Nell’estate del 1933, Irène Némirovsky comincia a prendere appunti per la sua autobiografia personale. Il vino della solitudine compare nel 1935, Irène ha 29 anni e la scrittura di quest’opera è per lei una forma di riscatto.
Ha avuto un’infanzia infelice, trascorsa in solitudine, un padre sempre assente, e una madre troppo attenta a preoccuparsi della propria permanenza nel mondo e mai di sua figlia.

Irène Némirovsky è stata un’autrice al lungo dimenticata. Vittima delle leggi razziali, lascia la sua opera più celebre incompiuta: Suite Francese. Solo quarant’anni dopo la sua deportazione, sua figlia avrà il coraggio di mettere mano alle carte di sua madre portate in salvo. Insieme a quelle carte, anche un diario, dove l’autrice – in data 28 giugno 1941 – appunta:

Le vin de solitude di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky.

Il vino della solitudine, rientra insieme a Jezabel, La preda, e Due in una saga di romanzi dedicati alla figura materna.

Nella Preda e in Due, la madre è il punto di partenza per la caratterizzazione di due personaggi protagonisti, anche molto diversi tra loro. Nel caso della Preda, il protagonista è un giovane uomo che è disposto a tutto pur di avanzare socialmente. In Due, la protagonista diviene una donna che tradisce il marito ma che si pente in punto di morte.

Il vino della solitudine e Jezabel, invece, presentano Anna Margoulis attraverso tutto l’odio che Iréne Némirovsky – in quanto figlia, non ha mai smesso di provare nei confronti di sua madre.

Il vino della solitudine, a differenza dei precedenti titoli citati, porta in scena sua madre in quanto tale. E in particolar modo quell’orrendo senso di solitudine e inadeguatezza che Iréne Nèmirovsky ha provato per tutta la vita. Il suo alter-ego Hélène Karol è figlia di un ricco banchiere, spesso in giro per il mondo, appassionato di Borsa, che quelle volte che torna conversa solamente di “Milioni… Milioni… Milioni…”.

La madre di Hélène sospirava, sbadigliava e sfogliava, mangiando, le riviste di moda che arrivavano da Parigi. Il padre taceva e tamburellava piano sul tavolo con le dita agili e magre. Hélène assomigliava solo a lui, ne era il ritratto fedele.

Bella Karol è una madre assente, passa il suo tempo a pettegolare, sfoglia riviste di moda, si smalta le unghie la mattina e la sera, e prende parte ai grandi incontri che il marito svolge spesso nel proprio salotto.
Quando si rivolge a sua figlia è per rimproverarla:

… Sta’ dritta… Tieni chiusa la bocca… Ma guarda un po’ che faccia da schiaffi ti viene con quella bocca aperta e il labbro che pende… Questa bambina mi diventa scema, giuro!

L’unica ragione per cui decide di mettere al mondo Hélène, è per legarsi al signor Karol: per questo motivo, a sua figlia non dedica mai le giuste attenzioni, e si rifiuta fin da subito di occuparsi della sua educazione – perché si dimostra troppo legata alla governante. La presenza della figlia irrita Bella Karol, che continua a vederla come una bambina da trascinarsi dietro per tutta l’Europa. Sua figlia non è solo un peso, è l’obiettivo dei suoi puntuali insulti e lamentele. La disprezza profondamente e, di nascosto, ne invidia la giovinezza.

Hélène è una bambina molto matura, “dal volto pallido, trasfigurato dalla violenza della sua vita interiore”.

Trascorre molto tempo a pensare, e mentre parla con sé usa le parole dei grandi, “che si sarebbe vergognata di usare se non con se stessa”. La sua unica confidente è Mademoiselle Rose. La figura della cameriera è l’effettiva trasposizione letteraria di Zezelle, la governante che si prese cura di Iréne Nèmirovsky durante l’infanzia. Insieme al padre, Mademoiselle Rose è l’unico personaggio positivo dell’intero racconto.

Dopo il trasferimento a Pietroburgo, nell’autunno del 1914, quando Hélène scopre dello strano rapporto tra sua madre e il giovanissimo cugino Max – trasferitosi a vivere con loro – il conflitto tra le due esplode.

Hélène smette di chiamarla mamma, ha dodici anni e individua nella scrittura una via di uscita. Proprio attraverso delle pagine da lei scritte, suo padre verrà a scoprire del tradimento della moglie, che ignora la verità a costo di non dover ammettere le colpe e cacciarla.

Il padre pensa a una donna che ha incontrato per strada, e la madre è appena tornata da un convegno con l’amante. Non capiscono i figli, e i figli non li amano; la ragazza pensa al suo innamorato, e il ragazzo alle parole sconce che ha imparato a scuola. I bambini piccoli cresceranno e saranno come loro. I libri mentono. Non c’è virtù, non c’è amore nel mondo. In tutte le case è lo stesso. In ogni famiglia non c’è che lucro, menzogna e incomprensione reciproca.

E poi ancora:

È uguale dappertutto. E anche a casa mia è così. Il marito, la moglie e… l’amante…

È il 1914, fuori da casa loro c’è la guerra, E proprio in quel momento Hèlène comincia a covare la sua vendetta contro la madre. Una vendetta che porterà a compimento pochi anni dopo essersi trasferiti in Francia.

Irène Némirovsky non manca mai di contestualizzare le sue storie in epoche ben determinate. La sua scrittura, anche stavolta, oltre che strumento per leggersi dentro, diviene atto per immortalare il tempo che Iréne ha vissuto.

Chi mai ci pensava in quella casa, tranne lei e Mademoiselle Rose?… L’oro sfavillava, il vino scorreva a fiumi. Chi badava ai feriti, alle donne in lutto?

Non solo la guerra, e i lunghi viaggi e campagne viste fuori dalle finestre. I personaggi sono descritti con una precisione mai accessoria. Ognuno di loro ha un proprio dramma interiore, e anche la madre – per quanto priva di qualsiasi grado di empatia – è un personaggio compiuto e in grado di catturare l’attenzione di ogni lettore.

Se da un lato, Il vino della solitudine è parte integrante per la scoperta della figura di Irène Némirovsky; dall’altro, semplicemente è il racconto di un dramma tanto familiare e corale, quanto personale.