Tag: Nazismo

La poltrona delle SS, edizione Nottetempo, mantenuto in mano davanti a una libreria sfocata.

La poltrona della SS, D. Lee

La poltrona della ss copertina

Leggere storie realmente accadute porta sempre il lettore a riflettere. Se la storia che viene raccontata è quella che descrive gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’eccidio degli ebrei, la riflessione è ancora più profonda, a tratti dolorosa. A gennaio, nella settimana in cui si ricordano le vittime dell’olocausto, Nottetempo ha pubblicato La poltrona della SS dello storico Daniel Lee.

Iniziando a leggere La poltrona della SS mi sono posta delle domande. La prima fra tutte è stata: dove nasconderei dei miei documenti significativi se fossi costretta a fuggire all’improvviso? Dove nascondereste voi delle carte importanti da far durare per sempre?
Cosa ha spinto Robert Griesinger a nascondere un fascio di suoi documenti all’interno di una poltrona?

Un fascio di documenti pieni di svastiche naziste che riemergono casualmente da una vecchia poltrona. Questo è il motore che muove la ricerca di Daniel Lee.

Primo piano Daniel Lee

Daniel Lee racconta nel primissimo capitolo di come una cena a Firenze dopo il suo dottarato in storia gli ha cambiato la vita. Il dottorato che aveva appena terminato indagava sulle vicende degli ebrei nella Francia di Vichy, studio che poi si ritrova nella sua prima pubblicazione Petain’s Jewish Children: French Jewish Youth and the Vichy Regime, 1940-1942. A questa cena organizzata proprio da Daniel, partecipa una sua cara amica che chiede di poter invitare anche Veronika, una giovane olandese che vuole conoscerlo.
Proprio la ragazza olandese sarà il ponte di connessione tra Daniel Lee e Robert Griesinger.

Veronika racconta a Lee cosa era successo a sua madre Jana, quando ebbe intenzione di rifoderare una vecchia poltrona. La donna aveva portato a restaurare il mobile ma andando a ritirarlo trovò un tappezziere indignato si rifiutò categoricamente di lavorare per i nazisti e per le loro famiglie. Detto ciò tirò fuori un fascio di documenti cucito all’interno del cuscino della poltrona. La povera Jana guardando quei documenti che riportavano il nome di Robert Griesinger, marchiati a ogni pagina di svastiche naziste si giustificò dicendo che non sapeva di chi fossero. Il restauratore non credendole fece tornare la donna a casa con la poltrona ancora da rifoderare e dei fogli che testimoniavano le atrocità di un nazista qualunque.

Daniel Lee partirà da questa semplice vicenda per intraprendere un enorme lavoro di ricerca che durerà ben cinque anni.

Il libro è dunque il frutto di una ricerca accurata e difficile, durata ben cinque anni. L’autore per costruire La poltrona della SS ha unito ciò che è emerso da telefonate, documenti e fotografie originali, coincidenze e segreti di famiglia. Ha viaggiato ovunque ci fosse un indizio tra Praga, Berlino, Stoccarda, Zurigo, New Orleans. Nulla è sfuggito allo storico Lee che ha cercato indizi persino nelle diverse cittadine tedesche di provincia dove Griesinger aveva studiato e lavorato.

Il meticoloso e abbondante lavoro che Daniel Lee ha portato avanti per comporre La poltrona della SS si evince anche semplicemente osservando il libro nella sua struttura. Prima che la narrazione cominci, ci sono tre pagine di nomi, in cui sono elencati tutti i personaggi incontrati, intervistati, o che sono stati necessari all’autore per il racconto. Nella parte finale del libro, invece, le note a piè di pagina si moltiplicano: sessanta pagine in cui Lee non dimentica di indicarci da quale archivio ha tratto una determinata informazione. Quello che emerge, in un reportage denso e acuto, è il ritratto di un uomo ambizioso e glaciale, ma ordinario, che ha lavorato nell’ombra per la «causa» nazista.

