Aldostefano Marino

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Pietra nera, Alessandro Bertante

Ad aprile, Alessandro Bertante è tornato in libreria con il secondo volume della Trilogia del mondo nuovo: Pietra nera. Il primo capitolo, precedentemente edito dalla casa editrice Marsilio, è di prossima ripubblicazione nottetempo.

L’autore, Alessandro Bertante, è narratore e saggista. È finalista Premio Strega e vincitore del Premio Selezione Campiello Giuria dei letterati. Attualmente è docente alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, e allo IULM. Tra i suoi romanzi si ricorda Al Diavul, una fiction storica ambientata nella campagna alessandrina del primo Novecento.

Pietra nera è un romanzo di narrativa, apparentemente di genere fantascientifico, in grado di tracciare i percorsi narrativi del genere utopico. Ripercorre le tracce della storia attraverso gli echi e le atmosfere medioevali.

Quando il romanzo inizia in un immaginario paese di montagna a nord-est della città, chiamato Piedimulo, sono “trascorsi più di vent’anni dalla Sciagura, vent’anni senza uccidere e senza essere uccisi”. La pace è una condizione stabile ma minacciata, e Alessio, il Figlio dei lupi, è chiamato dal dovere a compiere un viaggio molto pericoloso, per il quale potrebbe non tornare più. Una missione misteriosa, sotto un cielo dalle tinte minacciose e lattiginose, condurrà Alessio all’incontro di Zara, una giovane donna salvata dai nemici che lo accompagnerà nel viaggio.

In un mondo violento e sconosciuto, dove l’unica legge regolatrice è la natura, vige la regola della sopravvivenza dei più forti a scapito dei deboli. Oltre le montagne di Piedimulo, Alessio, in groppa al suo mulo, scoprirà le ragioni della sua missione, fino alla riscoperta delle sue origini leggendarie. Con Nina, della quale Alessio diventerà amante, nel viaggio incorreranno in numerose comunità, e nella sosta, talvolta, pagheranno a caro prezzo il pedaggio.

Dopo la Sciagura, gli esseri umani, sono ormai rimasti in pochi, sparpagliati e divisi. La maggior parte dei sopravvissuti allo sterminio naturale, vive organizzata in comunità separate. Hanno smesso di comunicare tra loro, si incutono paura a vicenda, e non si muovono da dove sono rinati, minacciati da barbari e saccheggiatori.

Alessio e Zara, accompagnati dal mulo Ombra, compiono un viaggio allegorico verso la fondazione di un mondo nuovo. Specchio di un utopico futuro prossimo, Pietra nera rappresenta la rinascita di un mondo dopo che è stato distrutto dai misfatti e maltrattamenti dell’uomo. I pochi umani sopravvissuti al collasso delle civiltà, consapevoli di aver loro stessi rovinato il mondo, hanno riacquisito un contatto con la Natura, che finalmente ha potuto riprendersi gli spazi che l’uomo le aveva sottratto.
Tuttavia, la Natura messa in scena da Bertante, sempre attraverso il ricorso a nomi specifici, rigogliosa e libera più che mai, non è malvagia, anzi, nella sua incontaminità ricorda quella leopardiana in grado di difendere lo sguardo dell’uomo dalle atrocità.

Una terza persona rigorosa, un narratore onnisciente con punto di vista zero, in grado di esplorare le menti di tutti i personaggi, compresa quella della Natura. Una narrazione lineare che segue l’ordine cronologico degli eventi, fatta di evocanti descrizioni di luoghi e azioni. Pochi dialoghi diretti. L’azione continua, rappresentata dal continuo movimento dei personaggi, conferisce al romanzo un’andatura scorrevole, sebbene rallenti nei momenti propriamente descrittivi.

Il lessico utilizzato è al contempo familiare, elevato e fortemente evocativo della condizione dei personaggi. Un romanzo sulla natura scritto con un ritmo serrato, dove improvvisi rallentamenti lasciano spazio ad atmosfere più elaborate e magiche, che appaiono come sospese temporalmente. L’unica contestazione che sento di muovere nei confronti dell’opera è proprio nei confronti di questa accelerata successione degli eventi, che non garantisce l’effetto di immedesimazione dal quale il lettore vorrebbe essere catturato. Ma forse questo è il compito dell’utopia: lo straniamento.

Mrs. Caliban, Rachel Ingalls

Chi è Mrs. Caliban?

