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Mrs. Caliban, Rachel Ingalls

Chi è Mrs. Caliban?

Ma è la coraggiosa e abitudinaria protagonista del romanzo breve di Rachel Ingalls, uscito in America nel 1982, e riscoperto solo di recente. Un racconto fantascientifico e d’amore, sotto il quale si nasconde una neanche troppo velata critica nei confronti della società statunitense degli anni Ottanta.

È il boom economico, avvento della televisione e dell’industria cinematografica e, ogni classica famiglia americana, sembra essa stessa il prodotto di quell’industria improntata su tempi quantitativi più che qualitativi. Interessi e passioni sembrano appiattirsi, modi di vestire e cibi da mangiare sono gli stessi, all’interno di una società dove chi non si omologa è destinato a essere escluso. Chi non si conforma alle regole dei medio borghesi, o non ascolta la radio, non guarda la televisione, chi non ha un buon lavoro e una segretaria, una camicia sempre stirata e una macchina all’ultimo grido, non è considerato dalla società.

Mrs. Caliban e suo marito Fred, ogni giorno e per tutta la vita, fuori da casa interpretano la parte di un canovaccio a cui tutti dovrebbero attenersi, anche se a loro viene più difficile che agli altri. Un bel giardino, una bella macchina e un buon lavoro. Non hanno figli da portare a scuola, perché sono morti, e proprio in quel momento sembra cominciato l’inesorabile sfacelo al quale insieme sono destinati.
Dentro casa, invece, spogliati dei loro vestiti di scena, dormono in camere separate e hanno smesso di cenare insieme da tempo. Dorothy finge di non accorgersi che il marito la tradisca, e Fred non si preoccupa di fingere di accorgersi più di lei.

Chi è Mrs. Caliban?

Mrs. Caliban sono tutte le donne americane, stereotipo delle casalinghe disperate e trascurate dai loro mariti. La protagonista di questo romanzo è una donna sulla quarantina, imprigionata in un matrimonio dove non riesce più a sentirsi appagata. Madre mancata di due bambini persi e migliore amica di Estelle, un’attrice divisa tra più uomini e svariate feste, sempre intenta a bere. Due donne discorde, ma con le stesse mancanze, e a loro volta vittime in modi diversi. 

E mentre fino a qui Mrs. Caliban potrebbe sembrare April, la protagonista di Revolutionary Road, e Fred un Frenk meno fantasioso e ancor più conformista, ciò che rende il dimenticato romanzo della Ingalls una storia che dovrebbe esser letta è l’amore tra Dorothy e il Mostruomo: e, difatti, questa è il nocciolo.

A pagina trenta ci troviamo già immersi nella storia, senza alcuna possibilità di abbandonarla, quando il Mostruomo, una creatura simile alla figura umana – ma che umana non è – è un essere marino e verdeggiante scappato dall’Istituto di ricerca Ocenografica, compare nella cucina di Dorothy.
Il Mostruomo Ha un nome e si chiama Larry ma, contrariamente a come i media vogliono farlo credere non è pericoloso, è aggressivo solo quando deve difendersi. Approdato nella cucina di Mrs. Caliban, sarà questo il momento in cui, porgendogli un gambo di sedano, e scoprendolo amante dell’avocado, Dorothy si accorgerà della sua bontà e deciderà di difenderlo dal mondo intero, nascondendolo nella sua camera da letto. E non solo: infatti, grazie alla sua gentilezza, finirà per innamorarsene.

Questa è la storia d’amore e l’unica storia che d’amore parli all’interno di tutto il romanzo. Una storia che sfida i pregiudizi e i preconcetti, attraverso la quale gli stereotipi e le assurdità del conformismo americano vengono uno per uno screditati e resi bersaglio della critica di Rachel Ingalls. Una critica mai esplicita ma perfettamente riconoscibile a una società poco creativa e molto triste: dove, chi ci vive, non può che risultarne una vittima.

Una storia d’amore cruda, una scrittura divertente e acuminata, amata da Joyce Carol Oates fino a John Updike. Una storia che è rimasta nascosta per troppo tempo, persa tra i file delle cartelle di qualche editore, ma evidentemente meritevole per cui necessitava di essere stampata e diffusa ancora.

Paragonata alla storia d’amore tra King Kong e una bella giovinetta in pericolo, alla Bella e la Bestia e ai film di David Lynch, Mrs. Caliban è un romanzo che non sembra aver più di due anni e in realtà ne ha quasi cinquanta. Un quasi-classico da regalare a chi ama le storie d’amore ma si è stancato di leggere sempre le stesse.

 

Una vita sottile, Chiara Gamberale

Una vita sottile, libro Marsilio
Marsilio, 1999

Che cosa vuol dire avere una vita sottile? Che cosa è una vita sottile?

Intanto: è il vecchionuovo romanzo di Chiara Gamberale, ripubblicato diciannove anni dopo, dalla casa editrice Feltrinelli.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esordì nel panorama editoriale proprio con questo titolo. Allora lo pubblicò la casa editrice Marsilio e, grazie a quei fogli, ha vinto consensi, applausi e premi importanti. A proposito di questa e di quella edizione ho potuto chiacchierare con la Gamberale: la trovate cliccando QUI.

