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Intervista a Sandra Petrignani

La scrittrice Sandra Petrignani rappresentata davanti a una libreria bianca che sorride verso l'obiettivo

Sandra Petrignani è una delle più note e valide biografe del panorama letterario contemporaneo. Nei suoi scritti principali, il suo intento primario è quello di fornire un affresco di una società letteraria agli albori di un periodo rivoluzionario – di cui ormai non rimane molto, se non un ricordo sbiadito e spesso confuso -. Noto è l’amore della Petrignani per le donne di quei felici tempi andati, da Natalia Ginzburg, a Elsa Morante, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e molte altre. Altrettanti sono i libri dati alla stampa, ma numerose – soprattutto – sono le preziosi riflessioni e conoscenze generate dalla lettura dei suoi volumi.

Sandra Petrignani nasce a Piacenza il 9 luglio del 1952, suo padre è romano – ma di discendenza umbra -, e sua madre invece napoletana. Ci tengo a soffermarmi sulle sue origini perché nella letteratura della Petrignani sarà sempre presente una particolare attenzione al lessico e alle attraenti declinazioni che assume la lingua nei più variegati contesti. Mi viene quindi subito da chiederLe: in che modo le Sue tradizioni si sono mescolate al Suo personale lessico famigliare? Riesce a individuare nel suo gergo una parola “incandescente” quanto gli Sbrodeghezzi – che sempre il signor Levi rimproverava ai suoi figli?

C’è effettivamente questa triangolazione nelle mie origini: nord, centro, sud. Sono una “piasenteina” che era attratta da Roma, dove stavano i nonni paterni e che sentiva la madre – quando da Piacenza parlava al telefono con le sorelle – rinfocolare un dialetto napoletano che mi sfuggiva completamente. Più che da parole particolari, il mio lessico s’annidava in una filastrocca inventata da me a tre/quattro anni che la dice lunga sui miei rapporti con i genitori: «Son carina/ son piccina/ son la gioia di papà/ Ma se sporco la vestina/ la mammà mi fa tottò».

Da ciò che evince dai Suoi scritti e dalla Sua biografia, pare che la vita abbia sempre viaggiato di pari passo con la scrittura. Se guardiamo però alle prime composizioni, sarà facile accostare le Sue narrazioni a un tipo di scrittura di tipo giornalistico. Quando si è accorta di voler parlare di altro e di farlo attraverso una nuova forma?

Il giornalismo culturale (era la mia professione, quello che facevo per mantenermi insomma) ha senz’altro avuto un ruolo nella mia passione per i libri di viaggio e nell’interesse per le vite degli altri. Ma proprio all’inizio mi ero già misurata con un romanzo (in parte sperimentale) dal titolo Navigazioni di Circe e con i racconti di Poche storie (uno dei miei libri migliori secondo me, che spero di riproporre presto). Poi la proposta di Stefano Malatesta di scrivere un libro di viaggio per una sua collana presso la Neri Pozza (ho accettato ed è stato La scrittrice abita qui) ha cambiato il mio destino editoriale. Il direttore della casa editrice Giuseppe Russo mi ha spinto a insistere in questa direzione. Occuparmi cioè, fra romanzo, biografia, ricerca, viaggio, delle vite degli altri appunto. Ora che tanti altri scrittori si sono messi su questa strada, credo che io smetterò.

Libro sulla biografia di Natalia Ginzburg, scritto da Sandra Petrignani, studiosa di autori e personalità del Novecento

Nel 2018 è stata tra le prime cinque finaliste del Premio Strega con La corsara, biografia di Natalia Ginzburg. Attualmente lo Strega è uno dei premi letterari più importanti, un evento che i lettori aspettano ogni anno, ma soprattutto una vetrina per editori e autori, una possibilità per raggiungere nuove persone. Si ricorda come Le è stata comunicata la Sua partecipazione e soprattutto cosa ha provato pensando di concorrere per un premio letterario così importante, a cui hanno partecipato – prima di Lei – molte delle personalità che ha studiato e (fortunatamente) ci ha raccontato?

Ho pensato: rieccoci. Conscia dell’impegno enorme, spirituale e fisico, che concorrere a quel premio comporta. Avevo già partecipato con La scrittrice abita qui sistemandomi al quarto posto. Con La corsara mi sono piazzata terza, è già qualcosa. Perché si partecipa? Nel mio caso la poetessa Biancamaria Frabotta ha deciso per me candidandomi. E io ho accettato la sfida, consapevole dell’enorme visibilità che anche solo essere finalista allo Strega comporta.

