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Il libro-testamento Moglie di Verlaine, scritto da Mathilde Mauté è raffigurato su un piano di legno circondato da uccelli del paradiso o strelitzie amazzoniche

Moglie di Verlaine, M. Mauté

Il 23 giugno 1907, dopo ripensamenti, incertezze e perplessità, Mathilde Mauté, l’ormai ex moglie del poeta Paul Verlaine, decise di raccontare ai lettori come andarono veramente le cose tra lei e suo marito. Spesso criticata per i suoi modi autoritari, in seguito alla pubblicazione delle biografie di Verlaine, Mathilde Mauté decise di far chiarezza sulle questioni oltremodo dibattute.

Mi si dipinge come una ragazzetta (quasi una bambina) viziata dai genitori e diventata per il povero poeta crudele e senza pietà. Insomma, lui era la vittima, e io, il boia.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

In particolare, Mathilde Mauté intendeva denunciare il fatto che Edmond Lepellettier, primo autorevole biografo di Verlaine (Paul Verlaine, sa vie, son oeuvre) si fosse accanito ingiustamente nei confronti della sua famiglia. Ma d’ingiusto, stando almeno alla versione raccontata da Mauté, c’è stato solo il trattamento ricevuto dalla fedele moglie dal proprio marito.

Il racconto-testamento della Mauté origina proprio nel 1868, quando Mathilde e Paul si incontrano da Madame de Callias.

Quel primo sfuggevole incontro, passato del tutto inosservato a Verlaine, altro non fu che dettato dalla casualità. Madre e figlia, infatti, si recarono presso Madame de Callias a Parigi poiché invitati dal fratello Charles – che solo di recente aveva fatto la conoscenza di Nina de Callias, e di sua madre, Madame Gaillard. Nelle stanze dei loro cerimoniosi palazzi, l’appena quattordicenne Mathilde si stupiva non poco di potervi accedere; là, queste donne ricevevano artisti, letterati, poeti, e musicisti di talento. Pochissime donne e molti uomini «tutti di spirito, di talento o di genio»; tra cui, al momento di andar via, fece capolino Verlaine.

Nel momento in cui noi si andava via, entrò Verlaine. Sembrò non vedermi; a me sembrò brutto, mal vestito e con l’aria misera. Fu questo la prima impressione che, disgraziatamente, non doveva durare.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

La prima impressione non fu certo positiva, dunque; né poté considerarsi tale quella avuta dai genitori di Mathilde, che subito, conosciute le intenzioni della figlia tentarono in un primo momento di farla desistere. Probabilmente, quella stessa bruttezza di Verlaine doveva aver acceso qualcosa nel cuore della minorenne Mauté: probabilmente, primo fra tutti, un senso di pietà.

Ma è al secondo incontro tra i due che scocca l’amore (anche se, persino quella volta Verlaine non sarà conscio di alcun sentimento verso di lei) quando un’opera scritta appositamente da Lepellettier, venne eseguita insieme al poeta Verlaine, per omaggiare la padrona di casa. Verlaine è figlio di un comandante militare, e di una madre sempre intenta a servirlo per primo e assecondare ogni suo capriccio. Un ragazzo dall’aspetto poco gradevole, calvizie precoci e dieci anni in più di Mathilde.

La destinataria della pièce era la scultrice Madame Léon Bertaux, proprietaria di uno studiato a Montmartre, dove spesso invitava illustri personaggi per ammirare le proprie opere.

Un giorno che Charles aveva passato la notte da Madame de Callias, non avendolo visto a colazione, salii da lui e mi trovai faccia a faccia con Verlaine. È certo che lui mi vedeva per la prima volta, io invece avevo avuto da Madame Bertaux tutto il tempo di esaminarlo accuratamente e quindi ero già abituata al suo viso e, diciamolo pure, alla sua bruttezza. Fu dunque sorridendo che gli augurai gentilmente buongiorno, e con estrema naturalezza, iniziai a conversare con lui, non pensando che ad accoglierlo amabilmente come facevo con tutti gli amici di Charles.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

Quel primo incontro tra Mathilde e Paul è narrato anche nelle Confessioni di Verlaine, pubblicate sul calare della vecchiaia.

