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Il romanzo di Hardwick, portato in italiana Black Edizioni, nella versione digitale in mezzo a tulipani e stelle

Notti insonni, E. Hardwick

Notti insonni è un romanzo del 1979 della scrittrice americana Elizabeth Hardwick, edito da poco in Italia da Blackie Edizioni. L’autrice (1916 – 2007) è stata una delle critiche letterarie statunitensi più celebri del secolo scorso; inoltre, nel 1963, ha fondato, insieme alla cerchia di intellettuali a cui apparteneva insieme al marito, il poeta Robert Lowell, la New York Review of Books.

La prefazione al testo è firmato dalla grande Joan Didion, contemporanea di Hardwick e, per molti versi, molto vicina alla sua esperienza di vita e di scrittura, mentre la traduzione e la postfazione al testo sono a cura di Claudia Durastanti. Quest’ultima ha compiuto un’opera di non indifferente difficoltà nel tradurre un romanzo come quello di Hardwick, la cui lingua è tutto fuorché facilmente malleabile in altre vesti sintattiche. Molti sono gli aspetti che compongono questo romanzo e che lo rendono originalissimo e misterioso; l’inglese di Hardwick, calibrato secondo la sua mente acuta e storia personale, è appunto uno di questi.

Elizabeth Hardwick sorridente seduta in poltrona
Elizabeth Hardwick

Marea linguistica di notti in bianco

Il romanzo di Hardwick è uno di quei testi che si diramano oltre i confini imposti dalle regole della letteratura e che devono necessariamente essere inclusi sotto vari generi. Troviamo sprazzi di autobiografia (talvolta in uno stile quasi diaristico), invenzione, scrittura epistolare, profili biografici di persone reali o fittizie. Autofiction, in quanto crocevia tra memoir e fiction, è forse il termine che accoglie meglio le dieci parti che compongono il testo di Hardwick, un mix nebbioso (uso questo termine senza giudizio, bensì per ricordarvi la sensazione della lettura, quella di bere un Martini freddo e agognato in una calda sera d’estate) di effluvi personali, ricordi del suo passato giovanile nel Sud ed episodi di fiction incorniciati da aggettivi performativi e scenici.

Biglietti, migrazioni, preoccupazioni, proprietà, debiti, cambi di nome, e nomi che cambiano ancora: queste cose succedevano perché si erano letti tanti libri. E così dal Kentucky a New York, poi a Boston, fino al Maine, l’Europa, trasportati su un fiume di paragrafi e capitoli, di versi sciolti, di libricini tradotti dal polacco, di libroni tradotti dal russo, tutti divorati in una sedentaria mancanza di sonno. Può bastare, non importa che sia la verità.

p. 24.

L’aggettivo è infatti la forma sintattica principe nella scrittura Hardwick.

Ne utilizza moltissimi, il che conferisce alle sue frasi un’inclinazione descrittiva notevole, ma senza mai scadere in tendenze barocche. Il sapore della sua scrittura ha un che della prosa puntuale e ricercata di Joan Didion in L’anno del pensiero magico, di Nightwood (La foresta della notte) di Djuna Barnes, favolosa modernista dalla scrittura estrosa e dai tratti esoterici. Ma, per altri aspetti, come specifica anche Durastanti nella bella postfazione al testo, ritroviamo anche molto della prosa di Sylvia Plath, con il suo stile affusolato e la sua Esther Greenwood, protagonista (e alter ego di Sylvia) del suo romanzo, La campana di vetro.

Luogo, sogno… luogo sognato

Come Esther, Plath, Didion e molte altre giovani donne lavoratrici in fuga dalla piccola città natale tra gli anni Quaranta e Sessanta, anche Hardwick ha vissuto New York City alloggiando in un hotel per sole donne. Questo tipo di abitazione garantiva a ragazze single e in cerca di esperienza di vivere la città in sicurezza (almeno apparentemente) e senza doversi sentire troppo responsabili di una casa in affitto.

