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Il libro il Meglio della vita, Edizioni Neri Pozza ritratto vicino a una palma, una caffettiera e dei petali gialli

Il meglio della vita, R. Jaffe

Il meglio della vita (1958) è il primo romanzo di Rona Jaffe (1931 – 2005), giornalista e scrittrice americana. Nella New York degli anni Cinquanta, un gruppo di giovani donne di belle speranze si destreggia in un mondo di uomini per affermarsi sulla scena lavorativa della Grande Mela. Neri Pozza ha scelto di riproporlo ai lettori italiani nel 2007.

The Best of Everything (1959)
Titoli di testa della trasposizione cinematografica del 1959 con Joan Crawford – https://youtu.be/wT1ExnDI9yU?t=38

L’incipit catapulta il lettore in uno scenario simile alla scena iniziale di Il diavolo veste Prada.

Ogni mattina, alle nove meno un quarto, si vedono emergere dalle viscere della metropolitana, uscire in fila dalla Grand Central Station, attraversare Lexington Avenue, Park Avenue, Madison Avenue, la Quinta Strada: centinaia e centinaia di ragazze. Alcune sono scattanti, altre imbronciate, altre hanno l’aria di chi non è ancora sceso dal letto. Alcune sono in piedi dalle sei e mezzo, quelle che fanno la spola da Brooklyn, da Yonkers, dal New Jersey, da Staten Island, dal Connecticut. Hanno sotto il braccio i giornali del mattino e la borsetta piena di roba. Alcune indossano stinti soprabiti di lana rosa o verdina, scarpe fuori moda col cinturino alla caviglia, e nascondono sotto un fazzoletto i capelli ancora avvolti nei bigodini. Altre sfoggiano eleganti completi neri (dell’anno prima, magari, ma chi può dirlo?), guanti di capretto, e si portano il pranzo nei cestini di carta a fiori acquistati al Bonwit Teller.

R. Jaffe, Il meglio della vita, Neri pozza, beat, milano 2007 (p. 5)

Caroline Bender apre la scena; una ventenne di classe, appena uscita dal college, che si muove risoluta e a passo sicuro. Dietro il completo di tweed alla moda, si nasconde, però, un cuore spezzato; é in cerca di un nuovo inizio.

Muovendosi rapida tra la folla della rush hour mattutina, giunge alla sede della casa editrice Fabian per il suo primo giorno di lavoro. Sarà la segretaria di una delle editor della collana Derby Books. Qui, incontra le prime compagne di avventure.

Ci sono April Morrison, texana, favolosamente bella e dalla chioma biondo-rossiccia; Gregg Adams, occhi pieni di sogni ed illusioni, e Barbara Lemont, giovane madre divorziata, determinata e fiera.

La foto ritrae edifici di New York, tra cui spicca un noto grattacielo. il Chrysler Building. La foto si riferisce all'ambientazione di Il meglio della vita.
Chrysler Building, New York, USA

Professionali professioniste

Ognuna di queste donne porta parte della propria personalità a servizio dell’azienda, lavorando con dedizione, integrità e ambizione. Ma, nonostante New York sia come una confezione di gelatine “tutti i gusti più uno”, trovare una propria dimensione é tutt’altro che semplice. Le ragazze si muovono quindi tra metropolitane gremite, storie d’amore sbagliate, svariati bicchieri di whiskey sour, uomini egoisti e sentimentalmente non disponibili. L’innocenza ancora appartenente a qualcuna di loro è presto perduta, e Caroline e le sue amiche si trovano a sbattere la faccia contro la dura realtà.

Una realtà ancora fortemente maschile, patriarcale, che lascia ben poco spazio alle donne, ancora costrette a scegliere se dedicarsi alla carriera o alla famiglia. Una combinazione di questi elementi è caldamente sconsigliata.

Welcome to the Fifties!

