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Il ballo è la seconda opera di Irene Nemirovsky. Pubblicato nel 1930, a seguito di David Golder, il romanzo breve ottenne un enorme successo.

Il ballo, I. Nemirovsky

Nel 1930, appena venticinquenne Irène Némirovsky pubblicò per la prima volta il racconto breve Il ballo. La stesura della storia, in realtà, cominciò già due anni prima della pubblicazione: nel 1928, alla vigilia della Grande depressione.

Irène Némirovsky fa parte di una rosa di scrittrici poco conosciute ma, potrebbe essere più facile – anche per quelli dai gusti più lontani – rintracciare in loro un ricordo di Suite francese, il suo romanzo storico più noto che ha segnato il successo contemporaneo e la riscoperta di Némirovsky.

Nonostante la Némirovsky divenne subito nota con la pubblicazione di David Golder, libro in cui intendeva tracciare il ritratto di un uomo d’affari arricchitosi grazie a intuizioni economiche – dietro il quale probabilmente si nasconde suo padre -. A lungo tempo non si parlò molto di Némirovsky, né delle sue opere. A causa delle sue origine ebraiche, venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove perse la vita (1942) e i suoi libri sparirono con il suo personaggio.
La sorte toccata ai suoi ultimi manoscritti ha qualcosa di spettacolare: destinati a vagare per il mondo in una valigetta, videro la pubblicazione postumi grazie alle due figlie scampate all’Olocausto.

Il ballo nacque mentre Irène Némirovsky si accingeva a comporre la sua opera d’esordio, David Golder (1929).

Pubblicato dall’editore Paul Reboux la critica lo accolse prontamente con grande entusiasmo. Ad attirare l’attenzione dell’editore fu sicuramente una vaga somiglianza con la giovane scrittrice Colette, di cui l’editore diceva ne ricordasse i metodi narrativi. Sarà il riconfermato successo del Ballo a portare l’editore a stampare tutti gli altri suoi libri – altri nove, più una raccolta di racconti -.

Nel Ballo, la protagonista è una bambina di quattordici anni, Antoinette, vittima delle disattenzioni dei propri genitori. I signori Kampf abitano un lussuoso appartamento di Parigi; ma non da sempre è così.
Alfred Kempf, infatti, ha lavorato al lungo per accumulare soldi e rendere felice la propria moglie, Rosine, una donna frivola, sciocca e ossessionata dalla ricchezza e dalle buone conoscenze, ma mai contenta fino in fondo.

Antoinette tutti i giorni va a letto alle nove punto. Vive in una stanza che è il suo unico rifugio, e pare che nulla di ciò che fa stia bene ai suoi genitori. E così, le uniche attenzioni che sua madre è in grado di darle sono quelle che le rivolge per rimproverarla e correggerla; o per raccontarle una delle assurde bugie con cui le nasconde spudorate verità.

Entrambi i signori Kampf hanno un unico obiettivo: sono appena arrivati a Parigi e intendono fortemente essere benvoluti dall’alta società parigina.

Per questa ragione, a Rosine viene l’idea di organizzare un gran ballo nel loro nuovo sontuoso appartamento, al fine di invitare tutta la “gente che conta” e far invidia a tutte le persone che hanno preso le distanze da loro. Comincia così una ricerca puntigliosa del personale di servizio più preparato, dei cibi più attraenti e dell’alcool più raffinato, affinché nessuno degli invitati possa rimanere deluso. 

Ma il grande cruccio di Rosine è che nessuno si presenti alla festa, e mentre è intenta a sforzarsi di rimembrare tutte le persone che ha incontrato in vita sua per dettare ad Antoinette i nomi a cui indirizzare gli inviti, alla bambina viene proibito di prender parte al grande ballo.

E l’infantile sogno di Antoinette viene subito infranto. Rosine le dà precise direttive su come comportarsi al ballo, e le ordina di lasciare la sua stanza alla cameriera e andare a dormire nello sgabuzzino. Per Antoniette questo diventa l’ennesimo momento per riflettere sulla propria solitudine e sul mancato amore.

