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Il libro David Golder di Irene Nemirovsky rappresentato aperto, sull'intestazione, con tre tulipani rosa al suo lato.

David Golder, I. Némirovsky

Correva l’anno 1929 quando sulla scrivania del prestigioso editore francese, Bernard Grasset, arrivò un manoscritto anonimo che si intitolava David Golder. Grasset proprio non aveva idea che dietro quel lavoro potesse nascondersi una donna, perché era convinto si trattasse di un autore maschile.

Per tale ragione, Grasset decise di affidare la ricerca ai giornali, affinché l’autore potesse farsi vivo. Tuttavia, l’autrice che rivendicò l’opera era Irène Némirovsky, una giovane donna russa dell’alta borghesia, rifugiatasi in Francia dopo la rivoluzione bolscevica. Ciò che sorprese l’editore fu proprio che a scrivere una storia sì tanto cruda e brillante, potesse essere una donna.

Tanto l’editore era sorpreso che la interrogò a lungo per comprendere se facesse da prestanome a qualche altro romanziere; ma appena l’opera uscì, il successo ne fu presto decretato unanime.

Insieme alla sua opera, immediatamente divenne celebre anche il nome di Irène Némirovsky.

Scrittori, autori e critici convennero che l’opera dell’autrice fosse qualcosa di mai visto prima. E la scoperta al grande pubblico di questo nuovo talento, mise d’accordo anche personaggi di estrazioni sociali totalmente divergenti tra loro. Ma sempre, ciò che più stupiva chiunque la leggesse, era che «David Golder porta la firma di una donna, si deve quindi riconoscere che è scritto da una donna».

Il passato travagliato dell’autrice forse non sarà noto a molti ma, dimenticate per molto tempo, tutte le opere di Némirovsky ripresero a circolare solo nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Di sicuro, il tentativo di far luce su un’autrice ingiustamente scomparsa va ricondotto alla scoperta del suo romanzo più celebre: Suite francese. Un romanzo che per molti anni è stato custodito dalle figlie di Nemirovsky, le uniche della famiglia che riuscirono a mettersi in salvo dalla strage nazista.

David Golder è un’opera diversa dalle altre, prima di tutto perché il protagonista è un uomo.

David Golder è un ricco banchiere ebreo – proprio come il padre di Irène. Da ventisei anni egli è in società con Simon Marcus, insieme hanno fondato una ditta che conta quattro sedi tra Londra, Berlino, Parigi e New York. Tuttavia, il suo socio Marcus è colpevole di aver fatto un investimento sbagliato e di aver buttato l’azienda sotto una cattiva luce. Ha provato persino a imbrogliare l’astuto e temutissimo banchiere, ma è Golder che lo smaschera e lo butta fuori dall’azienda.

Golder è un uomo ricco e senza scrupoli: un personaggio che per tutta la vita non si è curato di nient’altro che della propria azienda. È come se egli, per oltre ventisei anni non abbia fatto altro che ricoprire un ruolo confezionatosi addosso: quello di capo, marito e padre, che non ha tempo da dedicare a nessuno che non ha a che fare con i suoi affari.

Il denaro, ancor prima di Golder, è il protagonista della novella. È ciò che tutto muove, e verso cui ogni pensiero tende.

Di Golder, i soldi sono l’unica cosa che interessa agli altri. Sua moglie non fa altro che domandargliene, per poi spenderli e spanderli in giro per il mondo, alla ricerca di sempre nuovi dispendiosi uzzoli da soddisfare. Sua figlia, viziata e considerata come la bambina più bella e più intelligente del mondo, ha imparato presto dalla madre: anche lei considera il padre solamente come qualcuno pronto a darle i soldi che richiede. E non importa se, di volta in volta, le richieste si fanno sempre più cospicue, e Golder si ritrova sempre a dover cercare nuovi affari e nuove entrate, è come se da qualche parte fosse scritto che nella famiglia Golder le cose possano andare solo in quel modo.