Tra capi che allungano le mani e colleghe pettegole, il lettore scopre insieme a Caroline, Gregg e April il difficile status di giovani volenterose degli anni Cinquanta. Nel marasma che è New York, cercano di trovare la giusta misura per essere moderne e indipendenti, ma senza farsi mettere i piedi in testa. Si trovano a dover respingere avance non richieste dei loro capi e di fidanzati crudeli.

Le magagne del mondo del lavoro degli anni Cinquanta spuntano come fiori a primavera dalla penna di Rona Jaffe, in una prosa estremamente godibile, che dà voce a un’intera categoria sociale. Con questo testo, l’autrice si lega a una tradizione letteraria che si svilupperà nel corso degli anni, legata anche alle storie passionali e peccaminose di Peyton Place di Grace Metalious. Distaccandosi dal romanzo rosa, Jaffe affronta argomenti ritenuti non consoni, come l’aborto, il sesso pre-matrimoniale e il divorzio.

Ragazze di New York, pensò April, e il terrore cominciò a scemare. L’aveva presa per una ragazza di New York; aveva l’aria di una di città, allora?

R. JAFFE, IL MEGLIO DELLA VITA, NERI POZZA, BEAT, MILANO 2007 (P. 29)

Tra le pagine del Meglio della vita, scorre una vitalità forte, ricca di ispirazione, rimasta intatta nonostante i cinquant’anni dalla prima edizione. Un Sex and The City con meno sex e più city, sulla scena degli uffici fumosi di Mad Man, gli abiti sofisticati di The Marvelous Mrs Maisel e il piglio femminista di Good Girls Revolt.

Un cocktail dal sapore dolce, ma non dolciastro; deciso, ma non invadente; frizzante e miscelato da una dirompente energia femminile.

La copertina del libro su Elsa Morante nella biografia di De Ceccatty rappresentata in libreria

Elsa Morante, R. De Ceccatty

Se c’è stata una cosa tanto ostile a Elsa Morante certamente è stata la spontanea curiosità nei confronti della sua vita. Per tutta l’esistenza, Morante tenne lontani da sé i pettegolezzi e molte delle chiacchiere che (naturalmente) nascevano attorno a lei, una delle autrici più significative del Novecento italiano. Ma erano i suoi libri ciò che Morante avrebbe voluto lasciare ai suoi lettori, più che il mero ricordo di una biografia ingiustamente ritenuta insignificante.

Elsa Morante ritratta con uno dei suoi gatti affilatissimi

Elsa Morante è stata una donna indipendente, dalla personalità forte e il carattere caparbio. Spesso malgiudicata dagli altri, Elsa non si faceva problemi ad agire secondo il proprio diktat, convinta di aver sempre ragione e raramente disposta a mettersi in discussione. Se potrebbe sorprendere il fatto che un francese abbia voluto scrivere di lei, questo in realtà non deve affatto. Infatti, Moravia – suo marito – fu molto amato in Francia, e di riflesso anche lei, che presto seppe dare al pubblico la grande opera che si attendeva dalla moglie di un grande autore.

Rene de Ceccatty (1952) è un narratore e drammaturgo francese. Prima di Morante ha raccontato di Moravia, Pasolini e Leopardi. Personalità eccellenti che hanno fatto la storia letteraria del nostro Paese e che spesso son state apprezzate più altrove che in Italia.

Pubblicata in Francia nel 2008, la biografia di Elsa Morante è stata tradotta dalla scrittrice Sandra Petrignani – che fin dalla Corsara e La scrittrice abita qui ha impreziosito i lettori con la narrazione di alcune tra le maggiori scrittrici italiani del Novecento. È interessante osservare come la penna di un francese abbia deciso di raccontare Elsa Morante a partire dalla sua infanzia, laddove si nascondo i segni più evidenti di ciò che sarebbe diventata e avrebbe scritto. Ed è altresì interessante – nonostante non manchi vasto apporto bibliografico – servirsi dell’autorità di Petrignani per affidarci a De Ceccatty – senza dubbio su ciò che ci viene narrato.