Chi era Robert Griesinger e perchè tanto interesse da parte di Daniel Lee? Cosa voleva trovare l’autore della Poltrona della SS durante le sue ricerche?

Io volevo sapere come passava le serate, i film che guardava, i piatti che gli piacevano, cosa leggeva alle sue figlie. Mi sembrava che venire a conoscenza di queste informazioni mi avrebbe detto qualcosa di fondamentale su coloro che avevano perpetrato la violenza nazista – una violenza che aveva devastato la mia stessa famiglia, oltre a innumerevoli altre.

lee, La poltrona della SS, nottetempo, milano 2021 (p 57)

Attraverso le sue ricerche, Lee scopre che il proprietario di quelle carte nascoste aveva fatto parte prima delle SS negli anni ’30, poi della Gestapo. Da quel fascio di documenti scopre inoltre che egli comparve tra coloro che parteciparono alla guerra sul fronte sovietico nell’estate del ’41, in cui migliaia di ebrei vennero massacrati nei villaggi ucraini. Proprio questa esperienza permetterà al nostro protagonista di ottenere un posto da funzionario al ministero dell’Economia e del Lavoro a Praga.

La strada che Lee percorre è tortuosa e soprattutto non circoscritta ai soli anni del nazismo. L’autore infatti non vuole solo spiegarci chi erano i buoni e i cattivi in quell’epoca, Daniel Lee cerca una spiegazione a quella cattiveria. La cerca all’interno della famiglia di Robert, (arriva fino a New Orleans e in Lousiana per capirlo meglio). La cerca negli studi e nell’ambizione di questo nazista qualunque (arriva a cercare negli archivi della scuola a Tubinga che Griesinger aveva frequentato).

Le origini e l’ambizione risultano essere quindi ciò che ha condotto Robert Griesinger a essere un burocrate assassino durante il nazismo.

L’obiettivo che Daniel Lee cerca di raggiungere è quello di raccontare la normalità di un uomo qualunque, quale Griesinger era. Lee cerca di far comprendere ai suoi lettori che i feroci nazisti, quelli più vicini a Hitler, non sarebbero potuti esistere senza il costante lavoro di uomini come Griesinger.

I libri di scuola ci hanno insegnato che i cattivi della Seconda guerra mondiale erano quelli che uccidevano gli ebrei all’interno dei campi di sterminio. Ma la storia ha saputo andare oltre, dimostrando come i protagonisti di quell’abominio erano anche tutti quegli uomini che, più silenziosamente, all’ombra dei propri uffici, firmando carte e autorizzazioni, acconsentivano alle disgrazie di uomini colpevoli solo di essere nati. Griesinger era uno di loro, un burocrate assassino. Le sue mani non si macchiavano di sangue. Al massimo potevano macchiarsi dell’inchiostro delle penne e dei timbri che stabilivano chi non doveva continuare a vivere.

Quando Griesinger ottiene il suo posto tanto aspirato a Praga è il 1943. Nella capitale occupata dai tedeschi ha il compito di chiudere le imprese e trasferire i lavoratori in Germania, strappandoli alle loro famiglie. Le fabbriche decennali del paese chiudono proprio per mano del burocrate, i lavoratori di quelle fabbriche vengono deportati nei campi di concentramento per mano di Griesinger.

Nella Poltrona della SS troviamo un viaggio a ritroso nelle origini della famiglia Griesinger per spiegare ― non giustificare ― le azioni del giurista.


Come è stato possibile che milioni di uomini si siano macchiati delle stesse, se non peggiori, colpe di Griesinger e hanno trovato quel contesto storico del tutto normale? Guido Caldiron ha intervistato l’autore della Poltrona della SS ponendogli un quesito simile. Dal libro stesso infatti si evince che Griesinger ha avuto sempre compagni e vicini di casa ebrei. Come è stato possibile quindi che Griesinger non fosse per niente turbato dalla sorte cui erano destinate anche persone che aveva conosciuto o incontrato? Come gli è stato possibile giustificare tutte quelle atrocità?

