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Un tempo gentile, il romanzo di Milena Agus in libreria da settembre

Un tempo gentile, M. Agus

Un tempo gentile è il nuovo romanzo di Milena Agus pubblicato ad Agosto da Nottetempo.

In poco meno di duecento pagine racconta la storia di un paese dell’entroterra sardo e dei suoi abitanti. Gli uomini e le donne di questa terra sembrano pedine in un gioco da tavola dimenticato, iniziato e mai finito. Gli abitanti di questo paese sono passivi di fronte alla vita che gli scorre davanti, popolano una terra a cui nessuno bada più da tempo.

Durante un cambio di stagione cambia la vita di un intero paese.

Improvvisamente un gruppo di migranti, accompagnato da volontari, giunge sull’Isola e si sistema in una casa abbandonata di un paese dimenticato da tutti. Paura e sconcerto sarà il sentimento che assale sia i paesani che gli invasori. “Quello non è il posto giusto” è ciò che ripetono sia gli uni che gli altri. Ma proprio quando la vita sembra non appartener più a quel posto d’oblio, la narrazione prende una piega del tutto inaspettata e Agus racconta meravigliosamente tutto questo.

Un romanzo corale che dà voce a tutti.

Un tempo gentile si apre con la lista dei personaggi che agiranno tra le pagine del romanzo. Come uno spettacolo teatrale quindi, facciamo la conoscenza dei personaggi ancor prima di vederli comparire sul palcoscenico.

Un tempo gentile non è la cronaca di un viaggio per mare, né la testimonianza di un gruppo di migranti in cerca di fortuna.

Milena Agus non ha come obiettivo quello di farci conoscere le motivazioni che spingono un popolo a fuggire dalla propria città. L’intento non è nemmeno quello di raccontarci o descrivere le difficoltà di viaggi infiniti in mezzo al mare. Non vi è traccia di tragedia nelle sue parole, e il racconto diviene per la scrittrice l’occasione per riflettere su una situazione dolorosa e disastrosa. Ma da un evento improvviso e spaventoso, può sempre nascere qualcosa di buono. È così che Agus ci mostra con delicatezza il potere della condivisione e come a volte, al cambiamento non corrisponde la morte.

Un romanzo che gioca con molteplici parallelismi. Ricostruire un rudere = ricostruire animi.

Quando i migranti sbarcano nell’entroterra sardo, si posizionano in un una casa abbandonata con finestre sgangherate, muri decadenti ed erbacce rampicanti. Tutto il racconto ruoterà intorno a questo vecchio ammasso di pietre, simbolo e rappresentazione muraria dell’animo dei paesani. Gli abitanti del romanzo, sebbene rozzi e non istruiti, sapranno essere come quell’antica dimora: rotti ma pronti ad accogliere e a ospitare “gli invasori”. Ma non appena i cittadini si accorgono di essere i primi a godere dei vantaggi del loro arrivo, il muro del pregiudizio cade.

Che motivo avevano di esistere? Ma anche noi, che motivo avevamo di esistere ridotti come eravamo ridotti?

I nativi sardi trovano, attraverso la lettura dei loro animi, la forza per rinascere, iniziano quindi a esistere e smettono di vivere apaticamente la loro vita. Ricostruire il rudere, richiudere i buchi sul tetto, aggiustare porte e finestre: tutto questo significherà arginare il malessere e l’indolenza che li attanagliava. I fiori piantati che germogliano non sono che la metafora della rinascita stessa di quella popolazione ormai spenta da tempo.

La tenacia delle donne sarde, libere da ogni pregiudizio.