La vita privata di uno scrittore è pettegolezzo; e i pettegolezzi, chiunque riguardo, mi offendono.

intervista rilasciata da Elsa Morante a enzo siciliano nel 1972.

Più volte Elsa Morante ribadì la sua insofferenza a sentir parlare di sé, e più volte de Ceccatty lo ricorda. Dev’esser stato arduo, dunque, tentar di rintracciare informazioni sulla scrittrice, avendo cura di scinderle dai soliti tentativi di depistaggio operati. Ancor più arduo è stato trovare testimoni che, in grado di rompere il patto di silenzio stretto con l’autrice, avessero il coraggio di raccontare particolari e dettagli che prima non conoscevamo. Tuttavia, de Ceccatty non si è fatto intimidire e proprio secondo il dettame morantiano ha dato voce ai fili rossi nascosti tra i suoi libri – tramite cui vien più facile comprendere un personaggio di tale complessità, dilaniato dal dolore.

Perché prima di tutto, a caratterizzare l’esistenza di Morante, è la sofferenza. La sofferenza di esser nata da due padri, quella di un complicato rapporto con sua madre, con i fratelli e la sorella. Ma una sofferenza che è poi anche alla base di tutta la sua opera e del trionfo dell’immaginazione onirica – tecnica che poi sarà ricorrente nei suoi romanzi.

In qualche modo si può dire che, per Elsa, l’immaginazione è stata l’unica via di scampo dalla realtà. Affidata a soli otto anni alla pedagoga montessoriana Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, cominciò a scrivere sui suoi quaderni le prime storie infantili. Quei racconti embrionali che rappresentavano l’evidente manifestazione di un genio precoce non son passati inosservati a de Ceccatty, che ne estrae un ritratto veritiero e per alcuni aspetti inedito. Il ritratto di un’artista riconosciuta senza dubbio come la più grande scrittrice italiana di sempre – un termine che a Morante sarebbe stato stretto. Proprio a lei, che per sé avrebbe preferito l’appellativo di scrittore, meno denigrante rispetto a quello di scrittrice – spesso inclini a raccontar d’amore e altri dammi ritenuti frivoli.

Dai primi racconti, De Ceccatty discende per arrivare a quelli più celebri. Ma anche i primi, per quanto abbozzati, si dimostrano importanti, perché furono quelli in grado di prepararle la strada per il successo e la fama a lungo cercati.

Elsa Morante è l’autrice dell’Isola di Arturo, il romanzo Premio Strega 1957 che più di tutti le ha portato la notorietà, della Storia – un libro didascalico diverso dagli altri, ma che tuttavia non offusca la fama della scrittrice ma anzi la esalta. È l’autrice dello Scialle andaluso, uno dei suoi più celebri componimenti brevi, che poi darà il titolo a una raccolta di storie e narrazioni degne di merito. Ancora: è l’autrice di Menzogna e sortilegio, un romanzo di numerose pagine scritto in quattro anni. E di un altro breve poemetto, che nemmeno il suo maggior critico – Cesare Garboli – fu in grado di capire come lei si sarebbe aspettata. Mi riferisco a Il mondo salvato dai ragazzini, un’allucinante narrazione in versi di complessità inaudita, composta sotto l’effetto di droghe durante le lunghe trasferte newyorkesi.

Spesso in giro per il mondo, ora a New York, ora in India – con Moravia e Pasolini -, ora in Unione Sovietica, in Grecia e Cina con Debenedetti, Elsa Morante non smise mai di guardare verso i meno fortunati, i semplici e gli esclusi: i Felici Pochi. Coloro a cui dedicherà un’intera produzione letteraria, i protagonisti dei suoi romanzi: persone sconfitte in partenza ma che hanno tanto da dire – ed è il mondo che li perde.