Ma appena qualche pagina dopo l’esordio, Golder ha un terribile attacco di angina pectoris e la sorte rimescola le carte delle loro esistenze.

Esistenze precarie, grette, dedite solamente a soddisfare le proprie necessità, ma che poi, nel momento del bisogno, non esitano a impaurirsi quando il destino le pone davanti al rischio di perdere la loro preziosa fonte di sostentamento. Perché è questo che Golder rappresenta per tutte le persone con cui viene in contatto: nient’altro che una banca.

Al di là dei suoi soldi non c’è alcun affetto, consolazione, ragione che porti le persone che gli stanno attorno a intristirsi per la sua sventura. E a nulla valgono le raccomandazioni del medico di non metterlo al corrente della sua malattia, di lasciare che egli possa riposare e rimettersi in forza. L’unica cosa che muove tutti i personaggi è il denaro e il morboso attaccamento che le persone hanno alle ricchezze.

Perciò David Golder si trasforma presto in un romanzo che tra le righe nasconde una denuncia al mondo ebraico del primo Novecento.

Da poco arrivata in Francia, lontana dalla morale protestante, quella prima Némirovsky venne da molti ritenuta antisemita. Il carattere di Golder, infatti, è fortemente negativo. Egli non persegue valori diversi dai soldi e costantemente è dominato da un’avarizia senza scrupoli. Ma fu proprio la scrittrice a screditare quest’opinione errata che si erano fatti sul proprio conto:

Perché i francesi Israeliti si vogliono riconoscere in David Golder?

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vie d’Irène Némirovsky, Parigi (Grasset Denoël) 2007, pp 189

È vero anche che i Nemirovsky, appena giunti a Parigi, erano felici di considerarsi lontani dagli ebrei tradizionali, poiché volevano a tutti i costi raggiungere l’assimilazione con la cultura del luogo ove si erano stabiliti. Ma mai, l’opera, voleva essere deliberatamente un attacco mirato agli ebrei.

Tanto che nel 1935, proprio Nèmirovsky dichiarò che se al tempo in cui pubblicò David Golder, Hilter fosse stato già al potere, avrebbe addolcito le figure degli ebrei che andava raccontando. Poiché ella non voleva affatto renderli mira diretta delle proprie storie, ma piuttosto sfruttare per i personaggi dei suoi racconti i difetti che rilevava all’interno della comunità; su cui certamente le veniva più facile costruire narrazioni di successo.

Quel tono accusatorio nei confronti degli ebrei, dominati dall’odio e sempre estremizzati, proviene forse, in maniera più immediata, dalla brutta situazione famigliare in cui Némirovsky era costretta.

Sono certo che con questa affermazione non rivelerò nulla di nuovo ai più attenti nemirovskiani: perché è infatti noto a molti che Némirovsky ha sempre provato a riprodurre sulle pagine le proprie sofferenze.

Suo è il padre banchiere sempre intento a occuparsi di affari che realmente fallì nei propri investimenti. Ma suo è anche il tipo ricorrente di madre insopportabile, costantemente alla ricerca di svaghi e amori effimeri, attraverso cui far progredire la propria posizione sociale e la considerazione che il mondo che conta ha di lei. Un tipo che ritorna in David Golder, ma presente in tutti i suoi romanzi: Il vino della solitudine, Il ballo, per raggiungere la più matura delle crudeltà in Jezabel.

E ricorrente, affine a queste madri vanitose e altamente malvagie, è il tema della famiglia, dei bambini lasciati crescere nell’indifferenza – come se la loro importanza durasse il tempo di esser concepiti.

David Golder ci consegna una Nemirovsky della prima ora, all’interno di cui è possibile ritrovare i topoi dell’intera produzione.

Un libro dove è possibile ritrovare alcuni dei problemi che animano anche le famiglie del XXI secolo. Una storia attuale, scritta attraverso una struttura finemente costruita; una narrazione densa di cattiveria, odio, e tristezza, che si frappone tra il genere autobiografico e il romanzo.