Diciannove anni dopo, la Feltrinelli – che pian piano sta ripubblicando tutte le sue opere passate – riporta in libreria, anche Una vita sottile, con una nuova prefazione scritta da Lei, e una postfazione scritta da tutti quei lettori che Chiara ha saputo aiutare.

Una vita sottile è un romanzo autobiografico.

Feltrinelli, 2018

Devo confessare che, normalmente, strabuzzo gli occhi davanti a questo genere di libri che recuperano storie nell’abisso della vita dei propri scrittori. Molti lo fanno: pensano di poter raccontare una storia, la loro, e di spacciarla come originale, elaborandola e ricamandoci su – talvolta poco, talvolta niente -. Secondo il mio modestissimo parere questo non è il mestiere dello scrittore: sembrerebbe piuttosto quello di un medico, di uno psicologo, di un analista che, dettagliatamente e minuziosamente, segna su un foglio dettagli di un qualche male, che non hanno ragione di esser letti, se non per individuarne in essi una diagnosi. Ma non tutti possono fare i medici.

In questo caso, invece, le pagine della vita sottile che Chiara racconta sono utili più di quei fogli bianchi che ci prescrivono i medici: sono pagine, poche, ma abbastanza, che curano anima, corpo e il Mondo.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esce da una terribile malattia, l’anoressia, che l’ha lacerata nel profondo. L’ha sgualcita, distrutta, privata di tutte le sue certezze, di molte persone intorno. Di tutti quegli Io che l’hanno sempre poeticamente abitata, per poi riportarla a casa e da noi, forte e con tanto da insegnare.

È il modo in cui Chiara Gamberale sceglie di raccontarsi a rendere questa storia più lunga di quanto lo è effettivamente.
Lei è nata per scrivere: non c’è altro da aggiungere, anzi ce n’è parecchio e dovrò fare molta attenzione affinché le mie parole non risultino banali e il mio modo di scriverne, questo, sminuito, davanti alla sua penna, e alle sue mani, grasse e piccole – come dice Lei -. Chiara Gamberale scrive in un modo che si potrebbe dire quello dei futuristi, quando le pagine diventano più di pagine scritte, disegnate, pasticciate, con l’alternanza di tanti caratteri tipografici, dove andare a capo, usare delle virgole e la punteggiatura come nessuno aspetta di trovarle usate, diventa la sua peculiarĭtas. 

Il modo originale in cui decide di raccontarcelo è attraverso le persone. Cronologicamente, la Gamberale racconta la sua storia attraverso le persone che sono rimaste e anche quelle che se ne sono andate durante quegli anni di buio impenetrabile. Parla di sé parlando degli altri.

Un capitolo per ogni persona significativa della sua vita.

Uno per il suo cane Jonathan, salvato dalla rabbia e riconoscente a Lei per il resto della vita.

Uno per Elena, definita dalla Gamberale dipendenza, al pari delle Marlboro lights, dei monologhi di Gaber e del succo d’ananas.

Un capitolo per Marco, l’animatore di un villaggio turistico, “senza dubbio il più bello”, dove Chiara va a riprendere coscienza del proprio corpo: una notte che nel suo cuore rimarrà per tutta la vita. Un uomo in grado di farla sentire terribilmente leggera – come nessuno ha mai saputo fare – e che Lei, ha il potere, con assoluta trasparenza, di far sentire pesante, di spessore – come nessuno ha mai saputo fare con lui -, perché “è bello poter chiamare una persona per nome!”

Un altro capitolo per i professori del Liceo Classico Socrate di Roma, dediti all’amore per ciò che insegnano e alle persone a cui lo insegnano: alunni che non sono piccole e inutili figure a cui dover, svogliatamente, insegnare le solite cose. Ma persone.  Persone. Il Liceo Socrate dove ha imparato che “crisi in greco vuol dire scelta”, costretta ad abbandonare al quarto anno per andare al Severo.

Chiara Gamberale parla di tutte le persone salvifiche che ha incontrato durante quegli anni: credo non ne trascuri neanche una, quando non sa che dire lascia una pagina bianca e le dedica comunque un foglio in un libro dove essere menzionati è un onore, un privilegio: soprattutto per il potere medico di queste pagine. E non lo dico solo io: lo dicono tutti quei lettori coinvolti nella postfazione, quelli che dicono “È anche grazie a te se ho appena finito di mangiare ben due dolci”, o

Chiara, devo smettere. Se continuo, non finisco più. Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, non ho mai scritto roba del genere. Devo però arrivare a una fine quindi mi fermo qui per ora. Ho fatto la scelta giusta questa volta. Mi stai facendo un regalo bellissimo.