– Oh, mi piacciono molto i poeti, signore -. Queste furono le prime parole di quella bocca da cui avrei dovuto sentire tanti sì, poi tanti no, senza pregiudizio di tante altre buone cose ancora, e poi cattive.

confessioni, p. verlaine, adelphi, milano 1977

Dall’estratto che ho riportato poco sopra, viene facile dedurre le ragioni per cui Mathilde sarà dipinta arida e priva di gentilezza da tutti i biografi di Verlaine – anche loro saranno rimasti sedotti dal fascino del poeta maledetto. Ma se è vero che Verlaine ricorresse a frequenti escamotage letterari che contribuivano a tracciare di sé il ritratto di un ribelle, è vero anche che la giovanissima Mathilde Mauté soffrì molto per l’estro e l’ingestibilità di Verlaine. Totalmente sedotta e sottomessa alla figura di Verlaine, Mathilde non sarà mai abbastanza forte da negare il ritorno al marito.

Verlaine è stato un personaggio enigmatico, e la sua fama certo proviene in gran parte dall’incontro di un altro personaggio enigmatico, un giovinetto accolto dalla bohémien parigina come l’enfant prodige: Arthur Rimbaud.

Ma per riallacciarci alla narrazione –chiariti alcuni passaggi fondamentali per la comprensione di Mauté – pochi giorni dopo quell’incontro, Verlaine spedì una lettera a Mathilde Mauté. In quelle righe, Verlaine chiedeva a Charles di avanzare a sua sorella una proposta di matrimonio. Charles ne fu sorpreso, ma in fondo felice: voleva bene al suo amico e aveva grande fiducia nelle sue capacità letterarie.

Fu proprio quello il momento in cui Verlaine cominciò a scrivere La Bonne Chanson.

Ispirato da un sentimento inedito, Verlaine si mise in attesa della sua novizia. Monsieur Mauté, infatti, un arricchito della società parigina, rifiutò la proposta avventata. Egli era giustamente convinto che fosse prematuro parlare di un impegno del genere, e che il poeta avrebbe dovuto attendere almeno due anni prima che gli venisse concessa la mano di Mathilde.

La volontà di Mauté padre fu dunque rispettata, e il matrimonio non avvenne prima di quattordici mesi di fidanzamento. Durante quei mesi, «Verlaine fu dolce, tenero, affettuoso e gaio». Di facile inclinazione all’alcol, tutti coloro che conoscevano Verlaine avrebbero potuto dimostrare che fosse cambiato. Forse il desiderio di soddisfare le proprie intenzioni, e una certa qual dose di perseveranza, lo condussero in sposa a Mathilde qualche mese prima del previsto.

Fu allora che Verlaine si trasformò da buono in «essere cattivo, odioso, brutale, sempre ubriaco, bugiardo, fiacco, ipocrita». Ma che cosa, in fondo, lo tramutò nella parte peggiore di sé, se non quell’incontro con Rimbaud?

Quell’infante indiavolato, quel bambino prodigo che gli aveva mandato via posta i primi versi, Rimbaud, fu forse la causa maggiore del secondo Verlaine.

Ho avuto cura di raccontare i rapporti intercorsi tra i due maggiori poeti maledetti, Verlaine e Rimbaud, in un articolo precedente (a proposito dell’affaire Bruxelles, indagato magistralmente da Marcenaro). È una storia d’amore o odio, ma di qualsiasi sentimento prevalga non ne potrà mai essere negata l’intensità. Un amore narrato da molti, stravolto dai più; modificato sotto le penne di biografi fantasiosi, a partire da quella di Lepellettier – di cui non va dimenticato fosse il figlio di un’amica della suocera di Mauté.

Una storia d’amore parallela a quella relazione che Mauté si impegnava a tenere in piedi, praticamente con le sole proprie forze. Poiché il legame matrimoniale, appena due mesi dopo l’unione, vede venir meno diversi obblighi da parte di Verlaine. In particolare, quando la coppia sarà raggiunta da Rimbaud nella capitale, per Mathilde comincerà una estenuante lotta impossibile.

Da Roche, Rimbaud, giunse a Montmartre senza un soldo, e fin da subito portò scompiglio nella vita borghese del poeta. Se si esclude quella prima cena dove Arthur apparse ai presenti taciturno e timido, chiunque lo abbia incontrato lo ricorderà come un giovane indemoniato. Un bambino prodigio, sì, specialmente per l’intensità e la robustezza dei suoi versi; ma indemoniato, poiché aggressivo, spesso irascibile, dedito all’assenzio e ai liquori. Ovunque andasse portava prima stupore e infine scompiglio; coi suoi lunghi capelli scompigliati, dimora di pidocchi che si divertiva a far «saltare addosso ai preti», la devozione di Verlaine nei suoi confronti divenne totale.

