Aldostefano Marino

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Mrs. Caliban, Rachel Ingalls

Chi è Mrs. Caliban?

Ma è la coraggiosa e abitudinaria protagonista del romanzo breve di Rachel Ingalls, uscito in America nel 1982, e riscoperto solo di recente. Un racconto fantascientifico e d’amore, sotto il quale si nasconde una neanche troppo velata critica nei confronti della società statunitense degli anni Ottanta.

È il boom economico, avvento della televisione e dell’industria cinematografica e, ogni classica famiglia americana, sembra essa stessa il prodotto di quell’industria improntata su tempi quantitativi più che qualitativi. Interessi e passioni sembrano appiattirsi, modi di vestire e cibi da mangiare sono gli stessi, all’interno di una società dove chi non si omologa è destinato a essere escluso. Chi non si conforma alle regole dei medio borghesi, o non ascolta la radio, non guarda la televisione, chi non ha un buon lavoro e una segretaria, una camicia sempre stirata e una macchina all’ultimo grido, non è considerato dalla società.

Mrs. Caliban e suo marito Fred, ogni giorno e per tutta la vita, fuori da casa interpretano la parte di un canovaccio a cui tutti dovrebbero attenersi, anche se a loro viene più difficile che agli altri. Un bel giardino, una bella macchina e un buon lavoro. Non hanno figli da portare a scuola, perché sono morti, e proprio in quel momento sembra cominciato l’inesorabile sfacelo al quale insieme sono destinati.
Dentro casa, invece, spogliati dei loro vestiti di scena, dormono in camere separate e hanno smesso di cenare insieme da tempo. Dorothy finge di non accorgersi che il marito la tradisca, e Fred non si preoccupa di fingere di accorgersi più di lei.

Chi è Mrs. Caliban?

Mrs. Caliban sono tutte le donne americane, stereotipo delle casalinghe disperate e trascurate dai loro mariti. La protagonista di questo romanzo è una donna sulla quarantina, imprigionata in un matrimonio dove non riesce più a sentirsi appagata. Madre mancata di due bambini persi e migliore amica di Estelle, un’attrice divisa tra più uomini e svariate feste, sempre intenta a bere. Due donne discorde, ma con le stesse mancanze, e a loro volta vittime in modi diversi. 

E mentre fino a qui Mrs. Caliban potrebbe sembrare April, la protagonista di Revolutionary Road, e Fred un Frenk meno fantasioso e ancor più conformista, ciò che rende il dimenticato romanzo della Ingalls una storia che dovrebbe esser letta è l’amore tra Dorothy e il Mostruomo: e, difatti, questa è il nocciolo.

A pagina trenta ci troviamo già immersi nella storia, senza alcuna possibilità di abbandonarla, quando il Mostruomo, una creatura simile alla figura umana – ma che umana non è – è un essere marino e verdeggiante scappato dall’Istituto di ricerca Ocenografica, compare nella cucina di Dorothy.
Il Mostruomo Ha un nome e si chiama Larry ma, contrariamente a come i media vogliono farlo credere non è pericoloso, è aggressivo solo quando deve difendersi. Approdato nella cucina di Mrs. Caliban, sarà questo il momento in cui, porgendogli un gambo di sedano, e scoprendolo amante dell’avocado, Dorothy si accorgerà della sua bontà e deciderà di difenderlo dal mondo intero, nascondendolo nella sua camera da letto. E non solo: infatti, grazie alla sua gentilezza, finirà per innamorarsene.

Questa è la storia d’amore e l’unica storia che d’amore parli all’interno di tutto il romanzo. Una storia che sfida i pregiudizi e i preconcetti, attraverso la quale gli stereotipi e le assurdità del conformismo americano vengono uno per uno screditati e resi bersaglio della critica di Rachel Ingalls. Una critica mai esplicita ma perfettamente riconoscibile a una società poco creativa e molto triste: dove, chi ci vive, non può che risultarne una vittima.

Una storia d’amore cruda, una scrittura divertente e acuminata, amata da Joyce Carol Oates fino a John Updike. Una storia che è rimasta nascosta per troppo tempo, persa tra i file delle cartelle di qualche editore, ma evidentemente meritevole per cui necessitava di essere stampata e diffusa ancora.

