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Il romanzo di Hardwick, portato in italiana Black Edizioni, nella versione digitale in mezzo a tulipani e stelle

Notti insonni, E. Hardwick

Notti insonni è un romanzo del 1979 della scrittrice americana Elizabeth Hardwick, edito da poco in Italia da Blackie Edizioni. L’autrice (1916 – 2007) è stata una delle critiche letterarie statunitensi più celebri del secolo scorso; inoltre, nel 1963, ha fondato, insieme alla cerchia di intellettuali a cui apparteneva insieme al marito, il poeta Robert Lowell, la New York Review of Books.

La prefazione al testo è firmato dalla grande Joan Didion, contemporanea di Hardwick e, per molti versi, molto vicina alla sua esperienza di vita e di scrittura, mentre la traduzione e la postfazione al testo sono a cura di Claudia Durastanti. Quest’ultima ha compiuto un’opera di non indifferente difficoltà nel tradurre un romanzo come quello di Hardwick, la cui lingua è tutto fuorché facilmente malleabile in altre vesti sintattiche. Molti sono gli aspetti che compongono questo romanzo e che lo rendono originalissimo e misterioso; l’inglese di Hardwick, calibrato secondo la sua mente acuta e storia personale, è appunto uno di questi.

Elizabeth Hardwick sorridente seduta in poltrona
Elizabeth Hardwick

Marea linguistica di notti in bianco

Il romanzo di Hardwick è uno di quei testi che si diramano oltre i confini imposti dalle regole della letteratura e che devono necessariamente essere inclusi sotto vari generi. Troviamo sprazzi di autobiografia (talvolta in uno stile quasi diaristico), invenzione, scrittura epistolare, profili biografici di persone reali o fittizie. Autofiction, in quanto crocevia tra memoir e fiction, è forse il termine che accoglie meglio le dieci parti che compongono il testo di Hardwick, un mix nebbioso (uso questo termine senza giudizio, bensì per ricordarvi la sensazione della lettura, quella di bere un Martini freddo e agognato in una calda sera d’estate) di effluvi personali, ricordi del suo passato giovanile nel Sud ed episodi di fiction incorniciati da aggettivi performativi e scenici.

Biglietti, migrazioni, preoccupazioni, proprietà, debiti, cambi di nome, e nomi che cambiano ancora: queste cose succedevano perché si erano letti tanti libri. E così dal Kentucky a New York, poi a Boston, fino al Maine, l’Europa, trasportati su un fiume di paragrafi e capitoli, di versi sciolti, di libricini tradotti dal polacco, di libroni tradotti dal russo, tutti divorati in una sedentaria mancanza di sonno. Può bastare, non importa che sia la verità.

p. 24.

L’aggettivo è infatti la forma sintattica principe nella scrittura Hardwick.

Ne utilizza moltissimi, il che conferisce alle sue frasi un’inclinazione descrittiva notevole, ma senza mai scadere in tendenze barocche. Il sapore della sua scrittura ha un che della prosa puntuale e ricercata di Joan Didion in L’anno del pensiero magico, di Nightwood (La foresta della notte) di Djuna Barnes, favolosa modernista dalla scrittura estrosa e dai tratti esoterici. Ma, per altri aspetti, come specifica anche Durastanti nella bella postfazione al testo, ritroviamo anche molto della prosa di Sylvia Plath, con il suo stile affusolato e la sua Esther Greenwood, protagonista (e alter ego di Sylvia) del suo romanzo, La campana di vetro.

Luogo, sogno… luogo sognato

Come Esther, Plath, Didion e molte altre giovani donne lavoratrici in fuga dalla piccola città natale tra gli anni Quaranta e Sessanta, anche Hardwick ha vissuto New York City alloggiando in un hotel per sole donne. Questo tipo di abitazione garantiva a ragazze single e in cerca di esperienza di vivere la città in sicurezza (almeno apparentemente) e senza doversi sentire troppo responsabili di una casa in affitto.

In Notti insonni, Hardwick racconta degli anni da single (da ragazza e dopo il divorzio dal marito) trascorsi a New York, città profondamente amata e criticata per le sue contraddizioni, incisa dentro la sua poetica: «Questa è New York, con le sue tombe vicino alle sue banche» (p. 76). Ma non è solo la Grande Mela a fare da sfondo alla narrazione dell’autrice, che ha viaggiato e vissuto in molti posti nella sua vita, in Nord America e in Europa.

