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Tre libri da leggere per l’estate

Luglio è quasi giunto al termine, l’estate sta per cominciare più o meno per tutti. Prima di un viaggio per staccare la spina, o in vista di un ritiro domiciliare, ho selezionato per voi tre libri da leggere per l’estate.

Un classico, se approfittate del tempo libero per dedicarvi a ciò che non siete riusciti a leggere. Un libro contemporaneo se preferite mantenere la mente sgombra. Uno bonus, per chi invece è semplicemente in cerca di un buon libro.

A sangue freddo, Truman Capote

A sangue freddo è un libro che ho letto la scorsa estate durante una stagione dedicata alla letteratura classica. L’ha scritto Truman Capote all’inizio degli anni Sessanta, dopo aver raccolto le deposizioni ufficiali e le interviste di Perry E. Smith e Richard E. Hickock. Loro sono due giovani adulti sbandati che, usciti dal carcere, programmarono il quadruplice omicidio della famiglia Clutter, per la quale non erano altro che degli estranei.
A sangue freddo si attiene scrupolosamente ai dati storici della vicenda. Capote raccolse le informazioni riguardanti l’omicidio durante un viaggio in Kansas City, accompagnato dalla sua fedele amica scrittrice Harper Lee.
È un libro crudo, ma molto interessante. Non è una lettura breve, ma si legge in poco tempo perché la vicenda è appassionante, e Capote è un maestro del racconto di cronaca. Attraverso queste verità inaccettabili, Capote riflette sull’amarezza della società americana degli anni Sessanta.

Lux, Eleonora Marangoni

Lux, di Eleonora Marangoni, è un libro di vi ho già parlato QUI. Voglio consigliarvelo per quest’estate, perché è una lettura dallo stile innovativo, che nel 2017 ha conquistato il Premio Neri Pozza. È stato presentato nella dozzina del Premio Strega 2019.
La storia racconta di un giovane italo-inglese di buona famiglia, un architetto che abita il mondo solo in superficie, legato al ricordo di un amore finito che si ripropone come presenza costante e tangibile.
Thomas Edwards, riceve in eredità un albergo in un’isola del Sud, una piantagione di baobab nani e una sorgente d’acqua minerale dalle strabilianti proprietà miracolose.
Lux è una storia narrata tramite la sovrapposizione di più realtà. Attraverso una penna acuminata e lunghe descrizioni, si rivela una storia all’interno della quale l’azione ha il primato assoluto.
Vi suggerisco di leggerla lentamente e di prestare attenzione a ogni dettaglio del racconto.

Jezabel, Irene Nemirovsky

Irene Nemirovsky è stata un’autrice francese di origine ebraica, vittima dell’Olocausto. La sua bibliografia è stata riscoperta solo di recente.
Ha scritto moltissimi libri, il più celebre è Suite Francese; io per quest’estate vi consiglio Jezabel, un romanzo tragico, ma che assume il carattere ironico di una commedia. Infatti, gli argomenti trattati, seppure di una certa drammaticità, vengono portati all’estremo del paradossale, e pertanto appaiono ironici.
La storia è quella di Gladys, giudicata in tribunale tra il banco degli imputati, accusata dell’omicidio di un ambizioso e giovane amante, appena ventenne.
In realtà poi si scopre che non è un semplice omicidio passionale e la storia si complica. È un racconto brillante, scritto alla fine degli anni Trenta, ma che mantiene un’agilità narrativa attuale e molto raffinata.

Un marito, Michele Vaccari

Un marito è il libro di Michele Vaccari, uscito lo scorso settembre per Rizzoli.

L’autore è nato a Genova nel 1980 e si occupa di editoria e comunicazione. Ideatore e curatore del progetto Altrove per la casa editrice Chiarelettere, Un marito è il suo quinto romanzo: una storia di una potenza narrativa incredibile, che conferma le aspettative e anzi, le supera.

Un romanzo che va oltre la sua definizione di genere. Un marito non è soltanto una storia d’amore. Si tinge di giallo, attraversa il genere del thriller, il romanzo storico e quello distopico. Un libro cominciato come una storia, di un marito qualsiasi, di un dolore, che a metà narrazione cambia totalmente. Per poi rivelarsi, nella sua interezza, il libro, ben scritto, lo stile ameno, le aspettative superate, dove la storia è lo spartito, il campo d’azione, dell’orchestra di innumerevoli generi letterari e stili narrativi. 

“Quando gli incubi si avverano, cosa resta delle nostre paure?” recita il sottotitolo: copertina di tinte calde mescolate a fredde, giocata tra il rosso e il viola. Ad aprire il libro, poi si trova la risposta. Quando gli incubi si avverano e ci capita di restare improvvisamente soli. Quando sulla compagnia avremo innalzato il tempio della nostra esistenza, della consolazione e del supporto poi, rimasti in solitudine, spaventati e colti di sorpresa, ci saremo resi conto di non saper rinunciare ai nostri conforti e consolazioni. Per poi scoprire di non poter, né sapere, vivere più come prima. Che cosa succederà?