In Notti insonni, Hardwick racconta degli anni da single (da ragazza e dopo il divorzio dal marito) trascorsi a New York, città profondamente amata e criticata per le sue contraddizioni, incisa dentro la sua poetica: «Questa è New York, con le sue tombe vicino alle sue banche» (p. 76). Ma non è solo la Grande Mela a fare da sfondo alla narrazione dell’autrice, che ha viaggiato e vissuto in molti posti nella sua vita, in Nord America e in Europa.

Il Kentucky, dove Hardwick è nata, nella cittadina di Lexington, si fa spesso spazio tra le parole dell’autrice, che conserva un attaccamento forte al Sud nonostante lo stile di vita cosmopolita.

Boston: un’intermissione. Succedono molte cose tra i vari atti. Tutto mi è arrivato, e tutto mi è stato tolto, perché mi sono sempre spostata da un posto all’altro. In ogni caso, è stato un periodo notevole quello nella bellissima città, la città piena di nomi.

p. 135.

Troviamo poi riferimenti geografici ad altre città del Midwest, tra cui Boston, o città europee piene di diversità rispetto agli Stati Uniti dell’epoca, come Amsterdam, Ghent, Antwerp, Verona.

Amsterdam, una città di lettori. Tutta la notte senti voltare le pagine, pagine in francese, italiano, inglese e nel detestato tedesco. Quelle teste chiare si ricordavano di Ovidio, Yeats, Baudelaire e ricordavano la sofferenza, il nascondersi, il morire di freddo. Il peso dei libri e delle guerre.

p. 119.

Come si può notare dalle citazioni qui sopra, la maniera personalissima di Hardwick di descrivere i luoghi in cui ha vissuto e i suoi abitanti li rende connotati secondo la sua visione di autrice, nonché di personaggio del suo stesso testo. In una delle lettere che intervallano la narrazione indirizzate alla cara amica Mary McCarthy, collega di Hardwick prima alla Partisan Review e poi alla New York Review of Books, «Quando viaggi, la scoperta che fai è che non esisti» (p. 21). Per tutto il testo, Hardwick esprime con invisibile introspezione la sua presenza nella vicenda e negli attimi di vita che racconta. Sia Didion che Durastanti descrivono la scrittura di Hardwick come magica e misteriosamente mobile, una prosa antica e sottile, una narrazione avvolta da un alone di misticismo.

«La grande distruzione bisogna meritarsela» (p. 54)

Leggendo Notti insonni, non si può non soffermarsi sul ritratto splendido che Hardwick fa di Billie Holiday, che incontra mentre esplora la scena jazz newyorkese insieme all’amico gay di Lexington con cui ha abitato in gioventù. La Lady Day che Hardwick incontra è paragonabile all’ultima evoluzione che la voce assurdamente indimenticabile della cantante ha avuto con il passare degli anni. L’aspetto di questa Billie è ormai come la sua voce, eccessivamente lucida, roca, sporcata da alcool e droghe, seppur assurdamente magnifica.

É come la disperazione remissiva, e per questo più lacerante, che si prova quando si ascolta Holiday cantare Strange Fruit, che racconta dei linciaggi dei neri nel Sud segregazionista. «No, era sberluccicante, cupa, e solitaria, anche se non era mai da sola, mai. Statuaria, sinistra, determinata» (p. 51), scrive Hardwick. La moderna regina del blues canta e Hardwick ne studia ogni mossa; con in testa l’immancabile «gardenia lasciva», unico elemento di luce di un animo annerito da un passato difficile e da un successo che lo è stato ancor di più.

Copertina dell’album Lady in Satin, Jazz Images, 2016
(in foto: Billie at Salle Pleyel, Paris, 1954)

Così come il resto del racconto, il ritratto di Billie Holiday, nel suo decadimento evidente e condotto con grazia, simula la costruzione della vita di notti insonni di Hardwick;

momenti di passato e futuro che si allungano e dilatano nel tempo e nello spazio di una vita.

Quanto erano piacevoli le stanze, quanto erano rassicuranti i tormenti dei newyorkesi, le loro insonnie piene di parole, le loro esegesi accurate di paure sorprendenti.

p. 65.