Proprio da quel momento, all’insaputa dei suo genitori, comincia ad alimentare dentro di sé il desiderio di vendicarsi nei confronti di sua madre. Ma per sapere ciò che combinerà dovrete leggere Il ballo fino alla fine.

Un libro brevissimo ma altrettanto intenso. Poco più di 80 pagine ospitate nella Piccola Biblioteca Adelphi, che dal 2005 ripubblica tutte le sue opere. Un’opera scritta con grande raffinatezza stilistica, dove le azioni e i sentimenti hanno un posto di rilievo.

Un’opera che dice molto non soltanto sulla società delle apparenze del Primo Novecento, ma che tanto aggiunge sulla vita di Irène Némirovsky.

Difatti, la vicenda del Ballo proviene direttamente dalla biografia di Némirovsky, e in altri testi (come Il vino della solitudine) tale evento mondano è citato come una ricorrenza imperdibile. Lo stesso acerbo rapporto che unisce Rosine e Antoinette non è molto diverso da quello che legava Irène a sua madre, una donna arricchitasi che mai fu in grado di dedicarle abbastanza pensieri o attenzioni. Un personaggio ben costruito, che si può trovare in molti altri suoi romanzi, come Due o Jezabel e – appunto – Il vino della solitudine. Un personaggio a cui ci si può solamente affezionare, nonostante fortemente negativo. Una prerogativa tipica della narrazione di Némirovsky, ancora: quella di scegliere personaggi insopportabili ma così fortemente caratterizzati che è impossibile non empatizzare con loro.

Nell'immagine è rappresentato il libro "La tela favolosa" di Giuliana Zagra, pubblicato per Carocci. Il libro è ritratto con una pagina estratta dal Mondo salvato dai ragazzini

La tela favolosa, carte e libri sulla scrivania di Elsa Morante

La stanza di Elsa è un allestimento permanente alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, volto a valorizzare gli archivi e il ricordo dell’autrice. Le stanze dove Elsa Morante abitò e lavorò durante la sua vita furono il laboratorio dei suoi libri e delle sue idee: non si può pensare di comprendere le sue opere, né il personaggio letterario, senza aver dato occhio agli archivi Morante.

Ci sono tre posti, a Roma, che non si possono separare dalla persona di Elsa Morante.
Il primo è un appartamento in via del Babbuino, dove arriva appena ventenne con grande coraggio. Poi ci sarà una casa in via dell’Oca – che Moravia acquistò proprio per facilitarle la scrittura -. Infine lo studio di via Archimede, dove Elsa trascorreva molte ore a scrivere, riscrivere, cancellare e revisionare i suoi testi, tra cui Menzogna e sortilegio.

Era tormentata dall’idea che i suoi libri dovessero essere scritti nel modo migliore possibile, e spendeva moltissimo tempo a cercare di renderli perfetti. Continuamente era alla ricerca della parola esatta, tanto da perdersi in lunghi elenchi che le facevano da “palestra di riscaldamento”. In uno dei fogli tratti dalle sue agende del 1955, compare un elenco di questo tipo, utile per la revisione dell’Isola di Arturo.

Pomposo / mulinare / sfacelo / vetusto / protrazione / labbra stirate / fumoso / aggrottare-aggrottato / incuria / animato / blandizie / […]

Di solito scriveva nel pomeriggio, e sognò di fare la scrittrice sin da quando era bambina. Sui temi scritti su un ingiallito quaderno a righe, diceva: “Il mio primo libro. Narra la storia di una bambola”.

Ognuno di questi luoghi in cui la Morante scrisse e visse, non è soltanto dimora di una grande autrice (o autore, come preferiva farsi chiamare lei), ma è anche la fucina di tanta artisticità.

