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Il libro David Golder di Irene Nemirovsky rappresentato aperto, sull'intestazione, con tre tulipani rosa al suo lato.

David Golder, I. Némirovsky

Correva l’anno 1929 quando sulla scrivania del prestigioso editore francese, Bernard Grasset, arrivò un manoscritto anonimo che si intitolava David Golder. Grasset proprio non aveva idea che dietro quel lavoro potesse nascondersi una donna, perché era convinto si trattasse di un autore maschile.

Per tale ragione, Grasset decise di affidare la ricerca ai giornali, affinché l’autore potesse farsi vivo. Tuttavia, l’autrice che rivendicò l’opera era Irène Némirovsky, una giovane donna russa dell’alta borghesia, rifugiatasi in Francia dopo la rivoluzione bolscevica. Ciò che sorprese l’editore fu proprio che a scrivere una storia sì tanto cruda e brillante, potesse essere una donna.

Tanto l’editore era sorpreso che la interrogò a lungo per comprendere se facesse da prestanome a qualche altro romanziere; ma appena l’opera uscì, il successo ne fu presto decretato unanime.

Insieme alla sua opera, immediatamente divenne celebre anche il nome di Irène Némirovsky.

Scrittori, autori e critici convennero che l’opera dell’autrice fosse qualcosa di mai visto prima. E la scoperta al grande pubblico di questo nuovo talento, mise d’accordo anche personaggi di estrazioni sociali totalmente divergenti tra loro. Ma sempre, ciò che più stupiva chiunque la leggesse, era che «David Golder porta la firma di una donna, si deve quindi riconoscere che è scritto da una donna».

Il passato travagliato dell’autrice forse non sarà noto a molti ma, dimenticate per molto tempo, tutte le opere di Némirovsky ripresero a circolare solo nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Di sicuro, il tentativo di far luce su un’autrice ingiustamente scomparsa va ricondotto alla scoperta del suo romanzo più celebre: Suite francese. Un romanzo che per molti anni è stato custodito dalle figlie di Nemirovsky, le uniche della famiglia che riuscirono a mettersi in salvo dalla strage nazista.

David Golder è un’opera diversa dalle altre, prima di tutto perché il protagonista è un uomo.

David Golder è un ricco banchiere ebreo – proprio come il padre di Irène. Da ventisei anni egli è in società con Simon Marcus, insieme hanno fondato una ditta che conta quattro sedi tra Londra, Berlino, Parigi e New York. Tuttavia, il suo socio Marcus è colpevole di aver fatto un investimento sbagliato e di aver buttato l’azienda sotto una cattiva luce. Ha provato persino a imbrogliare l’astuto e temutissimo banchiere, ma è Golder che lo smaschera e lo butta fuori dall’azienda.

Golder è un uomo ricco e senza scrupoli: un personaggio che per tutta la vita non si è curato di nient’altro che della propria azienda. È come se egli, per oltre ventisei anni non abbia fatto altro che ricoprire un ruolo confezionatosi addosso: quello di capo, marito e padre, che non ha tempo da dedicare a nessuno che non ha a che fare con i suoi affari.

Il denaro, ancor prima di Golder, è il protagonista della novella. È ciò che tutto muove, e verso cui ogni pensiero tende.

Di Golder, i soldi sono l’unica cosa che interessa agli altri. Sua moglie non fa altro che domandargliene, per poi spenderli e spanderli in giro per il mondo, alla ricerca di sempre nuovi dispendiosi uzzoli da soddisfare. Sua figlia, viziata e considerata come la bambina più bella e più intelligente del mondo, ha imparato presto dalla madre: anche lei considera il padre solamente come qualcuno pronto a darle i soldi che richiede. E non importa se, di volta in volta, le richieste si fanno sempre più cospicue, e Golder si ritrova sempre a dover cercare nuovi affari e nuove entrate, è come se da qualche parte fosse scritto che nella famiglia Golder le cose possano andare solo in quel modo.

Ma appena qualche pagina dopo l’esordio, Golder ha un terribile attacco di angina pectoris e la sorte rimescola le carte delle loro esistenze.

