Renzo Paris – l’autore della preziosa biografia su Amelia Rosselli (Miss Rosselli) – edita Neri Pozza, è poeta, raffinato romanziere e critico letterario. Tra le sue opere più celebri ricordiamo le biografie romanzate di Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Ignazio Silone. Tutte sono riunite sotto un unico intento: ritrarre alcuni degli esponenti maggiori del Novecento letterario italiano.

Miss Rosselli è la sua ultima fatica letteraria. Una biografia scritta in modo atipico che mescola sapientemente i ricordi di Paris e l’autrice, con quelli provenienti direttamente dalla sua vita.

Amelia Rosselli non fu soltanto una poetessa – come pochi ricordano – fu anche compositrice musicale, etnomusicologa, e tentò persino la strada della pittura in seguito a un breve amore con Guttuso.

Nacque nel 193o, in una famiglia borghese colta e impegnata, “dove il primo latte prese anche l’ansia di libertà e quella di preda”.

Era infatti figlia di Carlo Rosselli e Marion Catherine, personaggi impegnati con dedizione nella lotta antifascista. Sua madre era inglese e attivista del partito laburista; suo padre, invece, teorico del Socialismo Liberale, per Giustizia e Libertà faceva la spola tra Parigi e Londra, era un esule antifascista inviso a Togliatti e ai comunisti emigrati in Francia. Fu la perdita di suo padre, il primo grande dolore di Amelia. Accadde a Bagnoles-de-l’Orne, “dove sette giovani fascisti avevano abbattuto, dapprima a colpi di pistola e poi a coltellate furiose, suo padre e suo zio, quando lei aveva solo sette anni”.

Il ricongiungimento con il padre sarà tragico, ma atteso da tanto, perché sin da Variazioni Belliche – la prima raccolta poetica – sembra esserci traccia di un profondo e malcelato desiderio di morire. Ed è così che esordisce la biografia composta da Paris: raccontandoci la sua scomparsa.

Amelia si era barricata in casa, aveva finito la bottiglia di latte e quel poco pane che era rimasto era diventato durissimo. I medici le avevano tolto i farmaci che la calmavano e lei era ripiombata nel mare nero della sua schizofrenia. Non beveva e non mangiava per timore di avvelenarsi. […] Lei aprì e, una volta sul balconcino, scavalcò l’inferriata e si lasciò cadere dal quinto piano giù nel cortile, evitando la tettoia che avrebbe potuto salvarla. Si illudeva che fosse un volo per poi risalire, a volo d’angelo. Ma non fu così. Non ci fu risalita. Cadde tra i rifiuti del cortile fracassandosi la testa e le ossa.

La vita quotidiana di Amelia Rosselli era quella di una qualsiasi donna, con la differenza che la poetessa era costantemente visitata da spiriti e ombre dal passato. I morti avevano con lei un rapporto particolare, e non passava incontro che poi non si ripercuotesse su suoi scritti. Dopo la morte di suo padre e la fine della guerra, l’Italia venne sorvegliata dalla Cia e dai servizi segreti, persecuzione che ossessivamente non abbandonò mai Miss Rosselli.

Ovunque andasse, Amelia era perseguitata dalla figura di un uomo biondo che la tormentava durante i suoi giorni. Era un uomo alto e con gli occhi chiari – come i suoi, azzurrissimi -, che Miss Rosselli si convinse provenisse direttamente dai servizi segreti, organizzati per spiare lei e gli altri comunisti.

Le giornate si ripetevano identiche a quelle di altre donne sole. Le eccezioni erano farmaci e gli elettroshock in cliniche misteriose per i suoi amici. Ma lei era una poetessa. Aveva un’intensa vita interiore che a poco a poco si sostituì a quella reale, facendola a pezzi.

Amelia nacque a Rue Notre-Dames-des-Champes, una strada poco più lunga di un chilometro, a nord di Montparnasse. Una strada segnata dal passaggio di altri personaggi d’onore, come Pablo Picasso, Victor Hugo, Hemingway e molti altri. Proprio in quella strada, Miss Rosselli crebbe con i suoi due fratelli, Andrea e John. Nonostante una famiglia sempre assente e frenetica, i Rosselli abitarono diversi appartamenti principeschi nel Quartiere Latino, ma anche alcuni di modesto aspetto.

Nessuno dei suoi genitori era adatto a una vita ordinaria, né a farli crescere in una famiglia tranquilla come quelle degli altri. Melina trascorse la sua infanzia immersa nella solitudine, ritenendola i famigliari una bambina scontrosa […]. Fu sempre più spesso la nonna Amelia a soccorrere quei bambini durante le lunghe assenze di Carlo e Marion.

Amelia Pincherle Rosselli, sorella del padre di Alberto Pincherle (Moravia), aveva una spiccata dote pedagogica, e proprio grazie al suo supporto, Miss Rosselli (allora semplicemente Melina) individuò in lei il proprio punto di riferimento.

Amelia trascorse un’infanzia tra le bambinaie e la nonna, sballottata da una madre egoista e malata fin dalla sua nascita. Amelia era una persona sofferente, sin da piccola perseguitata dagli spettri e dalle ombre dei morti non trovò mai il modo per darsi pace e cominciò a convivere con i propri mostri del passato.

A vent’anni Miss Rosselli si trasferì a Roma. Era già stata in Italia, aveva abitato a Firenze, ma la capitale rappresentò l’inizio di una nuova vita.

