Aldostefano Marino

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Come in un film, R. De Sa Moreira

Comincio e finisco di leggere Come in un film in dieci ore. In Italia lo ha pubblicato NN Editore, casa editrice indipendente alla quale, ormai, devo, oltre che la mia stima per l’accurato lavoro di scouting, anche i preziosi insegnamenti che traggo continuamente dalla lettura dei loro testi.

Mi capita spesso di leggere testi nell’arco di una giornata; più raramente, invece, mi succede di rimanere così felice di aver letto il libro di un autore contemporaneo, e soprattutto di rimanerne così sorpreso. È questo il caso dell’originalissimo e magnetico libro in rosso di Régis De Sa Moreira, il francese vincitore del premio Le Livre Elu.

Come in un film narra la storia di LUI e LEI che, da un punto imprecisato nello spazio raccontano, fin dal primo incontro, la loro storia d’amore tormentata. Si potrebbe dire che è una normalissima storia d’amore: un lui e una lei  alle prese con un amore più grande di loro, della quale passione, talvolta, si lasciano travolgere, fino a cambiare la sorte a cui sembrano destinati sin dall’inizio: lasciarsi.

LUI lo capisce sin da subito: arriverà quel momento in cui inizieranno a sopportarsi a malapena. E nonostante lo sappia, la invita a vivere da lui sin da subito. Scorreggia mentre LEI si lava i denti, e per masturbarsi pensando a LEI gli basta vedere la sue pantofole dalla porta del bagno lasciata volutamente aperta.
Anche LEI lo capisce immediatamente: hanno gusti troppo diversi, vedute troppo distanti.
LEI preferisce i libri, tanto che, a una certa e per lavoro, comincia a correggerne le bozze prima della pubblicazione. LUI invece ai romanzi preferisce le fedeli trasposizioni cinematografiche, ma nella vita non farà il regista e si accontenterà di lavorare in un ufficio postale.
Anche LEI lo sa fin dal principio che non andrà mai veramente d’accordo con LUI: e come può farlo? LEI che ha riempito la sua libreria, litigando con lui per decidere sulla prima fila di ogni ripiano: i dvd di LUI, o i libri di LEI?
Nonostante questo, come in un film, si amano follemente e ardentemente si desiderano.
Come in un film – o in un romanzo di Kundera – la storia d’amore di LUI e LEI è costellata di coincidenze.
Come in un film – mi viene in mente Revolutionary Road – LUI e LEI litigano fino allo sfinimento, si tirano addosso i piatti, le stoviglie, le brutte parole, e poi fanno la pace facendo l’amore in una cantina, quella dei genitori di LEI, o in un bagno, e anche mentre guardano film porno gay.
E sempre come in un film la loro vita è scandita dalla musica, da Le quattro stagioni di Vivaldi, a Umbrella di Rihanna, fino a Non, je ne regrette tien di Edith Piaf.

Ma ciò che c’è di grandioso, di veramente originale, all’interno di questo romanzo, è il modo in cui De Sa Moreira decide di raccontare questa storia d’amore che mi ha commosso.
Qui, i luoghi, le persone, gli incontri, i pensieri e le azioni sono descritti attraverso la tecnica della narrazione cinematografica, proprio come in un film. Fino a qui, qualcuno potrebbe obiettare che, in realtà, i greci lo facevano secoli fa, ma De Sa Moreira si spinge oltre: a ogni personaggio, quasi sempre, più che i dialoghi sono affidati i pensieri e, molto spesso LEI ci dice quello che in realtà pensa LUI, e viceversa. Questo succede perché LUI e LEI sono legati da una profonda complicità che, l’autore francese, ha saputo descrivere perfettamente; complicità che li porta a fare le stesse cose, anche quando sono lontani.