Verlaine, dunque, abbandonato il lavoro al Municipio, si diede a un lungo peregrinare per il mondo con il giovane amico.

Più e più volte Verlaine abbandonò la moglie senza nemmeno darle il preavviso di una presunta partenza; celebre fu quella in cui, dopo aver supplicato la moglie di raccoglierlo a casa, uscì per comprare delle medicine per Mathilde e non fece ritorno. Tuttavia, per tutto il corso della relazione con Rimbaud, Verlaine non negherà mai di amarla ancora. Ma assurdo fu anche l’episodio in cui, ricattata Mauté di togliersi la vita se non fosse stato raggiunto in tre giorni a Bruxelles, V. abbandonò la moglie e la madre sul treno e scappò a Londra con Rimbaud.

In tutti i profili che vengono tracciati su Verlaine, neanche in uno presenzia l’assenza di una scontrosità smisurata, tesa sempre all’aggressività. In preda ai propri fantasmi, sempre intento a sperimentare quanto più la vita potesse offrirgli, Verlaine fu facilmente condannato a due anni di carcere all’epilogo di questa storia. La violenza era parte di lui, un sentimento in grado di risvegliare qualcosa dentro di sé: poiché tanta era quella adoperata anche nei colloqui, e nei giochi coi coltelli svolti con Rimbaud.

Moglie di Verlaine, si prostra molto oltre l’essere semplicemente il tentativo di una moglie di aver vendetta.

Dietro questo libello appena oltre le cento pagine, Mauté ci consegna una testimonianza fondamentale per la lettura del personaggio di Paul Verlaine. È una Mauté narratrice, che non può dirsi imparziale fino in fondo. Che l’intento fosse quello di riscattarsi, di raccontare la sua versione, è chiaro sin dall’introduzione del libro; ma risulta fondamentale che alla fine, Moglie di Verlaine costituisce la realizzazione di un elogio e al contempo una testimonianza diretta di quegli incontri e litigi; di quelle lotte e atroci sofferenze che Mathilde Mauté patì.

Ella, infatti, non fu niente di più né di meno che una moglie devota di fine Ottocento: una minorenne che non conosce niente della vita. Nel frattempo, un’amante, che davanti alla porta di casa fu sempre disposta a perdonare al marito l’ennesimo errore. Forse come prova del suo cieco amore, anni dopo la scomparsa di Verlaine, Mathilde Mauté non ebbe il timore di tornare sui propri drammi. Una donna che ha il coraggio di far luce sulla vita di un poeta – e sul proprio sofferto amore; che per la prima volta riuscì a chiarire molti dei tanti dubbi che tutt’oggi alimentano e offuscano la figura di Rimbaud.

Il libro di Moravia, La ciociara, ritratto su un piano in legno con le rose bianche e un nastro rosso

La ciociara, A. Moravia

Ecco che i temi tanto cari a Moravia, con La Ciociara si perdono, e lasciano spazio a una narrazione che intende essere insieme storica e realistica. Perché se negli altri romanzi di Moravia, Gli indifferenti per esempio, la storia avviene all’interno del lettore; nella Ciociara, la storia prende vita tra le pagine, e il lettore assiste allo spettacolo.

Se negli Indifferenti, ma anche nella Noia, per mano di Moravia si manifesta un affresco astratto della realtà, dove niente è come sembra, e ogni cosa ne intende un’altra; in libri come La ciociara e Agostino, il problema che l’autore vuole snocciolare appare forte e chiaro. Non è trattato attraverso vie secondarie, ma espresso in maniera diretta.

Forse, una delle più grandi capacità di Moravia è proprio quella di sapere sempre scrivere storie che superano le precedenti, o che almeno le rimettono in discussione; Moravia è abile a inventare racconti ogni volta nuovi; personaggi diversificati, ambientazioni le une diverse dalle altre, ora Roma, ora Rimini, ora Capri. E se per la maggior parte degli autori del Novecento, vien facile individuare una linea narrativa, un filo conduttore che unisce tutte le opere composte, con Moravia questo diviene più difficile.