Esistenze precarie, grette, dedite solamente a soddisfare le proprie necessità, ma che poi, nel momento del bisogno, non esitano a impaurirsi quando il destino le pone davanti al rischio di perdere la loro preziosa fonte di sostentamento. Perché è questo che Golder rappresenta per tutte le persone con cui viene in contatto: nient’altro che una banca.

Al di là dei suoi soldi non c’è alcun affetto, consolazione, ragione che porti le persone che gli stanno attorno a intristirsi per la sua sventura. E a nulla valgono le raccomandazioni del medico di non metterlo al corrente della sua malattia, di lasciare che egli possa riposare e rimettersi in forza. L’unica cosa che muove tutti i personaggi è il denaro e il morboso attaccamento che le persone hanno alle ricchezze.

Perciò David Golder si trasforma presto in un romanzo che tra le righe nasconde una denuncia al mondo ebraico del primo Novecento.

Da poco arrivata in Francia, lontana dalla morale protestante, quella prima Némirovsky venne da molti ritenuta antisemita. Il carattere di Golder, infatti, è fortemente negativo. Egli non persegue valori diversi dai soldi e costantemente è dominato da un’avarizia senza scrupoli. Ma fu proprio la scrittrice a screditare quest’opinione errata che si erano fatti sul proprio conto:

Perché i francesi Israeliti si vogliono riconoscere in David Golder?

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vie d’Irène Némirovsky, Parigi (Grasset Denoël) 2007, pp 189

È vero anche che i Nemirovsky, appena giunti a Parigi, erano felici di considerarsi lontani dagli ebrei tradizionali, poiché volevano a tutti i costi raggiungere l’assimilazione con la cultura del luogo ove si erano stabiliti. Ma mai, l’opera, voleva essere deliberatamente un attacco mirato agli ebrei.

Tanto che nel 1935, proprio Nèmirovsky dichiarò che se al tempo in cui pubblicò David Golder, Hilter fosse stato già al potere, avrebbe addolcito le figure degli ebrei che andava raccontando. Poiché ella non voleva affatto renderli mira diretta delle proprie storie, ma piuttosto sfruttare per i personaggi dei suoi racconti i difetti che rilevava all’interno della comunità; su cui certamente le veniva più facile costruire narrazioni di successo.

Quel tono accusatorio nei confronti degli ebrei, dominati dall’odio e sempre estremizzati, proviene forse, in maniera più immediata, dalla brutta situazione famigliare in cui Némirovsky era costretta.

Sono certo che con questa affermazione non rivelerò nulla di nuovo ai più attenti nemirovskiani: perché è infatti noto a molti che Némirovsky ha sempre provato a riprodurre sulle pagine le proprie sofferenze.

Suo è il padre banchiere sempre intento a occuparsi di affari che realmente fallì nei propri investimenti. Ma suo è anche il tipo ricorrente di madre insopportabile, costantemente alla ricerca di svaghi e amori effimeri, attraverso cui far progredire la propria posizione sociale e la considerazione che il mondo che conta ha di lei. Un tipo che ritorna in David Golder, ma presente in tutti i suoi romanzi: Il vino della solitudine, Il ballo, per raggiungere la più matura delle crudeltà in Jezabel.

E ricorrente, affine a queste madri vanitose e altamente malvagie, è il tema della famiglia, dei bambini lasciati crescere nell’indifferenza – come se la loro importanza durasse il tempo di esser concepiti.

David Golder ci consegna una Nemirovsky della prima ora, all’interno di cui è possibile ritrovare i topoi dell’intera produzione.

Un libro dove è possibile ritrovare alcuni dei problemi che animano anche le famiglie del XXI secolo. Una storia attuale, scritta attraverso una struttura finemente costruita; una narrazione densa di cattiveria, odio, e tristezza, che si frappone tra il genere autobiografico e il romanzo.

Ma al di là di tutto, ciò che resta alla fine di tutti i libri di Némirovsky, è che sono libri preziosi, anche quando non ne si conosce la storia che li ha concepiti.