Il Kentucky, dove Hardwick è nata, nella cittadina di Lexington, si fa spesso spazio tra le parole dell’autrice, che conserva un attaccamento forte al Sud nonostante lo stile di vita cosmopolita.

Boston: un’intermissione. Succedono molte cose tra i vari atti. Tutto mi è arrivato, e tutto mi è stato tolto, perché mi sono sempre spostata da un posto all’altro. In ogni caso, è stato un periodo notevole quello nella bellissima città, la città piena di nomi.

p. 135.

Troviamo poi riferimenti geografici ad altre città del Midwest, tra cui Boston, o città europee piene di diversità rispetto agli Stati Uniti dell’epoca, come Amsterdam, Ghent, Antwerp, Verona.

Amsterdam, una città di lettori. Tutta la notte senti voltare le pagine, pagine in francese, italiano, inglese e nel detestato tedesco. Quelle teste chiare si ricordavano di Ovidio, Yeats, Baudelaire e ricordavano la sofferenza, il nascondersi, il morire di freddo. Il peso dei libri e delle guerre.

p. 119.

Come si può notare dalle citazioni qui sopra, la maniera personalissima di Hardwick di descrivere i luoghi in cui ha vissuto e i suoi abitanti li rende connotati secondo la sua visione di autrice, nonché di personaggio del suo stesso testo. In una delle lettere che intervallano la narrazione indirizzate alla cara amica Mary McCarthy, collega di Hardwick prima alla Partisan Review e poi alla New York Review of Books, «Quando viaggi, la scoperta che fai è che non esisti» (p. 21). Per tutto il testo, Hardwick esprime con invisibile introspezione la sua presenza nella vicenda e negli attimi di vita che racconta. Sia Didion che Durastanti descrivono la scrittura di Hardwick come magica e misteriosamente mobile, una prosa antica e sottile, una narrazione avvolta da un alone di misticismo.

«La grande distruzione bisogna meritarsela» (p. 54)

Leggendo Notti insonni, non si può non soffermarsi sul ritratto splendido che Hardwick fa di Billie Holiday, che incontra mentre esplora la scena jazz newyorkese insieme all’amico gay di Lexington con cui ha abitato in gioventù. La Lady Day che Hardwick incontra è paragonabile all’ultima evoluzione che la voce assurdamente indimenticabile della cantante ha avuto con il passare degli anni. L’aspetto di questa Billie è ormai come la sua voce, eccessivamente lucida, roca, sporcata da alcool e droghe, seppur assurdamente magnifica.

É come la disperazione remissiva, e per questo più lacerante, che si prova quando si ascolta Holiday cantare Strange Fruit, che racconta dei linciaggi dei neri nel Sud segregazionista. «No, era sberluccicante, cupa, e solitaria, anche se non era mai da sola, mai. Statuaria, sinistra, determinata» (p. 51), scrive Hardwick. La moderna regina del blues canta e Hardwick ne studia ogni mossa; con in testa l’immancabile «gardenia lasciva», unico elemento di luce di un animo annerito da un passato difficile e da un successo che lo è stato ancor di più.

Copertina dell’album Lady in Satin, Jazz Images, 2016
(in foto: Billie at Salle Pleyel, Paris, 1954)

Così come il resto del racconto, il ritratto di Billie Holiday, nel suo decadimento evidente e condotto con grazia, simula la costruzione della vita di notti insonni di Hardwick;

momenti di passato e futuro che si allungano e dilatano nel tempo e nello spazio di una vita.

Quanto erano piacevoli le stanze, quanto erano rassicuranti i tormenti dei newyorkesi, le loro insonnie piene di parole, le loro esegesi accurate di paure sorprendenti.

p. 65.

Notti insonni è un romanzo complesso e intrigante, che risveglia i sensi in quanto lettura a tratti oscura, a tratti di una limpidezza unica grazie alla prosa ariosa di Hardwick. La narrazione procede frammentata ed episodica, facendosi largo in una concezione di scrittura femminile originale e di forte impatto artistico.

