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Il guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani

Franco Faggiani, reporter di viaggio nelle aree più calde del mondo, ha conquistato il pubblico e la critica con La manutenzione dei sensi. Si è occupato di cronaca, ambiente e sport e, a maggio, è tornato in libreria con un nuovo romanzo, Il guardiano della collina dei ciliegi.

Anche stavolta, la delicatezza delle storie narrate da Faggiani è affidata a Fazi Editore, che ne ha preso a cuore le ambientazione naturalistiche e la raffinatezza stilistica dell’autore.

Il lavoro compiuto da Faggiani per la scrittura di questo libro, fonda le sue origini nella scoperta di un atleta a lungo dimenticato. Si tratta di Shizo Kanakuri, il giovane ventiduenne, collegato alle misteriose vicende sviluppatosi attorno ai Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912.

Tamana era poco più di un villaggio, un agglomerato di piccole e fragili casupole fiancheggiate da grovigli di rovi ed erba secca, da campi spesso trascurati perché la gente, non mostrando attitudine per la terra, si dedicava perlopiù alla pesca.

All’interno di questo posto immerso nella natura, Shizo desiderava studiare Botanica e diventare un esperto di erbe medicinali. I genitori invece, a diciannove anni, lo obbligarono a lasciare la sua meravigliosa Azumi, per raggiungere Tokyo. Lì studiò economia con risultati eccezionali. Il talento e le abilità nella corsa colpirono il signor Kano, l’inventore del judo, con cui strinse una profonda amicizia.

La corsa era l’unica cosa che gli “permette di assaporare quella libertà che non prevede obblighi”.

Shizo Kanakuro venne invitato dall’imperatore Matsuhito in una sala di tè disadorna, affinché accettasse di rappresentare per la prima volta il Giappone alle Olimpiadi, dove avrebbe dovuto percorrere 40 km e 200 metri. Date le sue doti straordinarie, il viaggio fu a carico delle offerte raccolte tra professori e studenti, all’interno dell’università.
Dopo un lungo estenuante viaggio, Shizo arrivò a Stoccolma. Ma durante quella gara, al trentesimo chilometro, Kanakuro accettò l’offerta di un passante di bere una bevanda e sparì nel nulla dandosi alla fuga.

Da qui la storia muta l’esito atteso, e diventa un lungo viaggio, fisico e metaforico. Il protagonista del libro arriva a nascondersi per la vergogna e il disonore, cambia identità. Divenuto legionario per riuscire a tornare in Giappone, trova la pace e l’amore, su una collina, dove gli verrà affidato l’incarico di prendersi cura di un prestigioso bosco di ciliegi.

In realtà, sarà il bosco a prendersi cura di Shizo e della sua anima ferita. Lontano dalla sua famiglia, il bosco significherà per lui rinascita e avanscoperta, la natura come posto nel quale perdersi e del quale far parte. All’interno della storia, tutte le cose naturali, ogni albero, fiore o foglia, hanno la loro dignità, un nome specifico, e sembrano esser l’unica cosa in grado di dar sollievo a Shizo. È la natura, il luogo in cui l’atleta nasce, quello che vorrebbe studiare sin da piccolo, e quello in cui fugge e trova riparo: un personaggio quasi assoluto.

In generale, apparentemente, tutti i personaggi del libro, sembrano aiutanti del protagonista. I genitori gli pagano gli studi, ma assecondano il loro volere e non i desideri del figlio. Il maestro e l’imperatore, lo spronano a partecipare alle Olimpiadi, ma ne sfruttano il talento per il successo del Giappone.

I personaggi, personalmente, mi son sembrati troppi, soprattutto nella seconda parte del libro. Non si riesce effettivamente ad empatizzare con qualcuno, a parte il protagonista: colpevole anche il dilatato arco di tempo in cui si svolge la vicenda. Non possiamo parlare di corrispondenza tra fabula e intreccio, perché la narrazione è ricca di ellissi temporali: in duecento pagine sono raccontati settant’anni di vita.

