIGHT is TIME di Tsuyoshi Tane. Una pioggia di piastre metalliche dà vita a un movimento, “espressione dell’acqua che feconda la terra e purifica l’anima”. 

Opere tutte estremamente concettuali, che divertono, intrattengono, talvolta riescono a smuovere qualcosa ma potrebbero fare meglio.

Mi sarebbe piaciuto sentire meno storie e più spiegazioni.
Ma alcune delle opere esposte o installate sono veramente meravigliose: ci puoi interagire e sentirtene parte parte.

Ho seguito i sogni e i racconti con attenzione ma la mostra mi ha lasciato perplesso, per due motivi. Il primo è che i racconti mi sono sembrati un po’ forzati nel collegamento alla singola opera.
Il secondo è che le opere mi son sembrate più destinate a finire su un social network, che a essere contemplate da vicino. Anche in questo caso, mea culpa: magari non sono in grado, io, di apprezzare l’arte se questa viaggia in ambienti ancora da dibattere e da conoscere a fondo.

Ma alla fine che cos’è l’arte?

    

Potete acquistare i biglietti per la mostra, QUI

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