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Un marito, Michele Vaccari

Un marito è il libro di Michele Vaccari, uscito lo scorso settembre per Rizzoli.

L’autore è nato a Genova nel 1980 e si occupa di editoria e comunicazione. Ideatore e curatore del progetto Altrove per la casa editrice Chiarelettere, Un marito è il suo quinto romanzo: una storia di una potenza narrativa incredibile, che conferma le aspettative e anzi, le supera.

Un romanzo che va oltre la sua definizione di genere. Un marito non è soltanto una storia d’amore. Si tinge di giallo, attraversa il genere del thriller, il romanzo storico e quello distopico. Un libro cominciato come una storia, di un marito qualsiasi, di un dolore, che a metà narrazione cambia totalmente. Per poi rivelarsi, nella sua interezza, il libro, ben scritto, lo stile ameno, le aspettative superate, dove la storia è lo spartito, il campo d’azione, dell’orchestra di innumerevoli generi letterari e stili narrativi. 

“Quando gli incubi si avverano, cosa resta delle nostre paure?” recita il sottotitolo: copertina di tinte calde mescolate a fredde, giocata tra il rosso e il viola. Ad aprire il libro, poi si trova la risposta. Quando gli incubi si avverano e ci capita di restare improvvisamente soli. Quando sulla compagnia avremo innalzato il tempio della nostra esistenza, della consolazione e del supporto poi, rimasti in solitudine, spaventati e colti di sorpresa, ci saremo resi conto di non saper rinunciare ai nostri conforti e consolazioni. Per poi scoprire di non poter, né sapere, vivere più come prima. Che cosa succederà?

Ferdinando e Patrizia sono i protagonisti di Un marito.
Sono sposati da trentadue anni e, dagli stessi gestiscono una rosticceria e sono votati a questa simbiosi. Due persone. Due anime similmente tormentale. Con unicamente due interessi differenti: lei innamorata della cultura, lui della topografia. Due intrepidi e insaziabili amanti, al riparo dall’esterno, spaventati dall’avanzamento tecnologico e dall’evoluzione delle città.
Non è un caso se insieme hanno deciso di vivere a Marassi, un piccolo centro destinato a non cambiare mai e restare uguale a sé stesso, un quartiere popolare, la culla perfetta per i bulli, la periferia genovese: dove la vita è sempre uguale le persone le stesse tutti si conoscono. Qui e solamente qui, la provincia del capoluogo ligure, la luce dell’insegna della rosticceria è la conferma che Patrizia e Ferdinando non appartengono solamente al passato, ma che la vita continua.

Mentre Ferdinando, con il suo bel sorriso e la sua dialettica travolgente, sta dietro le vetrine e fa il venditore, convince i clienti che la religione in cui credere è la rosticceria, “la sola entità commerciale capace di percorrere una via laterale per fornire il sostentamento a un popolo, anno dopo anno, sempre più votato al cibo prefabbricato”, Patrizia, sta in cucina, a “sfornare altre droghe per la vista e per il palato”, il luogo “dove l’anima si licenzia e lascia che sia lo sguardo a concedersi qualche ora di anarchia” e intrattiene conversazioni coi clienti in fila, affamati di racconti che ha potuto scovare sui libri che ha letto.

Per i suoi cinquant’anni la moglie propone un viaggio a Ferdinando: due giorni, il 7 e l’8 dicembre a Milano. Una città in cui non sono mai stati, perché tanto spaventati dal mondo, troppo devoti alla loro rosticceria, come monaci di una vita che non conosce pause, non sono mai usciti fuori da Marassi. Ferdinando compra una manciata di guide, studia i posti sotto ogni profilo, affinché la loro prima vacanza d’amore, dopo trent’anni, possa essere perfetta.

Nel suo modo di essere raccontato, Un marito porta dentro si sé un fresco respiro europeista, sia dal punto di vista della costruzione della storia che da un punto di vista più stilistico e formale.

Gran parte delle vicende si divide e ha sviluppo tra Marassi e la tanto sognata, e poi ricordata Milano. Ambientazioni chiuse si alternano ad ambientazioni aperte, per meglio rendere il senso di chiusura. Per Ferdinando e Patrizia, infatti, ogni posto chiuso e relegato rappresenta la salvezza dall’apertura, dall’oltre e dallo sconosciuto. In questo senso, i luoghi non sono un semplice sfondo, ma metafora di altri luoghi figurati, acquisendo una certa valenza simbolica.
Le persone stesse diventano luoghi. Milano – come Ferdinando – è metafora dell’evoluzione, del progresso, della paura dell’ignoto e dell’horror vacui. Testimone di un grande cambiamento storico in atto.
Marassi – come Patrizia – concepita invece come luogo del conosciuto, e quindi della protezione.

