Tag: saggi

#SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI

Da tutte le parti, su ogni social, e in ogni canale di posta mi chiedete sempre consigli:

su cosa leggere, su come farlo, su quando farlo. 

Talvolta mi raccontante che il vostro fidanzato vi ha lasciato, altre che i vostri genitori si sono separati, altre ancora che non sapete come instaurare un buon rapporto con i vostri figli, che non riuscite a capire che cosa fare nella vita. 

Mi raccontate di rapporti complicati con il mondo circostante, della vostra incapacità di relazionarvi con il mondo, o peggio ancora: con voi stessi.

Non sono uno psicologo, non capisco i miei, di problemi, figuriamoci quelli degli altri: ma ho letto tanti libri – e tanti ancora ne leggerò – e, a volte, mi sono stati utili per comprendere qualcosa, per andare avanti quando mi sembrava di non poterlo fare.

I libri mi hanno sempre aiutato e spesso cambiato.

Ogni domenica, sul mio account Instagram @aldostefanomarino, tramite le stories, rispondo alle vostre domande:

TU DIMMI COME TI SENTI E IO TI CONSIGLIO UN LIBRO, 

perché, d’altronde, #SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI – senza l’accento sulla O – è cominciato due settimane fa, tanti di voi hanno già seguito i miei consigli: mi appello a voi, se doveste ascoltarmi condividete la vostra lettura nelle vostre storie, o in un post taggando me e usando gli hashtag #SEICIOCHELEGGI e #ALDOSTEFANOCONSIGLIA: è molto importante per me, per continuare a leggere tanto e per non smettere di consigliarvi sempre titoli nuovi.

Perché ci ostiniamo, F. Sjoberg

Frederik Sjoberg è uno scrittore ed ematologo: vive sull’isola di Runmaro, vicino alla città di Stoccolma, e lì, dove si è trasferito a partire dal 1986, pare che abbia trovato il suo paradiso naturale.
Da sempre scrive, soprattutto saggi, racconti che hanno sempre qualcosa da insegnare. Studia da vicino le mosche: insetti dei quali l’autore è tremendamente affascinato, forse per le loro dimensioni o per la capacità di sapersi adattare ovunque si trovino.

Perché ci ostiniamo è il primo libro che leggo di quest’autore dal nome impronunciabile: prima di questo, Sjoberg ha avuto un successo planetario con L’arte di collezionare mosche, portato in Italia, anche quello, dalla raffinata casa editrice Iperborea. Nei suoi scritti traspare molto di lui, della sua vita e della passione per gli insetti e per la natura in generale: li studia da vicino, come un attento osservatore che rivendica la sua parentela diretta dal mondo naturale, e ha iniziato a collezionarli sin da quando era bambino.

Perché ci ostiniamo, per quanto venga catalogato come un libro di narrativa, in realtà, del romanzo ha solo i metodi narrativi: infatti, Sjoberg procede spedito, attraverso capitoli brevi, nel narrare le vite di personaggi dai nomi complicati, tutti accomunati da un’accattivante tendenza: l’arte del collezionismo. Ma più che una serie di racconti è forse una raccolta di saggi, sapientemente selezionati e finemente curati che cerca ed esplora la bellezza del mondo, di cui spesso ci dimentichiamo.

Sono nove i viaggi che Sjoberg racconta: tutti prendono spunto da dettagli minimi, dall’osservazione di un albero o dal rinvenimento di un autografo dietro l’autoritratto dell’artista Strindberg. Tutte le storie raccontano di aneddoti e personaggi stravaganti, sconosciuti – soprattutto in Italia -, come quella scritta intorno al personaggio di Anna Lindhagen, pioneiera dell’ambientalismo svedese che incontrò Lenin.
Perché ci ostiniamo? Perché continuiamo a raccogliere e conservare? Che cosa si nasconde dietro l’ossessione della ricerca di pezzi introvabili?

Attraverso l’approccio scientifico e contemporaneamente umanistico, Sjoberg, abilmente e con una scrittura caotica, torna spesso indietro e salta continuamente in avanti, racconta di avventure che riguardano la natura, la Storia, soprattutto l’arte e, più in generale la bellezza del mondo: una bellezza importante e spesso trascurata che, solo di rado, ci troviamo a osservare e studiare attentamente. All’interno di queste pagine è proprio lei la protagonista: la bellezza, che si fonde con l’arte contemporanea e che diventa protagonista assoluta.

Perché ci ostiniamo più che un libro è quindi una raccolta di saggi che ci sprona, giusto il tempo di qualche ora – data la brevità del racconto -, a cercare la bellezza e a non sottovalutarla più.
Impossibile non leggerlo se si è amanti della casa editrice Iperborea che, per l’ennesima volta, conferma il suo innato talento nell’individuare storie che vale davvero la pena ascoltare.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia il Punto Red Feltrinelli, nel pieno centro di Roma, un luogo ricreativo dove è possibile acquistare libri, leggerli e mangiarci sopra tantissime delle buone specialità che vengono cucinate direttamente dallo staff Feltrinelli.

