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La raccolta di lettere di Virginia Woolf e Lytton Strachey, raccolte tra il 1906 e il 1931, è ora in libreria per le Edizioni Nottetempo, a cura di Chiara Valerio e Alessandro Giammei. La raccolta è ritratta nella versione digitale, in mezzo a tulipani viola e bianchi.

Ti basta l’Atlantico? Lettere 1906-1931, V. Woolf e L. Strachey

Ti basta l’Atlantico? Lettere 1906 – 1931 di Virginia Woolf e Lytton Strachey, è una delle ultime preziose uscite di Nottetempo. Alla traduzione e curatela di questo volume si sono dedicati Chiara Valerio e Alessandro Giammei. Avvolto in una copertina fucsia, la casa editrice milanese consegna questo originalissimo volume nelle mani di lettrici e lettori, accrescendo curiosità e passione per le vicende di quel gruppo di scalmanati quali erano i membri del Bloomsbury Group.

Bloomsbury who?

Per chi approdasse invece su queste (e quelle) pagine sapendo poco o nulla di loro, si tratta di un gruppo malcelatamente esclusivo di cui faceva parte una porzione di élite artistico-culturale della Londra primo-novecentesca. Il nome lo si deve appunto al centralissimo quartiere londinese di Bloomsbury, fulcro del loro operato e che ospita tutt’oggi molti prestigiosi musei (come il British Museum) e università della capitale britannica.

Gordon Square
50, Gordon Square.
La targa che indica la permanenza della cerchia di Bloomsbury in questo edificio in vari altri vicini della zona nella prima metà del 1900. (ph. Lucrezia Bivona)

Al centro della squadra di pittori, scrittori e filosofi, troviamo le sorelle Stephen, che diventeranno più tardi la scrittrice cardine del Modernismo europeo, Virginia Woolf, che sposa Leonard nel 1912, e Vanessa Bell, pittrice e moglie del critico Clive Bell, anch’egli parte della cerchia. Altri nomi noti della loro squadra sono il romanziere E.M. Forster (Camera con vista; Passaggio in India), i pittori Duncan Grant e Roger Fry, l’economista John Maynard Keynes e, naturalmente, il brillante scrittore e intimo amico di Virginia, Lytton Strachey.

29, Fitzroy Square
29, Fitzroy Square.
Una delle dimore di gioventù di Virginia, quando ancora una Stephen, non sposata con Leonard Woolf. (ph. Lucrezia Bivona)

Sono questi ultimi gli assoluti protagonisti dell’epistolario edito da Nottetempo, un’operazione editoriale eccellente, inclusa in un progetto di ripristino della linea comica di Woolf, su cui Chiara Valerio sta lavorando da ormai qualche anno.

Si possono infatti definire co-protagonisti dell’epistolario i due curatori, Valerio e Giammei.

Si sono presi carico di tradurre e impersonare l’una le lettere di Woolf e l’altro quelle di Strachey, tessendo una lunga tela di corrispondenze che ha attraversato, ironicamente (ma forse nemmeno troppo), l’Oceano, ostacolo tra i loro due luoghi di lavoro durante questo anno pandemico. Lavorando Valerio dall’Italia e Giammei dagli Stati Uniti, non poteva esserci condizione migliore per intrecciare le parole di due amici più intimi, benché spesso geograficamente distanti, come Woolf e Strachey.

Inoltre, le lettere di quest’ultimo non erano state mai tradotte prima in italiano, fornendoci anche per questo motivo un carteggio particolarmente prezioso.

Di statici viaggi nel tempo

Una delle questioni più curiose che si evincono da un primo approccio alla lettura di questo testo è di certo la forma dell’introduzione, che, in una geniale (e forse inevitabile) intuizione, ricalca la forma letteraria del carteggio. Giammei e Valerio introducono le lettere di Strachey e Woolf a loro volta con due lettere che si indirizzano a vicenda, redatte rispecchiando l’indole dei loro autori e integrando le ragioni e le intenzioni del loro lavoro di collaborazione.

Tradurre gli scambi privati dei protagonisti della cerchia di Bloomsbury come fossero brani di un proprio dialogo è, chiaramente, una sbruffonata.