Paragonata alla storia d’amore tra King Kong e una bella giovinetta in pericolo, alla Bella e la Bestia e ai film di David Lynch, Mrs. Caliban è un romanzo che non sembra aver più di due anni e in realtà ne ha quasi cinquanta. Un quasi-classico da regalare a chi ama le storie d’amore ma si è stancato di leggere sempre le stesse.

 

Una vita sottile, Chiara Gamberale

Una vita sottile, libro Marsilio
Marsilio, 1999

Che cosa vuol dire avere una vita sottile? Che cosa è una vita sottile?

Intanto: è il vecchionuovo romanzo di Chiara Gamberale, ripubblicato diciannove anni dopo, dalla casa editrice Feltrinelli.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esordì nel panorama editoriale proprio con questo titolo. Allora lo pubblicò la casa editrice Marsilio e, grazie a quei fogli, ha vinto consensi, applausi e premi importanti. A proposito di questa e di quella edizione ho potuto chiacchierare con la Gamberale: la trovate cliccando QUI.

Diciannove anni dopo, la Feltrinelli – che pian piano sta ripubblicando tutte le sue opere passate – riporta in libreria, anche Una vita sottile, con una nuova prefazione scritta da Lei, e una postfazione scritta da tutti quei lettori che Chiara ha saputo aiutare.

Una vita sottile è un romanzo autobiografico.

Feltrinelli, 2018

Devo confessare che, normalmente, strabuzzo gli occhi davanti a questo genere di libri che recuperano storie nell’abisso della vita dei propri scrittori. Molti lo fanno: pensano di poter raccontare una storia, la loro, e di spacciarla come originale, elaborandola e ricamandoci su – talvolta poco, talvolta niente -. Secondo il mio modestissimo parere questo non è il mestiere dello scrittore: sembrerebbe piuttosto quello di un medico, di uno psicologo, di un analista che, dettagliatamente e minuziosamente, segna su un foglio dettagli di un qualche male, che non hanno ragione di esser letti, se non per individuarne in essi una diagnosi. Ma non tutti possono fare i medici.

In questo caso, invece, le pagine della vita sottile che Chiara racconta sono utili più di quei fogli bianchi che ci prescrivono i medici: sono pagine, poche, ma abbastanza, che curano anima, corpo e il Mondo.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esce da una terribile malattia, l’anoressia, che l’ha lacerata nel profondo. L’ha sgualcita, distrutta, privata di tutte le sue certezze, di molte persone intorno. Di tutti quegli Io che l’hanno sempre poeticamente abitata, per poi riportarla a casa e da noi, forte e con tanto da insegnare.

È il modo in cui Chiara Gamberale sceglie di raccontarsi a rendere questa storia più lunga di quanto lo è effettivamente.
Lei è nata per scrivere: non c’è altro da aggiungere, anzi ce n’è parecchio e dovrò fare molta attenzione affinché le mie parole non risultino banali e il mio modo di scriverne, questo, sminuito, davanti alla sua penna, e alle sue mani, grasse e piccole – come dice Lei -. Chiara Gamberale scrive in un modo che si potrebbe dire quello dei futuristi, quando le pagine diventano più di pagine scritte, disegnate, pasticciate, con l’alternanza di tanti caratteri tipografici, dove andare a capo, usare delle virgole e la punteggiatura come nessuno aspetta di trovarle usate, diventa la sua peculiarĭtas. 

Il modo originale in cui decide di raccontarcelo è attraverso le persone. Cronologicamente, la Gamberale racconta la sua storia attraverso le persone che sono rimaste e anche quelle che se ne sono andate durante quegli anni di buio impenetrabile. Parla di sé parlando degli altri.

Un capitolo per ogni persona significativa della sua vita.

Uno per il suo cane Jonathan, salvato dalla rabbia e riconoscente a Lei per il resto della vita.

Uno per Elena, definita dalla Gamberale dipendenza, al pari delle Marlboro lights, dei monologhi di Gaber e del succo d’ananas.

Un capitolo per Marco, l’animatore di un villaggio turistico, “senza dubbio il più bello”, dove Chiara va a riprendere coscienza del proprio corpo: una notte che nel suo cuore rimarrà per tutta la vita. Un uomo in grado di farla sentire terribilmente leggera – come nessuno ha mai saputo fare – e che Lei, ha il potere, con assoluta trasparenza, di far sentire pesante, di spessore – come nessuno ha mai saputo fare con lui -, perché “è bello poter chiamare una persona per nome!”