Ma in questo romanzo, quelli che pensano, e parlano e vivono e soffrono, amano, gioiscono, non sono solo LUI e LEI, ma un’infinità di personaggi, tutti spettatori che assistono alla loro storia d’amore: il panettiere dove per sette anni comprano i cornetti, la baby-sitter, i vicini di casa e il tassista che guida il taxi dove LEI rivela a LUI di essere incinta.
E se poi personaggi, talvolta, diventano il gatto di LUI, o Van Gogh, Matt Demon dallo schermo della sala B di un cinema in cui ogni anno LUI e LEI festeggiano il loro anniversario, Michael Jackson da un poster sulla parete, Harry Potter, o Pedro Almodovar, tutti intenti a fare ironia assistendo alla vita di LUI e LEI, come spettatori di un film dove stavolta non sono loro i protagonisti – o registi – allora il risultato, in una parola è meraviglioso, in due emozionante e reale, e in tre: DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE!

La luce che resta, Evita Greco (Recensione e chiacchierata)

La luce che resta è il nuovo romanzo drammatico di Evita Greco, in uscita il 13 settembre per Garzanti. Questa volta, dopo Il rumore delle cose che iniziano, Evita Greco scrive una storia più matura della precedente, mantiene il suo stile inconfondibile, ma stavolta non trascura nessun dettaglio e ogni cosa assume la necessità di esser narrata. Con gli occhi di una madre, Evita Greco, scrive con le mani di una pittrice, delicatamente, attraverso particolari e analisi minuziose racconta un intreccio di storie apparentemente slegate, ma destinate a rincorrersi, capitolo dopo capitolo, fino ad allacciarsi nella stessa trama.
La sua scrittura è precisa, attenta a ogni minimo particolare: per Evita Greco, ogni azione ha un posto privilegiato nel racconto, come se tutto ciò che viviamo, pensiamo e sopportiamo meriti l’attenzione di un narratore e poi quella del lettore, che una volta catturato non riesce più a staccarsi dalle pagine del libro: quest’attenzione per i dettagli poi, facilita quella necessità che il lettore ha di immedesimarsi in ognuno dei personaggi di La luce che resta, nati dalla testa di Evita Greco

Il treno regionale 12047, ogni mattina, mentre viaggia ha da una parte il mare e dall’altra le colline. Sopra c’è Carlo: segue la madre, lo fa sempre quando lei gli dice che vuole uscire di casa, non sa bene per andare dove, e poi va in tribunale: è avvocato, una professione che gli sta stretta, dicono sia riuscito a diventarlo solo grazie al padre.
Marco che vive fuori, lavora a Londra e tenta di convincerlo in ogni modo a portare la madre in una casa protetta, lasciare l’Italia e andare a vivere in Inghilterra. La vita di Carlo, le sue attenzioni e le sue preoccupazioni si riducono a quelle rivolte verso una sola persona, sua madre Filomena, a cui ha promesso che un giorno comprerà una macchina, una Dyson, che a lei piace tanto, e scapperanno lontano, in una casa dove sembrerà di poter toccare il mare solo guardando fuori dalle finestre.
Su questo treno, tutte le mattine, Cara accompagna a scuola Vita, la sua bambina, e poi scappa al lavoro, ne fa diversi: la segretaria in uno studio medico, il dottorato all’università. Cara è una mamma in carriera, e tutte le mattine, ogni volta che saluta la figlia, poi deve combattere con il senso di colpa che la opprime per la necessità di dover chiamare una baby-sitter, sperare che sia libera, e chiederle di andare a prendere Vita all’asilo.
Su questo stesso treno Carlo e Cara si incontrano, con le loro storie, i loro scheletri nell’armadio: impauriti e indifesi, due anime ferite, che hanno paura di conoscersi ma sono curiose di farlo. I loro viaggi si intrecciano, attraverso i racconti del grande amore che vive ancora nei ricordi di Filomena, le loro vite si incrociano, e cominceranno a cercarsi ogni volta che prenderanno il treno, finché non avranno il coraggio di parlarsi, e di aiutarsi poi.

La luce che resta è quella luce che rimane quando tutto attorno è calato il buio, che spaventa e porta a divenir ciechi davanti a tutto ciò che accade attorno. Un lungo dramma sulla paura, che esplora ogni lato del nostro animo e ci interroga spesso. È il racconto di quel momento in cui rimaniamo soli, perdiamo noi stessi, e ci aggrappiamo con tutte le forze alla felicità di qualcun’altro. Ma soprattutto, è il romanzo dell’amore materno, quello che ci consegna al mondo. Dell’amore che un figlio prova per la madre, della forza che ogni madre riceve in dono, senza averla mai avuta prima, quando il suo corpo si prepara a ospitare un bambino. Delle paure che una madre ha ogni volta che saluta suo figlio, e di quel senso di completezza che ogni figlio prova quando si trova con sua madre: Vita per Cara e Carlo per Filomena. Un amore forte, che supera i confini. Un romanzo per consolare le perdite e che fa ritrovare il coraggio.