Immagine del libro Paura di Stefan Zweig ritratta sul legno e trani tulipani rosa.

Paura, S. Zweig

Mi sono imbattuto in Stefan Zweig più per caso che per una mia espressa volontà. Per la prima volta, volenteroso di aggiungere nuovi tomi alla mensola dedicata alla Piccola Biblioteca Adelphi, mi son lasciato guidare dal suggerimento di una collega.

Il 2021, poi, ho pensato che debba essere un anno di nuovi incontri, autori mai lette e storie inedite. E quale migliore occasione, allora, per dedicarsi a un autore di cui non conoscevo praticamente niente?

Stefen Zweig è stato scrittore, drammaturgo, giornalista e poeta austriaco naturalizzato britannico. Nacque a Vienna nel 1981 da un’agiata famiglia ebraica, secondogenito dell’industriale Moritz Zweig e di Ida Brettauer – appartenente a una famiglia di banchieri.

Zweig studiò filosofia tra Vienna e Berlino, e appena concluse gli studi si dedicò all’esplorazione e alla scoperta del mondo. Girò l’Europa in lungo e in largo, cominciò a scrivere poesie influenzato da Rilke, soggiornò per molto tempo a Parigi, poi a Londra, e in quei posti ebbe modo di incontrare alcuni tra gli intellettuali più in vista del tempo, tra cui lo scrittore Hesse, lo scultore Rodin e molti altri. Ma soprattutto, a quegli anni risale l’incontro più importante: quello con Friderike Maria von Winternitzhttps, una donna già sposata ma con cui in seguito si unirà in matrimonio.

Terminata la prima guerra mondiale Zweig ne uscì molto smarrito, poiché il conflitto distrusse l’Europa in cui egli era nato e cresciuto.

Insieme alla moglie, Zweig si stabilì a Salisburgo, e da quel momento cominciò ad affermarsi come scrittore. Amok, una delle prime novelle pubblicate divenne uno degli scritti più tradotti del tempo; Drei Meister (una raccolta delle biografie di Dickens, Dostoevskij e Balzac) contribuì ad accrescere la sua fama di biografo. In poco tempo, così, Zweig fu riconosciuto da tutti come uno dei più grandi autori del secolo. Egli, inoltre, era un instancabile collezionista, e per tal ragione bramava e raccoglieva alcune tra lo opere autografe più importanti del tempo: da Mozart a Beethoven, da Goethe a Balzac.

Come Einstein, Freud, Mann e altri sfortunati geni del Novecento, il nazismo mise al bando molte opere di Zweig. I suoi scritti vennero bruciati e il suo nome sgualcito, e per il dolore, nel 1934, lasciò l’Austria e la sua famiglia e si trasferì da solo a Londra.

Nel 1939, dopo aver divorziato con la moglie, Zweig si trasferì a New York in compagnia della sua giovane assistente, Lotte Altmann. Già allora egli sapeva che non avrebbe più fatto ritorno in Europa, tuttavia, in pochi anni lasciò anche la Grande Mela per trasferirsi in Brasile.

Infine, in Brasile, Zweig – all’età di sessant’anni – e sua moglie saranno ritrovati senza vita distesi sul loro letto coniugale.

Le ragioni sono chiare: Zweig soffriva di crisi depressive ed era ormai finito dentro un vortice per cui gli era impossibile ignorare la situazione in cui la sua Europa era piombata. Accanto alle loro spoglie, un’ultima dichiarazione, un saluto estremo, un biglietto scritto a mano dall’autore:

Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo.

Una vita segnata dalle minacce, e la paura che si manifesta come sentimento ricorrente durante il corso di tutta la sua esistenza.

In tal modo mi piace pensare che esista un collegamento tra la volontà di scrivere una novella su questo sentimento angusto, e i patemi che per tutta la vita hanno accompagnato l’autore. Perché mai, in nessun altro scritto, ero riuscito a trovare tanta intensità e onestà nel descrivere un sentimento così avvezzo a tutti, quanto invece Paura fa.