Pubblicato nel 1957, La ciociara era già stato scritto dall’autore negli anni Quaranta. Ma arrivava dieci anni dopo rispetto a un altro libro, che può esser letto in sua funzione: La romana.

Mentre La romana, però, è ambientato durante e sotto la dittatura fascista; La ciociara narra gli ultimi nove mesi di una guerra estenuante. È la Seconda guerra mondiale, precisamente il biennio 1943-1944, periodo che lo stesso Moravia (in compagnia di Elsa Morante) trascorse come sfollato in Ciociaria. In qualche modo si potrebbe sospettare quindi che questo romanzo rechi seco molto materiale autobiografico; e difatti è vero; ma sarebbe assurdo ricercare Moravia, oppure Morante, tra quei personaggi.

Nella Ciociara, l’autobiografismo di Moravia lo si può riscontrare nelle lunghe descrizione dei paesaggi desolati, dei metodi feroci con cui le persone avevano imparato a vivere; in quelle capanne sgangherate in cui egli stesso si riparò, in quelle descrizioni di un popolo che ha perso completamente i propri riferimenti. È dunque la narrazione dell’esperienza umana di quella terribile creatura che è la guerra.

Un mondo in cui la legge, la moralità, il senso del dovere, il rispetto e altri valori simili non esistono più. È anche per questo che Cesira, e la sua giovanissima figlia Rosetta, dopo aver affidato le proprie cose a un uomo che le sorveglierà, abbandonano la città di Roma per trovare riparo più a Sud.

È Cesira a raccontare la storia in prima persona. La sua storia è quella di un’italiana qualunque dei primi anni Quaranta. Una donna tenace, che provvede a tutto da sé, e che ormai non teme più niente.

Dopo la perdita del marito, a parte il negozio, e la giovanissima Rosetta, Cesira non ha nient’altro di cui più occuparsi. Sposatasi a un uomo molto più anziano di lei, Cesira conosce il mondo così come le appare: ma niente, e dico niente!, è in grado di metterle realmente paura. L’unica cosa che teme è di non essere abbastanza forte da proteggere sua figlia, e così la difende da chiunque, a spada tratta, con un italiano spesso maccheronico, e di sicuro poco raffinato.

Rosetta, invece, è stata istruita dalle suore: è per amor del defunto padre e della sua passione per la borsa nera, che la bambina ha potuto ricevere una ligia educazione. Ma al contrario di sua madre, Rosetta è timida, impaurita, e non ha percezione di ciò che nel mentre accade intorno a loro.

Così, dopo essersi fatte aiutare da uno spasimante di Cesira, Giovanni, le due donne si mettono in viaggio; arrivano alla Stazione Termini, e là, salgono su un treno diretto a Vallecorsa. Sui vagoni sono costrette a viaggiare in piedi, osservano i visi tetri dei passeggeri, hanno poche provviste per il viaggio; ma nella città di Fondi – all’incirca un giorno oltre la partenza – Cesira e Rosetta sono costrette a fermare il loro viaggio.

Come spesso accade in tempo di guerra, il treno è preso d’assalto dai bombardamenti, e l’unico modo per le due di procedere nel viaggio, è quello di scendere e andare a piedi.

A Fondi, Cesira e Rosetta vengono soccorse delle genti del posto, e accompagnate fino a Sant’Eufemia, località in cui le due trascorreranno i successivi tempi. Tra quelle persone, la divisione tra sfollati e contadini è netta: i primi, si arricchiscono a sfavore dei secondi, ma i secondi sono i veri ricchi della guerra. Perché mentre gli sfollati con il denaro riescono a campare appena qualche mese, finché i prezzi non raggiungono le stelle; i contadini hanno la roba da mangiare, il cibo che serve per il sostentamento. Solo i contadini conoscono il posto, e vivono da sé attendendo di tornare a vivere una vita normale.

Le condizioni in cui tutti vivono sono molto desolanti: il cibo è razionato fino all’ultimo grammetto; l’acqua scarseggia, mentre i terreni bonificati vengono bombardati dagli avversari, e la Malaria si fa minacciosa; nessuno si lava, e per farlo occorre sottoporsi al getto ghiacciato dell’acqua piovana raccolta nel pozzo. Persino la luce è proibita all’interno di quelle capanne, e la porta è sempre aperta per permettere agli abitanti di vederci qualcosa; i bracieri riempiono di fumo le stanze senza finestre, e il rumore assordante d’un telaio accompagna le giornate di Cesira e sua figlia.