La vicenda raccontata parte negli ultimi anni del Novecento, per continuare ai giorni nostri.
A raccontare la storia è un narratore esterno e onnisciente, con focalizzazione zero, che ha piena coscienza di tutti i pensieri che fanno i personaggi del romanzo, immedesimandosi ora in Ferdinando ora in Patrizia, e raccontando le cose così come stanno, perché ne è al corrente.

La storia narrata si protrae per la durata effettiva di quasi cento anni. Ma la fabula e il tempo del racconto, l’intreccio, non coincidono.
Mentre la successione storica e cronologica dei fatti procede ordinata, la narrazione, il racconto effettivo dei fatti, è veloce ma frammentato da lunghe descrizioni, che ne rappresentano grandi digressioni e tregua per i lettori. Ne sono un esempio le lunghe descrizioni di una potenza stilistica inconsueta: da quelle gastronomiche e culinarie, alla disposizione delle vie, degli incroci, delle piazze e dei monumenti della città.

“Cime classiche o alla savonese, ripieni di magro, savoiarde capaci di riprodurre con la loro presenza l’intera gamma cromatica dell’iride, tomaxelle o pignoli fritti, seppie in zimino e vitelli tonnati, sempre longitudinali rispetto ai luogotenenti più apprezzati, i polli alla diavola dalla livrea dorata che spuntano tra tocchi di matamà o di funghi secchi e grilletti di fagiolane già bollite e scolate, per accompagnarci la castagnetta, la gola, il ricetto, la trippa rossa, insomma”

Se il tempo cronologico della storia è maggiore a quello della narrazione, quest’ultima certe volte confonde il lettore e, attraverso due analessi sorprendenti, Vaccari effettua dei balzi temporali che lasciano il lettore, tutto un tratto sbrigliato dal suo guinzaglio, che seguendo il filo della storia, come fece Arianna col gomitolo, pensava, sbagliando, di avere in pugno tutte le chiavi del romanzo. Capiterà allora ai lettori di provare quello stesso senso di solitudine e perdizione al quale è costretto Ferdinando.

Il discorso indiretto prevale per quasi l’intero corso della narrazione.
Periodi lunghi, elaborati, una sintassi profondamente paratattica: coordinate magnetiche ed enumerazioni per asindeto continue, come a voler trasmettere l’angoscia, l’aria che manca, il respiro che si blocca.

Le tematiche trattate, come i generi, sono tante. Sul piatto, da un lato ci sono in ballo quelle proprie del romanzo di narrativa: la solitudine, il matrimonio, la fedeltà, la malattia, la perdita, la rinascita; dall’altro invece, tutte le caratteristiche del romanzo utopico e storico: l’analisi e la critica alla società, l’isolamento dell’uomo, la non riconoscibilità dello stesso. Per ognuna di queste non vengono presentate posizioni differenti: per tutti i personaggi di Un marito non c’è via di fuga. La modernità è un male a cui è necessario sottrarsi. Pena il proprio assorbimento.

Giunti a una certa parte del romanzo, vi sembrerà di non averci capito niente. Poi andrete oltre e vi accorgerete che, davvero, non ci avevate capito niente. E alla fine del libro, vi chiederete che libro abbiate appena finito di leggere.
Per me una illuminante scoperta.

Bruciare tutto, Walter Siti

Bruciare tutto, è il romanzo meno autobiografico del Premio Strega 2013, Walter Siti. Una scelta coraggiosa quella fatta da Rizzoli, che ha deciso di pubblicare una storia bruciante e scandalosa, attirando pesanti stroncature da una parte e critiche molto positive da un’altra. La ragione di questa divisione del pubblico sta sicuramente nella delicatezza e spudoratezza dei temi che Siti ha deciso di raccontare attraverso questa sua storia, con un linguaggio tagliente e acuminato.

Bruciare tutto racconta la storia di don Leo, un prete in lotta con se stesso e con il suo Dio, un’entità a cui sottomettersi che non riesce a liberarsi dell’ombra del suo Avversario; un rapporto su cui interrogarsi ininterrottamente e che, continuamente, lo porta a dubitare di se stesso, prima in quanto uomo, poi in quanto guerriero del Signore. Leo si chiede che cosa significhi realmente amare Dio, dividendosi tra oratorio, mensa dei poveri e ripetizioni a bambini in difficoltà, in una Milano progressista fatta di grattacieli e abitata da immigrati.

Don Leo nasconde dei segreti inconfessabili, e l’amore carnale, ma soprattutto spirituale che lo ha portato a far sesso con un bambino, è ciò che gli tormenta l’anima. Da quell’evento è passato tanto tempo; ora, il sacerdote dei lunghi sermoni e le grandi metafore, un principio di balbuzie che diventa percettibile solo quando è agitato, vive a Milano e ha imparato che il Bene e il Male coesistono in un rapporto di stretta dipendenza l’uno dall’altro.
Bruciare tutto è un romanzo di quasi quattrocento pagine che porta il lettore ad interrogarsi costantemente, mettendolo a tu per tu con le sue credenze, e fornendogli il resoconto di una chiesa corrotta e di fedeli che profetizzano l’amore ma che invece praticano l’odio e la paura.