Notti insonni è un romanzo complesso e intrigante, che risveglia i sensi in quanto lettura a tratti oscura, a tratti di una limpidezza unica grazie alla prosa ariosa di Hardwick. La narrazione procede frammentata ed episodica, facendosi largo in una concezione di scrittura femminile originale e di forte impatto artistico.

Questa sua riedizione (e prima edizione in italiano) riporta in vita un’autrice basilare per la comprensione della prosa americana novecentesca, nonché della discussione sul genere e sull’identità autoriale espressa attraverso la narrazione.


Qui sotto vi lascio anche il link alla playlist creata da Blackie Edizioni ad hoc; vi accompagnerà nella lettura di questo romanzo singolare e bellissimo di Elizabeth Hardwick, anche se lo vorrete leggere in qualche notte insonne, quando la marea è alta e la luna perfettamente piena.

Il libro-testamento Moglie di Verlaine, scritto da Mathilde Mauté è raffigurato su un piano di legno circondato da uccelli del paradiso o strelitzie amazzoniche

Moglie di Verlaine, M. Mauté

Il 23 giugno 1907, dopo ripensamenti, incertezze e perplessità, Mathilde Mauté, l’ormai ex moglie del poeta Paul Verlaine, decise di raccontare ai lettori come andarono veramente le cose tra lei e suo marito. Spesso criticata per i suoi modi autoritari, in seguito alla pubblicazione delle biografie di Verlaine, Mathilde Mauté decise di far chiarezza sulle questioni oltremodo dibattute.

Mi si dipinge come una ragazzetta (quasi una bambina) viziata dai genitori e diventata per il povero poeta crudele e senza pietà. Insomma, lui era la vittima, e io, il boia.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

In particolare, Mathilde Mauté intendeva denunciare il fatto che Edmond Lepellettier, primo autorevole biografo di Verlaine (Paul Verlaine, sa vie, son oeuvre) si fosse accanito ingiustamente nei confronti della sua famiglia. Ma d’ingiusto, stando almeno alla versione raccontata da Mauté, c’è stato solo il trattamento ricevuto dalla fedele moglie dal proprio marito.

Il racconto-testamento della Mauté origina proprio nel 1868, quando Mathilde e Paul si incontrano da Madame de Callias.

Quel primo sfuggevole incontro, passato del tutto inosservato a Verlaine, altro non fu che dettato dalla casualità. Madre e figlia, infatti, si recarono presso Madame de Callias a Parigi poiché invitati dal fratello Charles – che solo di recente aveva fatto la conoscenza di Nina de Callias, e di sua madre, Madame Gaillard. Nelle stanze dei loro cerimoniosi palazzi, l’appena quattordicenne Mathilde si stupiva non poco di potervi accedere; là, queste donne ricevevano artisti, letterati, poeti, e musicisti di talento. Pochissime donne e molti uomini «tutti di spirito, di talento o di genio»; tra cui, al momento di andar via, fece capolino Verlaine.

Nel momento in cui noi si andava via, entrò Verlaine. Sembrò non vedermi; a me sembrò brutto, mal vestito e con l’aria misera. Fu questo la prima impressione che, disgraziatamente, non doveva durare.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

La prima impressione non fu certo positiva, dunque; né poté considerarsi tale quella avuta dai genitori di Mathilde, che subito, conosciute le intenzioni della figlia tentarono in un primo momento di farla desistere. Probabilmente, quella stessa bruttezza di Verlaine doveva aver acceso qualcosa nel cuore della minorenne Mauté: probabilmente, primo fra tutti, un senso di pietà.

Ma è al secondo incontro tra i due che scocca l’amore (anche se, persino quella volta Verlaine non sarà conscio di alcun sentimento verso di lei) quando un’opera scritta appositamente da Lepellettier, venne eseguita insieme al poeta Verlaine, per omaggiare la padrona di casa. Verlaine è figlio di un comandante militare, e di una madre sempre intenta a servirlo per primo e assecondare ogni suo capriccio. Un ragazzo dall’aspetto poco gradevole, calvizie precoci e dieci anni in più di Mathilde.