Ma è la coraggiosa e abitudinaria protagonista del romanzo breve di Rachel Ingalls, uscito in America nel 1982, e riscoperto solo di recente. Un racconto fantascientifico e d’amore, sotto il quale si nasconde una neanche troppo velata critica nei confronti della società statunitense degli anni Ottanta.

È il boom economico, avvento della televisione e dell’industria cinematografica e, ogni classica famiglia americana, sembra essa stessa il prodotto di quell’industria improntata su tempi quantitativi più che qualitativi. Interessi e passioni sembrano appiattirsi, modi di vestire e cibi da mangiare sono gli stessi, all’interno di una società dove chi non si omologa è destinato a essere escluso. Chi non si conforma alle regole dei medio borghesi, o non ascolta la radio, non guarda la televisione, chi non ha un buon lavoro e una segretaria, una camicia sempre stirata e una macchina all’ultimo grido, non è considerato dalla società.

Mrs. Caliban e suo marito Fred, ogni giorno e per tutta la vita, fuori da casa interpretano la parte di un canovaccio a cui tutti dovrebbero attenersi, anche se a loro viene più difficile che agli altri. Un bel giardino, una bella macchina e un buon lavoro. Non hanno figli da portare a scuola, perché sono morti, e proprio in quel momento sembra cominciato l’inesorabile sfacelo al quale insieme sono destinati.
Dentro casa, invece, spogliati dei loro vestiti di scena, dormono in camere separate e hanno smesso di cenare insieme da tempo. Dorothy finge di non accorgersi che il marito la tradisca, e Fred non si preoccupa di fingere di accorgersi più di lei.

Chi è Mrs. Caliban?

Mrs. Caliban sono tutte le donne americane, stereotipo delle casalinghe disperate e trascurate dai loro mariti. La protagonista di questo romanzo è una donna sulla quarantina, imprigionata in un matrimonio dove non riesce più a sentirsi appagata. Madre mancata di due bambini persi e migliore amica di Estelle, un’attrice divisa tra più uomini e svariate feste, sempre intenta a bere. Due donne discorde, ma con le stesse mancanze, e a loro volta vittime in modi diversi. 

E mentre fino a qui Mrs. Caliban potrebbe sembrare April, la protagonista di Revolutionary Road, e Fred un Frenk meno fantasioso e ancor più conformista, ciò che rende il dimenticato romanzo della Ingalls una storia che dovrebbe esser letta è l’amore tra Dorothy e il Mostruomo: e, difatti, questa è il nocciolo.

A pagina trenta ci troviamo già immersi nella storia, senza alcuna possibilità di abbandonarla, quando il Mostruomo, una creatura simile alla figura umana – ma che umana non è – è un essere marino e verdeggiante scappato dall’Istituto di ricerca Ocenografica, compare nella cucina di Dorothy.
Il Mostruomo Ha un nome e si chiama Larry ma, contrariamente a come i media vogliono farlo credere non è pericoloso, è aggressivo solo quando deve difendersi. Approdato nella cucina di Mrs. Caliban, sarà questo il momento in cui, porgendogli un gambo di sedano, e scoprendolo amante dell’avocado, Dorothy si accorgerà della sua bontà e deciderà di difenderlo dal mondo intero, nascondendolo nella sua camera da letto. E non solo: infatti, grazie alla sua gentilezza, finirà per innamorarsene.

Questa è la storia d’amore e l’unica storia che d’amore parli all’interno di tutto il romanzo. Una storia che sfida i pregiudizi e i preconcetti, attraverso la quale gli stereotipi e le assurdità del conformismo americano vengono uno per uno screditati e resi bersaglio della critica di Rachel Ingalls. Una critica mai esplicita ma perfettamente riconoscibile a una società poco creativa e molto triste: dove, chi ci vive, non può che risultarne una vittima.

Una storia d’amore cruda, una scrittura divertente e acuminata, amata da Joyce Carol Oates fino a John Updike. Una storia che è rimasta nascosta per troppo tempo, persa tra i file delle cartelle di qualche editore, ma evidentemente meritevole per cui necessitava di essere stampata e diffusa ancora.

Paragonata alla storia d’amore tra King Kong e una bella giovinetta in pericolo, alla Bella e la Bestia e ai film di David Lynch, Mrs. Caliban è un romanzo che non sembra aver più di due anni e in realtà ne ha quasi cinquanta. Un quasi-classico da regalare a chi ama le storie d’amore ma si è stancato di leggere sempre le stesse.