E mentre i libri si compongono con gran fatica, Elsa viveva e si innamorava. Amava soprattutto uomini impossibili, da cui non otterrà mai indietro l’amore che provava – ma che spesso era inabile a ricevere.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.
Elsa Morante e Alberto Moravia durante una loro vacanza ad Anacapri

I legami le davano noia, e specialmente le persone. Elsa Morante era una persona fortemente indipendente e quando incontrò Alberto Moravia la loro unione fu benefica. Forse non avrebbe trovato altri uomini in grado di sopportare i suoi sbalzi d’umore, le stranezze, i silenzi: e difatti, tra tutte, la loro fu la relazione più lunga. Una lunga relazione di cui ha scritto un bellissimo libro Anna Folli, che non si interromperà nemmeno dopo la conclusione, e che continuerà a nutrirsi a distanza.

Insieme a Moravia, il meno impossibile dei suoi amori, ci saranno soprattutto giovani omosessuali che non saranno in grado di ricambiarla. Prima il regista Luchino Visconti, poi il pittore suicida americano Bill Morrow. E di una qualche forma d’amore si può parlare anche dell’amicizia tra Morante e Pasolini, cominciata come idilliaca, e destinata a frantumarsi, per una volta a causa di lui – e non di lei.

Una vita interamente dedicata alla letteratura, spesso in bilico tra la necessità di doversi adattare a un pubblico esigente e le ambizioni per le proprie opere. E se la vita privata dell’autrice è piena di incertezze, dubbi e difficoltà, quella dei suoi libri è attesa, immaginata, vagheggiata fin da bambina, e destinata a durare per sempre.

La casa dalle finestre sempre accese, di Anna Folli, rappresentato in mezzo a delle carte e al libro di Proust

La casa dalle finestre sempre accese, A. Folli

È uscito nel mese di settembre l’ultimo libro di Anna Folli, La casa dalle finestre sempre accese, edito da Neri Pozza.

Tra corso San Maurizio e il Lungo Po Cadorna, a Torino, c’è un edificio color sabbia, la casa dalle finestre sempre accese. È un luogo senza tempo, in cui intellettuali, letterati, pittori, artisti di ogni genere, e amatori dell’arte, si ritrovano per dar vita a uno dei più grandi salotti culturali del Novecento.

Ora sono qui, davanti a un edificio color sabbia con le finestre che guardano il fiume e la collina: in questo palazzo sobrio e molto sabaudo non è cambiato quasi niente da quando, in un appartamento al secondo piano, Giacomo e Renata Debenedetti iniziarono la loro vita insieme.

Nel 1919, durante una sera d’inverno, Giacomo Debenedetti e Renata Orengo si incontrano al Teatro Regio di Torino.

Renata Orengo, allora ha solo dodici anni, ed è seduta nella prima fila del loggione per ascoltare I maestri cantori di Norimberga. Accanto a lei, siede un ragazzo pallido che è stato ritratto da Felice Casorati, è Giacomo Debenedetti. A invitare Giacomo a casa loro è la madre di Renata, Valentina Orengo, perché in lui scopre un raffinato ascoltatore. La passione in comune per la musica e per Wagner li fa subito empatizzare, ma a spingerlo fino a casa loro non è solamente la dedizione per le arti. È Renata ad averlo attratto dal primo momento che l’ha vista a teatro, coi suoi modi gentili e la sua inesperienza.

Renata Orengo nasce da Valentina e il marchese Antonio, una coppia borghese che si oppone al proprio destino. La marchesa parla perfettamente il francese, il russo, l’inglese e il tedesco, “ma nel suo italiano si mescolano parole francesi e russe, il dialetto ligure e quello piemontese”. Il suo vangelo è Guerra e pace. Tra i due genitori è la madre quella più rivoluzionaria: una donna interessa a tutto e molto più colta di quanto fosse abituale per una signora del suo tempo e della sua estrazione sociale.