La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani è un affresco delle maggiori figure del Novecento letterario italiano.

È proprio grazie alla Corsara che Lei può sentirsi veicolo previlegiato della storia di una donna che ha cambiato l’editoria e la letteratura italiana. Tuttavia, il Suo non è stato un mero reportage cronistico, tra le righe emerge prepotentemente il Suo entusiasmo e la Sua ammirazione nei confronti della Ginzburg e di tutte le personalità che le sono orbitate attorno. Come ci si sente a ripercorrere certi posti, a raccogliere certe testimonianze? Cosa si prova ad approfondire in modo così intimo la vita di autori e autrici che hanno avuto un enorme peso nella nostra letteratura?

Le suonerà strano, ma non avevo per Natalia Ginzburg nessun reale entusiasmo. Il che non vuol dire che non la stimassi. L’avevo conosciuta, e non aveva un carattere espansivo. Sentivo intorno a lei un’aura da razza padrona che mi respingeva. Mi sono messa a scrivere di lei per dovere. Mi sembrava uno scandalo, con l’approssimarsi del centenario della nascita, che nessuno fosse impegnato a redigere una biografia su una donna della sua importanza, non solo come scrittrice, ma come testimone di un’epoca turbolenta, come unica personalità femminile di vero potere editoriale, come costellazione di amicizie fondamentali nella storia culturale del nostro paese. Ero pronta a fare un lavoro umilmente biografico. Ma l’atteggiamento di chiusura dei familiari (almeno quelli più stretti), che mi hanno negato di consultare i documenti in loro possesso e di incontrarli, mi ha fatto deviare verso il libro più personale che poi ho realizzato. Libro comunque documentatissimo, ma scritto a modo mio, raccontando anche la mia ricerca, la mia scoperta dei posti, delle case di Natalia. Ne è venuto fuori un libro più appassionante, che – mi dicono i lettori e hanno scritto i critici – «si legge come un romanzo».

Lessico femminile è l'ultimo romanzo di Sandra Petrignani pubblicato per Laterza

In uno dei Suoi ultimi lavori, Lessico femminile, prende in rassegna le voci di innumerevoli autrici che hanno segnato il suo percorso di scrittrice e soprattutto di lettrice. Da Nina Berberova a Virginia Woolf traccia dei percorsi tematici molto interessanti che a tutti diranno necessariamente qualcosa di nuovo. Chi lo avrà letto non potrà certo sottrarsi all’idea che Lei abbia dovuto leggere tanto e documentarsi altrettanto prima di parlare di tutti questi lessici e linguaggi che si intrecciano. Sandra, vorrei chiederLe che cosa apprezza della scrittura femminile e qual è l’aspetto che più ama far emergere dai personaggi femminili di cui racconta.

A me piacciono i bei libri, quelli che ti lasciano un’emozione indimenticabile. Che poi li firmi un uomo o una donna mi è indifferente. Però mi dà fastidio l’ancora scarsa considerazione verso il genio femminile. E allora ho voluto proporre questa carrellata di belle pagine, bei pensieri, sentimenti, scoramenti a firma femminile per mettere in vetrina il valore di scrittrici che per me hanno contato molto. Ogni tanto mi rendo conto che ho dimenticato questa o quella. Pazienza. Non è un’opera enciclopedica, ed è bene che dentro il mio libro non ci siano entrate tutte quante. Vuol dire che le scrittrici di valore sono ancora di più della conta che ne ho potuto fare io.

C’è chi colleziona oggetti e chi colleziona amabili pensieri. In “cose (insignificanti)” la scrittrice Sei Shonagon scrive: “Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico […]”. Mi rivolgo direttamente a Lei, Sandra: preferisce collezionare oggetti a raccogliere ricordi?

Non sono una gran collezionista, né di oggetti né di ricordi. Anzi sono molto smemorata. Se colleziono qualcosa sono le emozioni. Le emozioni provate mi lasciano segni inalterabili, mi restano dentro fino al momento in cui, scrivendo, ne faccio qualcosa.