TI BASTA L’ATLANTICO?, p. 14.

La lettera, che come il diario, si colloca tra quei generi di scrittura più intima, personale, in cui possono essere presenti confidenze più o meno private, assume qui un aspetto teatrale e documentaristico.

In qualità di lettori, entriamo nella quotidianità dei due scriventi, che ci si presentano senza alcun timore di giudizio o di segretezza violata. In parallelo, siamo condotti quindi in una lettura che si ritrova nell’attitudine prima con cui Giammei definisce scherzosamente l’operazione letteraria sua e di Valerio, ovvero «una carnevalata seria» (p. 15).

Lytton Strachey e Virginia Woolf fotografati da Lady Ottoline Morrell
(giugno 1923)

L’epistolario è infatti una lettura profondamente divertente e, incredibilmente, sospesa nel tempo. Se pensate quindi di leggere un pomposo scambio di lettere tra due giovani scrittori del primo Novecento in un linguaggio obsoleto e antiquato, state sbagliando di grosso.

I caratteri complementari e, per certi versi, opposti di Woolf e Strachey emergono in ogni parola, in ogni segno di punteggiatura, risultando in una lettura che ha del misterioso per quanto attuale risulti. Il che non dovrebbe sorprendere così tanto, dal momento che, attingendo di nuovo dalle parole introduttive di Giammei, lavorare a un carteggio e, in seguito, leggerne il risultato ha la funzione di «colmare una distanza» (p. 16), nel significato più profondo e meno materiale che si possa pensare.

Non abbiamo il racconto di fatti, solo impressioni, malumori, entusiasmi. Eppure mi sembra che il semplice gesto del tradurre le lettere faccia sì che esse si avvicinino ai fatti, alle cose. Che tradurre le restituisca a quel genere che è il realismo.

Chiara valerio nell’introduzione di TI BASTA L’ATLANTICO?, p. 23.

Amici, amanti e… nop!

Due amici che si volevano un bene profondo, un amore ricambiato, sebbene, per molte ragioni, non potesse trasformarsi in un rapporto di tipo amoroso in senso stretto. In una lettera indirizzata al fratello James, Lytton racconta di aver chiesto a Virginia di sposarlo in un momento di follia e che lei avesse anche accettato, senza evidentemente considerare che tipo di amore Lytton sarebbe stato in grado di offrirle. L’imbarazzo per l’infattibilità della proposta, dalle intenzioni non ben identificabili, porta i due amici a lasciarsi alle spalle l’accaduto, con «una ritirata ragionevolmente onorevole» (p. 97) da parte di Lytton.

Tavinton Street, perpendicolare di Gordon Square. (ph. Lucrezia Bivona)

Parlano di vari aspetti delle loro vite, in particolare degli amici e conoscenti che hanno in comune, riportandosi gossip e avvenimenti avvincenti della loro cerchia di letterati e artisti. Si scrivono da ogni dove. Da Londra, naturalmente, dalla brughiera scozzese e dalle verdi colline del Galles, da Oxford o Cambridge, dall’Italia, dalla Spagna; mentre sono malati o in ottima forma, tristi o entusiasti o tediati dalle mondanità.

Una condivisione continua di due vite legate da un filo invisibile, una complementarietà solida, che è forse tale proprio per le loro evidenti differenze di gusti e temperamento.

Qui siamo in stato comatoso: maiale divino, ma tacchino opprimente, e resteremo davanti al fuoco, muti, fino a quando si sarà fatta l’ora di dormire.

lettera di Virginia del 25 dicembre 1908, 29, Fitzroy square, w. (p. 80).

Chiacchiere epistolari

Si raccontano spessissimo delle letture reciproche. Sparlocchiano di Henry James, la cui prosa Virginia reputa addirittura insensata, sbiadita e «da signorinelle». Per Thomas Hardy hanno invece parole di stima: «è un grand’uomo; il suo stile non è fatto su misura per noi, ma che importa?» (p. 111).