Breve storia dell’ubriachezza, M. Forsyth

È polemica assai recente quella nata attorno agli otto euro per una bottiglietta d’acqua di Chiara Ferragni. Polemica abbastanza sterile: perché, per quanto il prezzo sia assurdo, chi può permettersela se la compra, chi non può, no!

I tempi stanno cambiando, dunque, perché se si legge Breve storia dell’ubriachezza, il saggio di Mark Forsyth pubblicato da Il Saggiatore, ed elegantemente tradotto da Francesca Crescentini, è ben spiegato come fossero organizzati i nostri avi più antichi: l’acqua ai poveri e il vino ai ricchi, soprattutto quando le acque da cui si attingeva per sostenersi erano sporche e portatrici di malattie.

Breve storia dell’ubriachezza è appunto la storia dell’ubriachezza, ripercorsa attraverso i popoli che hanno divinizzato questa condizione, quelli che l’hanno allontanata e coloro che invece hanno saputo sfruttarla saggiamente.
Attraverso un lessico semplice, ma quasi scientifico, molta ironia e tante informazioni sul mondo in cui viviamo – storiche, geografiche, antropologiche e sociologiche – Forsyth ricostruisce la Storia partendo dall’evoluzione della scimmia a uomo.

“Darwin pensava che se gli uomini e le scimmie reagiscono allo stesso modo ai postumi della sbronza, devono essere imparentati”

Secondo i suoi studi, pare che la birra esistesse ancora prima dell’agricoltura e dei templi, perché “abbiamo cominciato a coltivare perché volevamo qualcosa da bere”: intanto la birra è molto più facile da preparare rispetto al pane, contiene vitamina B, utile agli esseri umani per tenersi in salute. Se da una parte i cacciatori ricavano vitamina B mangiando animali, i coltivatori di cerali, se avessero mangiato solo pane sarebbero stati dei “mollaccioni anemici”. Per questa ragione, intorno al 9000 a.C. abbiamo inventato l’agricoltura per ubriacarci: tanti sono i reperti archeologici che testimoniano la presenza degli alcolici, e molte sono le incisioni e la rappresentazioni riportate tra queste pagine interessantissime.

Dai bar sumeri, al Re Scorpione I che nell’antico Egitto venne sepolto con ben trecento otri di vino, fino alle parole di William James che sostenne che “La sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l’ubriachezza espande, unisce e dice sì”.
Passando poi, per il simposio greco, e gli androni, luoghi dove gli uomini si ubriacavano in compagnia di altri uomini, e le affarmazioni di Platone, secondo cui, se puoi fidarti di una persona sbronza, puoi fidarti di lei in ogni occasione, Forsyth attraverso Breve storia dell’ubriachezza, non vuole invitarci a ubriacarci, ma spronarci a fare, anzi, un uso corretto dell’alcool.

Leggendo questo manualetto ci si diverte tanto, si imparano tante cose: per esempio ho scoperto che l’Australia, un tempo, durante il 1700 è stata terra dove i coloni inglesi portavano gli ubriaconi londinesi devoti al diffusissimo gin (allora la sua graduazione alcolica oscillava intorno all’80% di volume). O, ancora, l’esistenza della dea britannica Madam Geneva, una vera celebrità nella sua epoca, sulla quale poeti e scrittori scrivevano opere e poemi per onorarla.
Magari non sapete neanche voi che, all’interno del Corano, il paradiso viene descritto come un luogo attraversato da fiumi pieni di un vino “delizioso a bersi”.

E che cosa è questo saggio, se non un’accurata ricerca sociologica e antropologica attorno agli usi e costumi degli uomini?, fin dal Medioevo, delle taverne, delle birrerie, dei sumbel vichinghi, e dei salotti western, per arrivare ai conosciuti e frequentatissimi pub.
Usi e costumi di persone che, finito il proprio lavoro, o prima di cominciarlo, tutte insieme bevono: perché, in qualsiasi epoca o luogo, tutti gli esseri umani si sono sempre riuniti per ubriacarsi.

Un saggio piacevolissimo da leggere mentre si beve vino – condizione necessaria sostituibile con qualsiasi altro tipo di bevanda alcolica – che mi sento di consigliare con estrema sincerità: per imparare divertendosi: la storia dell’alcool come non era mai stata raccontata.
Non è l’alcool a renderci nervosi, egoisti, violenti: chi è violento diventa più violento, chi pacifico, idem. Insomma che cos’è l’alcool, se non un piacevole mezzo attraverso il quale poter essere veramente noi stessi? Liberi e smisuratamente felici? O comunque, meno delusi dalla vita o stressati dai nostri tran tran quotidiani?

Non è forse vero che l’uomo è stato concepito a immagine e somiglianza di Dio? E allora…

“Dio non potrebbe mai essere noioso. E gli esseri umani, da ubriachi, non si annoiano mai”

 

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