Daniel Lee primo piano

Lo stesso Lee ricorda, rispondendo all’intervista, che l’antisemitismo non è nato improvvisamente con Hitler ma era già impermeato nella società. «Nell’ambiente sociale e familiare di Griesinger era quasi un luogo comune quello di considerare gli ebrei moralmente degenerati. Questo aiuta a spiegare perché in seguito non si sia certo preoccupato per il destino degli ebrei, anche di quelli che magari aveva conosciuto».

Nella storia di Griesinger confluiscono lo schiavismo, l’emigrazione, la guerra e il genocidio. Se gran parte dei nazisti non aveva avuto bisogno di antenati schiavisti per odiare gli ebrei, il fatto che Griesinger potesse annoverarne parecchi nel suo albero genealogico ci impedisce di pensare al nazismo come a un fenomeno isolato o puramente tedesco

d. lee, La poltrona della ss, nottetempo, milano 2021 (p. 332)

I documenti nascosti nella poltrona della SS simboleggiano anche il silenzio che per molti anni ha alimentato le famiglie del Dopoguerra.

Il lavoro di Daniel Lee è stato non solo quello di viaggiare tra tutti gli archivi possibili in cui ritrovare una traccia – seppur la più minima – del passaggio di Griesinger, ma anche quello di ricerca di testimoni. Il protagonista delle sue ricerche era, come già detto, un personaggio anonimo nel suo ambiente; di conseguenza, trovare sue tracce per Lee è stato difficoltoso. Nonostante la grande difficoltà Lee incappò prima in un suo zio e di conseguenza anche nelle due figlie di Robert: Barbara e Jutta. La cosa che stupisce di più nel leggere degli incontri avvenuti con Lee è che le due figlie non avevano idea delle mostruosità compiute dal padre.

Il dolore per aver vissuto certe esperienze ha insabbiato i ricordi di molti.

Documentandomi ho scoperto che molti figli di nazisti per molto tempo non hanno domandato nulla ai propri genitori. Anche Barbara e Jutta confermano questo. Le figlie di Griesinger dopo la guerra vedendo una madre triste per aver perso il marito non le chiesero mai informazioni su di lui. Chi ha vissuto in prima persona certi momenti, sembra non abbia poi voluto raccontarli ai proprio figli o nipoti. Nonostante ciò che lo storico riuscì a riportare in superfice di quel burocrate assassino, le figlie non ne risultarono particolarmente sorprese. Infatti, sia Barbara che Jutta si commossero a conoscere la grafia del padre.

Non avere testimoni è una grande perdita. Per questo motivo il lavoro di Lee acquista un grande valore. L’autore mette in luce l’immagine e la vita di un uomo solo, raccontandoci però che non fu l’unico. Lee ha rivelato, insomma, come quelle organizzazioni in realtà fossero più sfaccettate e organizzate di come solitamente si ritiene.

La testimonianza è essenziale, il ricordo di quelle tragedie non deve morire insieme a chi ha vissuto quegli anni orribili.

In un’intervista, Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica italiana, spiega di come per ben quarantacinque anni non abbia mai fatto parola di ciò che aveva vissuto nei campi di sterminio. Nell’intervento del 2018 al Parlamento europeo racconta alcune delle brutalità che i suoi occhi hanno dovuto vedere. Si rammarica però dicendo che purtroppo quella generazione sta sparendo e nessuno potrà più raccontare, testimoniare.

Pietra di inciampo opera per commemorare ebrei caduti inguerra
Le pietre di inciampo sono opera dell’artista tedesco Gunter Demnig e servono per commemorare gli ebrei morti nei campi di concentramento

Ma in questa epoca in cui non facciamo nostro qualcosa se non quando ci tocca da vicino, non dobbiamo dimenticare di ricordare. Viviamo più intensamente quel 27 Gennaio, una data simbolica che sarà a breve solo un accumulo di ricordi di qualcuno che non ci sarà più. Facciamoci testimoni, documentiamoci, portiamo avanti noi il ricordo delle generazioni passate per le generazioni future. I nostri figli studieranno qualcosa di molto lontano da loro. Facciamo in modo che quella lontananza sia solo temporale, accorciamo questo tempo e permettiamo a tutte quelle vittime di essere sempre nel nostro presente.