Evita Greco è tornata, stavolta più forte che mai: non ha paura, osa e ci consegna un’opera di cui si sentirà parlare molto presto. E così sia!

Chiacchierata letteraria con Evita Greco

Cara Evita, “anche il cielo più scuro nasconde un raggio di sole”, qual è il tuo spiraglio di luce? Da dove proviene?
Dai miei bambini e dalle storie. Non faccio altro che raccontarmi storie, in un certo senso. Le cerco mentre cammino, le cerco ovunque. Sono il mio amuleto, le storie. Il mio modo di credere di poter avere a che fare con la realtà.

Questa volta ti sei fatta desiderare… ci hai tenuti sulle spine per un po’, quanto amore e quanto tempo hai dedicato alla scrittura di La luce che resta?

Tempo tanto, amore anche di più. L’ideale sarebbe stato farlo uscire a due anni dal “rumore delle cose”, poi però è servito più tempo e più spazio. E’ stato inevitabile, per me, prendere molto molto molto sul serio tutto quello che era stato detto a proposito del primo libro. Il che, inevitabilmente, mi ha un po’ rallentato con il secondo. Poi nel frattempo è nato il mio Carlo, e anche lui si è preso la sua quantità di tempo, e tutto l’amore.

Nei libri che si scrivono c’è certamente sempre un po’ di noi. Dove sei tu, veramente, in questo romanzo? Ti senti più vicino a ciò che prova una madre o una figlia?
In questo libro, molto più che nel primo, credo di essere vicina a tutti. C’è davvero una parte di me in ognuno dei personaggi. Credo che sia spesso così, il materiale che abbiamo a disposizione per scrivere è la nostra vita e quindi quel che siamo finisce ovunque. “Per quanto mi identifichi nel battito di un altro, sarà sempre attraverso questo cuore”, dice una canzone di Jovanotti. C’è un pezzetto del mio cuore in ognuno dei personaggi, insieme a delle caratteristiche – spero – solo loro.
Cara (un po’ come Giulia del Rumore delle cose che iniziano) rappresenta un modello di donna forte che io spero di raggiungere, ma che forse non  mi appartiene davvero. Marco ha una forza che ammiro, tiene la barra del timone dritta, sempre. Nelle fragilità di Filomena mi riconosco. Mentre Carlo, per me, rappresenta il giusto mix tra forza e tenerezza (passami la semplificazione). Rileggendo il libro, scherzando tra me e me, mi sono detta che è una specie di Christian Gray delle mamme. Non ho letto cinquanta sfumature di grigio ecc. ecc., ma sono ragionevolmente certa che un uomo che offre con biscotti fatti in casa a tua figlia, uno capace di addormentarla, di prendersi sul serio mentre gioca con lei, e di esserci, senza troppo parlare, vale lo
scambi!

Mi incuriosisce la scelta dei nomi: a parte i personaggi che si chiamano come i tuoi bambini, tutti gli altri, come nascono nella tua testa? Prima nascono e poi dai loro un nome, o viceversa?
Quasi contemporaneamente. Dare i nomi ai personaggi, per me, è davvero difficile. Per alcuni ho le idee chiarissime sin dal principio. Altri (per esempio quelli del “rumore delle cose che iniziano”) rimangono solo iniziali per tantissimo tempo. In generale faccio molta fatica a prendere decisioni definitive. Dare un nome è una decisione definitiva. “Cara” è un omaggio –piccolissimo e molto maldestro- alla canzone di Lucio Dalla, che per me è forse la più bella di sempre. Marco è il nome del mio compagno, qualcosa del Marco del libro me lo ricorda. Filomena è un nome che mi piace, e in parte ho pensato al film, al tipo di maternità che viene raccontata nel film. Carlo perché c’era il nostro, di Carlo, che è sempre stato Carlo da sempre, da quando ci siamo conosciuti io e Marco, che ce lo dicevamo che, un figlio nostro, maschio, sarebbe stato Carlo. Che poi il nostro Carlo si chiama Carlo Antonio, in onore del nonno paterno che non ha conosciuto, e che sarebbe impazzito dalla gioia a saperlo qui.