 

Ragazze elettrice, Naomi Alderman

Il nuovo libro di Naomi Alderman, Ragazze elettriche (edito Nottetempo edizioni) è un’opera che flirtava con me da parecchio tempo: con la sua copertina rossa mi fissava dai social, catturava la mia attenzione tra i commenti entusiasti di tantissimi recensori. Ho aspettato un po’ per abbandonarmi al piacevole desiderio di leggerlo, e adesso che l’ho fatto, quando se ne parla un po’ meno che prima, vorrei poterlo leggere di nuovo e poterne rilevare, ancora, nuove particolarità.

L’autrice di Ragazze elettriche (Power, Penguin 2016) è Naomi Alderman, una londinese al terzo romanzo, vincitrice dell’Orange Award for New Writers e del premio del Sunday Times come giovane scrittrice dell’anno. La Alderman ha fatto un po’ di cose, prima e mentre scrive: conduce un programma radiofonico sulla BBC, insegna Scrittura Creativa all’università di Bath ed è coautrice dell’app per smartphone Zombies. Run!: sembra che tutto ciò che fa non possa esser fatto che da lei.

È il primo romanzo che leggo di Naomi Alderman, mi lascia a bocca aperta la capacità di scrivere una storia così ricca e piena di personaggi, così sofisticamente ben costruita e abilmente narrata. Ragazze elettriche è fertile terreno per un turbine di pensieri, e riflessioni che nel lettore si generano fino a fargli rivalutare molte cose che dava per scontate.

Ma ora passiamo alla vera e propria storia raccontata all’interno di queste pagine: tutto nasce da una domanda che genera una visione distorta e rivisitata dell’evoluzione del mondo: che cosa accadrebbe se gli uomini perdessero il loro potere, quello che è stato loro garantito da tutti i tempi, e le donne, improvvisamente, diventassero quelle forti, potenti e manipolatrici? Che cosa accadrebbe se il Dio in cui il mondo crede, tutto d’un tratto perdesse le prerogative maschili e diventasse una donna? Se la storia di tutti i popoli e di cinquemila anni di generazioni venisse riscritta in funzione del sesso femminile, anziché di quello maschile?
Naomi Alderman ne immagina le conseguenze, e dà vita ad un potentissimo romanzo elettrico, un fantasy d’azione intriso d’amore, ma soprattutto di odio, di sentimenti quali vendetta, brama di potere, paura di esser sopraffatti.

Le donne di questo romanzo sono bambine nuove, ragazze giovani, portatrici di un cambiamento abissale: a poco a poco si diffonde la coscienza che tutte le donne hanno un’energia dentro in grado di essere utilizzata a loro piacimento, per infliggere dolore e morte tramite scariche elettriche attivate da una misteriosa “matassa” luminosa, collocata sulle clavicole. È un’energia che talvolta non riescono a controllare e che ha il potere incendiario di esser trasferita nelle mani di altre donne.
A Roxy, a Allie, a Margot, a Jocelyn, e tante altre è stato insegnato da sempre di essere immonde, di vivere in un corpo impuro che non potrebbe mai essere la sede del divino; a loro è stato insegnato a disprezzare tutto ciò che sono, ad ispirare solo di essere uomini.
Queste quattro donne sono incaricate di rifondare il mondo: prima tra tutte Roxy, figlia di un contrabbandiere internazionale, che perderà la madre a causa di alcuni conti lasciati aperti dal padre, che ammazzerà gli assassini della madre e scapperà via, prendendo il controllo dei traffici illeciti, e mettendosi a capo della cosiddetta mafia che agisce silenziosamente dietro le quinte del mondo.
Allie, invece, adottata da una famiglia benestante, dopo un’infanzia di violenza e stupri da parte dal padre affidatario, si ribella e scappa, dopo aver ucciso suo patrigno, guidata da una voce interiore, mistica, quella della Madre, che la guida fino ad un convento, dove assieme a lei vengono accolte altre bambine in fuga. Sarà lei a gestire questo nuovo Ministero religioso, fatto di sole donne, unite insieme per la pace nel mondo.
Margot, una sindaca che diventerà capo di un nuovo stato, in Bulgaria, nella Repubblica del Bassapara, prenderà decisioni molto coraggiose, e sempre punterà ad avere più potere e a farsi i propri conti in tasca: essa è il tipico uomo di governo, solo più seducente e calcolatrice del solito.