La destinataria della pièce era la scultrice Madame Léon Bertaux, proprietaria di uno studiato a Montmartre, dove spesso invitava illustri personaggi per ammirare le proprie opere.

Un giorno che Charles aveva passato la notte da Madame de Callias, non avendolo visto a colazione, salii da lui e mi trovai faccia a faccia con Verlaine. È certo che lui mi vedeva per la prima volta, io invece avevo avuto da Madame Bertaux tutto il tempo di esaminarlo accuratamente e quindi ero già abituata al suo viso e, diciamolo pure, alla sua bruttezza. Fu dunque sorridendo che gli augurai gentilmente buongiorno, e con estrema naturalezza, iniziai a conversare con lui, non pensando che ad accoglierlo amabilmente come facevo con tutti gli amici di Charles.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

Quel primo incontro tra Mathilde e Paul è narrato anche nelle Confessioni di Verlaine, pubblicate sul calare della vecchiaia.

– Oh, mi piacciono molto i poeti, signore -. Queste furono le prime parole di quella bocca da cui avrei dovuto sentire tanti sì, poi tanti no, senza pregiudizio di tante altre buone cose ancora, e poi cattive.

confessioni, p. verlaine, adelphi, milano 1977

Dall’estratto che ho riportato poco sopra, viene facile dedurre le ragioni per cui Mathilde sarà dipinta arida e priva di gentilezza da tutti i biografi di Verlaine – anche loro saranno rimasti sedotti dal fascino del poeta maledetto. Ma se è vero che Verlaine ricorresse a frequenti escamotage letterari che contribuivano a tracciare di sé il ritratto di un ribelle, è vero anche che la giovanissima Mathilde Mauté soffrì molto per l’estro e l’ingestibilità di Verlaine. Totalmente sedotta e sottomessa alla figura di Verlaine, Mathilde non sarà mai abbastanza forte da negare il ritorno al marito.

Verlaine è stato un personaggio enigmatico, e la sua fama certo proviene in gran parte dall’incontro di un altro personaggio enigmatico, un giovinetto accolto dalla bohémien parigina come l’enfant prodige: Arthur Rimbaud.

Ma per riallacciarci alla narrazione –chiariti alcuni passaggi fondamentali per la comprensione di Mauté – pochi giorni dopo quell’incontro, Verlaine spedì una lettera a Mathilde Mauté. In quelle righe, Verlaine chiedeva a Charles di avanzare a sua sorella una proposta di matrimonio. Charles ne fu sorpreso, ma in fondo felice: voleva bene al suo amico e aveva grande fiducia nelle sue capacità letterarie.

Fu proprio quello il momento in cui Verlaine cominciò a scrivere La Bonne Chanson.

Ispirato da un sentimento inedito, Verlaine si mise in attesa della sua novizia. Monsieur Mauté, infatti, un arricchito della società parigina, rifiutò la proposta avventata. Egli era giustamente convinto che fosse prematuro parlare di un impegno del genere, e che il poeta avrebbe dovuto attendere almeno due anni prima che gli venisse concessa la mano di Mathilde.

La volontà di Mauté padre fu dunque rispettata, e il matrimonio non avvenne prima di quattordici mesi di fidanzamento. Durante quei mesi, «Verlaine fu dolce, tenero, affettuoso e gaio». Di facile inclinazione all’alcol, tutti coloro che conoscevano Verlaine avrebbero potuto dimostrare che fosse cambiato. Forse il desiderio di soddisfare le proprie intenzioni, e una certa qual dose di perseveranza, lo condussero in sposa a Mathilde qualche mese prima del previsto.

Fu allora che Verlaine si trasformò da buono in «essere cattivo, odioso, brutale, sempre ubriaco, bugiardo, fiacco, ipocrita». Ma che cosa, in fondo, lo tramutò nella parte peggiore di sé, se non quell’incontro con Rimbaud?

Quell’infante indiavolato, quel bambino prodigo che gli aveva mandato via posta i primi versi, Rimbaud, fu forse la causa maggiore del secondo Verlaine.