Ma al di là di tutto, ciò che resta alla fine di tutti i libri di Némirovsky, è che sono libri preziosi, anche quando non ne si conosce la storia che li ha concepiti.

Fermoimmagine su televisore di una scena del film Revolutionary Roads dove Leonardo Di Caprio e Kate Winslet si danno le spalle in cucina

Revolutionary Road, S. Mendes

Nel 1961, venne pubblicato Revolutionary Road, romanzo scritto dallo statunitense Richard Yates. Tre anni dopo uscì anche in Italia con il titolo I non conformisti.

Revolutionary Road ottenne consensi molto positivi dagli scrittori dell’epoca, ma la critica lo accolse con poco entusiasmo. Tuttavia, come spesso accade, il romanzo venne rivalutato in seguito alla morte dell’autore, nel 1992, venendo annoverato persino tra i classici della letteratura statunitense. A consacrare la riscoperta del film, fu l’omonima trasposizione cinematografica del regista Sam Mendes, vincitore del premio Oscar per American Beauty.

Revolutionary Road è ambientato negli Stati Uniti degli anni ’50 e tratta la tematica della famiglia e delle convenzioni sociali.

Frank e April Wheeler, interpretati rispettivamente da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, sono una giovane coppia felicemente sposata. Hanno due figli e vivono in una casa grande e spaziosa nel Connecticut, a Revolutionary Road appunto, la via più ambita dell’intera città.

Frank lavora come impiegato nell’azienda Knox&Co, mentre April è un’aspirante attrice. Da chiunque li conosca, essi vengono dipinti come una coppia amorevole e affiatata, rientrando perfettamente nello stereotipo della famiglia perfetta degli anni ’50. Tuttavia la famiglia Wheeler non è poi così diversa dalle altre.

Kate Winslet e Leonardo DiCaprio rappresentati durante una discussione nel celebre film Revolutionary Road

Ben presto lo spettatore scopre che la coppia sta attraversando una profonda crisi, sia personale che familiare: entrambi realizzano di non star conducendo la vita a cui aspiravano.

Frank si rende conto di essere intrappolato nella monotonia di un lavoro poco appagante, seppur ben remunerato; egli ripensa a quando si riprometteva che avrebbe fatto di tutto per non diventare come il padre. In realtà, non solo lavorerà come impiegato, ma lo farà proprio nella stessa azienda di suo padre, la Knox&Co appunto. Frank tenterà di evadere da questa soffocante realtà attraverso una breve relazione extraconiugale con una giovane segretaria, ma il tentativo si dimostrerà vano.

April invece, in seguito al fallimentare spettacolo teatrale messo in scena con la compagnia del paese, si rende conto di essere ancora distante dal coronamento del suo sogno di diventare un’attrice di successo. Con due gravidanze alle spalle, April teme di esistere solamente in quanto moglie e madre e di non riuscire a realizzarsi a livello personale. Lei però, rispetto a Frank, ha il coraggio di sognare, e ciò rappresenta di fatto la sua più grande salvezza, condannandola tuttavia ad un’implacabile insoddisfazione.

Il punto di svolta per la coppia sembra essere la prospettiva di un trasferimento a Parigi, dove avrebbero la possibilità di iniziare una nuova vita.

Felici della propria scelta, condividono la notizia con tutti, i quali si mostrano alquanto scettici, sottolineando la fretta con la quale essi avessero agito e l’evidente fragilità della scelta. La coppia infatti, presa dall’entusiasmo, non aveva ancora nemmeno pensato ad una possibile sistemazione nella capitale francese.

L’unico che sembra comprendere realmente la loro necessità è John (Michael Shannon), il figlio di un’amica dei Wheeler (Kathy Bates). In una conversazione con la coppia, appena Frank dichiara di voler scappare dal disperato vuoto della vita, John è il primo ad approvare la loro scelta di evasione da una realtà oramai profondamente alienante. Occorre sottolineare che John sia affetto da gravi problemi psichiatrici, ed è molto interessante che sia proprio lui a pronunciare quella frase, quasi come se il regista volesse suggerire che la pazzia sia un requisito essenziale per riuscire a fuggire da una società rigida e chiusa.