Per tutta la vita, Elsa Morante espresse il desiderio di trovare un luogo in cui poter scrivere in pace. Scrivere era l’unica cosa che la Morante faceva con serietà, l’unica che si sentiva in grado di fare. Collaborò con alcune riviste, per alcuni anni lavorò per la RAI, occupandosi di una rubrica di cinema. Mentre l’impegno giornalistico si accentuerà soltanto dopo la vittoria del Premio Strega nel 1957. Ma per scrivere, oltre che di soldi e di silenzio, necessitava di spazi reali in cui isolarsi e dedicarsi solamente al proprio lavoro.

Il progetto della storica Giuliana Zagra nasce per comprendere – tramite la biblioteca, la discoteca e gli archivi di Elsa Morante – in che modo biografia e bibliografia si mescolino in un magma indispensabile all’autrice.

Ciò che scriveva non corrispondeva a quello che all’improvviso le passava per la mente, ma piuttosto era il risultato di un attento lavoro che si intrecciava saggiamente ai fatti che occupavano la vita dell’autrice. Ogni manoscritto che Elsa Morante si accingeva a scrivere conteneva dentro di sé molto più autobiografismo di quanto si pensi.

Gli archivi analizzati dalla Zagra, possono essere un buon punto di partenza per l’analisi del metodo compositivo della Morante. Ogni romanzo, ogni storia o racconto era costruito con tecnica e programmazione. E di questa sua capacità Natalia Ginzburg si dichiarò sempre profondamente invidiosa.

Di questa organizzazione che precedeva i libri della Morante, se ne può trovar traccia nella serie dei quaderni. Il nucleo originale venne consegnato alla Biblioteca Nazionale alla fine degli anni Ottanta per un’espressa volontà di Elsa Morante.

Lei stessa, intendeva raccogliere manoscritti e documenti riguardanti la composizione dei suoi quattro romanzi principali: Menzogna e Sortilegio, L’isola di Arturo, La Storia, Aracoeli e il Mondo salvato dai ragazzini.
I quaderni di Elsa Morante appaiono come un complesso capillare e voluminoso di carte, “in grado di documentare l’intero iter competitivo di ciascuna opera”. Il nucleo comprende i fogli a partire dai primi appunti autografi, i manoscritti, la scrittura dattiloscritta e in alcuni casi anche le bozze di stampa corrette.

Per la Morante era fondamentale scegliere il quaderno giusto per il romanzo che si metteva a scrivere. Non sopportava il disordine, e aveva a uso di utilizzare il foglio destro, lasciando quello a sinistra vuoto per le revisioni successive. Fondamentali appaiano le note al margine, nei paratesti, e addirittura sui libri che ha letto. Basta osservare la copia personale del Canzoniere autografato da Saba, per notare che Elsa Morante sottolineò la frase che avrebbe aperto L’isola di Arturo.

Lo scorso anno, nel 2019, il progetto La stanza di Elsa è diventato un libro, La tela favolosa, uscito per Carocci. Il volume intende tracciare un percorso che possa creare una continuità tra la bibliografia e la biografia della Morante.

Elsa Morante abitò le stanze dove scrisse i propri romanzi. La vasta lunghezza e quantità di tutti i suoi scritti non è l’unica ragione per cui necessitava di silenzio e solitudine. In quelle stanze, ricostruiva con meticolosità le vite dei propri personaggi e i loro trascorsi psicologici, nascondendo nella trama i volti delle persone che frequentava, o semplicemente conosceva.

La tela favolosa intende ripercorrere, però, non soltanto i romanzi che hanno trovato la pubblicazione; ma anche quelli che sono rimasti abbozzati sulla sua scrivania.

Per questo, non si può prescindere dagli archivi morantiani se si vuole comprendere a fondo la scrittrice. Solo là si possono trovare i frammenti dei testi che non sono mai stati portati a compimento. La tela favolosa mette luce su titoli inediti come Senza i conforti della religione, o Nerina, romanzi rintracciabili nelle interviste, e nelle testimonianze dirette di Elsa Morante, ma che non vennero mai pubblicati.