Nel corso della vita di ognuno di noi c’è sempre qualcosa che non ci aspettiamo che accada; a volte ci sono eventi che ci stravolgono l’esistenza o che ce la migliorano improvvisamente. C’è un evento – o un momento – che, anche solo per un istante, ha creduto potesse fermarla dal suo mestiere di narratrice e che poi invece l’ha spinta ad andare avanti?

Scrivere per me è una necessità. Mai scritto per onorare un contratto o per non sparire dalla scena. Mi fanno pena e tenerezza insieme gli scrittori che ragionano così, quelli che si sentono male se non sfornano almeno un libro all’anno. Si pubblica anche troppo, nessuno muore se Tizia o Caio stanno fermi per qualche tempo. Forse dietro ci sono necessità economiche o una nevrosi da protagonismo, non so e non capisco. Io scrivo quando sono pronta. Scrivere per me è anche stare in ascolto per mesi, pure per anni se serve. E quello che accade intorno, nel bene e nel male, incide su ciò che scriviamo, ma non in modo immediato. Se no è cronaca, non letteratura.

Sul Suo sito web, nella biografia, ci racconta come, del tutto casualmente, si è ritrovata ad Amelia, la Sua città paterna. Apprendo inoltre che vive tra la pace della campagna umbra e la caotica città di Roma. Probabilmente questo è il sogno di molti romani che fuggono dal caos della capitale, e di altri che invece ci tentano senza avere la possibilità di farlo. In quanto a Lei, in che modo riesce a dividersi tra queste due realtà completamente opposte tra loro?

Tanti mi chiedono inorriditi: ma perché ti sei seppellita in campagna? Io lontano dal caos sto benissimo, in compagnia dei miei molti animali. Vengo a Roma solo per necessità, ne potrei fare volentieri a meno. Se ci sono spettacoli o mostre imperdibili, mi metto in macchina e arrivo in poco più di un’ora. Non è un dramma. E del resto cose imperdibili ce n’è sempre meno. Aspetto sempre un genio come Tadeusz Kantor e uno spettacolo come La classe morta, che alla fine degli anni ’70 mi colpì come niente altro. Nel caso ci fosse in giro un simile genio e non me ne accorgessi, me lo segnali per favore.

Il vino della solitudine è il romanzo più autobiografico di Irene Nemirovsky

Il vino della solitudine, Irène Némirovsky

Nell’estate del 1933, Irène Némirovsky comincia a prendere appunti per la sua autobiografia personale. Il vino della solitudine compare nel 1935, Irène ha 29 anni e la scrittura di quest’opera è per lei una forma di riscatto.
Ha avuto un’infanzia infelice, trascorsa in solitudine, un padre sempre assente, e una madre troppo attenta a preoccuparsi della propria permanenza nel mondo e mai di sua figlia.

Irène Némirovsky è stata un’autrice al lungo dimenticata. Vittima delle leggi razziali, lascia la sua opera più celebre incompiuta: Suite Francese. Solo quarant’anni dopo la sua deportazione, sua figlia avrà il coraggio di mettere mano alle carte di sua madre portate in salvo. Insieme a quelle carte, anche un diario, dove l’autrice – in data 28 giugno 1941 – appunta:

Le vin de solitude di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky.

Il vino della solitudine, rientra insieme a Jezabel, La preda, e Due in una saga di romanzi dedicati alla figura materna.

Nella Preda e in Due, la madre è il punto di partenza per la caratterizzazione di due personaggi protagonisti, anche molto diversi tra loro. Nel caso della Preda, il protagonista è un giovane uomo che è disposto a tutto pur di avanzare socialmente. In Due, la protagonista diviene una donna che tradisce il marito ma che si pente in punto di morte.

Il vino della solitudine e Jezabel, invece, presentano Anna Margoulis attraverso tutto l’odio che Iréne Némirovsky – in quanto figlia, non ha mai smesso di provare nei confronti di sua madre.

Il vino della solitudine, a differenza dei precedenti titoli citati, porta in scena sua madre in quanto tale. E in particolar modo quell’orrendo senso di solitudine e inadeguatezza che Iréne Nèmirovsky ha provato per tutta la vita. Il suo alter-ego Hélène Karol è figlia di un ricco banchiere, spesso in giro per il mondo, appassionato di Borsa, che quelle volte che torna conversa solamente di “Milioni… Milioni… Milioni…”.