Ho avuto cura di raccontare i rapporti intercorsi tra i due maggiori poeti maledetti, Verlaine e Rimbaud, in un articolo precedente (a proposito dell’affaire Bruxelles, indagato magistralmente da Marcenaro). È una storia d’amore o odio, ma di qualsiasi sentimento prevalga non ne potrà mai essere negata l’intensità. Un amore narrato da molti, stravolto dai più; modificato sotto le penne di biografi fantasiosi, a partire da quella di Lepellettier – di cui non va dimenticato fosse il figlio di un’amica della suocera di Mauté.

Una storia d’amore parallela a quella relazione che Mauté si impegnava a tenere in piedi, praticamente con le sole proprie forze. Poiché il legame matrimoniale, appena due mesi dopo l’unione, vede venir meno diversi obblighi da parte di Verlaine. In particolare, quando la coppia sarà raggiunta da Rimbaud nella capitale, per Mathilde comincerà una estenuante lotta impossibile.

Da Roche, Rimbaud, giunse a Montmartre senza un soldo, e fin da subito portò scompiglio nella vita borghese del poeta. Se si esclude quella prima cena dove Arthur apparse ai presenti taciturno e timido, chiunque lo abbia incontrato lo ricorderà come un giovane indemoniato. Un bambino prodigio, sì, specialmente per l’intensità e la robustezza dei suoi versi; ma indemoniato, poiché aggressivo, spesso irascibile, dedito all’assenzio e ai liquori. Ovunque andasse portava prima stupore e infine scompiglio; coi suoi lunghi capelli scompigliati, dimora di pidocchi che si divertiva a far «saltare addosso ai preti», la devozione di Verlaine nei suoi confronti divenne totale.

Verlaine, dunque, abbandonato il lavoro al Municipio, si diede a un lungo peregrinare per il mondo con il giovane amico.

Più e più volte Verlaine abbandonò la moglie senza nemmeno darle il preavviso di una presunta partenza; celebre fu quella in cui, dopo aver supplicato la moglie di raccoglierlo a casa, uscì per comprare delle medicine per Mathilde e non fece ritorno. Tuttavia, per tutto il corso della relazione con Rimbaud, Verlaine non negherà mai di amarla ancora. Ma assurdo fu anche l’episodio in cui, ricattata Mauté di togliersi la vita se non fosse stato raggiunto in tre giorni a Bruxelles, V. abbandonò la moglie e la madre sul treno e scappò a Londra con Rimbaud.

In tutti i profili che vengono tracciati su Verlaine, neanche in uno presenzia l’assenza di una scontrosità smisurata, tesa sempre all’aggressività. In preda ai propri fantasmi, sempre intento a sperimentare quanto più la vita potesse offrirgli, Verlaine fu facilmente condannato a due anni di carcere all’epilogo di questa storia. La violenza era parte di lui, un sentimento in grado di risvegliare qualcosa dentro di sé: poiché tanta era quella adoperata anche nei colloqui, e nei giochi coi coltelli svolti con Rimbaud.

Moglie di Verlaine, si prostra molto oltre l’essere semplicemente il tentativo di una moglie di aver vendetta.

Dietro questo libello appena oltre le cento pagine, Mauté ci consegna una testimonianza fondamentale per la lettura del personaggio di Paul Verlaine. È una Mauté narratrice, che non può dirsi imparziale fino in fondo. Che l’intento fosse quello di riscattarsi, di raccontare la sua versione, è chiaro sin dall’introduzione del libro; ma risulta fondamentale che alla fine, Moglie di Verlaine costituisce la realizzazione di un elogio e al contempo una testimonianza diretta di quegli incontri e litigi; di quelle lotte e atroci sofferenze che Mathilde Mauté patì.