Siamo tutti curiosi di sapere come ha reagito Chiara Gamberale quando ha scoperto che uno dei protagonisti della tua storia si chiama proprio come sua figlia, Vita.
Chiara non credo lo sappia, ancora. Ma nei nostri incontri, c’è stato un bello scambio di “attese”. L’ho incontrata a Rapallo, quando ancora non sapevo che Carlo stava arrivando, ma già c’era. L’ho incontrata a Macerata, quando Carlo stava per nascere. Non ricordo se glielo dissi, o se glielo scrissi quando poi lei mi  disse che Vita stava arrivando. Se Carlo fosse stato una femmina, sarebbe stata Vita. E’ un nome bellissimo, che ha dentro tutto quello che conta. Spero non le dispiaccia. Ancora di più spero di conoscere la sua Vita il prima possibile.

Tra le tue pagine si sente il tuo destino, quello di madre: traspare tutto l’amore che tu sei in grado di provare, probabilmente, perché a descriverlo sei veramente abile. Quante volte ti sei sentita inadatta come madre dei tuoi bambini?
A costo di sembrare presuntuosa, forse per la prima volta in vita mia lo dico: non mi sono mai sentita inadatta. Stremata, sì, molto spesso. Così come molto spesso so di cedere su fronti in cui non dovrei (cartoni animati mentre siamo a cena fuori, cibi non sempre sani, ritmi sonno veglia totalmente sballati anche per colpa nostra), ma inadatta mai. Capita di sentirsi osservate, capita di accorgersi che magari, mentre sei in strada e uno dei tuoi bambini piange o urla, o si butta per terra, e allora capisci che qualcuno sta pensando di te “sei inadatta”. Ma con il tempo ho imparato a capire che ci sono altrettante persone che ti guardano e pensano “so cosa succede, è tutto ok”.
Sogno un mondo in cui nessuno si debba sentire in difetto, quando magari il suo bambino piange, sogno un mondo in cui nessuna madre si senta inadatta. Perché la maggior parte delle volte, se una madre si sente inadatta, è perché è sola, e nessuna dovrebbe esserlo mai. Come pensa spesso Cara: serve un villaggio. Dobbiamo essere tutte il villaggio di tutte.

Da La luce che resta, di luce ne esce tanta. Riesci a farci credere che, talvolta, quando è tutto buio, faccia più luce la luce che rimane che buio il buio che si vede. Presenti il buio come necessario, e guardi le cose tutte da una prospettiva più confortante. Che cosa diresti a chi non riesce a individuarla?
Che c’è, che ognuno di noi sa che c’è e che tutto ha un suo “verso”, un suo significato. Spesso occorre allontanarsi, spesso fa un male cane, ma in parte, per crescere, abbiamo davvero bisogno che si aprano alcune crepe. Poi credo anche che ci siano dolori che non servono a nulla. Dolori che sono dolori e basta, cose che non dovevano andare così. Di fronte a cose del genere (come per Marco e Filomena) non basta neanche un grande amore. Accadono anche queste, purtroppo. E forse si trova un verso anche per quelle.

 Lascia un po’ di luce anche a noi: stai già scrivendo il prossimo?
Scrivendo ancora no. Ma ho in mente una storia di cui sono profondamente innamorata. Me la immagino anche molto diversa da quello che ho raccontato fino ad adesso, poi magari non sarà così diversa, non lo so. Ma è una storia che adoro. E quando l’asilo riaprirà, inizierò a scriverla, promesso.

 

 

Per le foto di copertina sono stato ospitato da Necci al Pigneto, a Roma (via Fanfulla da Lodi 68) un grazioso locale dove spendere il proprio tempo: studiando, mangiando, bevendo qualcosa e facendo un ottimo aperitivo. Potete trovare degli ottimi dolci di loro produzione, mangiare un buon piatto di pasta, o tenervi leggeri con sfiziosissime insalate!