Due avvenimenti interrompono bruscamente la momentanea serenità della famiglia Wheeler: la terza gravidanza di April e la promozione di Frank.

Il ritrovamento di un equilibrio sembra essere destinato a rimanere un miraggio, un’illusione. Il finale è emblema di questa visione pessimistica. Sam Mandes non si limita a mostrare il collasso definitivo del matrimonio di Frank e April, bensì narra parallelamente altre due situazioni in cui il matrimonio prosegue, ma non privo di segreti, odio e soprattutto indifferenza.

Sam Mendes vuole forse comunicarci che il lieto fine sia solo un’utopia e che questa sia la sorte che prima o poi spetta a chiunque? Difficile dirlo, ma è curioso che meno di due anni dopo, sia lo stesso regista a concludere il suo matrimonio con Kate Winslet, attrice protagonista del film.

In Revolutionary Road, Sam Mendes critica l’American Life degli anni ’50. Una società fondata sulla cultura dell’apparire, su un disperato desiderio di conformità e l’ossessivo tentativo di mantenere le apparenze.

Non risulta difficile individuare delle analogie con American Beauty, nonostante quest’ultimo fosse ambientato negli anni ’80. Il regista ci mostra ancora una volta il contrasto tra esteriorità e interiorità, tra apparire ed essere. La prima ci fornisce quell’immagine idealizzata che i parenti hanno di loro; mentre la seconda ci mostra la realtà nella sua più cruda concretezza.

Pensandoci bene, i coniugi di Revolutionary Road ricordano molto Lester e Carolyn Burnham (Kevin Spacey e Annette Bening), protagonisti di American Beauty. Entrambi, infatti, provano a mantenere intatto un matrimonio alimentato soltanto dalla monotonia.

La casa dalle finestre sempre accese, di Anna Folli, rappresentato in mezzo a delle carte e al libro di Proust

La casa dalle finestre sempre accese, A. Folli

È uscito nel mese di settembre l’ultimo libro di Anna Folli, La casa dalle finestre sempre accese, edito da Neri Pozza.

Tra corso San Maurizio e il Lungo Po Cadorna, a Torino, c’è un edificio color sabbia, la casa dalle finestre sempre accese. È un luogo senza tempo, in cui intellettuali, letterati, pittori, artisti di ogni genere, e amatori dell’arte, si ritrovano per dar vita a uno dei più grandi salotti culturali del Novecento.

Ora sono qui, davanti a un edificio color sabbia con le finestre che guardano il fiume e la collina: in questo palazzo sobrio e molto sabaudo non è cambiato quasi niente da quando, in un appartamento al secondo piano, Giacomo e Renata Debenedetti iniziarono la loro vita insieme.

Nel 1919, durante una sera d’inverno, Giacomo Debenedetti e Renata Orengo si incontrano al Teatro Regio di Torino.

Renata Orengo, allora ha solo dodici anni, ed è seduta nella prima fila del loggione per ascoltare I maestri cantori di Norimberga. Accanto a lei, siede un ragazzo pallido che è stato ritratto da Felice Casorati, è Giacomo Debenedetti. A invitare Giacomo a casa loro è la madre di Renata, Valentina Orengo, perché in lui scopre un raffinato ascoltatore. La passione in comune per la musica e per Wagner li fa subito empatizzare, ma a spingerlo fino a casa loro non è solamente la dedizione per le arti. È Renata ad averlo attratto dal primo momento che l’ha vista a teatro, coi suoi modi gentili e la sua inesperienza.

Renata Orengo nasce da Valentina e il marchese Antonio, una coppia borghese che si oppone al proprio destino. La marchesa parla perfettamente il francese, il russo, l’inglese e il tedesco, “ma nel suo italiano si mescolano parole francesi e russe, il dialetto ligure e quello piemontese”. Il suo vangelo è Guerra e pace. Tra i due genitori è la madre quella più rivoluzionaria: una donna interessa a tutto e molto più colta di quanto fosse abituale per una signora del suo tempo e della sua estrazione sociale.