Non può mancare naturalmente, in Ti basta l’Atlantico?, un accenno a James Joyce. Quando i coniugi Woolf hanno ormai avviato la loro casa editrice, la Hogarth Press, fondata nel 1917, viene proposto loro di pubblicare il secondo romanzo dello sfortunato (in termini di storia editoriale) scrittore irlandese già da molti rifiutato a Londra per i suoi passaggi scabrosi. Virginia liquida Ulisse con un sentimento di disgusto e monotonia per le «oscenità» descritte nel romanzo di Joyce, rinunciando perciò a pubblicarlo per la Hogarth. Ulisse verrà poi pubblicato nel 1922 dalla fondatrice della libreria parigina Shakespeare and Company, Sylvia Beach.

Le loro forti opinioni sugli autori contemporanei a Woolf e Strachey si snodano quindi in una narrazione spassosa e arrogante; non viene mai trascurato l’interesse per la scrittura l’una dell’altro.

La carriera di Strachey prende da subito una piega di successo, prima con Eminenti Vittoriani (1918), poi con la biografia della regina Vittoria (1920). Quella di Virginia procede a un passo più lento, ma Lytton dimostra sempre una cieca ammirazione per l’opera dell’amica. Parlano delle tante recensioni che Woolf scrive per i giornali britannici e di uno dei romanzi più intimi di Woolf, La stanza di Jacob (1922), di cui Lytton parla in toni entusiastici: «Più simile alla poesia […] lo profetizzo immortale» (p. 233).

Ma Virginia non è ammirata soltanto dagli amici, ma anche da altri modernisti, come Katherine Mansfield. Dopo un incontro con Lytton, l’amico comunica a Virginia dell’impazienza della giovane e originale autrice nell’incontrarla. La descrive a Virginia in un modo assolutamente unico:

Aggiungerei che la sua faccia è una maschera d’imperturbabile bruttezza legnosa, con capelli marroni e occhi marroni assai distanti l’uno dall’altro, dietro cui cova un intelletto sottile e un po’ volgarmente eccentrico.

Ti basta l’atlantico?, pp. 152-153.

Seguirà tra le due donne un intenso rapporto di amicizia/inimicizia, segnato senza alcun dubbio da un profondo rispetto reciproco dal punto di vista artistico.

Luoghi, lettere, parole, mappe

L’intreccio tra le parole delle lettere Ti basta l’Atlantico? e i luoghi da cui esse stesse vengono spedite e ricevute è a sua volta un intrico di connessioni imprescindibili. Si tracciano insieme agli indirizzi delle missive gli spazi geografici che hanno scandito le reciproche esistenze dei due scriventi, pur risultando sempre collegate a quel luogo che ha alimentato in primis la loro vena creativa.

Bloomsbury è un perfetto microcosmo per la scrittura modernista europea. Uno di quei luoghi della letteratura fermi nel tempo e nella sua aria, che non si può far a meno di cercare nel presente, pur consapevoli che la verità su quel luogo nel passato si ritrova soltanto nelle parole dei suoi abitanti di allora.

Bedford Square
Bedford Square. (ph. Lucrezia Bivona)

Si spostano tra varie abitazioni, strade e piazze, tra gli edifici in stile georgiano del quartiere; Fitzroy Square, Tavistock Square, Gordon Square, quest’ultima che fu per anni una sorta di «quartier generale» della cerchia. Luoghi reali che assumono però anche un che di mitico e di mistico. Rimarranno per sempre segnati del passaggio di questi autori e artisti eccentrici e adorabilmente elitari.

Ti basta l’Atlantico? Lettere 1906-1931 di Woolf e Strachey è un gioiello con una morbida copertina rosa che vale la pena di leggere, sottolineare, studiare, custodire nella propria libreria come uno splendido lascito di due amici che si amavano incondizionatamente. E di due curatori/traduttori che hanno amato incondizionatamente i loro autori.

E, inoltre, cosa c’è di meglio per indagare sulle anime dei nostri idoli se non sbirciare tra le loro parole e sogni più intime?