Questa sua riedizione (e prima edizione in italiano) riporta in vita un’autrice basilare per la comprensione della prosa americana novecentesca, nonché della discussione sul genere e sull’identità autoriale espressa attraverso la narrazione.


Qui sotto vi lascio anche il link alla playlist creata da Blackie Edizioni ad hoc; vi accompagnerà nella lettura di questo romanzo singolare e bellissimo di Elizabeth Hardwick, anche se lo vorrete leggere in qualche notte insonne, quando la marea è alta e la luna perfettamente piena.

La poltrona delle SS, edizione Nottetempo, mantenuto in mano davanti a una libreria sfocata.

La poltrona della SS, D. Lee

La poltrona della ss copertina

Leggere storie realmente accadute porta sempre il lettore a riflettere. Se la storia che viene raccontata è quella che descrive gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’eccidio degli ebrei, la riflessione è ancora più profonda, a tratti dolorosa. A gennaio, nella settimana in cui si ricordano le vittime dell’olocausto, Nottetempo ha pubblicato La poltrona della SS dello storico Daniel Lee.

Iniziando a leggere La poltrona della SS mi sono posta delle domande. La prima fra tutte è stata: dove nasconderei dei miei documenti significativi se fossi costretta a fuggire all’improvviso? Dove nascondereste voi delle carte importanti da far durare per sempre?
Cosa ha spinto Robert Griesinger a nascondere un fascio di suoi documenti all’interno di una poltrona?

Un fascio di documenti pieni di svastiche naziste che riemergono casualmente da una vecchia poltrona. Questo è il motore che muove la ricerca di Daniel Lee.

Primo piano Daniel Lee

Daniel Lee racconta nel primissimo capitolo di come una cena a Firenze dopo il suo dottarato in storia gli ha cambiato la vita. Il dottorato che aveva appena terminato indagava sulle vicende degli ebrei nella Francia di Vichy, studio che poi si ritrova nella sua prima pubblicazione Petain’s Jewish Children: French Jewish Youth and the Vichy Regime, 1940-1942. A questa cena organizzata proprio da Daniel, partecipa una sua cara amica che chiede di poter invitare anche Veronika, una giovane olandese che vuole conoscerlo.
Proprio la ragazza olandese sarà il ponte di connessione tra Daniel Lee e Robert Griesinger.

Veronika racconta a Lee cosa era successo a sua madre Jana, quando ebbe intenzione di rifoderare una vecchia poltrona. La donna aveva portato a restaurare il mobile ma andando a ritirarlo trovò un tappezziere indignato si rifiutò categoricamente di lavorare per i nazisti e per le loro famiglie. Detto ciò tirò fuori un fascio di documenti cucito all’interno del cuscino della poltrona. La povera Jana guardando quei documenti che riportavano il nome di Robert Griesinger, marchiati a ogni pagina di svastiche naziste si giustificò dicendo che non sapeva di chi fossero. Il restauratore non credendole fece tornare la donna a casa con la poltrona ancora da rifoderare e dei fogli che testimoniavano le atrocità di un nazista qualunque.

Daniel Lee partirà da questa semplice vicenda per intraprendere un enorme lavoro di ricerca che durerà ben cinque anni.

Il libro è dunque il frutto di una ricerca accurata e difficile, durata ben cinque anni. L’autore per costruire La poltrona della SS ha unito ciò che è emerso da telefonate, documenti e fotografie originali, coincidenze e segreti di famiglia. Ha viaggiato ovunque ci fosse un indizio tra Praga, Berlino, Stoccarda, Zurigo, New Orleans. Nulla è sfuggito allo storico Lee che ha cercato indizi persino nelle diverse cittadine tedesche di provincia dove Griesinger aveva studiato e lavorato.

Il meticoloso e abbondante lavoro che Daniel Lee ha portato avanti per comporre La poltrona della SS si evince anche semplicemente osservando il libro nella sua struttura. Prima che la narrazione cominci, ci sono tre pagine di nomi, in cui sono elencati tutti i personaggi incontrati, intervistati, o che sono stati necessari all’autore per il racconto. Nella parte finale del libro, invece, le note a piè di pagina si moltiplicano: sessanta pagine in cui Lee non dimentica di indicarci da quale archivio ha tratto una determinata informazione. Quello che emerge, in un reportage denso e acuto, è il ritratto di un uomo ambizioso e glaciale, ma ordinario, che ha lavorato nell’ombra per la «causa» nazista.