La madre di Hélène sospirava, sbadigliava e sfogliava, mangiando, le riviste di moda che arrivavano da Parigi. Il padre taceva e tamburellava piano sul tavolo con le dita agili e magre. Hélène assomigliava solo a lui, ne era il ritratto fedele.

Bella Karol è una madre assente, passa il suo tempo a pettegolare, sfoglia riviste di moda, si smalta le unghie la mattina e la sera, e prende parte ai grandi incontri che il marito svolge spesso nel proprio salotto.
Quando si rivolge a sua figlia è per rimproverarla:

… Sta’ dritta… Tieni chiusa la bocca… Ma guarda un po’ che faccia da schiaffi ti viene con quella bocca aperta e il labbro che pende… Questa bambina mi diventa scema, giuro!

L’unica ragione per cui decide di mettere al mondo Hélène, è per legarsi al signor Karol: per questo motivo, a sua figlia non dedica mai le giuste attenzioni, e si rifiuta fin da subito di occuparsi della sua educazione – perché si dimostra troppo legata alla governante. La presenza della figlia irrita Bella Karol, che continua a vederla come una bambina da trascinarsi dietro per tutta l’Europa. Sua figlia non è solo un peso, è l’obiettivo dei suoi puntuali insulti e lamentele. La disprezza profondamente e, di nascosto, ne invidia la giovinezza.

Hélène è una bambina molto matura, “dal volto pallido, trasfigurato dalla violenza della sua vita interiore”.

Trascorre molto tempo a pensare, e mentre parla con sé usa le parole dei grandi, “che si sarebbe vergognata di usare se non con se stessa”. La sua unica confidente è Mademoiselle Rose. La figura della cameriera è l’effettiva trasposizione letteraria di Zezelle, la governante che si prese cura di Iréne Nèmirovsky durante l’infanzia. Insieme al padre, Mademoiselle Rose è l’unico personaggio positivo dell’intero racconto.

Dopo il trasferimento a Pietroburgo, nell’autunno del 1914, quando Hélène scopre dello strano rapporto tra sua madre e il giovanissimo cugino Max – trasferitosi a vivere con loro – il conflitto tra le due esplode.

Hélène smette di chiamarla mamma, ha dodici anni e individua nella scrittura una via di uscita. Proprio attraverso delle pagine da lei scritte, suo padre verrà a scoprire del tradimento della moglie, che ignora la verità a costo di non dover ammettere le colpe e cacciarla.

Il padre pensa a una donna che ha incontrato per strada, e la madre è appena tornata da un convegno con l’amante. Non capiscono i figli, e i figli non li amano; la ragazza pensa al suo innamorato, e il ragazzo alle parole sconce che ha imparato a scuola. I bambini piccoli cresceranno e saranno come loro. I libri mentono. Non c’è virtù, non c’è amore nel mondo. In tutte le case è lo stesso. In ogni famiglia non c’è che lucro, menzogna e incomprensione reciproca.

E poi ancora:

È uguale dappertutto. E anche a casa mia è così. Il marito, la moglie e… l’amante…

È il 1914, fuori da casa loro c’è la guerra, E proprio in quel momento Hèlène comincia a covare la sua vendetta contro la madre. Una vendetta che porterà a compimento pochi anni dopo essersi trasferiti in Francia.

Irène Némirovsky non manca mai di contestualizzare le sue storie in epoche ben determinate. La sua scrittura, anche stavolta, oltre che strumento per leggersi dentro, diviene atto per immortalare il tempo che Iréne ha vissuto.

Chi mai ci pensava in quella casa, tranne lei e Mademoiselle Rose?… L’oro sfavillava, il vino scorreva a fiumi. Chi badava ai feriti, alle donne in lutto?

Non solo la guerra, e i lunghi viaggi e campagne viste fuori dalle finestre. I personaggi sono descritti con una precisione mai accessoria. Ognuno di loro ha un proprio dramma interiore, e anche la madre – per quanto priva di qualsiasi grado di empatia – è un personaggio compiuto e in grado di catturare l’attenzione di ogni lettore.

Se da un lato, Il vino della solitudine è parte integrante per la scoperta della figura di Irène Némirovsky; dall’altro, semplicemente è il racconto di un dramma tanto familiare e corale, quanto personale.

M, Il figlio del secolo, A. Scurati

Fatti e personaggi di questo romanzo non sono frutto della fantasia dell’autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Detto ciò, resta pur vero che la storia è un’invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. Non arbitraria, però.