Ella, infatti, non fu niente di più né di meno che una moglie devota di fine Ottocento: una minorenne che non conosce niente della vita. Nel frattempo, un’amante, che davanti alla porta di casa fu sempre disposta a perdonare al marito l’ennesimo errore. Forse come prova del suo cieco amore, anni dopo la scomparsa di Verlaine, Mathilde Mauté non ebbe il timore di tornare sui propri drammi. Una donna che ha il coraggio di far luce sulla vita di un poeta – e sul proprio sofferto amore; che per la prima volta riuscì a chiarire molti dei tanti dubbi che tutt’oggi alimentano e offuscano la figura di Rimbaud.

La vincitrice del Premio Neri pozza, Francesca Diotallevi, con il suo romanzo Dentro soffia il vento ritratto vicino a limoni, decotti, fiori secchi e tisane

Dentro soffia il vento, F. Diotallevi

Dentro soffia il vento è un romanzo di Francesca Diotallevi edito Neri Pozza e vincitore della Sezione Giovani del Premio Neri Pozza – Fondazione Pini – Circolo dei Lettori del 2016.
L’autrice, classe 1985, è laureata in Beni culturali. Tra le sue opere oltre a Dentro soffia il vento ricordiamo Le stanze buie (Mursia, 2013), Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015) e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018).

Ho avuto tra le mani Dentro soffia il vento qualche mese fa, un regalo di compleanno in anticipo da parte di un caro amico. Spinta dalla curiosità per la trama e per la personalità di questa giovane autrice ho cominciato la lettura del romanzo e senza rendermene conto mi sono ritrovata catapultata a Saint Rhémy, tra le vicende narrate. Un libro che mi ha conquistata sin dalle primissime pagine per la delicatezza con cui l’autrice esprime tematiche forti e complesse come l’amore, il dolore, la fede, il risentimento e il pregiudizio.
Un elemento cardine che ha contribuito ad alimentare il mio interesse per questo romanzo è stata la scrittura brillante di Diotallevi. L’autrice racconta aspetti semplici senza renderli banali e realtà complesse senza sminuirle; tratta le vicende nella loro interezza senza tralasciare aspetti crudi e negativi regalandoci la narrazione di un’umanità reale e viva.

Non lasciare che qualcuno ti dica in cosa credere, ragiona con la tua testa, segui l’istinto. Nessuno dovrà importi chi amare. L’amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L’amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te.

Primo piano di Francesca Diotallevi, autrice di Dentro soffia il vento

Una storia e tre punti di vista

Dentro soffia il vento è raccontato secondo tre punti di vista, quello dei tre personaggi principali abitanti di Saint Rhémy, un paesino tra le montagne della Valle d’Aosta.

Il primo è Don Agape, il nuovo parroco arrivato da Roma che ha difficoltà a conquistare la fiducia della comunità perché egli stesso è pieno di dubbi e timori circa la sua missione spirituale. Un uomo che ha preso i voti senza convinzione, incapace di opporsi al volere della famiglia e che forse per la prima volta, con questo trasferimento a Saint Rhémy, ha assecondato il suo desiderio di mettersi alla prova e di (ri)trovare la propria fede.

Il secondo personaggio è Yann, un ragazzo a cui la vita ha tolto molto e che si ritrova a convivere con un dolore fortissimo legato alla perdita di suo fratello Raphael, caduto in guerra. Yann vive divorato dai sensi di colpa perché avrebbe dovuto arruolarsi, ma era stato considerato inabile a causa di un incidente avvenuto molti anni prima. Un personaggio tormentato, schivo ma affascinante.

Fiamma, una ragazza indipendente, sola, che vive nel bosco e che viene additata dai suoi compaesani come una strega per la sua capacità di preparare decotti con proprietà curative. Il suo unico contatto con la realtà era costituito proprio da Raphael, il solo a esserle amico, un personaggio che si avverte come una presenza costante nella storia sebbene non intervenga mai.

I personaggi di Dentro soffia il vento


Le tre voci narranti raccontano la loro storia personale e lo fanno attraverso i loro ricordi e le loro sensazioni, con questa soluzione viene costruita una trama che trascina i lettori nel corso degli eventi.