Tuttavia, alla marchesa Orengo non sono sfuggiti quegli sguardi e quei sospiri tra sua figlia e Giacomo, e colpita dal ragazzo non fa nulla per impedir la loro vicinanza.

Giacomo nasce a Biella il 25 giugno del 1901, da una famiglia ebraica commerciante di tessuti. Di quegli anni, Giacomo non parla spesso e allora non può ancora sapere che, dopo il trasferimento a Torino, la sua vita cambierà per sempre.

Da ragazzo, Giacomo è molto intelligente e ha la capacità di “assorbire nozioni e di elaborarle in un modo che è soltanto suo”.
Torino gli appare subito come una grande città, i nuovi compagni lo ammirano, e i professori lo portano a modello.

Ma durante la prima adolescenza la sua esistenza viene sconvolta dalla perdita dei genitori.

Il padre muore per un cancro allo stomaco, e poco dopo, sua madre Elisa di spagnola. Per questo, il giovane Giacomo verrà affidato alle cure dei suoi due zii, Alessandro e Natalia, ma da allora gli sembrerà sempre di svegliarsi in un mondo che non è più il suo.

A diciassette anni, Giacomo si iscrive alla facoltà di Ingegneria Meccanica, come aveva promesso a suo padre.

Appena ventenne, Giacomo è già considerato da tutti un piccolo genio. È tutto un “gioioso accumulo di nozioni e progetti che gli aprono le porte del mondo torinese”. La sua vita è un susseguirsi di letture, di studi, ma sopra a tutto di incontri e scambi con letterati, poeti, filosofi, pittori. Fin da allora, ciò che Giacomo vorrebbe per sé non è la carriera che poi intraprenderà. Debenedetti vuole diventare uno scrittore, si circonda di personaggi da cui può sempre apprendere qualcosa e ogni momento libero cerca di trascorrerlo barricato nella propria stanza.
Proprio durante quegli anni, una delle sue prime frequentazioni è il futuro critico Gianfranco Contini, con cui conduce lunghe passeggiate su via Po. Tuttavia, il punto di riferimento di Giacomo e di tutti i giovani intellettuali di quegli anni è Benedetto Croce, ed è proprio lui che, nel 1922 ha letto un suo articolo e vuole sapere qualcosa di lui.

Per Giacomo è il momento delle grandi amicizie. Frequenta Cesare Angelini, Eugenio Montale, il critico Renato Serra, mentre i suoi compagni non pensano ad altro che godersi gli ultimi anni dell’adolescenza.

Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant'Anselmo all'Aventino
Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant’Anselmo all’Aventino

Assidue sono le visite di Giacomo nello studio di Casorati, dove incontrerà personaggi significativi per il suo percorso, come Lalla Romano e Paola Levi Montalcini. Tra gli invitati c’è persino Daphne Maugham – la fascinosa nipote di Somerset Maugham che raggiunge Casorati per imparare dipingere e infine si sposano.

Giacomo Debenedetti, Carlo Levi, Mario Soldati, Natalino Sapegno, Sergio Solmi, Giacomo Noventa, Guglielmo Alberti e molti altri – tutti più o meno coetanei – formano un gruppo unico e solidale. E Giacomo comincia a lavorare con i maggiori giornali del tempo: prima a Energie nuove, poi alla Rivoluzione liberale e al famigerato Baretti.

Da quel lontano 1919, Debenedetti continua a frequentare casa Orengo e tra Giacomo e Renata non si è mai spenta l’attrazione originaria.

Fino a quel momento, la futura inquilina della casa dalle finestre sempre accese ha avuto una vita tranquilla e protetta. Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di Storia dell’Arte, poiché anche lei è innamorata delle arti, della letteratura e della musica. Tanto da diplomarsi al Conservatorio in pianoforte, una passione che si porterà dentro per tutta la vita. Coloro che l’hanno conosciuta raccontano del suo evidente charme: tra loro c’è Giulio Carlo Argan che la ricorda in un cappotto verde scuro mentre illumina il grigiore delle aule torinesi.