Pasticceria Charlotte, Re di Roma

Una vita sottile è un libro meraviglioso per le tante storie che racconta. È un romanzo incredibile perché non è una storia: sono tante, infinite storie, tutte le nostre drammatiche storie, in cui, intrappolati per la macabra e illogica capacità di sentirci estranei al nostro corpo: che è uno solo e va accettato, come la vita che ci è capitata, perché ognuno ha “l’aspetto fisico che si merita, e non sto parlando solo di bellezza nel senso più comunemente inteso o di curve e muscoli al posto giusto”.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia la pasticceria Charlotte per avermi ospitato con gaudio: un luogo molto piccolo quanto speciale, a Roma – in via Vercelli 12, vicino alla fermata metropolitana Re di Roma –  dove, in mezzo a piante e un arredo chic si possono gustare ottimi dolcetti e fare una gustosissima colazione.

Animali in salvo, Margaret Malone

Animali in salvo (People Like You) è la raccolta di racconti edita NN Editore, scritti e riscritti più volte nel corso di dodici anni da parte di Margaret Malone, insegnante di Portland, con i quali ha vinto il premio Balcones Fiction Prize nel 2016.

Ringraziamo NN Editore per essere riuscita, ancora una volta, a inserire all’interno del proprio progetto editoriale una preziosa raccolta di racconti, dato che, normalmente, si dice che i racconti si leggano poco, e invece: stavolta, andrebbero letti e riletti.

Animali in salvo contiene nove racconti prodigiosi, alcuni collegati tra loro, altri invece sono perle: singolari e sconnessi da tutto il resto – per continuità narrativa -, ma riconducibili allo stesso medesimo tema:

La donna.

In tempi come questi è infatti vero che sentiamo spesso parlare di donne e di emancipazione: pare che ognuno abbia da dire la sua al riguardo, e ci va bene così – diciamocelo – perché, parlarne troppo, è sempre meglio che non parlarne… anche se, talvolta, questo rischia di suscitare l’esatto effetto contrario.

Ma Animali in salvo non è soltanto una serie di racconti sull’emancipazione, di una ventina – circa – di pagine l’uno. Animali in salvo è una raccolta di testi di valore perché le donne sono protagoniste che vengono descritte mentre vivono le loro normalissime vite.

C’è Cheryl, per esempio, che compare in più di un racconto, sempre impegnata a tentar di avere un figlio: Cheryl è una donna come se ne vedono tante. Ha un lavoro, un marito, Bert, con cui non ha mai smesso di fare sesso, ma anzi ha continuato a mantenere, anche dopo tanto tempo, la stessa frequenza di una volta, per la sola ragione di non essere come gli altri.
Eppure come gli altri vorrebbe esserlo: quando va alla festa a sorpresa di un vecchio amico e, attorno a lei e Bert ci sono solo donne incinte. Cheryl è una donna che vorrebbe avere un figlio e che capisce che, l’unico modo per avere a che fare con i bambini è sposarsi con un uomo che non si prende le proprie responsabilità, e provare lei stessa a essere quel bambino che vorrebbe: rubando i palloncini alle feste, bevendo vino come una adolescente e dicendo a voce alta quello che non andrebbe detto nemmeno sottovoce.

C’è la fidanzata di Chuck, protagonista di un altro racconto – il più breve, forse – che non ha un nome e pare che questo non sia mai del tutto casuale, dato che si è costruita una nuova identità – non sua – attorno alla figura del futuro marito. Quando Chuck le chiede di sposarlo davanti alla porta lei dice di sì, ma in realtà poi ci ripensa perché non le “è mai venuto in mente che poteva dire di no”.

Ci sono tantissime donne, tutte alla ricerca di qualcosa, vulnerabili, mai veramente forti, e anche quelle che lo sembrano, come Barb, a capo di un’azienda importantissima, alla fine cerca di far del bene per farne a sé stessa. Donne comuni, dal passato misterioso. Ci sono figlie deluse dalla separazione dei genitori, bambine che si danno alla fuga quando qualcuno canta loro I just called to say I love you.
Ci sono proprio tutte.
Ci siete proprio tutte.

Animali in salvo mi fa ricredere: di solito non leggo racconti, ma stavolta l’ho fatto e ne sono rimasto piacevolmente stupito. Un libro che si legge in poche ore ma che non si smette di leggere mai. A me guarda dalla libreria e, ogni tanto, lo riprendo in mano e cerco qualche passaggio che mi è sfuggito. 

Romeow Cat Bistrot, Quartiere Ostiense, Roma

E, anche se io non potrei sentirmi – veramente – nessuna di quelle donne, posso però provare sulla mia pelle il dolore che provano loro. E allora i miei complimenti telematici giungano forti e sinceri a Margaret Malone che è stata in grado di mettere in scena con un linguaggio semplice, ma mai scontato, quella che la vita è realmente: senza troppo romanzarci su, facendo immedesimare in raffinati personaggi anche i più scettici, come me.
E poi, infine, circolarmente rispetto a come ho iniziato a parlarvi di Animali in salvo, i miei complimenti arrivino sinceri a quelli della grande Arca di NN Editore che, stavolta, porta in salvo molti animali, tra cui me.

Nella foto di copertina dell’articolo si ringrazia il Romeow Cat Bistrot per avermi accolto con amore: un luogo speciale, a Roma – in via Francesco Negri 15, sull’Ostiense – dove, in mezzo a un esercito di gatti simpatici e assonnati, si mangia crudista, vegano e tante tantissime specialità buonissime.

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