Ferdinando e Patrizia sono i protagonisti di Un marito.
Sono sposati da trentadue anni e, dagli stessi gestiscono una rosticceria e sono votati a questa simbiosi. Due persone. Due anime similmente tormentale. Con unicamente due interessi differenti: lei innamorata della cultura, lui della topografia. Due intrepidi e insaziabili amanti, al riparo dall’esterno, spaventati dall’avanzamento tecnologico e dall’evoluzione delle città.
Non è un caso se insieme hanno deciso di vivere a Marassi, un piccolo centro destinato a non cambiare mai e restare uguale a sé stesso, un quartiere popolare, la culla perfetta per i bulli, la periferia genovese: dove la vita è sempre uguale le persone le stesse tutti si conoscono. Qui e solamente qui, la provincia del capoluogo ligure, la luce dell’insegna della rosticceria è la conferma che Patrizia e Ferdinando non appartengono solamente al passato, ma che la vita continua.

Mentre Ferdinando, con il suo bel sorriso e la sua dialettica travolgente, sta dietro le vetrine e fa il venditore, convince i clienti che la religione in cui credere è la rosticceria, “la sola entità commerciale capace di percorrere una via laterale per fornire il sostentamento a un popolo, anno dopo anno, sempre più votato al cibo prefabbricato”, Patrizia, sta in cucina, a “sfornare altre droghe per la vista e per il palato”, il luogo “dove l’anima si licenzia e lascia che sia lo sguardo a concedersi qualche ora di anarchia” e intrattiene conversazioni coi clienti in fila, affamati di racconti che ha potuto scovare sui libri che ha letto.

Per i suoi cinquant’anni la moglie propone un viaggio a Ferdinando: due giorni, il 7 e l’8 dicembre a Milano. Una città in cui non sono mai stati, perché tanto spaventati dal mondo, troppo devoti alla loro rosticceria, come monaci di una vita che non conosce pause, non sono mai usciti fuori da Marassi. Ferdinando compra una manciata di guide, studia i posti sotto ogni profilo, affinché la loro prima vacanza d’amore, dopo trent’anni, possa essere perfetta.

Nel suo modo di essere raccontato, Un marito porta dentro si sé un fresco respiro europeista, sia dal punto di vista della costruzione della storia che da un punto di vista più stilistico e formale.

Gran parte delle vicende si divide e ha sviluppo tra Marassi e la tanto sognata, e poi ricordata Milano. Ambientazioni chiuse si alternano ad ambientazioni aperte, per meglio rendere il senso di chiusura. Per Ferdinando e Patrizia, infatti, ogni posto chiuso e relegato rappresenta la salvezza dall’apertura, dall’oltre e dallo sconosciuto. In questo senso, i luoghi non sono un semplice sfondo, ma metafora di altri luoghi figurati, acquisendo una certa valenza simbolica.
Le persone stesse diventano luoghi. Milano – come Ferdinando – è metafora dell’evoluzione, del progresso, della paura dell’ignoto e dell’horror vacui. Testimone di un grande cambiamento storico in atto.
Marassi – come Patrizia – concepita invece come luogo del conosciuto, e quindi della protezione.

La vicenda raccontata parte negli ultimi anni del Novecento, per continuare ai giorni nostri.
A raccontare la storia è un narratore esterno e onnisciente, con focalizzazione zero, che ha piena coscienza di tutti i pensieri che fanno i personaggi del romanzo, immedesimandosi ora in Ferdinando ora in Patrizia, e raccontando le cose così come stanno, perché ne è al corrente.

La storia narrata si protrae per la durata effettiva di quasi cento anni. Ma la fabula e il tempo del racconto, l’intreccio, non coincidono.
Mentre la successione storica e cronologica dei fatti procede ordinata, la narrazione, il racconto effettivo dei fatti, è veloce ma frammentato da lunghe descrizioni, che ne rappresentano grandi digressioni e tregua per i lettori. Ne sono un esempio le lunghe descrizioni di una potenza stilistica inconsueta: da quelle gastronomiche e culinarie, alla disposizione delle vie, degli incroci, delle piazze e dei monumenti della città.

“Cime classiche o alla savonese, ripieni di magro, savoiarde capaci di riprodurre con la loro presenza l’intera gamma cromatica dell’iride, tomaxelle o pignoli fritti, seppie in zimino e vitelli tonnati, sempre longitudinali rispetto ai luogotenenti più apprezzati, i polli alla diavola dalla livrea dorata che spuntano tra tocchi di matamà o di funghi secchi e grilletti di fagiolane già bollite e scolate, per accompagnarci la castagnetta, la gola, il ricetto, la trippa rossa, insomma”

Se il tempo cronologico della storia è maggiore a quello della narrazione, quest’ultima certe volte confonde il lettore e, attraverso due analessi sorprendenti, Vaccari effettua dei balzi temporali che lasciano il lettore, tutto un tratto sbrigliato dal suo guinzaglio, che seguendo il filo della storia, come fece Arianna col gomitolo, pensava, sbagliando, di avere in pugno tutte le chiavi del romanzo. Capiterà allora ai lettori di provare quello stesso senso di solitudine e perdizione al quale è costretto Ferdinando.