Immagine di Aldostefano Marino che ritrae il libro di Anne Frank in mezzo a dei tulipani e pagine di diario e quaderni

Il Diario di Anne Frank

L’originale Diario di Anne Frank

Con queste parole, una giovanissima Anne Frank appena tredicenne, nel giorno del suo compleanno comincia a scrivere il suo Diario. È il 12 giugno del 1942, il diario le è stato regalato dai suoi genitori, insieme a “una camicetta azzurra, un gioco di società, una bottiglietta di succo d’uva”.

Spero di poterti confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che mi sarai di grande sostegno.

a. frank, diario, einaudi, torino 1993.

In quelle prime pagine di Diario, la vita di Anne possiede ancora tutte le caratteristiche di una vita normale.

È un’adolescente sveglia con un’intelligenza penetrante, un’ironia a incomprensibile a molti, una parlantina spesso criticata e un bagaglio carico di desideri. Quello più grande è diventare una giornalista, aiutare il mondo e le persone con le sue parole e per mezzo della sua penna stilografica.

La sua classe è numerosa; Anne ha poche amiche: una forse, con cui tuttavia i rapporti si son sgualciti. Ha avuto un solo amore ostacolato dalla nonna di lui, non va d’accordo con tutti, e il suo carattere spesso la porta a riconoscersi sola e a meditare sulla propria condizione, recriminando l’esigenza di una persona a cui confidare tutti i propri drammi, i peccati, le colpe, qualcuno con cui essere del tutto sincera.

Anche perché nemmeno i suoi genitori sono in grado di comprenderla: con sua madre non ha un buon rapporto e non c’è alcun dialogo tra loro; con suo padre, invece, spesso le vien più facile confidarsi. Nonostante Anne provi in tutti i modi a essere la figlia che i suoi genitori vorrebbero, le loro attenzioni sembrano rivolgersi sempre alla sorella maggiore, Margot, l’unica di cui sua madre pare andare fiera – mentre di lei non è mai contenta. A parte questo, Anne è una bambina felice ed è come se di lei esistessero due Anne.

La prima Anne è la ragazzina irrequieta, irriverente, con i voti alti a scuola ma il carattere spigoloso; la seconda, invece, è quell’Anne che vorrebbe essere, quella che ella riesce a dedicare solo a se stessa e che nessuno conosce.

La seconda è quella che scrive il Diario, e che si rivolge a Kitty – l’interlocutore paziente a cui Anne affida le proprie confessioni – con precisione e sincerità. A quelle pagine, Anne assegna il compito di raccogliere i suoi pensieri, i suoi drammi di tredicenne indisciplinata; il suo avvento nel mondo delle donne, ma invero diventano qualcosa di più. Poiché a un mese di distanza da quando ha cominciato a scrivere racconta ciò che sconvolge la loro esistenza, ignara di star trasformando il suo diario in un’opera destinata all’umanità. Eppure è proprio ciò che Anne desidera più di tutto, esser utile a qualcuno, diventare immortale anche quando lei non vivrà più.

Cara Kitty,
così ci incamminammo sotto il diluvio, papà, mamma e io, ognuno con la sua cartella o borsa della spesa piena di oggetti più svariati. Gli operai che andavano a lavorare di mattina presto ci guardavano pieni di compassione; dalle facce si capiva che erano dispiaciuti di non poterci offrire nessun mezzo di trasporto; l’appariscente stella gialla parlava da sé.

anne frank, giovedì 9 luglio 1942

Già da mesi la famiglia dei Frank, i Van Pels, e il dentista Fritz Pfeffer stanno programmando la propria partenza e attendono il momento più propizio per nascondersi.

Da tempo portano via da casa loro tutto quello che possono e lo trasferiscono in quello che diventerà il loro Alloggio segreto, situato nei piani superiori degli uffici in cui ha sede la ditta di Otto Frank.