Tuttavia, alla marchesa Orengo non sono sfuggiti quegli sguardi e quei sospiri tra sua figlia e Giacomo, e colpita dal ragazzo non fa nulla per impedir la loro vicinanza.

Giacomo nasce a Biella il 25 giugno del 1901, da una famiglia ebraica commerciante di tessuti. Di quegli anni, Giacomo non parla spesso e allora non può ancora sapere che, dopo il trasferimento a Torino, la sua vita cambierà per sempre.

Da ragazzo, Giacomo è molto intelligente e ha la capacità di “assorbire nozioni e di elaborarle in un modo che è soltanto suo”.
Torino gli appare subito come una grande città, i nuovi compagni lo ammirano, e i professori lo portano a modello.

Ma durante la prima adolescenza la sua esistenza viene sconvolta dalla perdita dei genitori.

Il padre muore per un cancro allo stomaco, e poco dopo, sua madre Elisa di spagnola. Per questo, il giovane Giacomo verrà affidato alle cure dei suoi due zii, Alessandro e Natalia, ma da allora gli sembrerà sempre di svegliarsi in un mondo che non è più il suo.

A diciassette anni, Giacomo si iscrive alla facoltà di Ingegneria Meccanica, come aveva promesso a suo padre.

Appena ventenne, Giacomo è già considerato da tutti un piccolo genio. È tutto un “gioioso accumulo di nozioni e progetti che gli aprono le porte del mondo torinese”. La sua vita è un susseguirsi di letture, di studi, ma sopra a tutto di incontri e scambi con letterati, poeti, filosofi, pittori. Fin da allora, ciò che Giacomo vorrebbe per sé non è la carriera che poi intraprenderà. Debenedetti vuole diventare uno scrittore, si circonda di personaggi da cui può sempre apprendere qualcosa e ogni momento libero cerca di trascorrerlo barricato nella propria stanza.
Proprio durante quegli anni, una delle sue prime frequentazioni è il futuro critico Gianfranco Contini, con cui conduce lunghe passeggiate su via Po. Tuttavia, il punto di riferimento di Giacomo e di tutti i giovani intellettuali di quegli anni è Benedetto Croce, ed è proprio lui che, nel 1922 ha letto un suo articolo e vuole sapere qualcosa di lui.

Per Giacomo è il momento delle grandi amicizie. Frequenta Cesare Angelini, Eugenio Montale, il critico Renato Serra, mentre i suoi compagni non pensano ad altro che godersi gli ultimi anni dell’adolescenza.

Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant'Anselmo all'Aventino
Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant’Anselmo all’Aventino

Assidue sono le visite di Giacomo nello studio di Casorati, dove incontrerà personaggi significativi per il suo percorso, come Lalla Romano e Paola Levi Montalcini. Tra gli invitati c’è persino Daphne Maugham – la fascinosa nipote di Somerset Maugham che raggiunge Casorati per imparare dipingere e infine si sposano.

Giacomo Debenedetti, Carlo Levi, Mario Soldati, Natalino Sapegno, Sergio Solmi, Giacomo Noventa, Guglielmo Alberti e molti altri – tutti più o meno coetanei – formano un gruppo unico e solidale. E Giacomo comincia a lavorare con i maggiori giornali del tempo: prima a Energie nuove, poi alla Rivoluzione liberale e al famigerato Baretti.

Da quel lontano 1919, Debenedetti continua a frequentare casa Orengo e tra Giacomo e Renata non si è mai spenta l’attrazione originaria.

Fino a quel momento, la futura inquilina della casa dalle finestre sempre accese ha avuto una vita tranquilla e protetta. Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di Storia dell’Arte, poiché anche lei è innamorata delle arti, della letteratura e della musica. Tanto da diplomarsi al Conservatorio in pianoforte, una passione che si porterà dentro per tutta la vita. Coloro che l’hanno conosciuta raccontano del suo evidente charme: tra loro c’è Giulio Carlo Argan che la ricorda in un cappotto verde scuro mentre illumina il grigiore delle aule torinesi.

Tuttavia, prima che la loro unione trionfi, Giacomo avrà altre amanti. La prima tra tutte è Paola Levi, la sorella di Natalia Ginzburg che si sposò con Adriano Olivetti. La fine della relazione è una ferita che stenta a guarire e per Debenedetti diventa motivo per concentrarsi maggiormente sui propri studi. Per molto tempo Giacomo non si vede nei panni di un critico, e affida tutte le sue speranze a un romanzo breve che verrà mal recensito da quasi tutti: Amedeo. È una sorta di “confessione psicanalitica in cui rivela il rapporto difficile con se stesso”, ma che nemmeno per il critico raggiunse una piena riuscita. Ci vorrà del tempo prima che Giacomo abbandoni definitivamente l’idea di scrivere: nel frattempo ha quasi trent’anni e poiché sente il bisogno di diventare più popolare e di parlare a più persone, comincia a collaborare con La Gazzetta del Popolo.

Nel 1929, Giacomo pubblica la prima raccolta dei Saggi critici. Sono preceduti da mesi di studio senza tregua, minacciati dalla paura di non essere all’altezza del compito che si è dato.

La dedica del volume è a Renata, ché ha saputo rimanergli vicina nei momenti peggiori e che da dieci anni sopporta le sue assenze e i ritorni. Nonostante Giacomo non abbia ancora un lavoro stabile, e Renata ha appena finito l’università, è allora che i due decidono di sposarsi. Una scelta sofferto oltraggiata dagli Orengo, che non vedono dietro il giovane ebreo, qualcuno in grado di rendere felice loro figlia. Un matrimonio con pochi invitati, poche ore di festeggiamenti e i Debenedetti partono in viaggio di nozze per Vienna, l’Austria e l’Ungheria.

La prima casa dalle finestre sempre accese è in corso San Maurizio, da cui si può mirare la Basilica di Superga.

Nel nuovo appartamento Giacomo studia, legge e scrive, mentre Renata tenta di diventare una perfetta padrona di casa. Sono assidui frequentatori del Teatro Regio e non perdono un concerto di Wagner. A casa loro, invece, sono sempre in tanti, perché molti sono quelli che vanno a trovarli per discutere dei temi culturali del momento. E in quell’appartamento in corso San Maurizio si organizzano piccoli ricevimenti e si invitano gli amici: Mario Soldati, Casorati, Venturi e molti altri nomi di personalità divenute illustri.

Il matrimonio, però, è come se avesse spento l’ispirazione di Giacomo, tanto che il critico riversa il suo interesse sul cinema e sulla sceneggiatura, in particolare sulle grandi produzioni di Hollywood. Collabora con la Cines, la Lux Film e ha contatti perfino con Zavattini e De Sica scrivendo per loro sceneggiature di gran successo. Verso il cinema è spinto anche a causa della nascita di Elisa, la prima figlia nata nel 1933, che richiede nuove entrate più cospicue e porta Giacomo a cercare nuovi guadagni.

Negli anni del cinema, i Debenedetti decidono di lasciare Torino e andare a Roma, la città del futuro e delle nuove possibilità.

In via Sant’Anselmo – la strada che i Debenedetti hanno abitato per dodici anni – sorge la nuova residenza, in uno dei quartieri più verdi della città, l’Aventino. E, sempre in quegli anni, nascono per loro le amicizie più importanti e in vista del tempo, poiché Roma, si sa, già allora era la culla dell’arte e della cultura. Sarà proprio nella casa sull’Aventino che inviteranno Alberto Moravia ed Elsa Morante, Bobi Bazlen, Alberto Savinio, Aldo Palazzeschi, Maria Bellonci e molti altri.

MoranteMoravia è la coppia più vicina ai coniugi. Elsa è totalmente accecata dalla bravura di Debenedetti, dietro cui riconosce uno dei migliori critici del tempo, ma diviene molto amica di Renata – che supporta a ogni nuova crisi sentimentale. Alberto, invece, è colui che per tutta la vita incoraggia il critico, lo sprona a far meglio e gli sottopone i suoi testi.

Poi, nel 1938 comincia l’incubo.
Dal giorno in cui vengono promulgate le leggi razziali, la loro vita cambia per sempre e Giacomo non si fida più del mondo.

La loro vita comincia a esser vissuta con ansia e preoccupazione. I coniugi temono per la loro vita, e per quella dei loro figli, devono star attenti a qualsiasi passo. Giacomo non può più lavorare per le leggi razziali e vive con vergogna l’impossibilità di non poter mantenere più la famiglia, ma fino all’ultimo non rinnega la propria discendenza ebrea. Saranno anni molto difficili per gli inquilini della casa dalle finestre sempre accese: entrambi si dedicheranno alla traduzione, Giacomo del suo amato e studiato Proust – che ha già tradotto Natalia Ginzburg -, mentre Renata di George Elliot – la giovane scrittrice londinese nascosta sotto un falso nome maschile.

Insieme alla crisi economica giunge anche quella sentimentale. Nel 1942, Giacomo si infatua di un’attrice, e Renata – che lo scopre – non riesce a perdonarlo subito.

I due si separano, Renata, a malincuore abbandona Giacomo, va via con i ragazzi. Ma in quelle lunghe settimane a Levanto lei non può rassegnarsi alla fine del loro amore. Anche lui non può, e continua a pensare a lei, nonostante sia sempre immerso nello studio disperato. È convinto che tra loro non sia finita. Dopo un lungo silenzio, infatti, tutto si ricompone, nonostante Renata continui a soffrire il tradimento.

Dopo quella prima rottura ci saranno molte altre crisi, poiché Giacomo, periodicamente risulta “squassato da nuove passioni di cui è il primo a soffrire”. E ogni volta, Renata sarà disposta a perdonarlo, incredula e sofferente davanti alle sue pulsioni non sarà mai in grado di rifiutare un suo ritorno.

La guerra è stato uno dei momenti più dolorosi dell’esistenza dei Debenedetti.

A cavallo tra il 1943 e il 1944, Insieme ai Pavolini, i Debenedetti si rifugiano a Villa Baldelli, a pochi chilometri da Cortona. Restano là fino alla fine della guerra, ma una volta finita la tragedia, il desiderio di sicurezza e di appartenenza a un gruppo di Giacomo si è acuito. Dopo essersi iscritto al Pci, che gli pare la strada giusta de seguire, Giacomo fa chiarezza sulle proprie posizioni e rimette ancora una volta in discussione il valore del critico letterario.

Il critico, almeno il critico che vorrei essere, interroga le voci, le affermazioni, le negazioni degli artisti, le loro riuscite e i loro errori, appunto, per chiarire a se stesso agli altri il senso e il fine della vita.

In quel periodo si moltiplicano i salotti letterari, dove spesso “a tenere le fila sono le padrone di casa”.

Renata è più assidua di Giacomo, ama frequentarli e conosce tutti; lui, invece, è sempre concentrato nel suo studio e quei luoghi non gli piacciono più. Esordisce inoltre, il celebre Premio Viareggio indetto da Repaci, dove in giuria ci sarà proprio Giacomo. Ma tra tutti i premi e i cenacoli letterari quelli che splendono maggiormente sono di Alba de Céspedes e Maria Bellonci. Quello dei coniugi Bellonci, in particolare, animato dagli “Amici della Domenica”, da un festoso momento di ritrovo diventerà l’ambito Premio Strega.

Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta
Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta

Le riunioni della domenica pomeriggio si trasformano in un vero e proprio Premio nel giugno del 1947: in quella prima occasione sono presenti le firme più prestigiose del Novecento italiano: Bontempelli, Piovene, Paola Masino, Savinio e molti altri, da Moravia a Ungaretti, da Morante a Gadda e Flaiano. E naturalmente, Giacomo e Renata sono “gli Amici della Domenica che si conoscono da anni e si chiamano tutti per nome”.

È anche così che Giacomo Debenedetti ha modo di farsi conoscere dagli intellettuali e di continuare a far circolare il proprio nome.

Il suo nome circola insieme a quelli più importanti della letteratura di quel momento, da Savinio a Caproni e l’amico sempre fedele Umberto Saba. Sono anni lunghi e travagliati, che vedranno Giacomo prima a Messina, dove gli sarà affidata la cattedra universitaria di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, poi a Roma, alla Sapienza.

Più che un professore, per molti allievi, Debenedetti è un maestro “che sa suscitare un rispetto istintivo”. Debenedetti conduce gli studenti al cinema, al teatro, e ovunque possa aiutare i suoi discepoli ad avvicinarsi all’arte. Ma dopo solo cinque anni, la cattedra viene soppressa e non servirà a niente la lettera scritta dagli studenti al Senato Accademico, per convincer loro a istituire nuovamente la cattedra dell’illustre critico del Novecento.

Nei primi anni Cinquanta, Alberto Mondadori invita Debenedetti a collaborare con la sua nuova casa editrice: Il saggiatore.

Una casa editrice di cultura, come voleva essere il Saggiatore, non può più sottrarsi all’aiuto di Giacomo e lo coinvolge. Giacomo è agli occhi di tutti brillante, e conosce meglio degli altri il mondo dell’arte e della letteratura. Mentre nel frattempo, con la Mondadori pubblica finalmente il secondo volume dei Saggi critici. Con il suo prezioso contributo, il Saggiatore edita Sartre, Lévi-Strauss, Klee, Fitzgerald, de Beauvoir e Lancan. Tuttavia, Renata che lo conosce bene, lo vede soffrire perché Mondadori non è più lo stesso di una volta, e durante l’estate viene colpito da una dolorosa nevralgia.

Quando per Giacomo sopraggiunge la morte, è pallido e disfatto. Renata passa le ore al suo capezzale e rintraccia i medici più preparati per curarlo.

Purtroppo non c’è nulla da fare, e Giacomo muore il 20 gennaio del 1967, dopo che Renata gli ha appena portato un piatto di pasta. Renata piange la sua scomparsa, e alle dieci di sera, capitolano alla sua porta gli amici della vita – a dar riprova che la scomparsa di Giacomo fu amara proprio per tutti.

Il primo ad arrivare è Carlo Levi che vuole far compagnia a Renata per la prima notte da sola. Poi arriva Soldati da Torino, che ha preso il primo treno non appena ha saputo la notizia e anche teme a lasciare Renata nella propria solitudine.

È per tutti una grossa perdita la morte di Giacomo, la scomparsa di un uomo che si è sempre impiegato in prima persona per la cultura. Un uomo che ha provato in tutti i modi a mediare le parole di quelli che hanno saputo scrivere e raccontare – e a cui lui, spesso, avrebbe voluto sostituirsi. Tuttavia anche Giacomo ha trovato il suo modo di esprimersi. Avrebbe voluto tanto diventare un narratore, e in qualche modo si può dire che lo sia diventato anche lui, attraverso le storie degli altri, snocciolandole e esponendo la loro bellezza sotto gli occhi di tutti.

Della sua persona rimane un ricordo indelebile, un fondo storico, tre volumi di critica letteraria, uno studio su Proust – e molti altri pubblicati postumi -, alcuni tentativi di romanzi e diverse tra le sceneggiature migliori di quegli anni. Unitamente al ricordo che si ha del critico, non si potrà dimenticare – qui e in nessun’altra sede – la moglie che ha saputo accompagnarlo e spronarlo, ma soprattutto amarlo sopra ogni altra cosa. Difenderlo a qualunque costo, valorizzarlo tutte le volte che le è stato possibile.

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