Tuttavia, prima che la loro unione trionfi, Giacomo avrà altre amanti. La prima tra tutte è Paola Levi, la sorella di Natalia Ginzburg che si sposò con Adriano Olivetti. La fine della relazione è una ferita che stenta a guarire e per Debenedetti diventa motivo per concentrarsi maggiormente sui propri studi. Per molto tempo Giacomo non si vede nei panni di un critico, e affida tutte le sue speranze a un romanzo breve che verrà mal recensito da quasi tutti: Amedeo. È una sorta di “confessione psicanalitica in cui rivela il rapporto difficile con se stesso”, ma che nemmeno per il critico raggiunse una piena riuscita. Ci vorrà del tempo prima che Giacomo abbandoni definitivamente l’idea di scrivere: nel frattempo ha quasi trent’anni e poiché sente il bisogno di diventare più popolare e di parlare a più persone, comincia a collaborare con La Gazzetta del Popolo.

Nel 1929, Giacomo pubblica la prima raccolta dei Saggi critici. Sono preceduti da mesi di studio senza tregua, minacciati dalla paura di non essere all’altezza del compito che si è dato.

La dedica del volume è a Renata, ché ha saputo rimanergli vicina nei momenti peggiori e che da dieci anni sopporta le sue assenze e i ritorni. Nonostante Giacomo non abbia ancora un lavoro stabile, e Renata ha appena finito l’università, è allora che i due decidono di sposarsi. Una scelta sofferto oltraggiata dagli Orengo, che non vedono dietro il giovane ebreo, qualcuno in grado di rendere felice loro figlia. Un matrimonio con pochi invitati, poche ore di festeggiamenti e i Debenedetti partono in viaggio di nozze per Vienna, l’Austria e l’Ungheria.

La prima casa dalle finestre sempre accese è in corso San Maurizio, da cui si può mirare la Basilica di Superga.

Nel nuovo appartamento Giacomo studia, legge e scrive, mentre Renata tenta di diventare una perfetta padrona di casa. Sono assidui frequentatori del Teatro Regio e non perdono un concerto di Wagner. A casa loro, invece, sono sempre in tanti, perché molti sono quelli che vanno a trovarli per discutere dei temi culturali del momento. E in quell’appartamento in corso San Maurizio si organizzano piccoli ricevimenti e si invitano gli amici: Mario Soldati, Casorati, Venturi e molti altri nomi di personalità divenute illustri.

Il matrimonio, però, è come se avesse spento l’ispirazione di Giacomo, tanto che il critico riversa il suo interesse sul cinema e sulla sceneggiatura, in particolare sulle grandi produzioni di Hollywood. Collabora con la Cines, la Lux Film e ha contatti perfino con Zavattini e De Sica scrivendo per loro sceneggiature di gran successo. Verso il cinema è spinto anche a causa della nascita di Elisa, la prima figlia nata nel 1933, che richiede nuove entrate più cospicue e porta Giacomo a cercare nuovi guadagni.

Negli anni del cinema, i Debenedetti decidono di lasciare Torino e andare a Roma, la città del futuro e delle nuove possibilità.

In via Sant’Anselmo – la strada che i Debenedetti hanno abitato per dodici anni – sorge la nuova residenza, in uno dei quartieri più verdi della città, l’Aventino. E, sempre in quegli anni, nascono per loro le amicizie più importanti e in vista del tempo, poiché Roma, si sa, già allora era la culla dell’arte e della cultura. Sarà proprio nella casa sull’Aventino che inviteranno Alberto Moravia ed Elsa Morante, Bobi Bazlen, Alberto Savinio, Aldo Palazzeschi, Maria Bellonci e molti altri.

MoranteMoravia è la coppia più vicina ai coniugi. Elsa è totalmente accecata dalla bravura di Debenedetti, dietro cui riconosce uno dei migliori critici del tempo, ma diviene molto amica di Renata – che supporta a ogni nuova crisi sentimentale. Alberto, invece, è colui che per tutta la vita incoraggia il critico, lo sprona a far meglio e gli sottopone i suoi testi.