Paura non è una storia del terrore, ma sul terrore. E in che modo Zweig decise di raccontare questo sentimento? Tramite la storia di Irene Wagner: una donna che giunta all’età di trent’anni, stanca della propria quotidianità, del marito e dei figli, comincia a tradire il proprio uomo.

Ma ogni volta, appena ella varca l’uscio dell’amante, la paura si impadronisce di lei, tanto che deve aggrapparsi alla ringhiera per non cadere dalle scale.

È la paura di essere scoperta, che qualcuno possa riconoscerla camminare per strada, vederla uscire da casa dell’amante e domandarle da dove giunga. È la paura che suo marito possa scoprire quella brutta storia, e che lei possa perdere tutte le certezze che ha fatto fatica a radunare.

Eppure, la storia di Irene comincia proprio nel momento in cui la sua grossa paura diviene realtà. Ella, uscita da casa dell’amante incappa in una donna misteriosa, una sordida ricattatrice che sa tutto di lei e che comincia a minacciarla. Da quel momento comincia il vero incubo: la donna inizia a pedinarla, la bracca fuori da casa propria, le domanda del denaro e le sue richieste divengono sempre più cospicue.

E Irene non può che soddisfare tutte le richieste dalla ricattatrice, perché è tremendamente impaurita che suo marito possa scoprirla. Anche lo sguardo di Fritz Wagner ormai la atterrisce: le sembra quasi che abbia capito tutto e che aspetti solamente il momento di poterla accusare. Inoltre, proprio in quei giorni, è stato lui a esporle un pensiero che gli è venuto al lavoro: il colpevole soffre più per quella paura di essere scoperto, per l’ansia di doversi nascondere, che non per il timore della punizione. Che i tentativi di suo marito non siano solo un modo per farle comprendere che anche lui ha compreso tutto?

Con un’attenzione spettacolare verso la psicologia dei personaggi, Zweig segue l’adultera nelle sue giornate pregne d’ansia e rimorso, tormentata dalla sua ricattatrice e infine da se stessa.

Descrizioni accurate, personaggi ben delineati e dialoghi lampanti, in un libro di appena cento pagine, che si costruisce tutto in un crescendo, fino a un estasiante colpo di scena finale che rimette in discussione ogni cosa che si è letta fino all’ultima riga.

La casa dalle finestre sempre accese, di Anna Folli, rappresentato in mezzo a delle carte e al libro di Proust

La casa dalle finestre sempre accese, A. Folli

È uscito nel mese di settembre l’ultimo libro di Anna Folli, La casa dalle finestre sempre accese, edito da Neri Pozza.

Tra corso San Maurizio e il Lungo Po Cadorna, a Torino, c’è un edificio color sabbia, la casa dalle finestre sempre accese. È un luogo senza tempo, in cui intellettuali, letterati, pittori, artisti di ogni genere, e amatori dell’arte, si ritrovano per dar vita a uno dei più grandi salotti culturali del Novecento.

Ora sono qui, davanti a un edificio color sabbia con le finestre che guardano il fiume e la collina: in questo palazzo sobrio e molto sabaudo non è cambiato quasi niente da quando, in un appartamento al secondo piano, Giacomo e Renata Debenedetti iniziarono la loro vita insieme.

Nel 1919, durante una sera d’inverno, Giacomo Debenedetti e Renata Orengo si incontrano al Teatro Regio di Torino.

Renata Orengo, allora ha solo dodici anni, ed è seduta nella prima fila del loggione per ascoltare I maestri cantori di Norimberga. Accanto a lei, siede un ragazzo pallido che è stato ritratto da Felice Casorati, è Giacomo Debenedetti. A invitare Giacomo a casa loro è la madre di Renata, Valentina Orengo, perché in lui scopre un raffinato ascoltatore. La passione in comune per la musica e per Wagner li fa subito empatizzare, ma a spingerlo fino a casa loro non è solamente la dedizione per le arti. È Renata ad averlo attratto dal primo momento che l’ha vista a teatro, coi suoi modi gentili e la sua inesperienza.