Un tempo gentile è un testo corale e la scrittrice non ci presenta mai i personaggi che parlano, nè tanto meno le paesane descrivono loro stesse. Impariamo però a conoscere attraverso le loro azioni e i pensieri quanto grande sia la loro forza e determinazione. A ostacolarle non saranno solamente le loro conterranee, ma anche i loro stessi mariti. Dapprima si nascondono mentre si dirigono al rudere, poi se ne fregano di ogni parere. Fiere camminano a testa alta verso “i nuovi arrivati” che tanto le fanno sentire utili. Tanto è il benessere e la bellezza che scaturisce da queste donne che alla fine anche i mariti si convinceranno ad aiutare “gli invasori”. Ma nel romanzo le protagoniste sono le donne, proprio tutte: ci sono madri, figlie, mogli; e ognuna di loro possiede dentro sé la forza per rinascere.

La potenza di Milena Agus sta nella sua capacità di mostrarci il lato positivo della faccenda e ci dona un grande insegnamento.

Milena Agus ci permette di vedere il risvolto positivo di ogni cosa. Comunica con i suoi lettori e suggerisce loro che tutto ciò che accade nella vita, se viene affrontato come una possibilità e non come un ostacolo, può rivelarsi un grande dono. L’arrivo degli invasori che tanto impauriva, non è altro che una risorsa per questo silenzioso paese fantasma. Agus lascia da parte le descrizioni e i lunghi dialoghi e preferisce dare spazio ai sentimenti, alle sensazioni: è il romanzo delle percezioni. Infine ribadisce con una scrittura raffinata, ma semplice, che la vita è una sola e che va vissuta sempre, senza aspettare l’arrivo di un barcone di migranti che la sconvolge improvvisamente.

Gli “invasori” non parlano mai, ma muovono le azioni di tutto il paese.

Il paradosso più grande è che la voce dei migranti in questo romanzo non si sente praticamente mai, i loro pensieri sono interpretati. Non chiedono nulla, non vogliono niente: quel paese dell’entroterra sardo per loro è solo una rampa di lancio che li condurrà negli altri paesi europei. Milena Agus non vuole silenziare “gli invasori”, anzi: è a loro che affida i messaggi più importanti, disseminati per tutto il racconto. Il loro silenzio riempe i vuoti, cancella i pregiudizi, fa fiorire un nuovo paese. E alla fine, le parole non dette rigenerano gli animi e i cuori di quei cittadini che tanto hanno amato occuparsi di quelle genti.

Un finale gentile per un romanzo gentile.

Fin dall’inizio si intuisce la fine del romanzo, e all’ultima pagina la Agus ci nega il colpo di scena. I migranti partono e lasciano quel paese dell’entroterra sardo, lasciando quel popolo finalmente in grado di riconoscersi allo specchio. Il tempo gentile si ripercuote sugli abitanti ma anche sul lettore, che chiude il libro abbracciando tutte quelle genti che hanno ritrovato nel diverso una risorsa per migliorarsi.

Questo racconto ci insegna che ognuno di noi può essere importante per la vita di qualcun altro. Anche se pare non assomigliargli affatto.

Pietra nera, Alessandro Bertante

Ad aprile, Alessandro Bertante è tornato in libreria con il secondo volume della Trilogia del mondo nuovo: Pietra nera. Il primo capitolo, precedentemente edito dalla casa editrice Marsilio, è di prossima ripubblicazione nottetempo.

L’autore, Alessandro Bertante, è narratore e saggista. È finalista Premio Strega e vincitore del Premio Selezione Campiello Giuria dei letterati. Attualmente è docente alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, e allo IULM. Tra i suoi romanzi si ricorda Al Diavul, una fiction storica ambientata nella campagna alessandrina del primo Novecento.

Pietra nera è un romanzo di narrativa, apparentemente di genere fantascientifico, in grado di tracciare i percorsi narrativi del genere utopico. Ripercorre le tracce della storia attraverso gli echi e le atmosfere medioevali.

Quando il romanzo inizia in un immaginario paese di montagna a nord-est della città, chiamato Piedimulo, sono “trascorsi più di vent’anni dalla Sciagura, vent’anni senza uccidere e senza essere uccisi”. La pace è una condizione stabile ma minacciata, e Alessio, il Figlio dei lupi, è chiamato dal dovere a compiere un viaggio molto pericoloso, per il quale potrebbe non tornare più. Una missione misteriosa, sotto un cielo dalle tinte minacciose e lattiginose, condurrà Alessio all’incontro di Zara, una giovane donna salvata dai nemici che lo accompagnerà nel viaggio.

In un mondo violento e sconosciuto, dove l’unica legge regolatrice è la natura, vige la regola della sopravvivenza dei più forti a scapito dei deboli. Oltre le montagne di Piedimulo, Alessio, in groppa al suo mulo, scoprirà le ragioni della sua missione, fino alla riscoperta delle sue origini leggendarie. Con Nina, della quale Alessio diventerà amante, nel viaggio incorreranno in numerose comunità, e nella sosta, talvolta, pagheranno a caro prezzo il pedaggio.

Dopo la Sciagura, gli esseri umani, sono ormai rimasti in pochi, sparpagliati e divisi. La maggior parte dei sopravvissuti allo sterminio naturale, vive organizzata in comunità separate. Hanno smesso di comunicare tra loro, si incutono paura a vicenda, e non si muovono da dove sono rinati, minacciati da barbari e saccheggiatori.

Alessio e Zara, accompagnati dal mulo Ombra, compiono un viaggio allegorico verso la fondazione di un mondo nuovo. Specchio di un utopico futuro prossimo, Pietra nera rappresenta la rinascita di un mondo dopo che è stato distrutto dai misfatti e maltrattamenti dell’uomo. I pochi umani sopravvissuti al collasso delle civiltà, consapevoli di aver loro stessi rovinato il mondo, hanno riacquisito un contatto con la Natura, che finalmente ha potuto riprendersi gli spazi che l’uomo le aveva sottratto.
Tuttavia, la Natura messa in scena da Bertante, sempre attraverso il ricorso a nomi specifici, rigogliosa e libera più che mai, non è malvagia, anzi, nella sua incontaminità ricorda quella leopardiana in grado di difendere lo sguardo dell’uomo dalle atrocità.

Una terza persona rigorosa, un narratore onnisciente con punto di vista zero, in grado di esplorare le menti di tutti i personaggi, compresa quella della Natura. Una narrazione lineare che segue l’ordine cronologico degli eventi, fatta di evocanti descrizioni di luoghi e azioni. Pochi dialoghi diretti. L’azione continua, rappresentata dal continuo movimento dei personaggi, conferisce al romanzo un’andatura scorrevole, sebbene rallenti nei momenti propriamente descrittivi.

Il lessico utilizzato è al contempo familiare, elevato e fortemente evocativo della condizione dei personaggi. Un romanzo sulla natura scritto con un ritmo serrato, dove improvvisi rallentamenti lasciano spazio ad atmosfere più elaborate e magiche, che appaiono come sospese temporalmente. L’unica contestazione che sento di muovere nei confronti dell’opera è proprio nei confronti di questa accelerata successione degli eventi, che non garantisce l’effetto di immedesimazione dal quale il lettore vorrebbe essere catturato. Ma forse questo è il compito dell’utopia: lo straniamento.

Mrs. Caliban, Rachel Ingalls

Chi è Mrs. Caliban?

Ma è la coraggiosa e abitudinaria protagonista del romanzo breve di Rachel Ingalls, uscito in America nel 1982, e riscoperto solo di recente. Un racconto fantascientifico e d’amore, sotto il quale si nasconde una neanche troppo velata critica nei confronti della società statunitense degli anni Ottanta.

È il boom economico, avvento della televisione e dell’industria cinematografica e, ogni classica famiglia americana, sembra essa stessa il prodotto di quell’industria improntata su tempi quantitativi più che qualitativi. Interessi e passioni sembrano appiattirsi, modi di vestire e cibi da mangiare sono gli stessi, all’interno di una società dove chi non si omologa è destinato a essere escluso. Chi non si conforma alle regole dei medio borghesi, o non ascolta la radio, non guarda la televisione, chi non ha un buon lavoro e una segretaria, una camicia sempre stirata e una macchina all’ultimo grido, non è considerato dalla società.

Mrs. Caliban e suo marito Fred, ogni giorno e per tutta la vita, fuori da casa interpretano la parte di un canovaccio a cui tutti dovrebbero attenersi, anche se a loro viene più difficile che agli altri. Un bel giardino, una bella macchina e un buon lavoro. Non hanno figli da portare a scuola, perché sono morti, e proprio in quel momento sembra cominciato l’inesorabile sfacelo al quale insieme sono destinati.
Dentro casa, invece, spogliati dei loro vestiti di scena, dormono in camere separate e hanno smesso di cenare insieme da tempo. Dorothy finge di non accorgersi che il marito la tradisca, e Fred non si preoccupa di fingere di accorgersi più di lei.

Chi è Mrs. Caliban?

Mrs. Caliban sono tutte le donne americane, stereotipo delle casalinghe disperate e trascurate dai loro mariti. La protagonista di questo romanzo è una donna sulla quarantina, imprigionata in un matrimonio dove non riesce più a sentirsi appagata. Madre mancata di due bambini persi e migliore amica di Estelle, un’attrice divisa tra più uomini e svariate feste, sempre intenta a bere. Due donne discorde, ma con le stesse mancanze, e a loro volta vittime in modi diversi. 

E mentre fino a qui Mrs. Caliban potrebbe sembrare April, la protagonista di Revolutionary Road, e Fred un Frenk meno fantasioso e ancor più conformista, ciò che rende il dimenticato romanzo della Ingalls una storia che dovrebbe esser letta è l’amore tra Dorothy e il Mostruomo: e, difatti, questa è il nocciolo.

A pagina trenta ci troviamo già immersi nella storia, senza alcuna possibilità di abbandonarla, quando il Mostruomo, una creatura simile alla figura umana – ma che umana non è – è un essere marino e verdeggiante scappato dall’Istituto di ricerca Ocenografica, compare nella cucina di Dorothy.
Il Mostruomo Ha un nome e si chiama Larry ma, contrariamente a come i media vogliono farlo credere non è pericoloso, è aggressivo solo quando deve difendersi. Approdato nella cucina di Mrs. Caliban, sarà questo il momento in cui, porgendogli un gambo di sedano, e scoprendolo amante dell’avocado, Dorothy si accorgerà della sua bontà e deciderà di difenderlo dal mondo intero, nascondendolo nella sua camera da letto. E non solo: infatti, grazie alla sua gentilezza, finirà per innamorarsene.

Questa è la storia d’amore e l’unica storia che d’amore parli all’interno di tutto il romanzo. Una storia che sfida i pregiudizi e i preconcetti, attraverso la quale gli stereotipi e le assurdità del conformismo americano vengono uno per uno screditati e resi bersaglio della critica di Rachel Ingalls. Una critica mai esplicita ma perfettamente riconoscibile a una società poco creativa e molto triste: dove, chi ci vive, non può che risultarne una vittima.

Una storia d’amore cruda, una scrittura divertente e acuminata, amata da Joyce Carol Oates fino a John Updike. Una storia che è rimasta nascosta per troppo tempo, persa tra i file delle cartelle di qualche editore, ma evidentemente meritevole per cui necessitava di essere stampata e diffusa ancora.

Paragonata alla storia d’amore tra King Kong e una bella giovinetta in pericolo, alla Bella e la Bestia e ai film di David Lynch, Mrs. Caliban è un romanzo che non sembra aver più di due anni e in realtà ne ha quasi cinquanta. Un quasi-classico da regalare a chi ama le storie d’amore ma si è stancato di leggere sempre le stesse.

 

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