Un altro capitolo per i professori del Liceo Classico Socrate di Roma, dediti all’amore per ciò che insegnano e alle persone a cui lo insegnano: alunni che non sono piccole e inutili figure a cui dover, svogliatamente, insegnare le solite cose. Ma persone.  Persone. Il Liceo Socrate dove ha imparato che “crisi in greco vuol dire scelta”, costretta ad abbandonare al quarto anno per andare al Severo.

Chiara Gamberale parla di tutte le persone salvifiche che ha incontrato durante quegli anni: credo non ne trascuri neanche una, quando non sa che dire lascia una pagina bianca e le dedica comunque un foglio in un libro dove essere menzionati è un onore, un privilegio: soprattutto per il potere medico di queste pagine. E non lo dico solo io: lo dicono tutti quei lettori coinvolti nella postfazione, quelli che dicono “È anche grazie a te se ho appena finito di mangiare ben due dolci”, o

Chiara, devo smettere. Se continuo, non finisco più. Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, non ho mai scritto roba del genere. Devo però arrivare a una fine quindi mi fermo qui per ora. Ho fatto la scelta giusta questa volta. Mi stai facendo un regalo bellissimo.

Pasticceria Charlotte, Re di Roma

Una vita sottile è un libro meraviglioso per le tante storie che racconta. È un romanzo incredibile perché non è una storia: sono tante, infinite storie, tutte le nostre drammatiche storie, in cui, intrappolati per la macabra e illogica capacità di sentirci estranei al nostro corpo: che è uno solo e va accettato, come la vita che ci è capitata, perché ognuno ha “l’aspetto fisico che si merita, e non sto parlando solo di bellezza nel senso più comunemente inteso o di curve e muscoli al posto giusto”.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia la pasticceria Charlotte per avermi ospitato con gaudio: un luogo molto piccolo quanto speciale, a Roma – in via Vercelli 12, vicino alla fermata metropolitana Re di Roma –  dove, in mezzo a piante e un arredo chic si possono gustare ottimi dolcetti e fare una gustosissima colazione.

Animali in salvo, Margaret Malone

Animali in salvo (People Like You) è la raccolta di racconti edita NN Editore, scritti e riscritti più volte nel corso di dodici anni da parte di Margaret Malone, insegnante di Portland, con i quali ha vinto il premio Balcones Fiction Prize nel 2016.

Ringraziamo NN Editore per essere riuscita, ancora una volta, a inserire all’interno del proprio progetto editoriale una preziosa raccolta di racconti, dato che, normalmente, si dice che i racconti si leggano poco, e invece: stavolta, andrebbero letti e riletti.

Animali in salvo contiene nove racconti prodigiosi, alcuni collegati tra loro, altri invece sono perle: singolari e sconnessi da tutto il resto – per continuità narrativa -, ma riconducibili allo stesso medesimo tema:

La donna.

In tempi come questi è infatti vero che sentiamo spesso parlare di donne e di emancipazione: pare che ognuno abbia da dire la sua al riguardo, e ci va bene così – diciamocelo – perché, parlarne troppo, è sempre meglio che non parlarne… anche se, talvolta, questo rischia di suscitare l’esatto effetto contrario.

Ma Animali in salvo non è soltanto una serie di racconti sull’emancipazione, di una ventina – circa – di pagine l’uno. Animali in salvo è una raccolta di testi di valore perché le donne sono protagoniste che vengono descritte mentre vivono le loro normalissime vite.

C’è Cheryl, per esempio, che compare in più di un racconto, sempre impegnata a tentar di avere un figlio: Cheryl è una donna come se ne vedono tante. Ha un lavoro, un marito, Bert, con cui non ha mai smesso di fare sesso, ma anzi ha continuato a mantenere, anche dopo tanto tempo, la stessa frequenza di una volta, per la sola ragione di non essere come gli altri.
Eppure come gli altri vorrebbe esserlo: quando va alla festa a sorpresa di un vecchio amico e, attorno a lei e Bert ci sono solo donne incinte. Cheryl è una donna che vorrebbe avere un figlio e che capisce che, l’unico modo per avere a che fare con i bambini è sposarsi con un uomo che non si prende le proprie responsabilità, e provare lei stessa a essere quel bambino che vorrebbe: rubando i palloncini alle feste, bevendo vino come una adolescente e dicendo a voce alta quello che non andrebbe detto nemmeno sottovoce.