Il 6 luglio 1942, per sfuggire alla persecuzione nazista, la famiglia dei Frank si trasferisce nell’alloggio, sito ad Amsterdam al numero 263 di Prinsengracht. Tutti quanti indossano numerosi strati di vestiti per riuscire a portare con sé più cose possibili, stanno attenti che nessuno li veda e si affrettano con la paura nel cuore. Solo qualche giorno dopo, quando arrivano i Van Pels e Pfeffer, le finestre degli alloggi sono già completamente oscurate, e a ognuno viene assegnato un incarico.

Tutti i dipendenti della ditta sono a conoscenza del nascondiglio e continuano a lavorare come se nulla fosse; tuttavia, nessun’altra lo sa, ed è meglio così.

Per questo, ai rifugiati non è consentito fare rumore, soprattutto in alcune ore della giornata; devono alzarsi sempre alla medesima ora, e impegnarsi fin da subito a razionarsi il cibo. Anne divide la stanza con il dentista, ma lo trova insopportabile, soprattutto perché non le lascia mai la scrivania dove vorrebbe scrivere il suo diario in santa pace.

Così tutti gli abitanti dell’alloggio prendono a vivere con una serie di accortezze atroci, affinché nessuno li scopra. A nulla servono le ricchezze possedute, i risparmi della signora Van Pels, e il loro riconoscimento sociale; né, tantomeno la speranza di salvarsi: da quel momento ogni cosa sarà diversa per tutti.

Gli ebrei devono portare la stella giudaica; gli ebrei devono consegnare le biciclette; gli ebrei non posso prendere il tram; gli ebrei non possono andare in auto, neanche se è di loro proprietà; gli ebrei non possono fare acquisti dalle 15 alle 17; gli ebrei possono andare solo dai parrucchieri ebrei; gli ebrei non possono uscire per strada dalle 20 alle 6 di mattina; gli ebrei non possono andare al teatro, al cinema e in altri luoghi di divertimento; gli ebrei non possono frequentare la piscina né i campi da tennis e di hockey e quelli per altri sport; gli ebrei non possono andare in barca; gli ebrei non possono praticare nessuno sport all’aperto; gli ebrei non possono trattenersi nel proprio giardino né in quello di conoscenti dopo le otto di sera; gli ebrei non possono andare a casa dei cristiani; gli ebrei devono frequentare scuole ebraiche, e altre simili.

Così vivacchiamo senza poter fare questo e quello.

anne frank, sabato 20 giugno 1942

Durante la lettura del Diario di Anne Frank, l’alloggio segreto diventa un’emblema: la sua immagine, fatta di stanze impolverate, finestre sbarrate e mobili massicci, ci si para davanti con una forza disarmante.

Ma di che cosa si tratta, se non di una trappola? Per due anni, le famiglie Frank, Van Pels e il dentista Pfeffer hanno abitato quel nascondiglio senza mai uscirvi, senza che mai gli fosse permesso guardare per troppo tempo fuori dalle finestre… Soltanto alcuni fedeli amici, scampati alle leggi razziali, entrano ed escono dal loro alloggio per rifornirli di viveri, cibi (sempre più poveri), ma anche notizie e libri. Durante quei due anni, queste tre famiglie hanno abitato l’alloggio raschiando patate, ossessionati dalle privazioni alimentari e sempre in ascolto della radio inglese.

Foto della camera di Anne nell’Alloggio segreto che ella divideva con Fritz Pfeffer

Tutti i volti, i racconti, le paure, le improvvise irruzioni dei ladri e i gatti che si succedono nei magazzini, sono narrati da Anne. Un Anne nuova rispetto alle prime pagine del Diario, più matura, ma terribilmente annoiata; che trascorre le sue giornate tutte uguali, terrorizzata dall’idea che quando la vita riprenderà, avrà perso due anni di scuola.