Chi era Robert Griesinger e perchè tanto interesse da parte di Daniel Lee? Cosa voleva trovare l’autore della Poltrona della SS durante le sue ricerche?

Io volevo sapere come passava le serate, i film che guardava, i piatti che gli piacevano, cosa leggeva alle sue figlie. Mi sembrava che venire a conoscenza di queste informazioni mi avrebbe detto qualcosa di fondamentale su coloro che avevano perpetrato la violenza nazista – una violenza che aveva devastato la mia stessa famiglia, oltre a innumerevoli altre.

lee, La poltrona della SS, nottetempo, milano 2021 (p 57)

Attraverso le sue ricerche, Lee scopre che il proprietario di quelle carte nascoste aveva fatto parte prima delle SS negli anni ’30, poi della Gestapo. Da quel fascio di documenti scopre inoltre che egli comparve tra coloro che parteciparono alla guerra sul fronte sovietico nell’estate del ’41, in cui migliaia di ebrei vennero massacrati nei villaggi ucraini. Proprio questa esperienza permetterà al nostro protagonista di ottenere un posto da funzionario al ministero dell’Economia e del Lavoro a Praga.

La strada che Lee percorre è tortuosa e soprattutto non circoscritta ai soli anni del nazismo. L’autore infatti non vuole solo spiegarci chi erano i buoni e i cattivi in quell’epoca, Daniel Lee cerca una spiegazione a quella cattiveria. La cerca all’interno della famiglia di Robert, (arriva fino a New Orleans e in Lousiana per capirlo meglio). La cerca negli studi e nell’ambizione di questo nazista qualunque (arriva a cercare negli archivi della scuola a Tubinga che Griesinger aveva frequentato).

Le origini e l’ambizione risultano essere quindi ciò che ha condotto Robert Griesinger a essere un burocrate assassino durante il nazismo.

L’obiettivo che Daniel Lee cerca di raggiungere è quello di raccontare la normalità di un uomo qualunque, quale Griesinger era. Lee cerca di far comprendere ai suoi lettori che i feroci nazisti, quelli più vicini a Hitler, non sarebbero potuti esistere senza il costante lavoro di uomini come Griesinger.

I libri di scuola ci hanno insegnato che i cattivi della Seconda guerra mondiale erano quelli che uccidevano gli ebrei all’interno dei campi di sterminio. Ma la storia ha saputo andare oltre, dimostrando come i protagonisti di quell’abominio erano anche tutti quegli uomini che, più silenziosamente, all’ombra dei propri uffici, firmando carte e autorizzazioni, acconsentivano alle disgrazie di uomini colpevoli solo di essere nati. Griesinger era uno di loro, un burocrate assassino. Le sue mani non si macchiavano di sangue. Al massimo potevano macchiarsi dell’inchiostro delle penne e dei timbri che stabilivano chi non doveva continuare a vivere.

Quando Griesinger ottiene il suo posto tanto aspirato a Praga è il 1943. Nella capitale occupata dai tedeschi ha il compito di chiudere le imprese e trasferire i lavoratori in Germania, strappandoli alle loro famiglie. Le fabbriche decennali del paese chiudono proprio per mano del burocrate, i lavoratori di quelle fabbriche vengono deportati nei campi di concentramento per mano di Griesinger.

Nella Poltrona della SS troviamo un viaggio a ritroso nelle origini della famiglia Griesinger per spiegare ― non giustificare ― le azioni del giurista.


Come è stato possibile che milioni di uomini si siano macchiati delle stesse, se non peggiori, colpe di Griesinger e hanno trovato quel contesto storico del tutto normale? Guido Caldiron ha intervistato l’autore della Poltrona della SS ponendogli un quesito simile. Dal libro stesso infatti si evince che Griesinger ha avuto sempre compagni e vicini di casa ebrei. Come è stato possibile quindi che Griesinger non fosse per niente turbato dalla sorte cui erano destinate anche persone che aveva conosciuto o incontrato? Come gli è stato possibile giustificare tutte quelle atrocità?

Daniel Lee primo piano

Lo stesso Lee ricorda, rispondendo all’intervista, che l’antisemitismo non è nato improvvisamente con Hitler ma era già impermeato nella società. «Nell’ambiente sociale e familiare di Griesinger era quasi un luogo comune quello di considerare gli ebrei moralmente degenerati. Questo aiuta a spiegare perché in seguito non si sia certo preoccupato per il destino degli ebrei, anche di quelli che magari aveva conosciuto».

Nella storia di Griesinger confluiscono lo schiavismo, l’emigrazione, la guerra e il genocidio. Se gran parte dei nazisti non aveva avuto bisogno di antenati schiavisti per odiare gli ebrei, il fatto che Griesinger potesse annoverarne parecchi nel suo albero genealogico ci impedisce di pensare al nazismo come a un fenomeno isolato o puramente tedesco

d. lee, La poltrona della ss, nottetempo, milano 2021 (p. 332)

I documenti nascosti nella poltrona della SS simboleggiano anche il silenzio che per molti anni ha alimentato le famiglie del Dopoguerra.

Il lavoro di Daniel Lee è stato non solo quello di viaggiare tra tutti gli archivi possibili in cui ritrovare una traccia – seppur la più minima – del passaggio di Griesinger, ma anche quello di ricerca di testimoni. Il protagonista delle sue ricerche era, come già detto, un personaggio anonimo nel suo ambiente; di conseguenza, trovare sue tracce per Lee è stato difficoltoso. Nonostante la grande difficoltà Lee incappò prima in un suo zio e di conseguenza anche nelle due figlie di Robert: Barbara e Jutta. La cosa che stupisce di più nel leggere degli incontri avvenuti con Lee è che le due figlie non avevano idea delle mostruosità compiute dal padre.

Il dolore per aver vissuto certe esperienze ha insabbiato i ricordi di molti.

Documentandomi ho scoperto che molti figli di nazisti per molto tempo non hanno domandato nulla ai propri genitori. Anche Barbara e Jutta confermano questo. Le figlie di Griesinger dopo la guerra vedendo una madre triste per aver perso il marito non le chiesero mai informazioni su di lui. Chi ha vissuto in prima persona certi momenti, sembra non abbia poi voluto raccontarli ai proprio figli o nipoti. Nonostante ciò che lo storico riuscì a riportare in superfice di quel burocrate assassino, le figlie non ne risultarono particolarmente sorprese. Infatti, sia Barbara che Jutta si commossero a conoscere la grafia del padre.

Non avere testimoni è una grande perdita. Per questo motivo il lavoro di Lee acquista un grande valore. L’autore mette in luce l’immagine e la vita di un uomo solo, raccontandoci però che non fu l’unico. Lee ha rivelato, insomma, come quelle organizzazioni in realtà fossero più sfaccettate e organizzate di come solitamente si ritiene.

La testimonianza è essenziale, il ricordo di quelle tragedie non deve morire insieme a chi ha vissuto quegli anni orribili.

In un’intervista, Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica italiana, spiega di come per ben quarantacinque anni non abbia mai fatto parola di ciò che aveva vissuto nei campi di sterminio. Nell’intervento del 2018 al Parlamento europeo racconta alcune delle brutalità che i suoi occhi hanno dovuto vedere. Si rammarica però dicendo che purtroppo quella generazione sta sparendo e nessuno potrà più raccontare, testimoniare.

Pietra di inciampo opera per commemorare ebrei caduti inguerra
Le pietre di inciampo sono opera dell’artista tedesco Gunter Demnig e servono per commemorare gli ebrei morti nei campi di concentramento

Ma in questa epoca in cui non facciamo nostro qualcosa se non quando ci tocca da vicino, non dobbiamo dimenticare di ricordare. Viviamo più intensamente quel 27 Gennaio, una data simbolica che sarà a breve solo un accumulo di ricordi di qualcuno che non ci sarà più. Facciamoci testimoni, documentiamoci, portiamo avanti noi il ricordo delle generazioni passate per le generazioni future. I nostri figli studieranno qualcosa di molto lontano da loro. Facciamo in modo che quella lontananza sia solo temporale, accorciamo questo tempo e permettiamo a tutte quelle vittime di essere sempre nel nostro presente.