Immagine con libri aperti ed ebook con copertina di Tredici lune

Tredici lune, A. Gazoia

Tredici lune di Alessandro Gazoia è uscito a fine gennaio per Nottetempo Editore. Gazoia, editor e già autore di saggistica, arriva nel primo mese di questo 2021 con una prima opera di fiction, sebbene sia appunto ben lontano dall’esordio. Troviamo il suo testo anche inserito tra le proposte degli Amici della Domenica al premio Strega di quest’anno.

Il genere, il linguaggio

L’impatto con il testo è significativo già dal titolo. Tredici lune, a indicare una convergenza lunare straordinaria, che non avviene spesso e pertanto degna di nota. Straordinario come è stato per l’appunto il 2020 che tutti abbiamo vissuto in modi differenti e simili. Questo carattere straordinario, in quanto “fuori dall’ordinario”, ritorna nella riflessione sul genere del racconto. Abbiamo ormai da decenni la tendenza a etichettare tutto e, pur giocando forse sulla naturalezza, ci dà conforto.

…non sopporto questa convinzione di di cogliere sempre la verità dietro gli inganni del potere e delle narrazioni dominanti. Non sopporto l’appagamento di aver capito ogni trama, decostruito ogni sistema, smontato il meccanismo e sopportavo ancora meno la mia incapacità di ignorare semplicemente questa boria e tornarmene a contare i gol della stagione 2018-2019 per il libro di Gianluca.

p. 60

Ebbene, se dovessimo etichettare il romanzo di Gazoia, sotto quale genere sarebbe? Mi sono già tradita chiamandolo romanzo, perché in effetti di opera di fiction ne ha tutta l’apparenza, nonostante vari elementi che facciano sbandare questo giudizio: l’Io-narrante in prima persona e la narrazione discontinua e frapposta.

La linea principale del racconto è scandita dalla vita di Ale, protagonista e voce narrante, durante i mesi del primo lockdown.

A esso, si aggiunge la presenza/assenza femminile di Elsa, sua innamorata, costretta a ritornare a Napoli per stare vicini ai genitori anziani con l’aggravarsi della pandemia. Un rapporto di anelito e passione tattile si dispiega nella distanza geografica tra i due protagonisti, separati da treni regionali e regole di contenimento. Intervallano la narrazione del protagonista dei micro-racconti, chiamati microdemie, che movimentano il procedere della storia principale.

Nulla, tuttavia è lasciato al caso.

Tredici racconti “lunari” che invitano il lettore a prestare attenzione ai dettagli, dai personaggi secondari citati e ritrovati, alla realtà reale che emerge di continuo, alle virgole volutamente mancate.

Alcune scelte grafiche sono infatti una delle peculiarità del testo. Il linguaggio è enfatico ma sempre naturale, quasi discorsivo; dà alla narrazione una forte spontaneità, nonché la possibilità per il lettore di misurarsi con le riflessioni di Ale. L’omissione di virgole, spesso tra elementi in elenco, si incasella in quel tipo di discorso che ricorda senza sforzo flusso di coscienza modernista.

Il risultato è intrigante dal punto di vista stilistico, dona movimento e un positivo senso di spaesamento (invita il lettore a interrogarsi sul significato).

L’amore, la vita sospesa

Come le virgole assenti evitano la sospensione del respiro durante la lettura, così la storia d’amore tra Ale ed Elsa è cadenzata da pause non volute. Il romanzo è infatti difficile da incasellare come letteratura pandemica anche perché vede come elemento principale all’interno dell’economia del racconto la relazione tra i due personaggi centrali. Questa è appunto forzatamente messa in stand-by, come le vite di tutti soprattutto durante il primo lockdown; ridotta a un legame distante sia dal punto di vista spaziale che sentimentale.

…mi viene da piangere, ti viene da piangere, perché il 2020 va così per noi, l’abbiamo capito. É tutto troppo complicato e difficile, è un anno con tredici lune. Non lo so cosa vuol dire. Mi fai una carezza, ti bacio le dita il palmo il polso. Elsa sale e non si volta.

p. 17

Può infatti questo amore resistere alle straordinarie circostanze pandemiche, con le implicazioni psicologiche ed emotive del caso? Se lo domanda Ale, pur rimanendo attaccato a Elsa e al pensiero di lei con le forze che gli restano.