Tanti e svariati sono i personaggi e le loro personalità che compaiono tra le pagine di Bruciare tutto: ci sono Bianca e Adolfo, una coppia di coniugi in lotta tra loro che guardano a loro figlio più come oggetto da contendersi che come un bambino da proteggere; c’è Andrea, loro figlio, che avrebbe bisogno solo di qualcuno che lo faccia sentire amato.
Ci sono Emilio e Roberto, una coppia di omosessuali che vuole sposarsi, in un’Italia che ha appena concesso le unioni civili; Duilio, un uomo di chiesa con cui don Leo condivide peccati molto simili; e altri tantissimi personaggi che affollano la chiesa e il confessionale, portando il lettore a soffermarsi su temi mai scontati e ancora considerati tabù.

Quello di Walter Siti è un romanzo che scotta, brucia tutto, e a partire da quei preconcetti e pregiudizi ereditati dalla morale cattolica della nostra società, ci incita a far del bene: se nel mondo c’è così tanto male che non può essere eliminato, forse l’unico modo per salvarsi è quello di provare sempre a far del bene.

Sognando la luna, Michael Chabon

Sognando la luna, l’ultimo romanzo del Premio Pulitzer 2001, Michael Chabon, arriva in Italia edito Rizzoli. È un romanzo che ho letto con enormi difficoltà, forse per la materia trattata, o per l’impostazione di memoir che il romanzo assume durante la narrazione, ma che tuttavia ho il dovere morale di segnalarvi.

Michael Chabon è una delle voci più importanti della narrativa americana contemporanea, autore di alcuni tra i più famosi titoli in circolazione, tra cui I misteri di Pttsburgh Uomini si diventa; adopera una scrittura fortemente magnetica che, attraverso minuziose descrizioni, tecnicismi e pochi dialoghi, in Sognando la luna, riesce a descrivere un’epoca intera raccontando, in realtà, una sola vita.

La vita raccontata è quella del nonno di Chabon – sempre e solo chiamato così -, i quali misteri, speranze e missioni divengono noti solo quando l’autore, raggiunta la casa della madre a Oakland, si fa raccontare dall’anziano parente in punto di morte. Sognando la luna è un racconto che parla a fondo della Seconda Guerra, delle difficoltà che essa comportò, e la situazione americana di metà Novecento.
Sullo sfondo c’è un antico sogno remoto, e una promessa, quella fatta dal nonno a sua nonna, che un giorno la porterà sulla Luna. E difatti, il nuovo romanzo di Chabon, non è fatto solo di parole forbite, tempi morti (propri della guerra), sangue e perdite dolorose: sopra tutto, racconta l’amore impossibile e travolgente tra il nonno dell’autore e sua moglie, una francese immigrata negli Stati Uniti, profondamente segnata dalla guerra, che profuma sempre di Chanel n°5 e con uno strano tatuaggio sull’avambraccio “con il 7 elegante e il trattino all’europea”.
Il Nonno, protagonista indiscusso del romanzo, è nato in una famiglia ebraica, giovane ribelle e parsimonioso nel parlare, si laurea in ingegneria e si specializza in missilistica; subito dopo venne inviato in Germania, dove fu testimone delle atrocità naziste. Per tutta la sua vita ha tentato con ogni mezzo di catturare Wehrner Von Braun, lo scienziato che inventò i missili V2, causa di morte di un esorbitante numero di civili nei Paesi nemici della Germania.
Al ritorno dalla guerra il Nonno conosce una ragazza, ebrea francese ed ex deportata, con una figlia al seguito, di cui si innamora. Ragazza che sposerà e che diventerà la nonna di Michael Chabon.

Il racconto si attiene a fatti reali e personaggi esistiti “tranne laddove – dice l’autore nell’incipit del romanzo – non corrispondessero ai ricordi, allo scopo del racconto o alla mia idea di verità”. Attraverso la tecnica dei flashback, che alternano episodi tratti dalla vita del nonno, la follia della nonna, la storia della madre e il rapporto intenso che ha legato Michael ai suoi nonni, il lettore si stanca ma non si arrende finché non arriva alla fine del romanzo.
Sognando la luna, lasciando costantemente la luce della Luna sullo sfondo per tutta la narrazione, ci insegna una cosa: si può essere felici nonostante tutto, ed è anzi, forse, quello stesso tutto, a rendere la vita un romanzo che tutti vorrebbero leggere.

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