Tra loro c’è il giovane Michele, un intellettuale antifascista e comunista, avverso agli sfollati poiché mai interessati a riflettere sulle sorti del Paese. E mentre la linea del fronte avanza, il cibo scarseggia, e la paura si fa sempre più viva, i bombardamenti aumentano e cominciano i rastrellamenti dei nazifascisti.

Per questa ragione, Cesira, Rosetta e Michele decideranno di salire ancora più su, e di nascondersi nelle montagne; laddove, anche se si viene raggiunti, è possibile disperdersi tra la natura selvaggia, e sperare nella salvezza. Là, il rapporto tra Cesira, Rosetta e Michele si fa più intenso: specialmente Rosetta, pare essere molto affezionata al ragazzo (e quando per un motivo che non vi racconto, ella lo perderà, sarà lei a soffrirne di più).

Michele, in breve tempo, diviene per loro un punto di riferimento, e tra tutti quei disperati, egli sembra essere l’unico a non aver perso l’umanità, il rispetto, il senso della legge. I suoi racconti a voce alta intrattengono i presenti, ma non tutti li comprendono; perciò, anche per lui, Rosetta e Cesira acquisiscono un ruolo non indifferente.

Insieme ai colori, e al corso sempre uguale della Natura, l’asprezza e la crudeltà della guerra sono i veri protagonisti del libro.

In queste pagine, la rappresentazione della Seconda guerra mondiale appare vivida. Tuttavia, La ciociara non è un romanzo di guerra: perché la guerra è raccontata tramite chi l’ha patita, e non invece da parte di chi l’ha fatta. Sopra ogni sentimento primeggiano la forza e l’ingiustizia di una guerra. Una guerra che si è consumata a opera dei potenti, ma a discapito del popolo; una guerra dove tutto, ogni minima cosa, è rimessa in discussione. A nulla è occorso aver vissuto con dignità e senza imbroglio: quando la guerra arriva, gli uomini diventano ciò che essi sono veramente, lontani dalla legge, dalla compassione e dall’umanità. Perché se ad amministrare la giustizia sono gli stessi che quella guerra l’hanno voluta, allora, ogni torto, ogni obiezione, è totalmente privata di ogni merito e colpa.

Nella potenza di questa lunga narrazione di Moravia, divenuta un film con il premio Oscar Sophia Loren, l’intento è proprio quello di rappresentare il dolore e la disumanizzazione della guerra. Il comunismo è concepito come l’unica via d’uscita, ma tuttavia – come non sarà sfuggito ai lettori della Ciociara – non è garanzia di salvezza. È però una lente attraverso cui leggere quelle pagine di storia:

con La ciociara si chiude idealmente la mia fase di apertura e di fede senza incrinatura nei confronti del comunismo. Si consumava dentro di me l’identificazione tra comunista e intellettuale. […] il Michele di Gli indifferenti si conclude là, con La ciociara. Non a caso, il protagonista maschile del romanzo l’ho chiamato appunto Michele.

La ciociara è una storia di una bellezza primordiale; ma non solo. È un documento, un atto scritto, un resoconto di quei mesi che gli italiani furono costretti ad affrontare; e come loro: i tedeschi, gli inglesi, gli americani. E se anche di quei tedeschi – i cattivi – non sono risparmiate al racconto le crudeltà, i furti, gli ingiusti soprusi, Moravia non esita a dir di loro che sottostanno alle volontà di un mondo insensibile e ipocrita.

Menzogna e sortilegio, romanzo di Elsa Morante, ritratto con dei fiori secchi e gli appunti dei quaderni di Elsa Morante, su cui era stato scritto l'intero romanzo

Menzogna e sortilegio, E. Morante

È il 1944 quando Elsa Morante e Alberto Moravia – in seguito allo sbarco di Anzio – si recano nella città di Napoli. Ivi, in quella terra popolata di soldati e mendicanti, trascorreranno circa un mese, in attesa della liberazione di Roma.