Il discorso indiretto prevale per quasi l’intero corso della narrazione.
Periodi lunghi, elaborati, una sintassi profondamente paratattica: coordinate magnetiche ed enumerazioni per asindeto continue, come a voler trasmettere l’angoscia, l’aria che manca, il respiro che si blocca.

Le tematiche trattate, come i generi, sono tante. Sul piatto, da un lato ci sono in ballo quelle proprie del romanzo di narrativa: la solitudine, il matrimonio, la fedeltà, la malattia, la perdita, la rinascita; dall’altro invece, tutte le caratteristiche del romanzo utopico e storico: l’analisi e la critica alla società, l’isolamento dell’uomo, la non riconoscibilità dello stesso. Per ognuna di queste non vengono presentate posizioni differenti: per tutti i personaggi di Un marito non c’è via di fuga. La modernità è un male a cui è necessario sottrarsi. Pena il proprio assorbimento.

Giunti a una certa parte del romanzo, vi sembrerà di non averci capito niente. Poi andrete oltre e vi accorgerete che, davvero, non ci avevate capito niente. E alla fine del libro, vi chiederete che libro abbiate appena finito di leggere.
Per me una illuminante scoperta.

L’isola dell’abbandono, Chiara Gamberale

Dopo la ristampa del suo esordio Una vita sottile, e in seguito all’interminabile successo della fiaba illustrata Qualcosa, il nuovo libro di Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, riporta sugli scaffali e in tour per l’Italia, la scrittrice italiana più amata. 

Sono pagine nuove, più mature, nonostante i temi trattati siano sempre quelli cari all’autrice romana e già noti al suo pubblico. Lei stessa ha confessato che la scrittura di questo libro l’ha accompagnata per due lunghi anni: ne consegue un risultato impeccabile.

Abbandonata la classica ambientazione romana, stavolta la storia vive sull’isola di Naxos, in Grecia.
A Naxos, la mitologica Arianna venne “piantata in asso” dal figlio del re di Atene. Allora, Il giovane codardo, dopo aver ucciso il mostruoso Minotauro e promesso alla fanciulla di portarla con lui ad Atene, ci ripensò e salpò il mare lasciandola sola e in pericolo.

Sempre su questa Isola la protagonista dell’Isola dell’abbandono sente il bisogno di far ritorno. È lì che ha perso Stefano, il suo primo disperato amore: un uomo fortemente tormentato dal quale viene abbandonata. Sempre lì, però, ha incontrato Di, che per la prima volta le chiede di smettere di scappare e restare. Ma lei scappa perché è l’unica cosa in grado di fare.
Proprio a Naxos decide di tornare, dieci anni dopo, appena diventata madre, per fare i conti con il padre di suo figlio e capire chi è realmente.

La storia è costruita tramite l’intrecciarsi di lassi temporali distanti, in un continuo andare avanti e tornare indietro. Anche stavolta la scrittura, non solo accompagna la narrazione, ma la rappresenta visivamente. Il lungo periodare – del tutto nuovo per la Gamberale – è indice dell’infinito tormento che vive la protagonista del libro.
Una donna tormentata, fragile, per alcuni versi codarda, che ama “rifugiarsi nel dolore, non volerne uscire per paura dell’esterno”: che, una volta per tutte, raduna le sue vittorie – e soprattutto sconfitte – per accettare le perdite e trasformarle in doni. Un’amante, un’amata, che davanti al grande momento della maternità, medita sull’importanza dell’abbandonarsi per restare e decide di liberarsi, finalmente, del dolore.

“Ma vogliamo davvero continuare a essere per tutta la vita Quella Che È Stata Licenziata? Fraintesa? Quella Che Ha Un Marito Narcisista? Quella Che Si Scopa I Lampioni? Non ci vergogniamo? Davvero vogliamo essere schiavi del nostro maledetto mito, invece di essere noi a sgamarlo, per poi evadere?”

Un grande ritorno per Chiara Gamberale. Modi inediti per raccontare, voci nuove, vecchie e antiche. Una terza persona così abile da sembrare prima.

Quella de L’Isola dell’abbandono è una Gamberale maturata ma fedele alla narratrice che è sempre stata. Non mancano le metafore, i suoi simboli, i disegni e i nomi stravaganti ed epigrafi meravigliose. Una Gamberale sincera più che mai, appena diventata madre, che, come la protagonista della sua storia, sembra aver trovato il collante per unire i pezzi.

L’isola dell’abbandono è un romanzo sull’amore, ma soprattutto è la celebrazione della nascita – fisicamente e spiritualmente parlando – come imprescindibile dalla perdita. Questo libro è un inno libero al diritto di rinascere dal dolore e ogni reinventarsi.  È il libro che la madre non vorrebbe leggere, dice la Gamberale alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli tra gioia e ammirazione.
È un libro che tutti dovremmo leggere, dico io.

 

 

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