C’è la fidanzata di Chuck, protagonista di un altro racconto – il più breve, forse – che non ha un nome e pare che questo non sia mai del tutto casuale, dato che si è costruita una nuova identità – non sua – attorno alla figura del futuro marito. Quando Chuck le chiede di sposarlo davanti alla porta lei dice di sì, ma in realtà poi ci ripensa perché non le “è mai venuto in mente che poteva dire di no”.

Ci sono tantissime donne, tutte alla ricerca di qualcosa, vulnerabili, mai veramente forti, e anche quelle che lo sembrano, come Barb, a capo di un’azienda importantissima, alla fine cerca di far del bene per farne a sé stessa. Donne comuni, dal passato misterioso. Ci sono figlie deluse dalla separazione dei genitori, bambine che si danno alla fuga quando qualcuno canta loro I just called to say I love you.
Ci sono proprio tutte.
Ci siete proprio tutte.

Animali in salvo mi fa ricredere: di solito non leggo racconti, ma stavolta l’ho fatto e ne sono rimasto piacevolmente stupito. Un libro che si legge in poche ore ma che non si smette di leggere mai. A me guarda dalla libreria e, ogni tanto, lo riprendo in mano e cerco qualche passaggio che mi è sfuggito. 

Romeow Cat Bistrot, Quartiere Ostiense, Roma

E, anche se io non potrei sentirmi – veramente – nessuna di quelle donne, posso però provare sulla mia pelle il dolore che provano loro. E allora i miei complimenti telematici giungano forti e sinceri a Margaret Malone che è stata in grado di mettere in scena con un linguaggio semplice, ma mai scontato, quella che la vita è realmente: senza troppo romanzarci su, facendo immedesimare in raffinati personaggi anche i più scettici, come me.
E poi, infine, circolarmente rispetto a come ho iniziato a parlarvi di Animali in salvo, i miei complimenti arrivino sinceri a quelli della grande Arca di NN Editore che, stavolta, porta in salvo molti animali, tra cui me.

Nella foto di copertina dell’articolo si ringrazia il Romeow Cat Bistrot per avermi accolto con amore: un luogo speciale, a Roma – in via Francesco Negri 15, sull’Ostiense – dove, in mezzo a un esercito di gatti simpatici e assonnati, si mangia crudista, vegano e tante tantissime specialità buonissime.

Di questo e di quello, di vite sottili e di Chiara Gamberale

Ciao Chiara, infinita Chiara Gamberale, oltre tutte le tue pelli e i tuoi inesauribili Io, oltre il corpo di cui ti curi come fosse un tempio, senza tuttavia addobbarlo più di quanto sia necessario.

Ti ringrazio per avermi permesso di chiacchierare con te.
Vorrei poterti avere davanti mentre ti faccio le domande che ti farò, ma il tempo corre e non ne abbiamo, eppure tu ne trovi sempre: quindi grazie, due volte.

 

Cerco di metterti subito a tuo agio, come tu fai con noi lettori mentre ci guardi dall’alto delle classifiche senza mai salire, sempre rimanendo giù, alla nostra altezza, pronta a firmare copie, a saltar la cena e la sigaretta immediatamente dopo, anche quando le persone fanno la fila ben oltre la soglia dell’ingresso in libreria: ti rendi conto di aver salvato delle vite, con “Una vita sottile” ora – e prima – e con tutti gli altri tuoi fogli, come li chiami tu?

Mi commuovi. Grazie, prima di tutto…Poi: per me voi lettori siete gli amici immaginari che avevo da piccola e che però all’improvviso esistono davvero… Io avevo una vera e propria comitiva immaginaria, sai? Con cui riuscivo a stare male e a stare bene, ma insieme, a capire e a sentirmi capita, a condividere, come invece non riuscivo con i compagni delle elementari, poi delle medie… E come invece riesco con voi. Quindi il salvataggio è sempre reciproco, lo dico senza nessuna retorica, lo sai.

Che cosa è veramente cambiato da quella prima volta in cui hai messo le mani su di Una vita sottile? Non ci vediamo da un po’, io ti ricordo – a parte meravigliosa e con gli occhiali rosa – con la vita molto sottile ma, al di là del tuo aspetto, chi è la Chiara Gamberale di oggi, quella che, certamente cresciuta, ormai madre e Mamma, è stata in grado di ospitare Vita all’interno del proprio tempio restaurato?

È cambiato tutto in questi vent’anni, e non è cambiato niente… Grazie a un percorso che passa per quello che scrivo e (purtroppo o per fortuna?) non finisce mai, mai mai, credo di essere diventata più forte, se forte è chi fa pace con le sue fragilità… E passo dopo passo l’io (il pidocchio dell’anima, lo definiva Gadda…) si è fatto un po’ più in là, è arrivato finalmente il tu: ed è arrivata Vita. Che si ritrova per mamma una donna ancora troppo tormentata, troppo insicura: ma che si conosce. E io credo che chi non s’inganna non inganna.

Che cosa, invece, proprio non è cambiato?

Non è cambiato il percorso, appunto… La sensazione di essere sempre in marcia, destinazione Possibile Serenità.

Ciò che leggiamo ci cambia, questo noi lettori lo crediamo veramente: non è solo uno spot per diffondere libri. È anche vero, però, che, talvolta, si rischia di finire in un grande calderone dove è difficile riconoscere la qualità, Qualcosa (così, giusto per citarti ancora) che ci cambi davvero, soprattutto se sei in cima alle classifiche e pubblicata da Case Editrici sempre più forti. Quanto ti importa di essere considerata alla stregua di una che scrive libri che non valgono nulla? Quanto peso dai alle critiche? Quando le leggi – se ce ne sono! – le separi da quelle distruttive senza alcuno scopo? Oppure non le leggi?

Sicuramente ho notato che man mano che aumentava il successo dei miei libri aumentavano anche le critiche: ma credo sia fisiologico. E lo sforzo è certamente quello di separare i commenti utili per crescere da quelli inutili: ma vale per le critiche negative come per i complimenti.

I personaggi delle tue vite, di solito abitano Roma, ma Roma potrebbe essere Napoli, Milano o New York. Quanto sono importanti i luoghi in cui racconti le tue storie per i personaggi che li abitano e i lettori che li incontrano?

Sono importanti nella misura in cui sono abitati da quei personaggi e con quei personaggi si rincorrono, o si somigliano, o litigano, perché rischiano di assalirli… In molti dei miei romanzi c’è una contrapposizione fra “il rumore che fa la gente mentre esiste” in una grande città (che, come dici tu, potrebbe essere una qualsiasi) e luoghi come le isole, o la collina dove in “Qualcosa” abita il Cavalier Niente.

E invece, per te, quanto è importante Roma? Cosa ci trovi di così magico da non aver mai deciso di andartene, andare ad abitare in uno chalet in montagna lontano dai clacson e dai rumori?

Ci trovo banalmente il fatto che qui abita la mia famiglia, i miei amici, i miei affetti più importanti. E vivendo da sola con Vita, è importante averli accanto. Ma già in questo suo primo anno di vita siamo scappate spesso su un’isola, io a scrivere e lei a respirare…

Se non Roma, quindi, se fossi obbligata ad andartene, in quale luogo te ne andresti con la tua Vita?

Su un’isola greca. Naxos o Astipalea.

A me, ma credo di poter parlare a nome di tanti lettori, hai insegnato tante e molte cose.
Proprio a proposito di Vita, cosa le auguri in questo mondo? Cosa speri di essere in grado di insegnarle?

Le auguro di essere libera. Di avere sempre più idee che opinioni. Di sentire con il suo cuore e di pensare con la sua testa. E spero di essere in grado di insegnarle che vale sempre la pena di farlo. Almeno di provarci.

Quando leggo i tuoi libri mi sembra di poter avere un’esperienza totalizzante: percepisco odori, distinguo voci, vedo i volti di quelle voci, sento il sapore del sangue sulle dita di quella Chiara protagonista della tua vita sottile e accarezzo il pelo di Jonathan, il tuo cane. Devono avere molta importanza per te, tutti questi sensi, se poi, insieme, compaiono nel tuo libro: ma a quale dei cinque non potresti mai rinunciare, e… perché?

Ma sono domande troppo belle e troppo originali! Che regalo. Dunque: credo che non potrei rinunciare al tatto. Io ho proprio un’urgenza di toccare e di farmi toccare dalle situazioni e dalle persone che incontro.

Per quanto riguarda Jonathan, invece, che in alcuni altri tuoi libri – so che è lui, me lo sento – diventa Efexor, mi racconti di una volta in cui è stato lui a saperti togliere la rabbia di dosso? È stato l’unico Amico canino nella tua vita?

E invece qui ti sbagli! Efexor in realtà è Tolep, hanno in comune il fatto che portano il nome di uno psicofarmaco… E quando Jonathan cominciava a invecchiare, ho trovato questo cucciolo legato a un palo da chissà quanto, l’avevano abbandonato così, pensa… E l’ho preso con noi, quindici anni fa. Sia Jonathan che Tolep mi hanno saputo togliere molte volte la rabbia di dosso, anche se, proprio come era Jonathan, Tolep è un cane tanto buono quanto caratteriale… Ma sono gli unici maestri di cui mi fido, quelli con una personalità definita – e inevitabilmente scomoda, per certi versi.

 

Immagino che Vita, arrivata senza le parole in bocca, te ne abbia sussurrate molte e portate tante nel cuore. Ma prima di Vita (a.V./d.V.) capita mai di non trovare parole nuove? Se esistono, che fai in quei casi?

La parola del momento, di Vita e dunque mia, è Bap. Lo ripete in continuazione e mi incanta.. Mi dico: ecco! Nella mia scrittura spero che non manchino mai dei Bap, delle parole nuove, come dici tu. Che a volte, purtroppo, certo che mancano: e non solo mentre scrivo. Ma è in quei momenti che bisogna ricorrere al principio fondante del metodo dei Dieci Minuti, che racconto in quel romanzo, e “non resistere al cambiamento”…

Un’ultima domanda: A Roma ci vediamo il 25 di novembre, alla libreria Nuova Europa i Granai: su Facebook, parli di due sorprese… ci puoi dire se tra queste almeno una ha a che fare con parole nuove?

Sì.

Disobbedienza, N. Alderman

In occasione dell’uscita al cinema di Disobedience – regia di Sebastiàn Lelio -, Nottetempo pubblica in una nuova veste grafica il romanzo Disobbedienza di Naomi Alderman, da cui il film è tratto.

Naomi Alderman, autrice inglese pluripremiata, in Italia ha raggiunto l’apice del successo con Ragazze elettricheromanzo che riflette la possibilità di un mondo in cui le donne abbandonano le cucine e la loro posizione secondaria rispetto agli uomini, per salire ai vertici del potere, da dove controllare il mondo. Pare che la Alderman abbia fortemente a cuore le donne e i loro destini perché, anche all’interno di queste trecento pagine di Disobbedienza, Naomi le fa protagoniste di una storia che ha a che fare con l’emancipazione e l’uguaglianza.

La protagonista di Disobbedienza è Romit, figlia ebrea del rabbino di una comunità ortodossa di Holden, un sobborgo londinese da cui è stata allontanata. Romit è fuggita da casa sua, se n’è andata a New York dove fa l’analista finanziaria, porta i capelli corti e indossa le gonne con lo spacco: incarna la donna emancipata all’interno di una comunità fatta di apparenze, che fonda il suo credo su una tradizione secolare e fin troppo tradizionalista, alla quale, la Alderman, più o meno velatamente, critica molti modi di esistere e pensare.

La comunità ebraica articola il suo credo in tre modi differenti, spesso non comunicanti e conciliabili tra loro: gli ortodossi, coloro che interpretano alla lettera la Torah, il loro libro sacro; i tradizionalisti che rappresentano l’esatta via di mezzo tra i primi e gli ortodossi non praticanti.

Quella in cui Romit è cresciuta e dalla quale è stata tacitamente espulsa è composta di ebrei ortodossi: una comunità fatta di regole severe, dove l’osservanza dello Shabbat è rigorosa – il giorno di riposo in cui tutta la creatività si arresta affinché l’uomo non sia responsabile di alcun cambiamento del mondo -, la carne non si mischia al latte e ai suoi derivati e, i piatti che vengono utilizzati per queste pietanze non possono essere lavati all’interno dello stesso lavello. L’ebraismo è una religione, un credo fatto di molte regole e riti, dove i significati sono sempre altri e diversamente interpretabili rispetto a quelli evidenti e immediati.

Romit cresce come una ragazzina irrequieta, che alza la voce, spesso annoiata da tutto e da tutti, che fugge al suo destino per poter essere libera, e critica profondamente la comunità ebraica, dove persino

“È proibito toccare una donna che non sia la propria moglie. Perfino stringersi amano non sarebbe permesso.”