In quelle circostanze di vita al limite, Moravia frequenta ufficiali inglesi e intellettuali italiani; in particolare, risale a quegli anni, la visita di MoranteMoravia a Benedetto Croce nella sua Villa Tritone di Sorrento. Allora la fama di Moravia è ormai consolidata, le edizioni Documento di Roma pubblicano Agostino, in una tiratura limitata per aggirare le briglie della censura. Una versione che risente dell’ultima revisione dell’autore, impedita dalla assenza dalla città da parte della coppia, ma che confermò il successo dell’autore.

È con Morante che la sorte non è buona. Dopo la guerra molti suoi testi vengono rifiutati, e la scrittrice trova riparo nella scrittura – o per meglio dire nella riscrittura – del suo primo grande romanzo: Menzogna e sortilegio.

A dispetto di quei primi racconti, Elsa rinuncia alla narrazione della guerra, della storia, e del mondo esterno travolto dal nazifascismo. Sono anni difficili per Morante, poiché sempre in cerca di conferme, è stanca di sentirsi rifiutata. Anni segnati dalla solitudine, e dalla piena insoddisfazione di sé. I rapporti con Alberto non sono dei migliori, tanto che è a lui che rivolge le proprie accuse di «grettezza» e l’impossibilità di un dialogo. Da una parte c’è Moravia, freddo e austero; dall’altra Elsa Morante, passionale ma perennemente insofferente.

Nel corso del 1946, Morante può dedicarsi al suo prodigio, Menzogna e sortilegio, una storia che tentava di scrivere da tempo.

Elsa ha scritto l’intera propria produzione su quaderni e album da disegno. Quaranta sono quelli adoperati per Menzogna e sortilegio, un romanzo che resuscita i caratteri del romanzo dell’Ottocento, per narrarli attraverso la scrittura tipica della letteratura del Novecento. Un romanzo in cui i personaggi si muovono a cavallo e in carrozza; dove la libertà e il potere si misurano in ettari, e la religione e il sacro occupano ancora un posto di rilievo nella vita delle persone.

Ma la storia di Menzogna e sortilegio comincia molto prima della sua pubblicazione. Sono anni che Elsa vorrebbe scrivere quel romanzo, tanto che i primi nuclei della storia è possibile trovarli in alcune sue composizioni antecedenti: La vita di mia nonna, e Francesco Iorio.

Nella stesura di quel volume denso di pagine, storia e personaggi, Elsa si accinge a costruire un vero e proprio romanzo-cattedrale, un’opera dunque, che si compone – come direbbe Natalia Ginzburg – come un palazzo. Un’opera distante da tutte quelle pubblicate in quegli anni, perché nel rifiuto della guerra, nell’assente presa di coscienza politica, Menzogna e sortilegio intende alleggerire il peso di cui si faceva carico la letteratura negli anni del Dopoguerra e della Resistenza. Bisognerà aspettare ancora qualche anno, perché Morante maturi una propria idea e posizione; perché le sia possibile affrontare il tema della guerra nelle pagine della Storia.

Eppure, anche in queste pagine di Menzogna e sortilegio, la guerra è presente; ed è quella più antica e primitiva che esista, perché avviene tra le famiglie nobili di una Sicilia che anche dopo la liberazione si è conservata molto simile a se stessa.

Menzogna e sortilegio altro non è che un romanzo monumentale, una saga famigliare, che intende narrare le vicende dei Massia e dei Cerentano.

Due famiglie siciliane, senza che mai la terra venga nominata: ma sempre perfettamente descritta, di modo che nessuno esiti a individuare dietro quella P. una Palermo dell’Ottocento, fatta dai Palermitani, dall’onore, e dal rispetto. Una Palermo che si regge soprattutto sulle donne che abitano le pagine del romanzo, sui misteri della religione e le credenze popolari.

Suddiviso in cinque parti, Menzogna e sortilegio, fin dal suo esordio apre dei quadri, presenta in scena i personaggi, e poi li abbandona; a quelli appena raccontati ne affianca dei nuovi, li approfondisce, e ricollegandoli ai primi, riconduce la storia nel punto esatto in cui l’aveva interrotta. Così, in questo continuo gioco di salti temporali, è facile per il lettore non abbandonare mai quella soglia di interessamento che la costruzione favorisce.