Stoner, John Williams

Pubblicato per la prima volta nel 1965, Stonervenne ristampato dalla New York Review Books nel 2003: è stata sicuramente la sua seconda uscita, in America, più fortunata della prima. In breve tempo il libro è diventato un vero e proprio fenomeno letterario, vendendo più di 50.000 copie e godendo di un passaparola che non si è mai interrotto.

Per quanto riguarda la critica di questo romanzo, due fazioni opposte e fermamente convinte del proprio pensiero: per tanti ha poco da dire, da raccontare; ma molti altri, nel frattempo gridano al capolavoro. Dovrete quindi scusarmi se, nel corso della recensione, mi capiterà più di una volta di essere un po’ parziale, se dovesse trasparire troppo spesso il fascino che la scrittura di John Williams genera in me.

Grazie all’abile traduzione di Stefano Tummolini, Stoner arriva in Italia edito Fazi Editore, e con una copertina accattivante e una nuova edizione economica, da poco in commercio, non smetterà mai di sedurre i lettori sempre desiderosi di scoprirlo.
John Williams è il fortunato autore di quest’opera: nacque in Texas nel 1922 da una famiglia di contadini, ha vissuto in Colorado con la moglie e i suoi figli, lì insegnò all’università e scomparve nel 1994.
Il suo romanzo Stoner è considerato uno dei migliori esponenti della letteratura americana del Novecento.

La storia è semplice, banale – lo ammetto -, non racconta nulla di particolarmente eclatante ma, è forse nel modo in cui viene narrata, che lo diventa.
William Stoner nasce nel 1891 in una fattoria vicino a Booneville, nel centro del Missouri, in un paesino distante circa quaranta miglia da Columbia, ambita sede universitaria d’America. La sua famiglia è solitaria, vive in una casa rudimentale con le assi di legno grezzo, un grande soggiorno e due stanze con i letti di ferro.
Stoner ha sempre dato una mano in casa, prima mungendo le vacche e poi nei campi; si separa dai suoi genitori, ormai anziani e quasi privi di forze, all’età di diciannove anni, per andare all’università dove scoprirà un amore profondo e viscerale per la letteratura e il sapere, in generale. Non tornerà più nelle campagne del suo paese natale, se non raramente per far visita ai genitori o ad assisterli negli ultimi momenti della loro vita.
In Columbia avrà due amici importanti, uno morto in gioventù, l’altro da cui non si separerà mai.
Si innamora di una donna, Edith: un matrimonio infelice, fatto di rinunce, ricatti, e poca intimità, che invece sembrerà non averlo mai amato. Avrà una figlia, Grace, con lei un rapporto disteso, ma complicato dalla perfidia della sua avida ed egoista moglie. Diventerà professore all’università, avrà gli stessi amici, qualche festa e cena importante, e manterrà le stesse ostilità per tutta la vita, trascinandosi con apparente inerzia verso la sua morte. Ciò che appare come inerzia in realtà è passione, dedizione, amore per la letteratura, per il buon lavoro: William Stoner è un uomo che porta a termine ogni cosa che ha cominciato, è sinceramente onesto ed un buon amico su cui contare, ma non sembra importargli molto nella vita. Per tre cose ha perso la testa durante la sua esistenza: la letteratura, appunto, porto sicuro da cui ricominciare ogni volta che la vita di Stoner ha bisogno di una svolta, una donna di cui si è segretamente innamorato e a cui lo lega l’amore per l’arte.
Infine sua figlia Grace, che appena potrà evaderà da quella prigione che è diventata casa sua.