Romit sarà però costretta a interrogarsi nuovamente sul credo della comunità in cui è cresciuta e, più in generale, su quello di tutta la comunità ebraica, quando dopo otto lunghi anni di silenzio, verrà chiamata dal cugino Dovid per l’improvvisa morte del padre rabbino. Così torna a Londra e affronta la comunità che ha lasciato, pensa:

“Shabbat, ma che idiozia, che strano modo è questo di permettere a Dio di tiranneggiarti, riducendo a un minuscolo quadrato le tue possibilità di azione in un giorno della settimana”.

Ma soprattutto, raggiunti i trent’anni, percepisce gli sguardi delle altre donne, preoccupate che lei non si sia ancora sposata, di quella sua ex compagna delle superiori che era la più brava della classe, la cui unica occupazione e ambizione, adesso, è quella di crescere i suoi figli. Romit si chiede dove siano finite le sue ambizioni, ed è ciò che chiede anche ad Esti, al tempo sua migliore amica che, evidentemente gay, ha rinnegato sé stessa e sposato suo cugino Dovid, futuro Rav della comunità.

Ripetutamente la Alderman riflette su alcuni valori fondamentali e universali, sulle relazioni umane e sul matrimonio:

“Il matrimonio in questa comunità non è solo un atto religioso o un impegno legale e non è nemmeno una cosa che fai perché qualcuno ti piace e ci vuoi stare insieme. È un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Chi non lo fa non cresce mai. Dire che non mi ero mai sposata coincideva con dire che non ero mai diventata un essere umano nel senso pieno della parola.”

Disobbedienza non è solo un romanzo che esplora gli usi e le tradizioni di una comunità ebraica ortodossa, sotto uno sguardo abbastanza critico e forse un po’ troppo negativo. 

Disobbedienza è anche e soprattutto un romanzo sull’amore, sul coraggio di essere sé stessi quando il mondo cerca di braccarci. 

Disobbedienza è un romanzo sulla tristezza, sulla rabbia, e sulla felicità che “ha a che fare con l’aver sfiorato il mondo e averlo lasciato diverso, secondo la nostra volontà”. Ma la Alderman, e poi Romit, entrambe sanno, che la felicità ha a che fare anche con la lotta, e quindi con il dolore, perché spesso per raggiungere i propri obiettivi dobbiamo soffrire.

Disobbedienza è una storia sulla battaglia, da cui si apprende molto, che ci porta spesso a chiederci fin dove ciò in cui crediamo sia giusto senza possibilità di replica.

In nome di chi, in nome di cosa, siamo disposti a reprimere ciò

che siamo veramente?

Una storia scritta magistralmente, che non delude le aspettative ma anzi, le supera.

#SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI

Da tutte le parti, su ogni social, e in ogni canale di posta mi chiedete sempre consigli:

su cosa leggere, su come farlo, su quando farlo. 

Talvolta mi raccontante che il vostro fidanzato vi ha lasciato, altre che i vostri genitori si sono separati, altre ancora che non sapete come instaurare un buon rapporto con i vostri figli, che non riuscite a capire che cosa fare nella vita. 

Mi raccontate di rapporti complicati con il mondo circostante, della vostra incapacità di relazionarvi con il mondo, o peggio ancora: con voi stessi.

Non sono uno psicologo, non capisco i miei, di problemi, figuriamoci quelli degli altri: ma ho letto tanti libri – e tanti ancora ne leggerò – e, a volte, mi sono stati utili per comprendere qualcosa, per andare avanti quando mi sembrava di non poterlo fare.

I libri mi hanno sempre aiutato e spesso cambiato.

Ogni domenica, sul mio account Instagram @aldostefanomarino, tramite le stories, rispondo alle vostre domande:

TU DIMMI COME TI SENTI E IO TI CONSIGLIO UN LIBRO, 

perché, d’altronde, #SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI – senza l’accento sulla O – è cominciato due settimane fa, tanti di voi hanno già seguito i miei consigli: mi appello a voi, se doveste ascoltarmi condividete la vostra lettura nelle vostre storie, o in un post taggando me e usando gli hashtag #SEICIOCHELEGGI e #ALDOSTEFANOCONSIGLIA: è molto importante per me, per continuare a leggere tanto e per non smettere di consigliarvi sempre titoli nuovi.

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