Immagine di copertina del libro Biancaneve del Novecento, ritratta nell'ebook con sopra una mela in una tazza

Biancaneve nel Novecento, M. Oliva

Nel 2021, edito Solferino, esce in Italia Biancaneve nel Novecento, l’ultimo romanzo della scrittrice, saggista e docente italiana Marilù Oliva.

Passato e presente si incontrano nella sofferenza

Due sono le voci narranti di questo romanzo, quella di Bianca e quella di Lili e raccontano le donne nel Novecento, secolo di conquiste e rivoluzioni.

Bianca all’inizio degli anni Ottanta ha quattro anni, e si rifugia nel mondo delle fiabe perché la realtà non le piace. Il padre è un ex pugile, affascinante ma mediocre; la madre vende lenzuola nei paesini della provincia: è bellissima, con i capelli biondi sempre perfetti e un problema con l’alcol e con i sentimenti.

Bianca cresce in fretta in una casa ostile, mentre alla televisione passano veloci la strage di Ustica, l’attentato alla stazione di Bologna; quando cammina mano nella mano con il suo papà si sente una principessa in un reame felice, che alla prematura morta del padre si sgretola per lasciare spazio a una realtà con una madre che non è capace di dimostrarle affetto.

Matrigna è una mamma bellissima, vanitosa e cattiva che non desidera la propria figlia, soprattutto se questa si chiama Bianca e ha la pelle chiara e le labbra rosse. Matrigna è una mamma che se ne sta intenta ai fatti suoi e non vuole un granché bene a chi vive con lei e poco importa se il suo castello è fatiscente

Bianca, biancaneve nel novecento, solferino 2021

Gli anni Novanta fanno da sfondo alla adolescenza di Bianca, ai primi amori non ricambiati, alle amicizie perdute per colpa della droga, all’accettazione del rapporto con la madre e alla consapevolezza che la linea che separa il bene dal male non è così netta, alla solitudine, agli studi di Storia all’università e al femminismo.

Stavo preparando l’esame di Storia delle donne e mi rendevo conto, pagina dopo pagina, quanto fosse impervio il loro cammino. Quanti salti nel Novecento. Quanti cambiamenti. Eppure non bastavano. Sottomesse alla potestà di un padre, poi di un marito o di un fratello, eravamo state ritenute quasi minorate per secoli. Le colpe ricadevano spesso su di noi, perfino se il coniuge ci ammazzava: se lo avevamo tradito, interveniva il delitto d’onore a salvaguardare le mani sporche di sangue.

bianca, biancaneve nel novecento, solferino 2021

Cosa accade quando siamo incapaci di provare empatia?

Lili negli anni Quaranta ha una ventina d’anni, sposa, per volere della famiglia, di un ricco parigino e deportata nel campo di concentramento di Buchenwald, perché la famiglia del marito nascondeva in casa alcuni ebrei. Lili è protagonista di uno degli episodi più crudeli della storia dell’umanità; per sopravvivere è costretta a prostituirsi nel bordello del lager, un luogo dove non è rimasto più nulla di umano. Ora è un’anziana signora, sola, che combatte con il senso di colpa e con gli incubi del suo passato.

Io non vorrei mettere al mondo nessuno a cui dover, un giorno, raccontare quello che è successo. Non si può chiedere a una persona di capire lo scempio che qui è stato commesso contro l’umanità. 

lili, biancaneve nel novecento, solferino 2021

Le due protagoniste, all’apparenza così lontane, cercano a tutti i costi di resistere, di sopravvivere a un mondo oscuro senza amore. Fino a quando i loro racconti si intrecciano, alla fine del romanzo.

Una storia di grande umanità

Biancaneve nel Novecento è una storia di madri e di figlie, dove Biancaneve e la matrigna sono spesso due facce della stessa medaglia. Marilù Oliva sceglie con cura e con amore le parole per raccontare questa storia. Scrive delle protagoniste del secolo scorso, del loro dolore, del loro senso di inadeguatezza in una cultura, da sempre, patriarcale. Racconta con dignità e grande rispetto della loro storia, in un mondo dove la storia la fanno gli uomini. Biancaneve nel Novecento è un romanzo potente e crudelmente emozionante, in cui l’amicizia e la conoscenza sono le chiavi per sopravvivere al male e all’orrore di questo mondo. L’amore c’è, anche se a volte, fatica a farsi vedere.

Articolo a cura di Giulia Bestetti.

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