Stoner è un romanzo di trecento pagine, da cui non ci si riesce a staccare un momento. Se la storia non è eclatante, ma quella di un uomo comune e semi-squattrinato, un professore con un grande amore per la letteratura, che si costruisce una famiglia e si invaghisce di una studentessa, allora forse, la forza di questo romanzo, risiede proprio nell’abilità del suo scrittore, nel suo saper scrivere un romanzo ancora attuale e moderno per un lettore che lo scopre più di cinquant’anni dopo la sua uscita.
È un romanzo ricco di rimandi: leggende, racconti nei racconti, intessuto di poesia, Shakespeare, letteratura latina, e greca, amore per il sapere, attraverso le pagine, riescono a trattenere il lettore, fino all’epilogo del romanzo, dove viene descritto il lento e triste addio di Stoner.
A quel punto – tanto è il livello di empatia raggiunto con i personaggi di una lunga monografia – ci sembra quasi di aver assistito e vissuto una vita che, giunta al suo capolinea, soppesa gli eventi come se fossero tutti uguali: non ne ricorda molti e da quelli che ricorda traspare nostalgia.

Stoner è un personaggio che insegna tanto, ti entra dentro, diventa tuo amico e soggiorna nei tuoi pensieri: riesce a consigliarti e a trasmettere amore, con lui si empatizza al punto da trovare insopportabili le persone che gli mettono i bastoni tra le ruote, amare le persone che ama, e sperare che lui l’abbia sempre vinta, nelle costanti lotte contro la vita, sua moglie, o il suo disonesto capo Lomax. John Williams racconta la normalissima e tediosa storia di un uomo straordinario con profonde e celate ambizioni: e nel farlo smentisce una volta per tutte che la normalità non sia poetica.

Il bufalo della notte, Guillermo Arriaga

A dieci anni dalla sua prima pubblicazione, Fazi Editore – a cui porgo i miei ringraziamenti – ripropone all’interno della collana Storie, uno degli indiscussi capolavori scritti da Guillermo Arriaga, Il bufalo della notteun libro dolceamaro che entra abilmente in testa, toccando alcune zone sconosciute del nostro intelletto e generando un bailamme di emozioni, mischiando paura, amore e compassione.

Guillermo Arriaga, autore messicano cresciuto per le strade di Città del Messico, è rimasto nel cuore dei cinofili per aver scritto la sceneggiatura della Trilogia sulla morte di Iñárritu. Il bufalo della notte, la cui trasposizione cinematografica è avvenuta solo un anno dopo la pubblicazione del romanzo omonimo, racconta della violenza che, talvolta vive l’amore.

Manuel, ventidue anni e un rifiuto per le droghe, ha una passione per la violenza, e un’altra per le donne. Il suo migliore amico è uno schizofrenico che si è tolto la vita sparandosi in testa: questo è l’incipit del romanzo.
Manuel è un egoista, pensa troppo a se stesso, a tratti maschilista, spesso e volentieri è un po’ presuntuoso; ha un fratello dispettoso e con lui un rapporto molto ostile.
Sua madre è sempre assente, professionalmente affermata e schiacciata dai sensi di colpa, segna qualsiasi cosa e vive rigidamente; ventidue anni dopo la nascita dei suoi figli, non ricorda ancora a quale dei due non piaccia la cipolla, e con Manuel è “evidente che si sforzava di mostrarsi affettuosa e garbata”.
Suo padre ha un gran cuore, è guidato dal senso del dovere, “un uomo, nient’altro. Normale, semplice, forse un po’ goffo. Un uomo”, che si comporta da padre e da marito al meglio delle sue possibilità, aspettando che Manuel torni la sera per dargli la buonanotte e chiedergli se sta bene.

Ad alimentare Il bufalo della notte non son soltanto angoscia e dolore, ma c’è soprattutto il racconto di un’amicizia profonda e tormentata e di un amore, malato, trattato con dolcezza, per contrasto ad una continua ricerca di sesso da parte di Manuel. Molte donne abitano questo romanzo ma, tra tutte, quasi protagonista è Tania, l’ex fidanzata del migliore amico di Manuel, Gregorio, che, dopo una lunga degenza in un ospedale psichiatrico, si è tolto la vita.

E forse, ora che è morto, gliela sta facendo pagare.

Chi è che scrive quei bigliettini minatori che Manuel continua a trovarsi recapitato a casa? E chi è quello strano ragazzo riccio che compare in tantissime polaroid nella scatola di ricordi che Gregorio ha lasciato gli ha lasciato? Che fine fa Tania? Ogni volta che scompare, e non si fa trovare nemmeno all’803, la stanza di un motel pagata mensilmente, dove ha perso la verginità e la testa per Manuel.
Tantissime domande tengono il lettore ancòrato al racconto dai toni blu, non ha scampo: ipotizza, si perde nella moltitudine di figure complesse e folli che abitano Il bufalo della notte, tentando di districarsi tra le tante verità rivelate attraverso frequenti flashback dalle ambientazioni nitide.