Shizo metterà al mondo diversi figli, si sposerà, conoscerà numerose persone, avrà un cane che non vivrà più di mezzo paragrafo. Ma nessuno di questi personaggi assumerà un ruolo decisivo, quanto Shizo e la natura, e la vergogna del fallimento. Questi ultimi sono infatti i temi principali del racconto, colpevoli di una vita in esilio.

Anche nel Guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani usa pochi dialoghi diretti, molte, invece, le descrizioni. La vera storia di Shizo si intreccia maestosamente con quella creata da Faggiani. Oltre all’ambientazione, di tipo fiabesco, il lessico familiare e immediato mantiene un’aura poetica per tutta la narrazione.

Il grande merito di Franco Faggiani è quello di riportare in vita la storia di un atleta che nessuno conosce, la quale importanza era stata negata dalla scarsità di medium informativi del tempo.

Pietra nera, Alessandro Bertante

Ad aprile, Alessandro Bertante è tornato in libreria con il secondo volume della Trilogia del mondo nuovo: Pietra nera. Il primo capitolo, precedentemente edito dalla casa editrice Marsilio, è di prossima ripubblicazione nottetempo.

L’autore, Alessandro Bertante, è narratore e saggista. È finalista Premio Strega e vincitore del Premio Selezione Campiello Giuria dei letterati. Attualmente è docente alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, e allo IULM. Tra i suoi romanzi si ricorda Al Diavul, una fiction storica ambientata nella campagna alessandrina del primo Novecento.

Pietra nera è un romanzo di narrativa, apparentemente di genere fantascientifico, in grado di tracciare i percorsi narrativi del genere utopico. Ripercorre le tracce della storia attraverso gli echi e le atmosfere medioevali.

Quando il romanzo inizia in un immaginario paese di montagna a nord-est della città, chiamato Piedimulo, sono “trascorsi più di vent’anni dalla Sciagura, vent’anni senza uccidere e senza essere uccisi”. La pace è una condizione stabile ma minacciata, e Alessio, il Figlio dei lupi, è chiamato dal dovere a compiere un viaggio molto pericoloso, per il quale potrebbe non tornare più. Una missione misteriosa, sotto un cielo dalle tinte minacciose e lattiginose, condurrà Alessio all’incontro di Zara, una giovane donna salvata dai nemici che lo accompagnerà nel viaggio.

In un mondo violento e sconosciuto, dove l’unica legge regolatrice è la natura, vige la regola della sopravvivenza dei più forti a scapito dei deboli. Oltre le montagne di Piedimulo, Alessio, in groppa al suo mulo, scoprirà le ragioni della sua missione, fino alla riscoperta delle sue origini leggendarie. Con Nina, della quale Alessio diventerà amante, nel viaggio incorreranno in numerose comunità, e nella sosta, talvolta, pagheranno a caro prezzo il pedaggio.

Dopo la Sciagura, gli esseri umani, sono ormai rimasti in pochi, sparpagliati e divisi. La maggior parte dei sopravvissuti allo sterminio naturale, vive organizzata in comunità separate. Hanno smesso di comunicare tra loro, si incutono paura a vicenda, e non si muovono da dove sono rinati, minacciati da barbari e saccheggiatori.

Alessio e Zara, accompagnati dal mulo Ombra, compiono un viaggio allegorico verso la fondazione di un mondo nuovo. Specchio di un utopico futuro prossimo, Pietra nera rappresenta la rinascita di un mondo dopo che è stato distrutto dai misfatti e maltrattamenti dell’uomo. I pochi umani sopravvissuti al collasso delle civiltà, consapevoli di aver loro stessi rovinato il mondo, hanno riacquisito un contatto con la Natura, che finalmente ha potuto riprendersi gli spazi che l’uomo le aveva sottratto.
Tuttavia, la Natura messa in scena da Bertante, sempre attraverso il ricorso a nomi specifici, rigogliosa e libera più che mai, non è malvagia, anzi, nella sua incontaminità ricorda quella leopardiana in grado di difendere lo sguardo dell’uomo dalle atrocità.