Dell’archivio fa parte anche il carteggio tra Elsa Morante e altri autori e personaggi del tempo. Sono carte fondamentali per comprendere l’amicizia e i rapporti che correvano tra lei e gli intellettuali di spicco del tempo, come Pier Paolo Pasolini, Giovanni Arpino, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Debenedetti e molti altri…
Tuttavia, il rapporto di Elsa con la scrittura epistolare non fu mai abbastanza buono. Molte lettere non vennero mai spedite, di altre invece se ne conservano i frammenti poiché strappate e rovinate dalla stessa Morante. La maggior parte di queste lettere si potranno ora ritrovare all’interno della raccolta pubblicata da Einaudi, L’Amata.

Visitando l’installazione permanente dello studio di Elsa Morante, sarà possibile vedere anche i quadri di Bill Morrow, la sua biblioteca, le copie autografate.

Morrow è stato un grande amante di Elsa Morante. Insieme provarono ebrezze di ogni grado (compreso l’uso di LSD e altre droghe), e la loro relazione fu fondamentale per alcune delle opere sia della Morante, che dello stesso pittore. Nove tra i quadri più belli dipinti da Morrow nel 1961, sono conservati all’interno dell’installazione. Amore era anche quello che provava nei confronti dei suoi gatti, le cui fotografie venivano conservate in apposite cornici. Un’altra celebre storia d’amore di Elsa Morante fu quella vissuta con il regista Luchino Visconti, la cui fine portò nella vita dell’autrice grandi dolori, l’interruzione di L’isola di Arturo, e la scrittura del racconto dello Scialle Andaluso.

La storia tra Elsa Morante e Alberto Moravia meriterebbe invece un articolo a parte. Tuttavia, c’è un libro che parla molto bene della loro complicata ma complice avventura, si tratta di MoranteMoravia (A. Folli, Neri Pozza).

La tela favolosa, carte e libri sulla scrivania di Elsa Morante, è un utile libello per chi vuole scoprire qualcosa di più rispetto a ciò che già si sa e conosce dell’autrice.

È sicuramente un’ottima fonte da cui trarre ispirazione e comprensione di Elsa Morante. Un’autrice complessa e poco dibattuta, ma che da qualche anno comincia a trovar posto con più facilità tra i programmi universitari e nei dibattiti culturali.

Il progetto Le stanze di Elsa è accessibile tramite web, cliccando QUI.
È possibile approfondire il progetto ed estrapolare nuove informazioni sull’autrice protagonista. Inoltre, si può accedere a un’ampia selezione di articoli scritti dalla Morante (come le collaborazioni per il Corriere dei Piccoli), e a un esteso apparato critico di tutte le opere.

Aracoeli, Elsa Morante

Aracoeli è l’ultimo romanzo di una delle maggiori scrittrici del secondo Novecento, Elsa Morante. Pubblicato per Einaudi, la prima volta nel 1982.

Nata nell’agosto del 1912, Elsa è figlia di una insegnante ebrea e di un impiegato di poste siciliano. La sua infanzia fu agiata e fu proprio per questa ragione che nei suoi scritti si dedicò principalmente alla miseria umana. Crebbe insieme ai fratelli minori, e cominciò giovanissima a scrivere filastrocche e fiabe magiche. La sua biografia è segnata dall’incontro di una personalità parecchio accreditata del tempo, e per cui doveva essere certamente una ricchezza aggiunta accompagnarsi a lui. Infatti, Elsa Morante portò avanti una travagliata e appassionata relazione con Alberto Moravia. Anche grazie a lui, incontrò numerosi poeti e artisti del tempo, dei quali divenne stretta amica e collaboratrice, come Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, il regista Bertolucci…
Nel 1957, arriva per la Morante, il Premio Strega, con l’Isola di Arturo. In questo momento il suo successo è consacrato definitivamente.