L’individuo, l’Io narrante, la sofferenza

Un altro degli elementi cardini del racconto è infatti Ale stesso e la sua individualità, forse protagonista assoluta e implicita dello stesso. Come spesso accade, l’Io narrante in prima persona è una scelta narrativa molto forte; mette il lettore da subito in condizione di chiedersi se si trova davanti ad un testo autobiografico.

Penso che, infine, sia poco importante definirlo. Quello che emerge è l’universalità di questo Io. Nonostante sia modellato sulla personalità e circostanze del protagonista, il lettore vi si appiglia per via dell’esperienza interiore condivisa; della pandemia e delle cose della vita più in generale. L’amore lontano e afferrabile a stenti, il virus inspiegabile, la paura di contagiare chi si ama, il senso di costrizione e di isolamento, la consapevolezza di possedere troppo e di troppo, la confusione per una libertà data per scontata che scivola dalle mani…

Devo liberarmi, le cose di cui ho bisogno sono troppe in troppa quantità e finiscono troppo presto […]. Mi guardo e valuto le mie ambizioni i miei significati le mie finzioni.

p. 85

L’editoria, la letteratura, la menzogna

Dall’individualità del protagonista emerge chiara l’influenza della sua professione. Ale lavora come editor, aggiusta quindi le parole degli altri. Pur sottolineando la promessa romantica del lavoro, si lamenta spesso delle criticità. In un momento di crisi in cui le parole mancano o, al contrario, si affollano in testa disordinate, non è facile essere di supporto a quelle altrui.

Pensa e parla dell’editoria come ambiente lavorativo, rapportandolo ad altri settori produttori di beni di prima necessità (sebbene spesso in quei mesi ci siamo chiesti senza libri e senza arte come avremmo fatto ad uscirne meno danneggiati di quanto siamo ora).

Il mondo delle parole si sbiadisce come qualsiasi altro attraverso il filtro della pandemia.

Il suo lessico specifico, che tutti abbiamo imparato alla velocità della luce in questo anno passato, si infiltra nei pensieri e nelle azioni del protagonista. É difficile anche distinguere il falso dal vero, come testimoniano anche alcuni soggetti delle microdemie. “Mento e non mi accorgo di farlo” (p. 7) dice Ale narratore come frase di apertura del racconto. La menzogna è dietro ogni cambiamento e dentro ogni nuova idea da esso scaturita.

Diventa difficile rimanere aggrappati alla realtà.

Nessuno, men che meno Ale, sa più riconoscere quale sia. Elsa, ignara detentrice di speranza, è forse una piccola luce in fondo al tunnel.

Io non credo a questo disvelamento, perciò vorrei aggiustare anche le parole, ho bisogno di fare un po’ d’ordine […]. Ho bisogno di fare un po’ d’ordine tra le idee le parole le cose mai i nomi si ostinano, mi tradiscono…

p. 71

Ordine, si impone Ale. Chiede a se stesso di far spazio in testa, così come ha fatto nella sua libreria di casa. L’inventario del pensieri “le idee le parole le cose” è un’impresa nel contesto del confinamento (e della vita stessa). I nomi propri che si accavallano. I desideri che combattono con le restrizioni nazionali.

Con Tredici lune ci portiamo dietro il bagaglio emotivo ed esperienziale vissuto da tutti nei primi mesi dell’emergenza sanitaria, ma non solo. Interiorizziamo anche la profondità dei molti disagi psicologici che ci si pongono davanti come ostacoli da saltare, con rincorsa e senza preavviso. Ci portiamo dietro la confusione stessa della nostra condizione di umani. Tragici, fragili, alla ricerca.

Illustrazione di una donna con abito rosa

Tredici lune, intervista ad Alessandro Gazoia

Tredici lune è l’esordio narrativo di Alessandro Gazoia, edito dalla casa editrice nottetempo.
La vita di un editor, una relazione a distanza che diventa sempre più distante e una pandemia. C’è poi l’abilità di Gazoia di rendere questi elementi un romanzo più che attuale dove il protagonista passa in rassegna pensieri, conversazioni, scoperte personali e riflessioni che in forma diversa hanno toccato tutti noi.
La lettura di Tredici lune mi ha riportata alle sensazioni di un anno fa, alle distanze che si sono frapposte tra noi e le cose, le altre persone, la quotidianità delle nostre vite.
Una lettura che mi ha lasciato diversi interrogativi e che ho sottoposto all’autore in questa intervista.