Nel Diario, Anne ora si lamenta di quanto il signor Van Pels si trattiene in bagno; ora critica apertamente il modo in cui essi hanno educato i propri figli; ora è in rotta con tutti gli abitanti dell’alloggio e nessuno la comprende. Arriva persino un momento in cui tra Anne e il giovane Peter Van Pels pare star nascendo un amore giovane e i loro sguardi e le proprie speranze si rincorrono sul memoriale.

Talvolta, però, l’Anne più esigente lascia spazio a un’Anne più mansueta, più docile e spensierata che riesce a non pensare alla propria sorte; così il suo Diario si trasforma in un fedele testimone di cronaca quotidiana, il riflesso fedele dei giorni di clausura di questa piccola comunità ebraica. E nonostante tutti appaiono intenti a vivere la propria nuova vita come se nulla fosse, tutti si leggono attraverso la loro natura più indifesa.

A mano a mano che i giorni da rifugiati avanzano, ognuno di loro è più stanco: i litigi si succedono, le riconciliazioni sono sempre meno efficaci. Eppure, nonostante della guerra resti traccia negli annunci radio, nelle preoccupazioni di Anne c’è sempre il tentativo di trovare un lato positivo.

Spesso e volentieri Anne riflette su come la loro vita riprenderà quando tutto sarà finito, e non smette di credere che troveranno la salvezza. Ma mentre i giorni avanzano e la noia abbonda, certe volte Anne si abbandona allo sconforto di pensare che per loro sarebbe stato meglio morire subito, che vivere in attesa di un giorno che presto sarebbe arrivato.

Nello scritto che introduceva l’edizione del Diario di Anne Frank nel 1964, Natalia Ginzburg scriveva:

Il libro di Anne Frank, noi lo leggiamo sempre tenendo presente la sua tragica conclusione; senza poterci fermare a quei precisi momenti che vi sono raccontati, ma sempre guardando oltre, sempre cercando di figurarci quel campo di Bergen Belsen, dove Anne è morta, e quegli otto mesi che ha trascorso là, prima della morte, certo penosamente ricordando l'”alloggio segreto”, l’idillio con il ragazzo Peter, i gattini, le feste per i compleanni, le amiche Elli e Miei che fino all’ultimo hanno rischiato la vita per la salvezza di lei e dei suoi […]

prefazione all’edizione del 1964 al diario di anne frank, a cura di Natalia Ginzburg

Pochi giorni prima che i tedeschi fecero irruzione nell’alloggio segreto, Anne è intenta a riscrivere e ricontrollare i suoi Diari.

Ha scoperto dalla Radio che tutti coloro che abbiano raccontato quei duri anni saranno ricompensati. Anne si appresta a ricontrollare, aggiunge qualcosa qua e là, taglia passaggi ritenuti noiosi, e annota tra le pagine del suo ultimo quaderno le proprie speranze:

Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità.

anne frank nelle ultime pagine del suo diario

Il Diario di Anne Frank risulta incompleto, poiché i tedeschi nazisti scoprirono il loro nascondiglio qualche mese prima della liberazione. Venne portato in salvo da Miep Gies, la donna che aiutò la famiglia Frank durante la clandestinità. Per molto tempo, tutto il materiale venne custodito nel fondo di un cassetto chiuso a chiave, affinché nessuno potesse appropriasene. Quando infine Otto Frank tornò dalla prigionia (1945) fu il primo a leggere quelle pagine; si occupò di correggerle, le rimaneggiò e trovò un editore che fosse adatto a pubblicarle.

La sola versione che oggi abbiamo la possibilità di leggere è l’unica versione approvata dal Fondo di Anne Frank. Una lettura dolorosa, triste, ma necessaria. È molto più che una lettura: è un reperto storico autorevole che fornisce immagini precise e dolorose di un periodo che tutti vorremmo dimenticare ma che è bene non venga mai dimenticato. E se tra i desideri di Anne vi era proprio quello di diventare una grande scrittrice, un po’ di speranza resta nel cuore di chiunque legga il diario, che già sa che tutto quel dolore ha potuto almeno coronare il suo desiderio più intimo: sopravvivere alla finitezza della propria esistenza.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén