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La casa dalle finestre sempre accese, di Anna Folli, rappresentato in mezzo a delle carte e al libro di Proust

La casa dalle finestre sempre accese, A. Folli

È uscito nel mese di settembre l’ultimo libro di Anna Folli, La casa dalle finestre sempre accese, edito da Neri Pozza.

Tra corso San Maurizio e il Lungo Po Cadorna, a Torino, c’è un edificio color sabbia, la casa dalle finestre sempre accese. È un luogo senza tempo, in cui intellettuali, letterati, pittori, artisti di ogni genere, e amatori dell’arte, si ritrovano per dar vita a uno dei più grandi salotti culturali del Novecento.

Ora sono qui, davanti a un edificio color sabbia con le finestre che guardano il fiume e la collina: in questo palazzo sobrio e molto sabaudo non è cambiato quasi niente da quando, in un appartamento al secondo piano, Giacomo e Renata Debenedetti iniziarono la loro vita insieme.

Nel 1919, durante una sera d’inverno, Giacomo Debenedetti e Renata Orengo si incontrano al Teatro Regio di Torino.

Renata Orengo, allora ha solo dodici anni, ed è seduta nella prima fila del loggione per ascoltare I maestri cantori di Norimberga. Accanto a lei, siede un ragazzo pallido che è stato ritratto da Felice Casorati, è Giacomo Debenedetti. A invitare Giacomo a casa loro è la madre di Renata, Valentina Orengo, perché in lui scopre un raffinato ascoltatore. La passione in comune per la musica e per Wagner li fa subito empatizzare, ma a spingerlo fino a casa loro non è solamente la dedizione per le arti. È Renata ad averlo attratto dal primo momento che l’ha vista a teatro, coi suoi modi gentili e la sua inesperienza.

Renata Orengo nasce da Valentina e il marchese Antonio, una coppia borghese che si oppone al proprio destino. La marchesa parla perfettamente il francese, il russo, l’inglese e il tedesco, “ma nel suo italiano si mescolano parole francesi e russe, il dialetto ligure e quello piemontese”. Il suo vangelo è Guerra e pace. Tra i due genitori è la madre quella più rivoluzionaria: una donna interessa a tutto e molto più colta di quanto fosse abituale per una signora del suo tempo e della sua estrazione sociale.

Tuttavia, alla marchesa Orengo non sono sfuggiti quegli sguardi e quei sospiri tra sua figlia e Giacomo, e colpita dal ragazzo non fa nulla per impedir la loro vicinanza.

Giacomo nasce a Biella il 25 giugno del 1901, da una famiglia ebraica commerciante di tessuti. Di quegli anni, Giacomo non parla spesso e allora non può ancora sapere che, dopo il trasferimento a Torino, la sua vita cambierà per sempre.

Da ragazzo, Giacomo è molto intelligente e ha la capacità di “assorbire nozioni e di elaborarle in un modo che è soltanto suo”.
Torino gli appare subito come una grande città, i nuovi compagni lo ammirano, e i professori lo portano a modello.

Ma durante la prima adolescenza la sua esistenza viene sconvolta dalla perdita dei genitori.

Il padre muore per un cancro allo stomaco, e poco dopo, sua madre Elisa di spagnola. Per questo, il giovane Giacomo verrà affidato alle cure dei suoi due zii, Alessandro e Natalia, ma da allora gli sembrerà sempre di svegliarsi in un mondo che non è più il suo.

A diciassette anni, Giacomo si iscrive alla facoltà di Ingegneria Meccanica, come aveva promesso a suo padre.

Appena ventenne, Giacomo è già considerato da tutti un piccolo genio. È tutto un “gioioso accumulo di nozioni e progetti che gli aprono le porte del mondo torinese”. La sua vita è un susseguirsi di letture, di studi, ma sopra a tutto di incontri e scambi con letterati, poeti, filosofi, pittori. Fin da allora, ciò che Giacomo vorrebbe per sé non è la carriera che poi intraprenderà. Debenedetti vuole diventare uno scrittore, si circonda di personaggi da cui può sempre apprendere qualcosa e ogni momento libero cerca di trascorrerlo barricato nella propria stanza.
Proprio durante quegli anni, una delle sue prime frequentazioni è il futuro critico Gianfranco Contini, con cui conduce lunghe passeggiate su via Po. Tuttavia, il punto di riferimento di Giacomo e di tutti i giovani intellettuali di quegli anni è Benedetto Croce, ed è proprio lui che, nel 1922 ha letto un suo articolo e vuole sapere qualcosa di lui.

Per Giacomo è il momento delle grandi amicizie. Frequenta Cesare Angelini, Eugenio Montale, il critico Renato Serra, mentre i suoi compagni non pensano ad altro che godersi gli ultimi anni dell’adolescenza.

Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant'Anselmo all'Aventino
Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant’Anselmo all’Aventino

Assidue sono le visite di Giacomo nello studio di Casorati, dove incontrerà personaggi significativi per il suo percorso, come Lalla Romano e Paola Levi Montalcini. Tra gli invitati c’è persino Daphne Maugham – la fascinosa nipote di Somerset Maugham che raggiunge Casorati per imparare dipingere e infine si sposano.

Giacomo Debenedetti, Carlo Levi, Mario Soldati, Natalino Sapegno, Sergio Solmi, Giacomo Noventa, Guglielmo Alberti e molti altri – tutti più o meno coetanei – formano un gruppo unico e solidale. E Giacomo comincia a lavorare con i maggiori giornali del tempo: prima a Energie nuove, poi alla Rivoluzione liberale e al famigerato Baretti.

Da quel lontano 1919, Debenedetti continua a frequentare casa Orengo e tra Giacomo e Renata non si è mai spenta l’attrazione originaria.

Fino a quel momento, la futura inquilina della casa dalle finestre sempre accese ha avuto una vita tranquilla e protetta. Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di Storia dell’Arte, poiché anche lei è innamorata delle arti, della letteratura e della musica. Tanto da diplomarsi al Conservatorio in pianoforte, una passione che si porterà dentro per tutta la vita. Coloro che l’hanno conosciuta raccontano del suo evidente charme: tra loro c’è Giulio Carlo Argan che la ricorda in un cappotto verde scuro mentre illumina il grigiore delle aule torinesi.

Tuttavia, prima che la loro unione trionfi, Giacomo avrà altre amanti. La prima tra tutte è Paola Levi, la sorella di Natalia Ginzburg che si sposò con Adriano Olivetti. La fine della relazione è una ferita che stenta a guarire e per Debenedetti diventa motivo per concentrarsi maggiormente sui propri studi. Per molto tempo Giacomo non si vede nei panni di un critico, e affida tutte le sue speranze a un romanzo breve che verrà mal recensito da quasi tutti: Amedeo. È una sorta di “confessione psicanalitica in cui rivela il rapporto difficile con se stesso”, ma che nemmeno per il critico raggiunse una piena riuscita. Ci vorrà del tempo prima che Giacomo abbandoni definitivamente l’idea di scrivere: nel frattempo ha quasi trent’anni e poiché sente il bisogno di diventare più popolare e di parlare a più persone, comincia a collaborare con La Gazzetta del Popolo.

Nel 1929, Giacomo pubblica la prima raccolta dei Saggi critici. Sono preceduti da mesi di studio senza tregua, minacciati dalla paura di non essere all’altezza del compito che si è dato.

La dedica del volume è a Renata, ché ha saputo rimanergli vicina nei momenti peggiori e che da dieci anni sopporta le sue assenze e i ritorni. Nonostante Giacomo non abbia ancora un lavoro stabile, e Renata ha appena finito l’università, è allora che i due decidono di sposarsi. Una scelta sofferto oltraggiata dagli Orengo, che non vedono dietro il giovane ebreo, qualcuno in grado di rendere felice loro figlia. Un matrimonio con pochi invitati, poche ore di festeggiamenti e i Debenedetti partono in viaggio di nozze per Vienna, l’Austria e l’Ungheria.

La prima casa dalle finestre sempre accese è in corso San Maurizio, da cui si può mirare la Basilica di Superga.

Nel nuovo appartamento Giacomo studia, legge e scrive, mentre Renata tenta di diventare una perfetta padrona di casa. Sono assidui frequentatori del Teatro Regio e non perdono un concerto di Wagner. A casa loro, invece, sono sempre in tanti, perché molti sono quelli che vanno a trovarli per discutere dei temi culturali del momento. E in quell’appartamento in corso San Maurizio si organizzano piccoli ricevimenti e si invitano gli amici: Mario Soldati, Casorati, Venturi e molti altri nomi di personalità divenute illustri.

Il matrimonio, però, è come se avesse spento l’ispirazione di Giacomo, tanto che il critico riversa il suo interesse sul cinema e sulla sceneggiatura, in particolare sulle grandi produzioni di Hollywood. Collabora con la Cines, la Lux Film e ha contatti perfino con Zavattini e De Sica scrivendo per loro sceneggiature di gran successo. Verso il cinema è spinto anche a causa della nascita di Elisa, la prima figlia nata nel 1933, che richiede nuove entrate più cospicue e porta Giacomo a cercare nuovi guadagni.

Negli anni del cinema, i Debenedetti decidono di lasciare Torino e andare a Roma, la città del futuro e delle nuove possibilità.

In via Sant’Anselmo – la strada che i Debenedetti hanno abitato per dodici anni – sorge la nuova residenza, in uno dei quartieri più verdi della città, l’Aventino. E, sempre in quegli anni, nascono per loro le amicizie più importanti e in vista del tempo, poiché Roma, si sa, già allora era la culla dell’arte e della cultura. Sarà proprio nella casa sull’Aventino che inviteranno Alberto Moravia ed Elsa Morante, Bobi Bazlen, Alberto Savinio, Aldo Palazzeschi, Maria Bellonci e molti altri.

MoranteMoravia è la coppia più vicina ai coniugi. Elsa è totalmente accecata dalla bravura di Debenedetti, dietro cui riconosce uno dei migliori critici del tempo, ma diviene molto amica di Renata – che supporta a ogni nuova crisi sentimentale. Alberto, invece, è colui che per tutta la vita incoraggia il critico, lo sprona a far meglio e gli sottopone i suoi testi.

Poi, nel 1938 comincia l’incubo.
Dal giorno in cui vengono promulgate le leggi razziali, la loro vita cambia per sempre e Giacomo non si fida più del mondo.

La loro vita comincia a esser vissuta con ansia e preoccupazione. I coniugi temono per la loro vita, e per quella dei loro figli, devono star attenti a qualsiasi passo. Giacomo non può più lavorare per le leggi razziali e vive con vergogna l’impossibilità di non poter mantenere più la famiglia, ma fino all’ultimo non rinnega la propria discendenza ebrea. Saranno anni molto difficili per gli inquilini della casa dalle finestre sempre accese: entrambi si dedicheranno alla traduzione, Giacomo del suo amato e studiato Proust – che ha già tradotto Natalia Ginzburg -, mentre Renata di George Elliot – la giovane scrittrice londinese nascosta sotto un falso nome maschile.

Insieme alla crisi economica giunge anche quella sentimentale. Nel 1942, Giacomo si infatua di un’attrice, e Renata – che lo scopre – non riesce a perdonarlo subito.

I due si separano, Renata, a malincuore abbandona Giacomo, va via con i ragazzi. Ma in quelle lunghe settimane a Levanto lei non può rassegnarsi alla fine del loro amore. Anche lui non può, e continua a pensare a lei, nonostante sia sempre immerso nello studio disperato. È convinto che tra loro non sia finita. Dopo un lungo silenzio, infatti, tutto si ricompone, nonostante Renata continui a soffrire il tradimento.

Dopo quella prima rottura ci saranno molte altre crisi, poiché Giacomo, periodicamente risulta “squassato da nuove passioni di cui è il primo a soffrire”. E ogni volta, Renata sarà disposta a perdonarlo, incredula e sofferente davanti alle sue pulsioni non sarà mai in grado di rifiutare un suo ritorno.

La guerra è stato uno dei momenti più dolorosi dell’esistenza dei Debenedetti.

A cavallo tra il 1943 e il 1944, Insieme ai Pavolini, i Debenedetti si rifugiano a Villa Baldelli, a pochi chilometri da Cortona. Restano là fino alla fine della guerra, ma una volta finita la tragedia, il desiderio di sicurezza e di appartenenza a un gruppo di Giacomo si è acuito. Dopo essersi iscritto al Pci, che gli pare la strada giusta de seguire, Giacomo fa chiarezza sulle proprie posizioni e rimette ancora una volta in discussione il valore del critico letterario.

Il critico, almeno il critico che vorrei essere, interroga le voci, le affermazioni, le negazioni degli artisti, le loro riuscite e i loro errori, appunto, per chiarire a se stesso agli altri il senso e il fine della vita.

In quel periodo si moltiplicano i salotti letterari, dove spesso “a tenere le fila sono le padrone di casa”.

Renata è più assidua di Giacomo, ama frequentarli e conosce tutti; lui, invece, è sempre concentrato nel suo studio e quei luoghi non gli piacciono più. Esordisce inoltre, il celebre Premio Viareggio indetto da Repaci, dove in giuria ci sarà proprio Giacomo. Ma tra tutti i premi e i cenacoli letterari quelli che splendono maggiormente sono di Alba de Céspedes e Maria Bellonci. Quello dei coniugi Bellonci, in particolare, animato dagli “Amici della Domenica”, da un festoso momento di ritrovo diventerà l’ambito Premio Strega.

Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta
Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta

Le riunioni della domenica pomeriggio si trasformano in un vero e proprio Premio nel giugno del 1947: in quella prima occasione sono presenti le firme più prestigiose del Novecento italiano: Bontempelli, Piovene, Paola Masino, Savinio e molti altri, da Moravia a Ungaretti, da Morante a Gadda e Flaiano. E naturalmente, Giacomo e Renata sono “gli Amici della Domenica che si conoscono da anni e si chiamano tutti per nome”.

È anche così che Giacomo Debenedetti ha modo di farsi conoscere dagli intellettuali e di continuare a far circolare il proprio nome.

Il suo nome circola insieme a quelli più importanti della letteratura di quel momento, da Savinio a Caproni e l’amico sempre fedele Umberto Saba. Sono anni lunghi e travagliati, che vedranno Giacomo prima a Messina, dove gli sarà affidata la cattedra universitaria di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, poi a Roma, alla Sapienza.

Più che un professore, per molti allievi, Debenedetti è un maestro “che sa suscitare un rispetto istintivo”. Debenedetti conduce gli studenti al cinema, al teatro, e ovunque possa aiutare i suoi discepoli ad avvicinarsi all’arte. Ma dopo solo cinque anni, la cattedra viene soppressa e non servirà a niente la lettera scritta dagli studenti al Senato Accademico, per convincer loro a istituire nuovamente la cattedra dell’illustre critico del Novecento.

Nei primi anni Cinquanta, Alberto Mondadori invita Debenedetti a collaborare con la sua nuova casa editrice: Il saggiatore.

Una casa editrice di cultura, come voleva essere il Saggiatore, non può più sottrarsi all’aiuto di Giacomo e lo coinvolge. Giacomo è agli occhi di tutti brillante, e conosce meglio degli altri il mondo dell’arte e della letteratura. Mentre nel frattempo, con la Mondadori pubblica finalmente il secondo volume dei Saggi critici. Con il suo prezioso contributo, il Saggiatore edita Sartre, Lévi-Strauss, Klee, Fitzgerald, de Beauvoir e Lancan. Tuttavia, Renata che lo conosce bene, lo vede soffrire perché Mondadori non è più lo stesso di una volta, e durante l’estate viene colpito da una dolorosa nevralgia.

Quando per Giacomo sopraggiunge la morte, è pallido e disfatto. Renata passa le ore al suo capezzale e rintraccia i medici più preparati per curarlo.

Purtroppo non c’è nulla da fare, e Giacomo muore il 20 gennaio del 1967, dopo che Renata gli ha appena portato un piatto di pasta. Renata piange la sua scomparsa, e alle dieci di sera, capitolano alla sua porta gli amici della vita – a dar riprova che la scomparsa di Giacomo fu amara proprio per tutti.

Il primo ad arrivare è Carlo Levi che vuole far compagnia a Renata per la prima notte da sola. Poi arriva Soldati da Torino, che ha preso il primo treno non appena ha saputo la notizia e anche teme a lasciare Renata nella propria solitudine.

È per tutti una grossa perdita la morte di Giacomo, la scomparsa di un uomo che si è sempre impiegato in prima persona per la cultura. Un uomo che ha provato in tutti i modi a mediare le parole di quelli che hanno saputo scrivere e raccontare – e a cui lui, spesso, avrebbe voluto sostituirsi. Tuttavia anche Giacomo ha trovato il suo modo di esprimersi. Avrebbe voluto tanto diventare un narratore, e in qualche modo si può dire che lo sia diventato anche lui, attraverso le storie degli altri, snocciolandole e esponendo la loro bellezza sotto gli occhi di tutti.

Della sua persona rimane un ricordo indelebile, un fondo storico, tre volumi di critica letteraria, uno studio su Proust – e molti altri pubblicati postumi -, alcuni tentativi di romanzi e diverse tra le sceneggiature migliori di quegli anni. Unitamente al ricordo che si ha del critico, non si potrà dimenticare – qui e in nessun’altra sede – la moglie che ha saputo accompagnarlo e spronarlo, ma soprattutto amarlo sopra ogni altra cosa. Difenderlo a qualunque costo, valorizzarlo tutte le volte che le è stato possibile.

Il libro più celebre della sarda Grazia Deledda che rappresenta la Sardegna del Novecento

Canne al vento, G. Deledda

Pare che la vicenda raccontata nel romanzo più celebre di Grazia Deledda, Canne al vento, tragga ispirazione da una famiglia sarda realmente esistita. Sembrerebbe trattarsi dei Nieddu, un’antica famiglia del nuorese, presso i quali venne ospitata Graziedda. Ma quando Grazia tornò, il paese di cui narrò, non soddisfatto del ritratto tracciato, la ripagò con l’indifferenza.

Il nome di Grazia Deledda alla nascita è Grazia Maria Cosima Damiana, e in nessun modo, appena lo si sente, si può fare a meno di pensare che dietro quel metro e cinquanta di statura – subito evocato – si nasconda la prima vincitrice di un Nobel di tutti i tempi.  Ma un altro ricordo, che spesso fa presto a venire, è quello legato all’interruzione dei suoi studi, pensate!

Una donna che frequentò la scuola fino alla quarta elementare e che poi arrivò a Stoccolma – avvolta in uno scialle variopinto – per ritirare il premio più importante di sempre.

Deledda nacque a Nuoro, nel 1871, quinta tra sette fratelli e sorelle, dal sindaco Giovanni Deledda e sua moglie Francesca Cambosu. Nonostante il precoce ritiro dalle scuole, Deledda cominciò a pubblicare i primi racconti su riviste romane a partire dall’età di diciassette anni. Un anno dopo, arrivò anche il suo primo romanzo a puntate: correva il 1889 quando uscì Memorie di Fernanda. Da quel momento, la sua produzione letteraria pare prendere un’impennata e Deledda comincia a pubblicare oltre un libro all’anno. Finché nel 1926, è insignita del premio Nobel per la letteratura. Quello stesso anno, con lei concorrono altri importanti personaggi quali Luigi Pirandello e Gabriele D’Annunzio. 

Canne al vento (1913), uscì per la prima volta a puntate sull’Illustrazione italiana, e dopo qualche mese venne acquistato dall’editore Treves di Milano che lo pubblicò in un unico volume.

Il titolo dell’opera allude alla fragilità umana e al dolore dell’esistenza, paragonata alle canne – fin da un’altra opera della Deledda, Elias Portolu. 

Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.

Elias Portolu, Grazia Deledda

In Canne al vento, un romanzo famigliare che narra le vicende di tre sorelle, le dame Pintor, lo sfondo e l’ambientazione acquisiscono un’importanza di prim’ordine. In provincia di Nuoro, nelle Baronìe vengono messe in luce le tematiche della povertà, della superstizione e dell’onore della Sardegna rurale del primo Novecento.

La storia è ambientata a Galtellì, un paesino sulla costa sarda bagnata dal Tirreno, ed esordisce con le tre dame Pintor: Ester, Ruth e Noemi, che assistono rassegnate al loro invecchiamento. I loro genitori sono morti ormai da tempo, e sulla loro dimora veglia il ricordo del pater familias Don Zame Pintor, la cui figura si staglia sulla narrazione come un’ombra.

Da quando son nate, le sorelle Pintor abitano in una casa ormai decadente e la loro unica proprietà è un piccolo podere amministrato dall’anziano servo Efix. Efix è semplicemente un servo, ha il cuore grande ed è l’unico a preoccuparsi delle cose pratiche. Però, da tempo non viene nemmeno più pagato, ed è legato a loro ormai solo un grande senso di colpa. Anni prima, infatti, Efix aiutò una delle sorelle, la più ribelle, Lia, a scappare di casa, perché non voleva piegarsi all’austerità dei genitori. Fu proprio lui ad aiutare la giovane a fuggire lontano, fino a Civitavecchia, dove diventò madre e morì.

Il figlio di Lia Pintor, però, il piccolo Giacinto – anche chiamato Giacintino – dopo molti anni passati a errare e a tentar tutti i lavori, scrive una lettera per le sue zie e chiede loro di poter far ritorno a casa.

Le signore Pintor si troveranno costrette ad accettare la sua richiesta, nonostante vorrebbero evitare l’arrivo del nipote, ancora ferite dalla scomparsa della sorella. Così Efix convince le dame, dicendo loro che il ragazzo si troverà un lavoro e le aiuterà economicamente. Ed è proprio il servo ad assicurare alle padrone di occuparsi di qualsiasi spiacevole decisione, qualora Giacintino non porti buon nome alla famiglia.

Tuttavia, tra le montagne verdi e bianche e una vegetazione mai descritta così attentamente in un romanzo, l’arrivo di Giacintino porta scompiglio nella famiglia dei Pintor e tra le genti del paese.

Il giovane di Canne al vento, infatti, è come tutti i giovani: vuole divertirsi, frequentare le donne, e pare che lavorare sia il suo ultimo obiettivo. E tutto ciò sembra non essere del tutto in linea con la volontà delle sue zie, in modo particolare con quella maggiore, Ester – che alla fine si rivela esser sempre quella di più buon cuore -.

Canne al vento è un romanzo popolato da personaggi di ogni sorte, ben caratterizzati e assortiti, e perfettamente in linea con il tentativo di voler affrescare una Sardegna di primo Novecento. Una lingua sofisticata, che fa ricorso all’uso del sardo soltanto per meglio rendere alcuni concetti, per declinarli alla perfezione sui personaggi di Canne al vento.

Personaggi che credono in Dio, e che articolano le loro giornate e speranze attraverso la fede, e che spesso prendono i loro nomi direttamente dalla Bibbia. Va comunque precisato che, la maggior parte dei personaggi nelle opere deleddiane, sono donne: vive, incisive, dispettose, manipolatrici, innamorate e pronte a rimboccarsi le maniche.
Sono le tre zie anziane di Giacintino, ma non solo. C’è la severa usuraia Kallina, la sempre pregante vecchina Pottoi, le ambiziose serve di Don Predu, Natòlia e Grixenda, Stefano, Pacciana e molte altre ancora…

Insieme ai personaggi e alla moltitudine di nomi che ci si ritrova a leggere, affascinanti sono i paesaggi narrati in Canne al vento. Essi vengono tratteggiati non solo attraverso lunghe e ritmate descrizioni, ma anche attraverso gli odori, i sapori, i rumori. Perciò tutto confluisce nel passaggio aspro circostante, nutrendosi di immaginazione e creando metafore. E la scrittura di Grazia Deledda diventa per il lettore un balsamo, perché in grado di accompagnarlo dalla prima fino all’ultima pagina, tramite un finale commovente proprio per tutti.

Intervista a Sandra Petrignani

La scrittrice Sandra Petrignani rappresentata davanti a una libreria bianca che sorride verso l'obiettivo

Sandra Petrignani è una delle più note e valide biografe del panorama letterario contemporaneo. Nei suoi scritti principali, il suo intento primario è quello di fornire un affresco di una società letteraria agli albori di un periodo rivoluzionario – di cui ormai non rimane molto, se non un ricordo sbiadito e spesso confuso -. Noto è l’amore della Petrignani per le donne di quei felici tempi andati, da Natalia Ginzburg, a Elsa Morante, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e molte altre. Altrettanti sono i libri dati alla stampa, ma numerose – soprattutto – sono le preziosi riflessioni e conoscenze generate dalla lettura dei suoi volumi.

Sandra Petrignani nasce a Piacenza il 9 luglio del 1952, suo padre è romano – ma di discendenza umbra -, e sua madre invece napoletana. Ci tengo a soffermarmi sulle sue origini perché nella letteratura della Petrignani sarà sempre presente una particolare attenzione al lessico e alle attraenti declinazioni che assume la lingua nei più variegati contesti. Mi viene quindi subito da chiederLe: in che modo le Sue tradizioni si sono mescolate al Suo personale lessico famigliare? Riesce a individuare nel suo gergo una parola “incandescente” quanto gli Sbrodeghezzi – che sempre il signor Levi rimproverava ai suoi figli?

C’è effettivamente questa triangolazione nelle mie origini: nord, centro, sud. Sono una “piasenteina” che era attratta da Roma, dove stavano i nonni paterni e che sentiva la madre – quando da Piacenza parlava al telefono con le sorelle – rinfocolare un dialetto napoletano che mi sfuggiva completamente. Più che da parole particolari, il mio lessico s’annidava in una filastrocca inventata da me a tre/quattro anni che la dice lunga sui miei rapporti con i genitori: «Son carina/ son piccina/ son la gioia di papà/ Ma se sporco la vestina/ la mammà mi fa tottò».

Da ciò che evince dai Suoi scritti e dalla Sua biografia, pare che la vita abbia sempre viaggiato di pari passo con la scrittura. Se guardiamo però alle prime composizioni, sarà facile accostare le Sue narrazioni a un tipo di scrittura di tipo giornalistico. Quando si è accorta di voler parlare di altro e di farlo attraverso una nuova forma?

Il giornalismo culturale (era la mia professione, quello che facevo per mantenermi insomma) ha senz’altro avuto un ruolo nella mia passione per i libri di viaggio e nell’interesse per le vite degli altri. Ma proprio all’inizio mi ero già misurata con un romanzo (in parte sperimentale) dal titolo Navigazioni di Circe e con i racconti di Poche storie (uno dei miei libri migliori secondo me, che spero di riproporre presto). Poi la proposta di Stefano Malatesta di scrivere un libro di viaggio per una sua collana presso la Neri Pozza (ho accettato ed è stato La scrittrice abita qui) ha cambiato il mio destino editoriale. Il direttore della casa editrice Giuseppe Russo mi ha spinto a insistere in questa direzione. Occuparmi cioè, fra romanzo, biografia, ricerca, viaggio, delle vite degli altri appunto. Ora che tanti altri scrittori si sono messi su questa strada, credo che io smetterò.

Libro sulla biografia di Natalia Ginzburg, scritto da Sandra Petrignani, studiosa di autori e personalità del Novecento

Nel 2018 è stata tra le prime cinque finaliste del Premio Strega con La corsara, biografia di Natalia Ginzburg. Attualmente lo Strega è uno dei premi letterari più importanti, un evento che i lettori aspettano ogni anno, ma soprattutto una vetrina per editori e autori, una possibilità per raggiungere nuove persone. Si ricorda come Le è stata comunicata la Sua partecipazione e soprattutto cosa ha provato pensando di concorrere per un premio letterario così importante, a cui hanno partecipato – prima di Lei – molte delle personalità che ha studiato e (fortunatamente) ci ha raccontato?

Ho pensato: rieccoci. Conscia dell’impegno enorme, spirituale e fisico, che concorrere a quel premio comporta. Avevo già partecipato con La scrittrice abita qui sistemandomi al quarto posto. Con La corsara mi sono piazzata terza, è già qualcosa. Perché si partecipa? Nel mio caso la poetessa Biancamaria Frabotta ha deciso per me candidandomi. E io ho accettato la sfida, consapevole dell’enorme visibilità che anche solo essere finalista allo Strega comporta.

La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani è un affresco delle maggiori figure del Novecento letterario italiano.

È proprio grazie alla Corsara che Lei può sentirsi veicolo previlegiato della storia di una donna che ha cambiato l’editoria e la letteratura italiana. Tuttavia, il Suo non è stato un mero reportage cronistico, tra le righe emerge prepotentemente il Suo entusiasmo e la Sua ammirazione nei confronti della Ginzburg e di tutte le personalità che le sono orbitate attorno. Come ci si sente a ripercorrere certi posti, a raccogliere certe testimonianze? Cosa si prova ad approfondire in modo così intimo la vita di autori e autrici che hanno avuto un enorme peso nella nostra letteratura?

Le suonerà strano, ma non avevo per Natalia Ginzburg nessun reale entusiasmo. Il che non vuol dire che non la stimassi. L’avevo conosciuta, e non aveva un carattere espansivo. Sentivo intorno a lei un’aura da razza padrona che mi respingeva. Mi sono messa a scrivere di lei per dovere. Mi sembrava uno scandalo, con l’approssimarsi del centenario della nascita, che nessuno fosse impegnato a redigere una biografia su una donna della sua importanza, non solo come scrittrice, ma come testimone di un’epoca turbolenta, come unica personalità femminile di vero potere editoriale, come costellazione di amicizie fondamentali nella storia culturale del nostro paese. Ero pronta a fare un lavoro umilmente biografico. Ma l’atteggiamento di chiusura dei familiari (almeno quelli più stretti), che mi hanno negato di consultare i documenti in loro possesso e di incontrarli, mi ha fatto deviare verso il libro più personale che poi ho realizzato. Libro comunque documentatissimo, ma scritto a modo mio, raccontando anche la mia ricerca, la mia scoperta dei posti, delle case di Natalia. Ne è venuto fuori un libro più appassionante, che – mi dicono i lettori e hanno scritto i critici – «si legge come un romanzo».

Lessico femminile è l'ultimo romanzo di Sandra Petrignani pubblicato per Laterza

In uno dei Suoi ultimi lavori, Lessico femminile, prende in rassegna le voci di innumerevoli autrici che hanno segnato il suo percorso di scrittrice e soprattutto di lettrice. Da Nina Berberova a Virginia Woolf traccia dei percorsi tematici molto interessanti che a tutti diranno necessariamente qualcosa di nuovo. Chi lo avrà letto non potrà certo sottrarsi all’idea che Lei abbia dovuto leggere tanto e documentarsi altrettanto prima di parlare di tutti questi lessici e linguaggi che si intrecciano. Sandra, vorrei chiederLe che cosa apprezza della scrittura femminile e qual è l’aspetto che più ama far emergere dai personaggi femminili di cui racconta.

A me piacciono i bei libri, quelli che ti lasciano un’emozione indimenticabile. Che poi li firmi un uomo o una donna mi è indifferente. Però mi dà fastidio l’ancora scarsa considerazione verso il genio femminile. E allora ho voluto proporre questa carrellata di belle pagine, bei pensieri, sentimenti, scoramenti a firma femminile per mettere in vetrina il valore di scrittrici che per me hanno contato molto. Ogni tanto mi rendo conto che ho dimenticato questa o quella. Pazienza. Non è un’opera enciclopedica, ed è bene che dentro il mio libro non ci siano entrate tutte quante. Vuol dire che le scrittrici di valore sono ancora di più della conta che ne ho potuto fare io.

C’è chi colleziona oggetti e chi colleziona amabili pensieri. In “cose (insignificanti)” la scrittrice Sei Shonagon scrive: “Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico […]”. Mi rivolgo direttamente a Lei, Sandra: preferisce collezionare oggetti a raccogliere ricordi?

Non sono una gran collezionista, né di oggetti né di ricordi. Anzi sono molto smemorata. Se colleziono qualcosa sono le emozioni. Le emozioni provate mi lasciano segni inalterabili, mi restano dentro fino al momento in cui, scrivendo, ne faccio qualcosa.

Nel corso della vita di ognuno di noi c’è sempre qualcosa che non ci aspettiamo che accada; a volte ci sono eventi che ci stravolgono l’esistenza o che ce la migliorano improvvisamente. C’è un evento – o un momento – che, anche solo per un istante, ha creduto potesse fermarla dal suo mestiere di narratrice e che poi invece l’ha spinta ad andare avanti?

Scrivere per me è una necessità. Mai scritto per onorare un contratto o per non sparire dalla scena. Mi fanno pena e tenerezza insieme gli scrittori che ragionano così, quelli che si sentono male se non sfornano almeno un libro all’anno. Si pubblica anche troppo, nessuno muore se Tizia o Caio stanno fermi per qualche tempo. Forse dietro ci sono necessità economiche o una nevrosi da protagonismo, non so e non capisco. Io scrivo quando sono pronta. Scrivere per me è anche stare in ascolto per mesi, pure per anni se serve. E quello che accade intorno, nel bene e nel male, incide su ciò che scriviamo, ma non in modo immediato. Se no è cronaca, non letteratura.

Sul Suo sito web, nella biografia, ci racconta come, del tutto casualmente, si è ritrovata ad Amelia, la Sua città paterna. Apprendo inoltre che vive tra la pace della campagna umbra e la caotica città di Roma. Probabilmente questo è il sogno di molti romani che fuggono dal caos della capitale, e di altri che invece ci tentano senza avere la possibilità di farlo. In quanto a Lei, in che modo riesce a dividersi tra queste due realtà completamente opposte tra loro?

Tanti mi chiedono inorriditi: ma perché ti sei seppellita in campagna? Io lontano dal caos sto benissimo, in compagnia dei miei molti animali. Vengo a Roma solo per necessità, ne potrei fare volentieri a meno. Se ci sono spettacoli o mostre imperdibili, mi metto in macchina e arrivo in poco più di un’ora. Non è un dramma. E del resto cose imperdibili ce n’è sempre meno. Aspetto sempre un genio come Tadeusz Kantor e uno spettacolo come La classe morta, che alla fine degli anni ’70 mi colpì come niente altro. Nel caso ci fosse in giro un simile genio e non me ne accorgessi, me lo segnali per favore.

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