Yann prova un odio profondo per Fiamma, anche se non sfugge al lettore quanto questo sia solo un risvolto dell’amore e di un legame che viene represso e tenuto a distanza dal giovane stesso. Yann, infatti, deve rifugiarsi in questo sentimento perché Fiamma agli occhi degli abitanti del paese è una strega e non sembra esser possibile poter provare nulla di diverso dall’odio nei suoi confronti.
Sarà poi Don Agape che cercherà di ricondurre la giovane “in seno al gregge” andando contro ogni pregiudizio e diceria del popolo.

Pagina dopo pagina le storie si incrociano e l’ombra di mistero iniziale si dissolve lasciando spazio a segreti e sentimenti taciuti. Grande risonanza è data anche alla superstizione e al pregiudizio – ma che sono solo sentimenti di facciata, perché molti abitanti del paese, di nascosto, fanno ricorso ai rimedi e ai decotti di Fiamma. A Saint Rhémy l’ignoranza è un male difficile da estirpare e la barriera di pettegolezzi e pregiudizio diventa sempre più alta intorno a Fiamma.

Mia madre lo diceva sempre: non basta il cuore a sconfiggere l’ignoranza e la superstizione.

Lo stile di Dentro soffia il vento

In Dentro soffia il vento l’abilità di Diotallevi viene evidenziata da più aspetti. Le parole scelte dall’autrice sono misurate ed evocative; la sua prosa è agile, la lettura cattura. Dalle parole di Yann, di Fiamma e di Agape si viene rapiti e ci si ritrova tra quei boschi, in quel paesino, preda di quei turbamenti. Diotallevi ha il pregio di rendere i personaggi vivi, grazie anche a una spiccata attenzione ai dettagli che si traduce nelle descrizioni particolareggiate delle emozioni e dei sentimenti umani. Risulta impossibile non restare coinvolti dalle vicende e non entrare in empatia con i personaggi e con il loro vissuto.

L’amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L’amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te.

Ambientazione del romanzo

Le ambientazioni del romanzo sono calate in un’atmosfera suggestiva: questo esercita molto fascino sul lettore. La storia si svolge, infatti, in un paesino della Valle d’Aosta, a Saint Rhémy, dove una ristretta comunità di abitanti estremamente religiosa svolge tranquillamente la propria vita. Una comunità blindata nella propria diffidenza rispetto al mondo circostante e dedita alla fede, alle prediche e ai sermoni ottusi e corrotti.

Con te è diverso, tu sei il vento che mi soffia dentro, sei colui che muove i miei passi. Se sparissi in questo momento, sparirei con te.

Primo piano di Francesca Diotallevi autrice di Dentro soffia il vento

La scrittura e i temi di Dentro soffia il vento

Dentro soffia il vento è un romanzo che conquista il lettore con la sua delicatezza, per la sua narrazione di dolore e amore resi in maniera immediata.

Queste tematiche si intrecciano trascinando il lettore in un vortice di emozioni che si fanno più forti a mano a mano che si procede con la lettura. Un libro intenso, profondo, una storia che lascia moltissimo ai lettori dopo averli condotti in un percorso al limite del magico.
Il romanzo a tratti crudo e violento, infatti, è anche intriso di magia e poesia. Al punto che un peso determinante nella costruzione delle vicende è dato dalla superstizione tipica dei piccoli paesi, che prevale su tutto e tutti e incide su sentimenti puri come l’amore.

Dentro soffia il vento è un libro che è entrato in punta di piedi arrivando a insinuarsi a poco a poco nell’animo. Diotallevi mi ha fatto affezionare ai personaggi, partecipare alle loro vite, provare quelle sensazioni e a tratti soffrire con loro. Ha descritto un amore puro osteggiato dal risentimento e dal pregiudizio, ma in grado di accogliere e superare enormi difficoltà.
Amore e odio si rincorrono per tutto il romanzo, alternandosi e mescolandosi.
Una scrittura che è come una magia, scorre veloce sulle pagine e ti guida in questi rapporti intricati che regalano brividi e che ci ricordano l’importanza di lottare per i nostri sentimenti avendo il coraggio di ascoltare noi stessi.

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