A Roma frequentava il Caffè Greco, dove gli scrittori si incontravano dai primi anni Trenta, il barcone “Er Ciriola” in cui si facevano i bagni e persino si ballava la sera, in compagnia di personalità come Alberto Arbasino e Pier Paolo Pasolini. In quegli stessi tempi, Roma pullulava di spie della Cia e del Kgb, e gli intellettuali e gli artisti non potevano aver vita facile, perché erano sempre spiati. Amavano perciò riunirsi in posti poco noti, come il sotterraneo di un’antica chiesa nel centro città.

A Roma comincia anche l’esperienza editoriale di Amelia Rosselli.

Il suo primo impiego fu quello di dattilografa e traduttrice presso le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Verso la scrittura, secondo le parole della stessa Rosselli, a incoraggiarla furono dapprima Moravia, poi Scotellaro e infine Pasolini. Il poeta Scotellaro fu uno di quegli amori ricordati dalla poetessa come “amorastri”, in giro per l’Italia, che le permettevano di sentirsi più leggera.

Nell’amore, Amelia “faceva da sola”, si buttava a corpo morto su uomini impossibili. Poi Rocco Scotellaro la presentò a Mario Tobino, “il medico dei pazzi”, e la loro storia durò più al lungo del previsto. Da tutti i suoi amori si faceva chiamare con il nome di sua madre, Marion, perché dopo averla persa, cocente fu per lei quest’ennesima delusione. Anche la perdita di Scotellaro fu significativa per Miss Rosselli, tanto che il dolore per la sua morte si prolungò sia nelle prose francesi che in quelle inglesi.

La diagnosi precisa di “schizofrenia paranoide” fu firmata dallo psichiatra Ludwig Binswanger.

Insieme a questa nuova presa di coscienza, ad Amelia vennero somministrati i primi terribili elettroshock. E da quel momento cominciarono i soggiorni nelle cliniche private che puntualmente teneva nascoste anche ai suoi amici. Nel definire il proprio male, Amelia, un po’ per pudore e per vergogna, raccontava di avere il morbo di Parkinson. Ma la sua vera malattia era, al solito, la Cia “a cui si accompagnavano il Sid e la P2 e altri servizi segreti, che non le avevano perdonato la discendenza da suo padre Carlo -.

Lungo tutti gli anni Sessanta, Amelia lavorò ai tre libri che meglio la ricordano: Variazioni belliche, Serie ospedaliera, Documento.

Sono i tre reperti più preziosi che abbiamo della poetessa, testimonianza di quei disturbi mentali e di quel non-luogo che si costruiva all’interno della propria immaginazione, tramite le voci e le visioni che le giungevano puntuali dall’Altro mondo. Fu Pasolini che si prese l’incarico di convincere la Garzanti a pubblicare le sue opere. Tuttavia, Amelia, non contenta, iniziò a spedire il dattiloscritto a tanti altri editori. Così lo mandò anche a Vittorini, che ne avrebbe pubblicato una parte sulla rivista Il Menabò, e finalmente Amelia si avvicinò al riconoscimento che oggi ha ottenuto.

Variazioni belliche venne pubblicato con Garzanti, tuttavia gli editori rifiutarono le sue indicazioni di formato e le sue prime opere non vendettero quasi nulla. Serie ospedaliera riguarda molto da vicino i suoi ricoveri e gli elettroshock – che ormai chiedeva lei stessa per ritornare “con la memoria libera di ricominciare, come una tabula rasa”-.

L’ultimo amore di Amelia è quello provato per il poeta innamorato di Rimbaud, Dario Bellezza, che la poetessa accolse a casa sua mentre lui era in cerco di un posto in cui abitare.

Con il suo arrivo, Amelia sperò che la sua solitudine potesse scomparire. Presero a fare colazione insieme, cenavano spesso nelle trattorie di Trastevere, e lo presentava a tutti i commercianti amici. Tuttavia, anche il loro amore non durò al lungo, e lo stesso Dario Bellezza cominciò a esser visto anche lui come un pazzo: “una coppia davvero male assortita”, di cui la poetessa parlerà a fondo nei propri versi.

Soltanto negli ultimi quindici anni della sua vita, Amelia divenne una star mondiale.

Amata in Inghilterra, come in Francia e fino all’America, non c’era convegno sui poeti in cui Amelia non venisse festeggiata o lodata a gran voce. Le sue poesie vennero spesso riproposte in pubblico, i suoi versi furono riconosciuti dal mondo intero. Versi magnetici, ricchi di significati e percorsi che si protraggono oltre le pagine: oltre quel misero balconcino da cui lanciandosi si tolse la vita. Sarà forse per quell’io narrante che, nelle sue poesie, dice tanto di Miss Rosselli, ma che coinvolge anche noi irrimediabilmente?

Di quel suicidio, al lungo vagheggiato come possibilità di salvezza e ricongiungimento, Vittorini disse:

Secondo me si suicidò perché le avevano tolto le medicine. Senza quei forti calmanti, rimanendo molto lucida, scelse di buttarsi, evitando la tettoia protettiva.

Amelia Rosselli morì l’11 febbraio del 1996, lo stesso anno in cui, trentatré anni prima, la poetessa Sylvia Plath – da lei tanto amata, tradotta e commentata – si suicidò, lasciando al mondo i suoi versi e i propri dolori.