L’anno con tredici lune è un evento raro nel calendario lunare, si dice causi terremoti emotivi a chi è dotato di una spiccata sensibilità.

Da dove nascono l’idea del titolo Tredici lune e della copertina?

Il titolo nasce da un film di Fassbinder, Un anno con tredici lune, importante per la vicenda raccontata nel libro. Nel romanzo viene inoltre fatto un parallelo tra il 1978 di quel film e il 2020: non sono anni semplici, per dirla in breve e con un grosso eufemismo. L’immagine di copertina è stata scelta da Lisa Sacerdote, photo editor di nottetempo, ed è un’illustrazione di Paolo Ventura. Mi ha colpito per lo sguardo e mi è sembrata straniante e insieme vicina a Tredici lune.

Copertina Tredici lune con ragazza dai capelli neri

In Tredici lune Ale – il protagonista, specifichiamo – parla di amore, della figura dell’editor e della pandemia. Eppure quest’ultimo aspetto sembra quasi essere uno sfondo, come a voler dire che i veri aspetti traumatici sono i primi due. È così?

La pandemia resta sullo sfondo, e funziona come una sorta di amplificatore emotivo. In queste settimane ho letto e ascoltato pareri sul libro e ho notato che vengono evidenziati aspetti diversi. Qualcuno parla molto di pandemia, un po’ di editoria e non cita mai la storia d’amore, cioè ritiene che questa sia il vero pretesto; qualcun altro mette al centro l’editoria e trova che il resto sia sfondo; qualcun altro ancora insiste sulla relazione sentimentale. A me sta benissimo così.

Potremmo definirlo un libro sull’editoria velato dal tema della pandemia? Se sì, noti dei cambiamenti nel settore editoriale a seguito degli eventi che viviamo da ormai un anno?

Credo sia anche questo ma, ripeto, non mi preme rivendicare un’interpretazione corretta. Poi, per quello che comprendo nel marzo 2021 (dunque ben dopo i fatti del romanzo che si ferma a fine giugno, inizio luglio 2020): l’editoria è stata, per varie ragioni, colpita meno di altri settori e dunque la situazione pare relativamente stabile. Ma senza dubbio la pandemia ha accentuato e accelerato alcune tendenze, ad es. Amazon ha un ruolo sempre maggiore, e credo che ci saranno cambiamenti rilevanti, oggi non ancora pienamente visibili.

Sei riuscito nel corso del libro, a mio avviso, a esprimere aspetti rilevanti delle relazioni umane. Credi che con la pandemia sia cambiato il nostro modo di rapportarci con gli altri e con l’amore in generale?

Prima di tutto ti ringrazio, e spero tu abbia ragione perché quello volevo fare. Poi, da una parte, c’è stato chiaramente un mutamento molto profondo nelle relazioni umane, pensa solo a quanto sarebbe differente immaginare una qualsiasi scena di un romanzo – dal fare la spesa a una gita al parco, a un litigio di sera in macchina – ambientata nel marzo 2019 rispetto al marzo 2020 o marzo 2021… Dall’altra, mi ripeto, credo che la pandemia agisca da amplificatore, in negativo ma anche (sebbene le occasioni siano molto probabilmente meno) in positivo.

Microdemie a intervallare i capitoli del libro. Quali necessità dietro questi racconti? Sono precedenti alla stesura di Tredici lune?