Il mondo nuovo proposto dalla Alderman riflette sull’umanità intera, su una nuova gerarchia di potere, in cui gli uomini vengono ridotti schiavi o uccisi, e dove le donne sono le uniche a poter decidere la sorte del mondo. Gli uomini possono solo farsi uccidere o sottomettersi alle volontà delle donne: tra loro c’è Tunde, un giovane reporter che, per i dieci anni in cui avviene la narrazione, ha il primato assoluto sulle notizie del conflitto. Tunde va in cerca, ci mostra il mondo fuori dai confini, la situazione in Arabia Saudita, a Londra, in Moldavia e racconta, con fare telecronistico, tutti quegli eventi che stanno macchiando il paese di sangue e odio. È in atto una guerra, molto più grande delle precedenti, una guerra che si combatterà a colpi di tweet, youtuber e armi mai viste prima.
Nel frattempo che il mondo cambia, anche la cultura diventa nuova: vengono ritrovati e realizzati nuovi reperti archeologici che ipotizzano la coscienza di quel fenomeno in tempi remoti: un mondo nuovo si sta costruendo, una catastrofe si sta preparando, prima che tutto cominci daccapo.

Ragazze elettriche è un romanzo che vi consiglio di leggere vivamente, fitto di colpi di scena, con una scrittura incalzante e un ritmo rapido che conduce il lettore all’ultima pagina, facendogli sentire la propria mancanza quando lo posa sul comodino e deve rimandare la lettura ad un altro momento.

Ragazze elettriche è la sanguinosa rivincita delle donne, vittime di soprusi, e di ingiustizie, maltrattate, rese schiave, umiliate e ritenute sempre troppo deboli rispetto agli uomini che hanno scritto la storia. Ora sono invincibili e potenti: una volta per tutte.

La casa sull’acqua, Fulvio Belmonte

La casa sull’acqua, è il malinconico romanzo scritto da Fulvio Belmonte per Nottetempo.
Belmonte fa il mestiere di contadino e insegna al Liceo scientifico di Imperia, ha collaborato con alcuni articoli di critica letteraria, riviste locali e nazionali, e ha tradotto romanzi olandesi. Ora, finalmente!, scrive e tramite questa storia ci dice tanto sulla sua vita.

Attraverso una scrittura classicheggiante, morbida e appassionata, Fulvio Belmonte raccoglie le parole della storia de La casa sull’acqua all’interno di un libriccino con su dipinte le famose casette basse olandesi.

Vincitore della VIII Edizione Premio Letterario “Città di Ventimiglia”, La casa sull’acqua, racconta la storia del fallito scrittore Roberto Audisio, che passa le sue giornate in maniera monotona e, nel suo tedioso e ripetuto esistere, si preoccupa soltanto di attendere la sera, finché ci sia un’altra alba e poi un’altra notte da attendere, in cui svanire.
Il romanzo sembra un diario, fatto di poche date, ma luoghi esatti: sembra quasi il dettato a voce di uomo di trent’anni che ha perso le redini della sua esistenza, fatto al più distratto ed impassibile degli scrivani, che spesso perde il filo del discorso e naviga nelle acque – talvolta aspre – della faticosa arte della memoria, richiamando alla mente i versi di famosi poeti, come Baudelaire, Orazio, fino ad Omero.

È l’acqua che a Roberto Audisio fa paura, quella del fiume che vede dalla finestra della sua casa sull’acqua, ma anche occasione per fare il bilancio della sua vita e “arzigogolare, rammulinare” le delusioni, l’amara infanzia e una madre troppo apprensiva, gli amori giovani e la scarsa capacità di preoccuparsi di qualcuno oltre se stesso, insomma le esperienze e gli instanti che hanno reso Roberto l’uomo che è.

Fulvio Belmonte racconta una storia toccante servendosi di parole ricercate, che ci costringono a fermarci e a scoprirne il senso incontrandole per la prima volta, attraverso una prosa elegante che ricorda quella degli illustri scrittori dell’Ottocento, ci consegna un personaggio in cui è facile rivedersi. Perché Roberto, il protagonista di questo romanzo, siamo noi, ogni volta che abbiamo paura e guardando il futuro percepiamo l’ansia del non conoscerlo ancora, la fretta di scoprirlo e il terrore di viverlo.