Poi, nel 1938 comincia l’incubo.
Dal giorno in cui vengono promulgate le leggi razziali, la loro vita cambia per sempre e Giacomo non si fida più del mondo.

La loro vita comincia a esser vissuta con ansia e preoccupazione. I coniugi temono per la loro vita, e per quella dei loro figli, devono star attenti a qualsiasi passo. Giacomo non può più lavorare per le leggi razziali e vive con vergogna l’impossibilità di non poter mantenere più la famiglia, ma fino all’ultimo non rinnega la propria discendenza ebrea. Saranno anni molto difficili per gli inquilini della casa dalle finestre sempre accese: entrambi si dedicheranno alla traduzione, Giacomo del suo amato e studiato Proust – che ha già tradotto Natalia Ginzburg -, mentre Renata di George Elliot – la giovane scrittrice londinese nascosta sotto un falso nome maschile.

Insieme alla crisi economica giunge anche quella sentimentale. Nel 1942, Giacomo si infatua di un’attrice, e Renata – che lo scopre – non riesce a perdonarlo subito.

I due si separano, Renata, a malincuore abbandona Giacomo, va via con i ragazzi. Ma in quelle lunghe settimane a Levanto lei non può rassegnarsi alla fine del loro amore. Anche lui non può, e continua a pensare a lei, nonostante sia sempre immerso nello studio disperato. È convinto che tra loro non sia finita. Dopo un lungo silenzio, infatti, tutto si ricompone, nonostante Renata continui a soffrire il tradimento.

Dopo quella prima rottura ci saranno molte altre crisi, poiché Giacomo, periodicamente risulta “squassato da nuove passioni di cui è il primo a soffrire”. E ogni volta, Renata sarà disposta a perdonarlo, incredula e sofferente davanti alle sue pulsioni non sarà mai in grado di rifiutare un suo ritorno.

La guerra è stato uno dei momenti più dolorosi dell’esistenza dei Debenedetti.

A cavallo tra il 1943 e il 1944, Insieme ai Pavolini, i Debenedetti si rifugiano a Villa Baldelli, a pochi chilometri da Cortona. Restano là fino alla fine della guerra, ma una volta finita la tragedia, il desiderio di sicurezza e di appartenenza a un gruppo di Giacomo si è acuito. Dopo essersi iscritto al Pci, che gli pare la strada giusta de seguire, Giacomo fa chiarezza sulle proprie posizioni e rimette ancora una volta in discussione il valore del critico letterario.

Il critico, almeno il critico che vorrei essere, interroga le voci, le affermazioni, le negazioni degli artisti, le loro riuscite e i loro errori, appunto, per chiarire a se stesso agli altri il senso e il fine della vita.

In quel periodo si moltiplicano i salotti letterari, dove spesso “a tenere le fila sono le padrone di casa”.

Renata è più assidua di Giacomo, ama frequentarli e conosce tutti; lui, invece, è sempre concentrato nel suo studio e quei luoghi non gli piacciono più. Esordisce inoltre, il celebre Premio Viareggio indetto da Repaci, dove in giuria ci sarà proprio Giacomo. Ma tra tutti i premi e i cenacoli letterari quelli che splendono maggiormente sono di Alba de Céspedes e Maria Bellonci. Quello dei coniugi Bellonci, in particolare, animato dagli “Amici della Domenica”, da un festoso momento di ritrovo diventerà l’ambito Premio Strega.

Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta
Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta

Le riunioni della domenica pomeriggio si trasformano in un vero e proprio Premio nel giugno del 1947: in quella prima occasione sono presenti le firme più prestigiose del Novecento italiano: Bontempelli, Piovene, Paola Masino, Savinio e molti altri, da Moravia a Ungaretti, da Morante a Gadda e Flaiano. E naturalmente, Giacomo e Renata sono “gli Amici della Domenica che si conoscono da anni e si chiamano tutti per nome”.