Renata Orengo nasce da Valentina e il marchese Antonio, una coppia borghese che si oppone al proprio destino. La marchesa parla perfettamente il francese, il russo, l’inglese e il tedesco, “ma nel suo italiano si mescolano parole francesi e russe, il dialetto ligure e quello piemontese”. Il suo vangelo è Guerra e pace. Tra i due genitori è la madre quella più rivoluzionaria: una donna interessa a tutto e molto più colta di quanto fosse abituale per una signora del suo tempo e della sua estrazione sociale.

Tuttavia, alla marchesa Orengo non sono sfuggiti quegli sguardi e quei sospiri tra sua figlia e Giacomo, e colpita dal ragazzo non fa nulla per impedir la loro vicinanza.

Giacomo nasce a Biella il 25 giugno del 1901, da una famiglia ebraica commerciante di tessuti. Di quegli anni, Giacomo non parla spesso e allora non può ancora sapere che, dopo il trasferimento a Torino, la sua vita cambierà per sempre.

Da ragazzo, Giacomo è molto intelligente e ha la capacità di “assorbire nozioni e di elaborarle in un modo che è soltanto suo”.
Torino gli appare subito come una grande città, i nuovi compagni lo ammirano, e i professori lo portano a modello.

Ma durante la prima adolescenza la sua esistenza viene sconvolta dalla perdita dei genitori.

Il padre muore per un cancro allo stomaco, e poco dopo, sua madre Elisa di spagnola. Per questo, il giovane Giacomo verrà affidato alle cure dei suoi due zii, Alessandro e Natalia, ma da allora gli sembrerà sempre di svegliarsi in un mondo che non è più il suo.

A diciassette anni, Giacomo si iscrive alla facoltà di Ingegneria Meccanica, come aveva promesso a suo padre.

Appena ventenne, Giacomo è già considerato da tutti un piccolo genio. È tutto un “gioioso accumulo di nozioni e progetti che gli aprono le porte del mondo torinese”. La sua vita è un susseguirsi di letture, di studi, ma sopra a tutto di incontri e scambi con letterati, poeti, filosofi, pittori. Fin da allora, ciò che Giacomo vorrebbe per sé non è la carriera che poi intraprenderà. Debenedetti vuole diventare uno scrittore, si circonda di personaggi da cui può sempre apprendere qualcosa e ogni momento libero cerca di trascorrerlo barricato nella propria stanza.
Proprio durante quegli anni, una delle sue prime frequentazioni è il futuro critico Gianfranco Contini, con cui conduce lunghe passeggiate su via Po. Tuttavia, il punto di riferimento di Giacomo e di tutti i giovani intellettuali di quegli anni è Benedetto Croce, ed è proprio lui che, nel 1922 ha letto un suo articolo e vuole sapere qualcosa di lui.

Per Giacomo è il momento delle grandi amicizie. Frequenta Cesare Angelini, Eugenio Montale, il critico Renato Serra, mentre i suoi compagni non pensano ad altro che godersi gli ultimi anni dell’adolescenza.

Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant'Anselmo all'Aventino
Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant’Anselmo all’Aventino

Assidue sono le visite di Giacomo nello studio di Casorati, dove incontrerà personaggi significativi per il suo percorso, come Lalla Romano e Paola Levi Montalcini. Tra gli invitati c’è persino Daphne Maugham – la fascinosa nipote di Somerset Maugham che raggiunge Casorati per imparare dipingere e infine si sposano.

Giacomo Debenedetti, Carlo Levi, Mario Soldati, Natalino Sapegno, Sergio Solmi, Giacomo Noventa, Guglielmo Alberti e molti altri – tutti più o meno coetanei – formano un gruppo unico e solidale. E Giacomo comincia a lavorare con i maggiori giornali del tempo: prima a Energie nuove, poi alla Rivoluzione liberale e al famigerato Baretti.

Da quel lontano 1919, Debenedetti continua a frequentare casa Orengo e tra Giacomo e Renata non si è mai spenta l’attrazione originaria.

Fino a quel momento, la futura inquilina della casa dalle finestre sempre accese ha avuto una vita tranquilla e protetta. Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di Storia dell’Arte, poiché anche lei è innamorata delle arti, della letteratura e della musica. Tanto da diplomarsi al Conservatorio in pianoforte, una passione che si porterà dentro per tutta la vita. Coloro che l’hanno conosciuta raccontano del suo evidente charme: tra loro c’è Giulio Carlo Argan che la ricorda in un cappotto verde scuro mentre illumina il grigiore delle aule torinesi.

Tuttavia, prima che la loro unione trionfi, Giacomo avrà altre amanti. La prima tra tutte è Paola Levi, la sorella di Natalia Ginzburg che si sposò con Adriano Olivetti. La fine della relazione è una ferita che stenta a guarire e per Debenedetti diventa motivo per concentrarsi maggiormente sui propri studi. Per molto tempo Giacomo non si vede nei panni di un critico, e affida tutte le sue speranze a un romanzo breve che verrà mal recensito da quasi tutti: Amedeo. È una sorta di “confessione psicanalitica in cui rivela il rapporto difficile con se stesso”, ma che nemmeno per il critico raggiunse una piena riuscita. Ci vorrà del tempo prima che Giacomo abbandoni definitivamente l’idea di scrivere: nel frattempo ha quasi trent’anni e poiché sente il bisogno di diventare più popolare e di parlare a più persone, comincia a collaborare con La Gazzetta del Popolo.

Nel 1929, Giacomo pubblica la prima raccolta dei Saggi critici. Sono preceduti da mesi di studio senza tregua, minacciati dalla paura di non essere all’altezza del compito che si è dato.

La dedica del volume è a Renata, ché ha saputo rimanergli vicina nei momenti peggiori e che da dieci anni sopporta le sue assenze e i ritorni. Nonostante Giacomo non abbia ancora un lavoro stabile, e Renata ha appena finito l’università, è allora che i due decidono di sposarsi. Una scelta sofferto oltraggiata dagli Orengo, che non vedono dietro il giovane ebreo, qualcuno in grado di rendere felice loro figlia. Un matrimonio con pochi invitati, poche ore di festeggiamenti e i Debenedetti partono in viaggio di nozze per Vienna, l’Austria e l’Ungheria.

La prima casa dalle finestre sempre accese è in corso San Maurizio, da cui si può mirare la Basilica di Superga.

Nel nuovo appartamento Giacomo studia, legge e scrive, mentre Renata tenta di diventare una perfetta padrona di casa. Sono assidui frequentatori del Teatro Regio e non perdono un concerto di Wagner. A casa loro, invece, sono sempre in tanti, perché molti sono quelli che vanno a trovarli per discutere dei temi culturali del momento. E in quell’appartamento in corso San Maurizio si organizzano piccoli ricevimenti e si invitano gli amici: Mario Soldati, Casorati, Venturi e molti altri nomi di personalità divenute illustri.

Il matrimonio, però, è come se avesse spento l’ispirazione di Giacomo, tanto che il critico riversa il suo interesse sul cinema e sulla sceneggiatura, in particolare sulle grandi produzioni di Hollywood. Collabora con la Cines, la Lux Film e ha contatti perfino con Zavattini e De Sica scrivendo per loro sceneggiature di gran successo. Verso il cinema è spinto anche a causa della nascita di Elisa, la prima figlia nata nel 1933, che richiede nuove entrate più cospicue e porta Giacomo a cercare nuovi guadagni.

Negli anni del cinema, i Debenedetti decidono di lasciare Torino e andare a Roma, la città del futuro e delle nuove possibilità.

In via Sant’Anselmo – la strada che i Debenedetti hanno abitato per dodici anni – sorge la nuova residenza, in uno dei quartieri più verdi della città, l’Aventino. E, sempre in quegli anni, nascono per loro le amicizie più importanti e in vista del tempo, poiché Roma, si sa, già allora era la culla dell’arte e della cultura. Sarà proprio nella casa sull’Aventino che inviteranno Alberto Moravia ed Elsa Morante, Bobi Bazlen, Alberto Savinio, Aldo Palazzeschi, Maria Bellonci e molti altri.

MoranteMoravia è la coppia più vicina ai coniugi. Elsa è totalmente accecata dalla bravura di Debenedetti, dietro cui riconosce uno dei migliori critici del tempo, ma diviene molto amica di Renata – che supporta a ogni nuova crisi sentimentale. Alberto, invece, è colui che per tutta la vita incoraggia il critico, lo sprona a far meglio e gli sottopone i suoi testi.

Poi, nel 1938 comincia l’incubo.
Dal giorno in cui vengono promulgate le leggi razziali, la loro vita cambia per sempre e Giacomo non si fida più del mondo.

La loro vita comincia a esser vissuta con ansia e preoccupazione. I coniugi temono per la loro vita, e per quella dei loro figli, devono star attenti a qualsiasi passo. Giacomo non può più lavorare per le leggi razziali e vive con vergogna l’impossibilità di non poter mantenere più la famiglia, ma fino all’ultimo non rinnega la propria discendenza ebrea. Saranno anni molto difficili per gli inquilini della casa dalle finestre sempre accese: entrambi si dedicheranno alla traduzione, Giacomo del suo amato e studiato Proust – che ha già tradotto Natalia Ginzburg -, mentre Renata di George Elliot – la giovane scrittrice londinese nascosta sotto un falso nome maschile.

Insieme alla crisi economica giunge anche quella sentimentale. Nel 1942, Giacomo si infatua di un’attrice, e Renata – che lo scopre – non riesce a perdonarlo subito.

I due si separano, Renata, a malincuore abbandona Giacomo, va via con i ragazzi. Ma in quelle lunghe settimane a Levanto lei non può rassegnarsi alla fine del loro amore. Anche lui non può, e continua a pensare a lei, nonostante sia sempre immerso nello studio disperato. È convinto che tra loro non sia finita. Dopo un lungo silenzio, infatti, tutto si ricompone, nonostante Renata continui a soffrire il tradimento.

Dopo quella prima rottura ci saranno molte altre crisi, poiché Giacomo, periodicamente risulta “squassato da nuove passioni di cui è il primo a soffrire”. E ogni volta, Renata sarà disposta a perdonarlo, incredula e sofferente davanti alle sue pulsioni non sarà mai in grado di rifiutare un suo ritorno.

La guerra è stato uno dei momenti più dolorosi dell’esistenza dei Debenedetti.

A cavallo tra il 1943 e il 1944, Insieme ai Pavolini, i Debenedetti si rifugiano a Villa Baldelli, a pochi chilometri da Cortona. Restano là fino alla fine della guerra, ma una volta finita la tragedia, il desiderio di sicurezza e di appartenenza a un gruppo di Giacomo si è acuito. Dopo essersi iscritto al Pci, che gli pare la strada giusta de seguire, Giacomo fa chiarezza sulle proprie posizioni e rimette ancora una volta in discussione il valore del critico letterario.

Il critico, almeno il critico che vorrei essere, interroga le voci, le affermazioni, le negazioni degli artisti, le loro riuscite e i loro errori, appunto, per chiarire a se stesso agli altri il senso e il fine della vita.

In quel periodo si moltiplicano i salotti letterari, dove spesso “a tenere le fila sono le padrone di casa”.

Renata è più assidua di Giacomo, ama frequentarli e conosce tutti; lui, invece, è sempre concentrato nel suo studio e quei luoghi non gli piacciono più. Esordisce inoltre, il celebre Premio Viareggio indetto da Repaci, dove in giuria ci sarà proprio Giacomo. Ma tra tutti i premi e i cenacoli letterari quelli che splendono maggiormente sono di Alba de Céspedes e Maria Bellonci. Quello dei coniugi Bellonci, in particolare, animato dagli “Amici della Domenica”, da un festoso momento di ritrovo diventerà l’ambito Premio Strega.

Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta
Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta

Le riunioni della domenica pomeriggio si trasformano in un vero e proprio Premio nel giugno del 1947: in quella prima occasione sono presenti le firme più prestigiose del Novecento italiano: Bontempelli, Piovene, Paola Masino, Savinio e molti altri, da Moravia a Ungaretti, da Morante a Gadda e Flaiano. E naturalmente, Giacomo e Renata sono “gli Amici della Domenica che si conoscono da anni e si chiamano tutti per nome”.

È anche così che Giacomo Debenedetti ha modo di farsi conoscere dagli intellettuali e di continuare a far circolare il proprio nome.

Il suo nome circola insieme a quelli più importanti della letteratura di quel momento, da Savinio a Caproni e l’amico sempre fedele Umberto Saba. Sono anni lunghi e travagliati, che vedranno Giacomo prima a Messina, dove gli sarà affidata la cattedra universitaria di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, poi a Roma, alla Sapienza.

Più che un professore, per molti allievi, Debenedetti è un maestro “che sa suscitare un rispetto istintivo”. Debenedetti conduce gli studenti al cinema, al teatro, e ovunque possa aiutare i suoi discepoli ad avvicinarsi all’arte. Ma dopo solo cinque anni, la cattedra viene soppressa e non servirà a niente la lettera scritta dagli studenti al Senato Accademico, per convincer loro a istituire nuovamente la cattedra dell’illustre critico del Novecento.

Nei primi anni Cinquanta, Alberto Mondadori invita Debenedetti a collaborare con la sua nuova casa editrice: Il saggiatore.

Una casa editrice di cultura, come voleva essere il Saggiatore, non può più sottrarsi all’aiuto di Giacomo e lo coinvolge. Giacomo è agli occhi di tutti brillante, e conosce meglio degli altri il mondo dell’arte e della letteratura. Mentre nel frattempo, con la Mondadori pubblica finalmente il secondo volume dei Saggi critici. Con il suo prezioso contributo, il Saggiatore edita Sartre, Lévi-Strauss, Klee, Fitzgerald, de Beauvoir e Lancan. Tuttavia, Renata che lo conosce bene, lo vede soffrire perché Mondadori non è più lo stesso di una volta, e durante l’estate viene colpito da una dolorosa nevralgia.

Quando per Giacomo sopraggiunge la morte, è pallido e disfatto. Renata passa le ore al suo capezzale e rintraccia i medici più preparati per curarlo.

Purtroppo non c’è nulla da fare, e Giacomo muore il 20 gennaio del 1967, dopo che Renata gli ha appena portato un piatto di pasta. Renata piange la sua scomparsa, e alle dieci di sera, capitolano alla sua porta gli amici della vita – a dar riprova che la scomparsa di Giacomo fu amara proprio per tutti.

Il primo ad arrivare è Carlo Levi che vuole far compagnia a Renata per la prima notte da sola. Poi arriva Soldati da Torino, che ha preso il primo treno non appena ha saputo la notizia e anche teme a lasciare Renata nella propria solitudine.

È per tutti una grossa perdita la morte di Giacomo, la scomparsa di un uomo che si è sempre impiegato in prima persona per la cultura. Un uomo che ha provato in tutti i modi a mediare le parole di quelli che hanno saputo scrivere e raccontare – e a cui lui, spesso, avrebbe voluto sostituirsi. Tuttavia anche Giacomo ha trovato il suo modo di esprimersi. Avrebbe voluto tanto diventare un narratore, e in qualche modo si può dire che lo sia diventato anche lui, attraverso le storie degli altri, snocciolandole e esponendo la loro bellezza sotto gli occhi di tutti.

Della sua persona rimane un ricordo indelebile, un fondo storico, tre volumi di critica letteraria, uno studio su Proust – e molti altri pubblicati postumi -, alcuni tentativi di romanzi e diverse tra le sceneggiature migliori di quegli anni. Unitamente al ricordo che si ha del critico, non si potrà dimenticare – qui e in nessun’altra sede – la moglie che ha saputo accompagnarlo e spronarlo, ma soprattutto amarlo sopra ogni altra cosa. Difenderlo a qualunque costo, valorizzarlo tutte le volte che le è stato possibile.

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