Aracoeli è spesso considerata un’opera oscura e misteriosa, soprattutto a causa del linguaggio adoperato dall’autrice. La prima cosa che appare agli occhi, infatti, quando si incontrano i metodi compositivi di quest’opera, è la complessità del lessico scelto e l’impossibilità di una qualsiasi conseguente interpretazione oggettiva. Il linguaggio della Morante, ha bisogno di esser meditato dopo che numerose volte letto, in quanto mai esprime, ciò che, a prima istanza, pare volerci comunicare. Numerosi piani narrativi si sovrappongono, l’un sopra l’altro, senza nemmeno cambiar pagina, Elsa Morante ci conduce da un’epoca a un’altra, dal sogno alla veglia…

Seconda metà del Novecento. Manuele è un quarantenne fallito che si mette in viaggio per recarsi nel luogo dove la madre è nata, El Almendral.

Manuele, Manuelito, Vittorio Emanuele Maria, non conosce molto del suo passato, ed è proprio durante questo viaggio che gli tornano alla mente, come episodi vissuti in un’altra vita, ricordi che era convinto di aver perso per sempre. Grazie al flusso di coscienza e al ricordo, man mano che la storia procede, si fanno chiari al lettore le ragioni del fallimento di Manuele. Ma non solo: ogni tassello mancante torna al suo posto e, alla storia del trasferimento di Aracoeli dall’Andalusia ai Quartieri Alti di Roma, si intreccia quella dell’incontro con suo padre.

Manuele ha un eroe: suo zio Manuel, il fratello di sua madre che non ha mai potuto conoscere. Per suo padre, invece, sempre lontano da casa, più che amore, nutre rispetto e devozione. Suo padre è infatti l’uomo che sua madre ha scelto, l’unico da cui le si faccia toccare. Ma mentre per Manuele, suo padre, altro non è che un accessorio di sua madre; per il Comandante della marina italiana, Manuele è ciò che lo tiene unito alla moglie mentre si allontana al lungo per lavoro.

Se il primo protagonista è Manuel, a un secondo sguardo si può notare come Aracoeli, colei dalla quale prende nome il titolo del libro, è ciò che muove e alimenta la storia. Il destino di Manuele è di ripercorre tragicamente quello materno: egli mai riesce ad allontanarsi dalla tana madre.

Ci sono due Aracoeli, una di prima e una di dopo. Quella di prima, è una donna che ha persino paura di guardare le nudità delle statue. Quella seconda, invece, comparsa dopo il concepimento della seconda genita, ha perso qualsiasi forma di pudore.

Manuele è un personaggio passivo, totalmente abbandonato a un amore infinito provato nei confronti della madre. A regolare i loro rapporti non si tratta del complesso edipico, come si potrebbe pensare, ma anzi, di un vero e proprio amore provato da Manuel nei confronti di sua madre. E dunque, forse, il terzo protagonista potrebbe essere proprio questo Amore, che diviene per Manuele, “prigione e sventura”.

Il motivo principale di questo sentimento così morboso provato dal figlio verso la madre, sta nel fatto che, proprio Aracoeli è stata l’unica persona da cui Manuele ha ricevuto affetto.

Questo, è, infatti, ciò che si ricava maggiormente dietro il personaggio di Manuele: la paura di restare solo e poi la realizzazione del suo terrore. Manuele non ha nessuno, come Elsa Morante, durante gli anni della stesura del romanzo. Manuele ed Elsa si estraniano dalla società a loro contemporanea per restare appartati.

Due temi e motivi principali sovrastano l’intero romanzo. Da una parte l’incapacità di cambiare il proprio destino – e/o provenienza sociale -. Da un’altra, invece, la possibilità dell’amore di vincere sopra ogni cosa.

Infine, un tema che fa da filo conduttore a tutta la produzione della Morante: la Storia come sfondo perfetto di ambientazione. Niente è lasciato al caso. Ogni sua invenzione ha una collocazione precisa e mirata, affinché, nel raccontare di fantasie, non ci si dimentichi di ciò che è accaduto e non va dimenticato. In questo caso è la guerra civile spagnola, da un parte, nel ricordo dello zio morto di Manuele; e la Guerra mondiale dall’altra, vissuta nella casa dei nonni paterni.

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