È anticipato da questa raccomandazione il nuovo romanzo storico di Antonio Scurati: M, il figlio del secolo. Forse il primo di una trilogia, che si occupa di narrare le origini del fascismo, fino al 1924, anno dell’assassinio di Giacomo Matteotti.
Il libro dedicato a Benito Mussolini, M: l’onorevole, il Capo, il Fondatore dei Fasci, il Duce del fascismo, e al suo bambino, appunto, il fascismo: un movimento interventista e passionale che imbambola il popolo italiano, impaurito e impoverito dalla Prima Guerra Mondiale, deluso dai tentativi violenti e sconclusionati dei socialisti.
Il fascismo è il movimento interventista: si potrebbe dire, contro il popolo ma che nasce dal popolo: si origina da una guerra civile, combattuta gli uni contro gli altri, attraverso i giornali, le riviste, sostenuta dall’omertà e dalla cieca violenza, talvolta, dalla stessa Opposizione. Un movimento interventista, estremista, nazionalista e cantore della guerra, amante delle belle serate nei salotti delle redazioni, e che riconosce nell’Arte, nella pittura, nella musica, nelle Esposizioni e negli edifici imponenti il distintivo attraverso cui, l’Italia, questo bel Paese che va richiamato all’ordine, può affermarsi oltre il Mar Mediterraneo.
Un movimento che nasce da un giorno all’altro e che, a macchia d’olio, trova adepti in tutta Italia.

A capo di tutti, di tutte le camicie nere mussoliniane che rispondono al richiamo di un solo uomo: il Generale, il primo ad aver costituito un Parlamento che è sempre pronto, all’occorrenza, a farsi esercito a sostegno del Paese.
Un Paese ingannato, quello descritto da Antonio Scurati, un popolo che si è fidato delle promettenti e affascinanti parole di un omino di nemmeno quarant’anni, il presidente del consiglio più giovane al mondo, piccoletto e di costituzione robusta, che ha saputo approfittare dello scontento dei piccoli proprietari terrieri per mettere l’Italia dei primi anni Venti ai suoi piedi: Benito Mussolini.
Un uomo, prima di tutto, con le proprie debolezze, i propri sogni e pensieri, che ha saputo trascinare dalla sua parte anche l’Opposizione.
Mussolini è un comandante, sì, un astuto e meticoloso calcolatore, un uomo viziato ma poco vizioso: animato da un unico grande intento, avere sempre ragione e poter disciplinare l’intera Nazione.
La sua idea è quella di dividere l’Italia in gerarchie, ben definite, per poi imporre alle persone di accettare serenamente il proprio ruolo, seppur minore, all’interno di una società ordinata e dedita all’ordine, con nessuna possibilità di crescita.

La storia che Scurati ci racconta non è solo la grande Storia precedente al disastro, è anche quella d’una Italia devastata e incattivita, che tira fuori il suo lato più guerrigliero e indipendentista. Il racconto e le storie delle persone che hanno contribuito a lasciar diffondere questo virus che è stato il fascismo. Di quelle persone che hanno perso la dignità, l’essere umano, e hanno pensato solo ai propri interessi. E anche di quelle che, invece, ne hanno subito le conseguenze, vittime ed Eroi di questo (primo?) romanzo.

M, Il figlio del secolo, è la storia della compagna ufficiale di Mussolini, Rachele Guidi, una figlia di romagnoli socialista, semianalfabeta, e compagna del Fondatore fin dal 1909; madre dei suoi figli.
È la storia di tutte le innumerevoli donne sedotte da Mussolini, Angela; Ida Dalser, la donna fatta internare in un manicomio perché chiedeva invano, ma legittimamente, il riconoscimento del Duce come padre legittimo di suo figlio; l’attraente Margherita Safratti, socialista, che ha perso il figlio per mano del fascismo e che per onorarne la morte appoggia le ragioni del fascismo, come se la morte del figlio fosse necessaria per la ricostituzione di un ordine generale. Una donna che ha scritto per lui i discorsi pubblici più importanti, forse la più amata: silenziosa e ricorrente mittente della corrispondenza del Duce, a lui non chiede niente. Il letto di Margherita Safratti sarà sempre quello in cui Benito Mussolini farà ritorno quando avrà bisogno di sentirsi amato e consolato, spogliandosi dei propri incarichi politici e dei propri malumori.