È anche così che Giacomo Debenedetti ha modo di farsi conoscere dagli intellettuali e di continuare a far circolare il proprio nome.

Il suo nome circola insieme a quelli più importanti della letteratura di quel momento, da Savinio a Caproni e l’amico sempre fedele Umberto Saba. Sono anni lunghi e travagliati, che vedranno Giacomo prima a Messina, dove gli sarà affidata la cattedra universitaria di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, poi a Roma, alla Sapienza.

Più che un professore, per molti allievi, Debenedetti è un maestro “che sa suscitare un rispetto istintivo”. Debenedetti conduce gli studenti al cinema, al teatro, e ovunque possa aiutare i suoi discepoli ad avvicinarsi all’arte. Ma dopo solo cinque anni, la cattedra viene soppressa e non servirà a niente la lettera scritta dagli studenti al Senato Accademico, per convincer loro a istituire nuovamente la cattedra dell’illustre critico del Novecento.

Nei primi anni Cinquanta, Alberto Mondadori invita Debenedetti a collaborare con la sua nuova casa editrice: Il saggiatore.

Una casa editrice di cultura, come voleva essere il Saggiatore, non può più sottrarsi all’aiuto di Giacomo e lo coinvolge. Giacomo è agli occhi di tutti brillante, e conosce meglio degli altri il mondo dell’arte e della letteratura. Mentre nel frattempo, con la Mondadori pubblica finalmente il secondo volume dei Saggi critici. Con il suo prezioso contributo, il Saggiatore edita Sartre, Lévi-Strauss, Klee, Fitzgerald, de Beauvoir e Lancan. Tuttavia, Renata che lo conosce bene, lo vede soffrire perché Mondadori non è più lo stesso di una volta, e durante l’estate viene colpito da una dolorosa nevralgia.

Quando per Giacomo sopraggiunge la morte, è pallido e disfatto. Renata passa le ore al suo capezzale e rintraccia i medici più preparati per curarlo.

Purtroppo non c’è nulla da fare, e Giacomo muore il 20 gennaio del 1967, dopo che Renata gli ha appena portato un piatto di pasta. Renata piange la sua scomparsa, e alle dieci di sera, capitolano alla sua porta gli amici della vita – a dar riprova che la scomparsa di Giacomo fu amara proprio per tutti.

Il primo ad arrivare è Carlo Levi che vuole far compagnia a Renata per la prima notte da sola. Poi arriva Soldati da Torino, che ha preso il primo treno non appena ha saputo la notizia e anche teme a lasciare Renata nella propria solitudine.

È per tutti una grossa perdita la morte di Giacomo, la scomparsa di un uomo che si è sempre impiegato in prima persona per la cultura. Un uomo che ha provato in tutti i modi a mediare le parole di quelli che hanno saputo scrivere e raccontare – e a cui lui, spesso, avrebbe voluto sostituirsi. Tuttavia anche Giacomo ha trovato il suo modo di esprimersi. Avrebbe voluto tanto diventare un narratore, e in qualche modo si può dire che lo sia diventato anche lui, attraverso le storie degli altri, snocciolandole e esponendo la loro bellezza sotto gli occhi di tutti.

Della sua persona rimane un ricordo indelebile, un fondo storico, tre volumi di critica letteraria, uno studio su Proust – e molti altri pubblicati postumi -, alcuni tentativi di romanzi e diverse tra le sceneggiature migliori di quegli anni. Unitamente al ricordo che si ha del critico, non si potrà dimenticare – qui e in nessun’altra sede – la moglie che ha saputo accompagnarlo e spronarlo, ma soprattutto amarlo sopra ogni altra cosa. Difenderlo a qualunque costo, valorizzarlo tutte le volte che le è stato possibile.

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