L’intensa storia raccontata da Arriaga ha poco a che fare con la pace: non mette a proprio agio ma, attraverso un ritmo straordinario e botta e risposta serratissimi, non permette al lettore di abbandonare un attimo la lettura. La narrazione è fluida, e capitolo per capitolo sono introdotti sempre più temi, personaggi, veri e propri punti di svolta che stravolgono continuamente  l’interpretazione degli eventi narrati. La storia cambia costantemente sotto gli occhi del lettore e alla fine lo lascia di sasso. Dopo averlo sedotto saggiamente, Il bufalo della notte, abbandona il lettore e gli concede un finale per niente oggettivo.

Viale dei Misteri, John Irving

Al suo quattordicesimo romanzo, John Irving lascia senza parole e stupisce ancora con Viale dei Misteri (Rizzoli, 2018).
Avenue of Mysteries si presenta come un libro importante, e sicuramente lo è, con una copertina che rappresenta appieno la desolazione, le steppe e i paesaggi aridi del Messico, indiscutibile protagonista.

È l’abilità di Giuseppina Oneto a tradurre meticolosamente la miriade di parole che compongono le fitte seicento pagine di questo romanzo, dimostrandosi all’altezza di un autore tre volte finalista al National Book Award, e vincitore del premio O. Henry Prize e di un Oscar, come miglior sceneggiatura, per quel film di cui tutti abbiamo almeno sentito parlare: Le regole della casa del sidro. 

Juan Diego è il bambino del basurero, le discariche dell’Oxoaca, capitale dell’omonimo stato meridionale del Messico: è figlio di una prostituta che si occupa di fare le pulizie in chiesa e di un padre che potrebbe essere il suo ma che nessuno è sicuro lo sia, el Jefe, il boss della discarica. Quello che finisce nella prodigiosa montagna di rifiuti, assieme ai cani morti e i corpi bruciati, a sostanze tossiche e vestiti vecchi, sono i libri che i gesuiti dell’orfanotrofio de Los Ninos Perdidos vogliono far scomparire, in quanto dannosi per la società cattolica. È lì che Juan Diego impara a leggere e legge a voce alta alla sua sorellina Lupe racconti di ogni genere, una bambina particolare senza peli sulla lingua, capace di leggere con precisione il pensiero delle persone che le stanno attorno, tuttavia incomprensibile nell’esprimersi, eccetto che al fratello, per un problema alla laringe. Ma non è così che comincia questo enorme Viale dei Misteri, pregno di significati nascosti, di miracoli e simbologie, ma con il viaggio che Juan Diego, ormai cinquantenne e scrittore affermato, compie dagli Stati Uniti alle Filippine per onorare il padre defunto, di uno stralunato hippie di cui non ha mai saputo il nome. Complice un’assunzione irregolare di betabloccanti e pastiglie di Viagra, e due donne tentatrici e misteriose, Juan Diego Guerrero, attraverso il sogno rivive le sue origini, il suo passato in Messico, terra desolata e molto povera, descritta minuziosamente, le sue lotte, i suoi colori, e i suoi limiti, una strana coppia formata da un sacerdote che ha lasciato i voti ed una trans, la vita del circo, e quella in orfanotrofio, e un’incombente statua dissacrata della Vergine Maria.