Alla giovanissima Elisa è affidata l’intera narrazione del romanzo. Dopo averla incontrata nell’Introduzione, rinchiusa nella solitudine della propria stanzetta angusta, sono gli spettri, i ricordi e i sogni a guidarla nella riscoperta della propria storia. Insieme ai ricordi, una raccolta di lettere la assiste e la supporta nelle proprie indagini, fin dall’unione maledetta tra sua nonna Cesira e Teodoro Massia. Da loro prende origine la stirpe dei Massia, che parallelamente a quella dei Cerentano, è destinata a divenire la protagonista delle più di settecento pagine di racconto.

Due famiglie separate da motivi superstiziosi e d’interesse, ma che durante il succedersi degli anni non smettono di influenzarsi e ritrovarsi.

Cesira, e poi sua figlia Anna, saranno le vere donne portanti di questa storia. Aride, prive di scrupoli, continuamente in tensione verso qualcosa che non possono avere, entrambe generano figli che non sono in grado di renderle consapevolmente felici. Entrambe si uniscono a uomini in grado di farle vagheggiare un cambiamento, ma che alfine le costringono a un odio acceso verso tutto.

Sono donne forti, non certamente succubi, ma che invero agiscono abitate delle insidie della cattiveria. Ogni loro passo e desiderio è alimentato dal denaro, dalla sete di potere e dal prestigio. Ed è così, che le prime rovine si intravedono all’orizzonte quando la giovanissima Anna, odiata dalla propria madre Cesira, a passeggio con suo padre incontra un giovanotto che le rimane nel cuore, il cugino con cui i rapporti sono impediti, Edoardo – nonché il figlio della sorella di suo padre. E su quell’unione, avvenuta per caso e rimasta possibile nel solo angolino di libertà che è concesso ad Anna, si fonderà poi tutto Menzogna e sortilegio.

Menzogna e sortilegio potrebbe dirsi un romanzo d’amore, perché sempre verso questo sentimento tende; ma ancor prima è un romanzo d’odio: perché sebbene tutti i personaggi son sospinti dall’amore, è l’odio a incendiare le loro persone e a far procedere i fili del racconto. E alla fine, quell’odio, forse è proprio il vero protagonista del romanzo.

Un romanzo che però non si può facilmente definire romanzo, perché tanto in queste pagine proviene dalla realtà.

Per l’amatore di Elsa Morante, Menzogna e sortilegio si arricchisce di un’ulteriore lettura, una nuova storia che può compiersi solo agli occhi di pochi. Una storia che ha la capacità di far luce sull’Elsa Morante scrittrice, che sempre ha affermato di voler esser compresa tramite le pagine che scriveva, piuttosto che dai racconti che i giornali e la stampa facevano di lei.

Perché tra quelle righe, tra l’inquietudine e lo smarrimento delle guerre; tra la miseria che ben ricorda i quartieri popolari di Testaccio, dove Morante abitò, e i riferimenti diretti al padre legittimo di Elsa, Francesco Lo Monaco (di cui uno dei personaggi prende il nome per intero); tra le questioni di orgoglio, e il rapporto con una madre invadente, piena di sé, sempre tesa a voler migliorare la propria considerazione presso gli altri, è semplice ritrovate i dolori che, appena qualche anno prima, Elsa Morante affidava al suo Diario 1938.

Mai titolo fu più adatto di Menzogna e sortilegio. Ciò non sorprende se si prendono in considerazione tutti i tentativi fatti prima di approdare alla titolazione definitiva. È come se dentro questo titolo ci siano tutte le ragioni del romanzo: tramite il sortilegio, Elisa riavvolge la storia della propria famiglia per raccontarla alla carta – altro punto di contatto con Morante; ma è attraverso la menzogna che i personaggi si muovono. Solo la menzogna può salvarli davanti al dolore, metterli in salvo dalle loro disattese speranze, e solo essa è la chiave di tutto il romanzo.

Se Menzogna e sortilegio non è la storia più bella raccontata da Morante, è sicuramente quella meglio scritta: quella che riesce a nascondere meglio sotto la scorza della narrazione, il proprio io. Perché se la letteratura intende ancora metter luce, così, la scrittura, diviene per Morante un modo per osservarsi dentro, per comprendersi; e di riflesso, tutto questo diventa immediato anche al lettore, che non si limita a leggere la storia dei Massia e dei Cerentano, ma che dietro quei personaggi ripercorre alcuni dolori e tappe della stessa Morante – tramite cui, la narrazione tutta diviene più immediata ed emozionante.

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