Le microdemie sono gli altri che il narratore, isolato in più sensi, vuole raggiungere. E cerca di farlo costruendo dei piccoli racconti in prima persona su figure che sono presenti nella “storia principale” (in modo visibile, ad es. la microdemia sulla sua amica Milena, o in modo più velato, ad es. quella sul prete). La tredicesima microdemia ha per protagonista il narratore principale e “chiude”. Insomma, almeno nella mia intenzione, non sono racconti solo debolmente collegati alla prima linea narrativa, e non sono riempimenti. Li ho scritti nello stesso periodo in cui scrivevo il resto del libro, a parte la prima versione di “La Torre”. Quella era una storia a cui tenevo molto e che avrei voluto inserire nel mio libro precedente, Giusto terrore. Quando per Tredici lune ho pensato a un racconto sui ragazzi mi è venuto naturale riprendere, con qualche adattamento, quel testo.

Nella tua esperienza di scrittore hai scoperto nuove declinazioni del ruolo di editor? Qual è stato il rapporto con questa figura nel corso della scrittura di Tredici lune? Hai trovato un approccio simile a quello che solitamente adotti con gli autori che segui?

Spero solo di non essere stato un autore troppo egocentrico. Non credo. Ma, come so io e come sa qualsiasi editor che abbia lavorato con un autore egocentrico e presuntuoso, l’autore davvero egocentrico e presuntuoso non si riconosce mai come tale…

Preferisci indossare i panni dell’editor o quelli dello scrittore?

Provo una grandissima soddisfazione a lavorare per i libri di altri autori e autrici, tanto romanzi quanto memoir o saggi. Non sempre, sia chiaro. Sono stato molto fortunato a seguire spesso persone di grande talento ma gli editing penitenziali sono capitati pure a me, e va bene così, fa parte del mestiere. Un’altra cosa spesso ignorata da chi ha un’idea romantica della professione: l’editor per buona parte del tempo non sta sul testo, ma si prende cura di altri aspetti comunque importanti. Non so se proverò ancora soddisfazione in futuro a fare l’editor, con tutto quello che comporta. Se non sarà così smetterò, e vale lo stesso per la mia scrittura.

Foto di Alessandro Gazoia, autore di Tredici lune

Dopo diversi saggi ti cimenti nella scrittura di un romanzo. Questa scelta deriva da un’esigenza di comunicare in modo diverso con i lettori? La pandemia ha influenzato questa decisione?

Il mio libro precedente stava già vicino al confine con la narrativa. Insomma, si trattava di fare giusto un passettino, o meglio di non dissimulare oltre… Forse scriverò un altro libro, ma di certo non sarà un saggio. Anche qui – dico sempre le stesse cose, sembro un disco rotto, mi devi perdonare – la pandemia ha agito da amplificatore.

Da alcuni mesi sei direttore editoriale di nottetempo e l’editore Andrea Gessner, con il quale condividi una visione comune sul libro e sul lavoro editoriale, ha definito Tredici lune come «il testimone di questa piccola rivoluzione cosmica». Potresti spiegarci questo aspetto?

Nel 2019 Andrea Gessner e Daniele Giglioli mi hanno voluto come autore a nottetempo per un libro sull’Antropocene che non ho scritto o, se vogliamo essere più gentili, che è poi diventato Tredici lune. A stesura finita, Andrea mi ha parlato della casa editrice e dei suoi piani per il futuro. Abbiamo capito che ci sarebbe piaciuto lavorare insieme. Dati i tempi dell’editoria, l’uscita di Tredici lune ha accompagnato questa nuova fase. Però, ecco, prometto che se farò un altro libro non sarà con nottetempo.

Tredici lune è stato proposto all’edizione LXXV del premio Strega, cosa significa per te?

Gaia Manzini, una scrittrice che conoscevo solo sulla pagina, ha ricevuto il libro dall’ufficio stampa di nottetempo, Ludovica Sanfelice, e lo ha apprezzato. Ha detto a nottetempo che volentieri lo avrebbe proposto al Premio e la casa editrice ne è stata felice. Io sono onorato che Gaia l’abbia trovato bello e segnalato. Non me l’aspettavo proprio e vivo tutto in maniera molto serena. Poi, certo, se arriverò in semifinale anche solo nella sezione Libri Strambi del Premio Liquirizia di Castrovillari sul Brenta diventerò una persona orribile (ancora più orribile) ma al momento questo è un pericolo piuttosto lontano.

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