I capitoli di questo romanzo prezioso si alternano tra passato e presente, tra sogno e veglia, tra misticismo e realtà, fino a confondere il lettore, che ci mette un po’ a scivolare dentro la storia ma, non appena ci cade dentro, intrappolato, gli è impossibile uscirne illeso.
Come sarà arrivato il piccolo Juan Diego dal Messico fino all’Iowa? Che cosa avrà fatto di lui uno scrittore e quali studi?
C’è proprio tutto all’interno di questo romanzo: posti esotici, animali selvaggi, plancton a forma di preservativi, alberghi, letteratura, Shakespeare, spiegazioni mediche, luoghi desolati, bar omosessuali, alberghi per prostitute, cibi tipici, pellegrinaggi e chiese, c’è tanta Storia e molte critiche velate nei confronti della Chiesa, dei suoi papi e delle loro assurde convinzioni.
I temi trattati sono anche essi i più svariati: l’HIV e l’AIDS, trattate con un’estrema e disorientante delicatezza, la pedofilia, il credo e soprattutto l’ateismo, mai affrontati con toni accusatori.
John Irving, infatti, è questo che fa, con abilissima destrezza e profonda sensibilità, in Viale dei Misteri: non prende una posizione netta, lasciando al lettore la possibilità di riflettere su alcuni temi fondamentali e appassionandolo con una storia lunga cinquantaquattro anni che, per la sua narrazione disordinata, stimola la curiosità più estrema del fortunato lettore accompagnandolo al finale e lasciandogli, anche allora, la possibilità di interpretarlo più o meno come vuole.

Viale dei Misteri, sopra ogni cosa, ci dà un suggerimento prezioso: nella vita non esistono cose che succedono per casualità o miracolo, “il miracolo siamo noi” ogni volta che decidiamo quale strada prendere, quali persone volere con noi e quali oggetti comprare per poi buttarli, con cui vivere una vita che è stabilita tutta e solo dalla nostra volontà.

Figlie di Brooklyn, Jacqueline Woodson

Brooklyn è la più popolosa dei cinque borough della città di New York, ed è proprio all’interno di questa città che, negli anni Settanta, Jacqueline Woodson ambienta il suo romanzo, contro i pregiudizi, Figlie di Brooklyn. 

La Woodson è autrice pluripremiata e quattro volte finalista per il National Book Award, ha scritto più di una dozzina di romanzi per bambini e adulti, tra cui il best-seller Brown Girl Dreaming. All’interno del suo romanzo scorre la breve ma intensa storia d’amicizia tra quattro ragazze emigrate dal Profondo Sud, dalla Giamaica, dalla Repubblica Domenicana e da Porto Rico. Pubblicata per la prima volta in America nel 2016, e tradotta da Tiziana Lo Porto per Edizioni Clichy solo un anno dopo, la storia che J. Woodson ci racconta andrebbe letta per il solo gusto di immergersi totalmente in un’altra cultura, avendo la sensazione non di star leggendo un libro, ma di trovarsi al centro di quel quartiere povero di Brooklyn, fatto di spezie, odori e tanta paura.

Figlie di Brooklyn racconta la storia di August, otto anni, che si trasferisce dalle verdi campagne del Tennessee a Bushwick con il suo papà e suo fratello. Un trasferimento segnato dall’abbandono, una perdita apparentemente misteriosa, la scomparsa della madre, due bambini che passano i loro pomeriggi ad osservare il vicinato, e quelle ragazzine che, guardando verso la loro finestra ridono. Ma non ci vorrà molto tempo prima che August riesca a far di quel borgo la sua casa, il suo posto, e sicuramente questo avviene anche grazie ai telefilm visti insieme, al sogno di poter essere Lois Lane, o Jane di Tarzan, o perché no Marlo Thomas.

Tra i genitori bianchi sospettosi e diffidenti, la paura sempre dietro l’angolo, il velo in testa, i cibi proibiti e i primi baci, le prime volte… contrariamente a quel precetto della loro religione, tra il parco dove la protagonista scopre del tradimento che le è stato fatto e quelle donne che ricevono uomini, nell’appartamento proprio sotto quello di August, quattro giovani donne protagoniste si affacciano ad un mondo da cui son sempre state tutelate e hanno la forza di poter diventare – o almeno sognare – ciò che vogliono essere.

Jacqueline Woodson, attraverso parole semplici, odori e sensazioni tattili, fornisce ai nostri occhi un mondo poco dibattuto, finora ricordato male e troppo poco, raccontando ai suoi lettori quanto sia difficile essere una ragazzina nera in America che, come unico desiderio, ha quello di poter sognare come tutte le sue amiche. Una storia che si spinge oltre il libro in cui è racchiusa, fino alle nostre coscienze.

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