M, Il figlio del secolo, è la storia del poeta Gabriele D’Annunzio, il seduttore dandy implacabile amante degli estremismi e al controllo della città di Fiume, importante territorio della Jugoslavia, desiderato dal re Vittorio Emanuele III: scenario di feste, bordelli e case chiuse.
È la storia di Filippo Marinaretti, drammaturgo, poeta, scrittore e fondatore del futurismo, il movimento artistico ufficiale del fascismo: un’arte aperta al futuro, allo sperimentalismo, che mette in allerta gli intenditori di arte figurativa. Del compositore Toscanini, del drammaturgo Pirandello. È la storia di una certa prefazione che Mussolini scrisse all’opera più importante del poeta Ungaretti.

M, Il figlio del secolo, è la storia di un intero popolo che esegue gli ordini di un uomo solo. È la storia delle personalità artistiche e politiche che hanno gravitato attorno alla figura del Fondatore dei Fasci, quelle favorevoli alla presa del potere dei fascisti, fiduciosi alla Marcia su Roma del ’22: di Amerigo Dùmini, a capo del Fascio di Firenze, di Francesco Giunta, al comando del fascismo giuliano; del consigliere del Duce, Cesare Rossi, giornalista e acuta personalità a stretto contatto di Mussolini. E di tanti, tantissimi altri uomini.

Ma M, Il figlio del secolo, questo imponente e autorevole romanzo, che del romanzo possiede solo i metodi di comunicazione, un A sangue freddo capotiano, raddoppiato nelle dimensioni, è anche la storia dell’Opposizione al fascismo. Un’Opposizione debole, che si è piegata al fascismo, che si è arresa, e che, in una forma altamente colpevole non si è opposta quanto avrebbe dovuto. Un’Opposizione lacerata, che spesso è stata favoreggiante nei riguardi del movimento promosso dal Duce. È la storia dei socialisti Treves Giacomo, e Nicola Bombacci, il “Cristo degli operai”, amico personale di Benito Mussolini; Filippo Turati e i suoi numerosi carteggi con Anna Kuliscioff, una giornalista che fa politica tramite il nome dell’amico, perché le donne sono escluse dai diritti politici.

È inutile dirlo, andrei avanti per ore: M, Il figlio del secolo, è un romanzo di ottocento pagine, che contiene dentro di sé tanta storia, eventi che hanno segnato e stravolto, cambiato radicalmente l’Italia, il nostro modo di pensare, il nostro modo di sentirci sempre debitori nei confronti del passato, per non averlo ancora analizzato meticolosamente, e appreso che la violenza genera solo altrettanta, interminabile, e mostruosa violenza.
Scurati riferisce chirurgicamente di un’epoca che abbiamo dimenticato, o che non conosciamo affondo, narrata attraverso l’impersonalità inaudita, di un narratore esterno e onnisciente che non prende mai una posizione, e che non si schiera mai per nessuna fazione. Ma noi sappiamo tutti per quale posizione concorre. Il racconto dettagliato di situazioni, di gesti, di posture, rendono il romanzo di Scurati un ottimo reperto storico, che si mescola a stralci di giornali, telegrammi, comunicazioni telefoniche e corrispondenza postale: un libro da cui apprendere, ma in cui è difficile trovare una testa, o il cuore di un personaggio, in cui immedesimarsi del tutto.

M, Il figlio del secolo è un’enciclopedia, una denuncia al fascismo e contemporaneamente accusa nei confronti di partiti, e uomini politici (con nomi e cognomi) che non hanno saputo opporsi alla violenza.
È una guida da cui ripartire, su cui rifondare le basi.
Scurati ci sprona a imparare dal passato e,  alla fine, mi pare, che questo grande romanzo, M, questa enorme e gigantesca M che campeggia a tutta pagina sul metaforico sfondo bianco dei buoni intenti di Benito Mussolini, non sia quella che rappresenta il duce ma quella in onore di Giacomo Matteotti, il vero eroe di questa prima parte di romanzo: l’uomo che ha sacrificato la sua stessa vita per opporsi a una violenta e nuova realtà.

Da qualche parte leggo che M sia il primo libro di una trilogia, sono voci di corridoio che spero trovino conferma. Necessito di  conoscere a fondo e da così vicino tutta quanta la Storia poco conosciuta.

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