Una terza persona rigorosa, un narratore onnisciente con punto di vista zero, in grado di esplorare le menti di tutti i personaggi, compresa quella della Natura. Una narrazione lineare che segue l’ordine cronologico degli eventi, fatta di evocanti descrizioni di luoghi e azioni. Pochi dialoghi diretti. L’azione continua, rappresentata dal continuo movimento dei personaggi, conferisce al romanzo un’andatura scorrevole, sebbene rallenti nei momenti propriamente descrittivi.

Il lessico utilizzato è al contempo familiare, elevato e fortemente evocativo della condizione dei personaggi. Un romanzo sulla natura scritto con un ritmo serrato, dove improvvisi rallentamenti lasciano spazio ad atmosfere più elaborate e magiche, che appaiono come sospese temporalmente. L’unica contestazione che sento di muovere nei confronti dell’opera è proprio nei confronti di questa accelerata successione degli eventi, che non garantisce l’effetto di immedesimazione dal quale il lettore vorrebbe essere catturato. Ma forse questo è il compito dell’utopia: lo straniamento.

Isola, Siri R. H. Jacobsen

Ci sono dei libri che leggiamo proprio nel momento in cui sarebbe necessario leggerli, e quando questo succede, l’incontro fortuito e casuale di parole che ci comprendono appieno, allora non è facile scordarli.

A me è successo con Isola, il libriccino edito Iperborea di Siri Ranva Hjelm Jacbosen, tradotto da Maria Valeria D’Avino, da me letto durante il volo di ritorno da Roma per la mia città natale, Cagliari.

Iperborea, la mamma di tutte le copie italiane di Isola, è specializzata nella pubblicazione di testi scandinavi in un formato insolito: libriccini stretti e lunghi che si sviluppano in verticale, dalle copertine acquarello e molto ricercate.

La storia raccontata dalla Jacobsen, classe 1971, danese ma di origini faroesi, è quella scelta dalla scrittrice per consegnarsi  ad un pubblico che, sin dal suo esordio, l’ha accolta a braccia aperte.
Isola racconta il viaggio di una giovane ragazza danese che, con i suoi genitori, parte verso l’isola Suðuroy, quella da cui suo nonno Fritz si allontanò per cercare un destino migliore, e sua nonna Marita fuggì verso la modernità, che ha sempre sentito chiamare “casa” ma dove lei non è mai stata.
Ci troviamo nelle Isole Faroe, un arcipelago sconosciuto e poco esplorato nelle acque dell’Atlantico, fatto di molta natura, e immense distese di mare dove perdersi coi pensieri, spalle alle montagne. Il viaggio che la protagonista di questo libro compie, non è solo fisico, alla ricerca di quel posto che tutti hanno sempre chiamato “casa” e che lei non conosce, è soprattutto il viaggio nella storia di una famiglia e di questo arcipelago, sperduto nell’Atlantico, che è stato coinvolto nella Seconda Guerra Mondiale, sempre in lotta per la propria autonomia dalla Danimarca, fatto di una lingua incomprensibile ma gentile agli orecchi di tutti.

Isola procede veloce, alternando il passato e il presente, in una narrazione fitta ed entusiasmante, dove ogni racconto di vita rimanda ad una leggenda o ad un mito. Racconta l’amore dei suoi nonni, la guerra e la povertà, l’amore segreto tra sua nonna Marita e Ragnar il Rosso, un falegname filosofo e ribelle.

In maniera particolare, sempre con estrema gentilezza e attraverso poetiche descrizioni di paesaggi naturali, la Jacobsen si sofferma sull’esperienza dell’emigrazione, sui sentimenti provati, a cui molti non possono sottrarsi, costretti a lasciare casa senza mai farci ritorno. E allora casa “non è per forza un concetto geografico. Nemmeno se si guarda un atlante”. È qualcosa che si ha nel cuore, un senso di appartenenza a cui abbandonarsi quando se ne ha bisogno.

Isola è soprattutto un inno d’amore che Siri Jacobsen canta – con una voce bellissima e soave – rivolgendosi alle Isole Faroe, raccontando i legami di una famiglia realmente esistita, probabilmente ispirandosi alla sua, e legittimando, una volta per tutte, la necessità che ognuno di noi ha di individuare un’Itaca a cui approdare quando si è perso.

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