La casa sull’acqua è un romanzo breve ma fatto di tante parole: non appena leggiamo l’ultima, chiudendo il libro, un vento viscerale di emozioni ci inchioda, fino ad interrogarci sulla nostra vita. Lo ripongo sereno nella mia libreria, ma mi resta nel cuore.

L’estate muore giovane, Mirko Sabatino

È quando mi viene data la possibilità di leggere libri come questo, L’estate muore giovane (Edizioni Nottetempo, 2018), che mi convinco della necessità di dare voce ad autori emergenti, che tra i tanti libri conosciuti, si conoscono ancora troppo poco. È quindi il caso che vi parli di Mirko Sabatino, classe 1978, che, tra Roma e Nardò, ha dato vita ad un romanzo prezioso di 303 pagine. Pagine fitte, dense, che scorrono veloci, e parole da evidenziare, frasi da sottolineare, pensieri in cui poterci ritrovare. Tra lacrime da piangere e sorrisi che affiorano in volto durante la narrazione, tra canzoni famose, Celentano e Modugno: ci sono i personaggi perfetti di questa storia, con cui si empatizza subito, saggiamente costruiti, da cui aspettarsi solo ciò che faranno.

Estate 1963, nel mondo succedono tante cose: i Beatles hanno appena rilasciato il loro primo LP, J. F. Kennedy ha perso la vita a bordo della sua limousine, e papa Giovanni XXIII muore dopo cinque anni di pontificato: notizie importanti, cose di cui, un piccolo paesino di Gargano, si accorge solo leggendo i giornali e ascoltando la radio.  Lì, in quel paese, tra quei vicoli, e una piazza, una chiesa, una macelleria, e le case bianche e basse, Primo, Damiano e Mimmo hanno dodici anni e un posto segreto, che nessuno ha mai visitato: un rifugio sulla scogliera a precipizio sul mare, dove potersi nascondere, lontano da tutti.

C’è Primo: narratore maturo, tornato al paese, che racconta l’estate. Lui è tenace, premuroso, diventa grande prima che i suoi anni lo autorizzino a farlo, dopo la morte prematura del padre e la promessa di diventare l’uomo di casa, farà da padre e da fratello ad una sorella impaurita e bella, sul cui letto si siederà, prima di andare a dormire, ad inventare sempre nuovi e fantasiosi epiloghi sulla vita del padre scomparso. Farà da marito alla madre, che ormai, da quel giorno, prima di cena sparisce chissà dove; e sarà bastone e sostegno per la sua nonna, religiosamente devota, con le mani profumate di varechina e consigli sempre pronti.

C’è Damiano poi, figlio di una splendida attrice che sarebbe potuta diventare ma che non ce l’ha fatta, che ha seguito il marito da Roma, alle campagne desolate del Gargano, e che vive rinchiusa in una casa e in una vita, della quale è vittima passiva. Damiano che ha imparato a cadere quando è in movimento, “perché da fermi è facile”, Damiano che ama la sorella di Primo “come un uomo ama una donna”, “per quanto sovradimensionata possa sembrare oggi quella parola”.

Poi Mimmo, il puttino destinato a diventar papa, quando dopo anni di tentativi era venuto al mondo per miracolo, da una madre che ogni pomeriggio fa il rosario e un padre fuori di testa, dalle quali parole, lui e i suoi due amici, restano ammaliati, ogni volta.

Insieme sono tre amici, imbattibili, legati da un patto, stretto con l’acqua santa e il sangue sotto le note di Domenico Modugno: la promessa di difendersi ad ogni costo da qualsiasi cosa faccia del male ad uno di loro tre, insieme. Un patto che li conduce verso traiettorie brutali e mai aspettate, in modo sempre più tragico e spietato.

Attorno a loro don Gerardo, il parroco del paese de L’estate muore giovane, Vito Canosa e i suoi oscuri affari, Carmine Mangano colpevole della morte della sua famiglia: personaggi importanti, che tutti insieme confermano il senso profondo di quest’amara ma doverosa lettura: la necessità dell’esistenza del Male in un mondo dove, purtroppo, non esiste solo il Bene.

Attraverso una scrittura fresca, con parole ricercate e acuminate, tramite il dolore, le lacrime e il senso di responsabilità, ma anche l’amore, l’amicizia, e la famiglia, Mirko Sabatino ci consegna un’opera che va letta nel silenzio più totale, che febbrilmente ci conduce attraverso i luoghi senza nome di una provincia non identificata, immersa in una apparente, ma non reale, stabilità.

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