Aldostefano Marino

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La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, S. Petrignani

Durante questi giorni di quarantena forzata, mi imbatto in una lettura che ho al lungo rimandato. Si tratta della Corsara, ritratto di Natalia Ginzburg, edito da Neri Pozza Editore, e scritto dalla sagace penna di Sandra Petrignani.

Ci si chiede spesso chi siano gli intellettuali, e quale sia il loro compito. Penso che gli intellettuali siano persone tenute a usare il pensiero e la parola al fine di definire la realtà e i diversi comportamenti umani e portarvi un poco di luce.

Con queste parole, nel 1977 Natalia Ginzburg apriva sulla Stampa un dibattito destinato a durare per molto tempo. Ed è proprio questa la ragione per cui mi sono appassionato alle storie della Ginzburg, prima, e a quella sua personale – ma soltanto adesso che ho potuto studiarla da così vicino.
Natalia è a tutti gli effetti un’intellettuale del Novecento, e grazie a lei, molta della letteratura mondiale ha visto la luce. Una donna che ha scritto moltissimo per il nostro Paese, ma che soprattutto ha dato voce a molti altri autori e personaggi che prima d’allora non conoscevamo.

Di lei, Sandra Petrignani ci consegna un ritratto appassionante e coerente. Un libro nato dal contributo di tante persone legate al ricordo di Natalia Ginzburg, da uno studio profondo tra lettere documenti, apparati critici, e case che ha abitato.

Natalia, nata Levi, nasce il 14 luglio del 1916 a Palermo, e si chiama come la protagonista di Guerra e Pace. È l’ultima di cinque figli: suo padre è l’istologo Giuseppe Levi, sposatosi a Lidia Tanzi. A soli tre anni, con la famiglia si trasferiscono a Torino, in quell’abitazione che molti anni dopo descriverà in Lessico famigliare.

È proprio in quella casa in via Pastrengo 29, nel quartiere torinese Crocetta, che per Natalia cominciano i ricordi. Non va d’accordo con nessuno: i suoi fratelli Mario e Alberto le rivolgono solo stupidi scherzi ed epiteti bizzarri, sua madre trascorrere il tempo con Paola, la sorella maggiore, “a comprare le stoffe per farsi fare vestiti nuovi della sarta”. Suo padre, invece, è molto severo e non fa altro che sgridarli, perché secondo lui fanno “malagrazia, potacci e sbrodeghezzi“.

Natalia bambina si crea un mondo alternativo, e la sera a letto, dialoga attraverso discussioni immaginarie con “lo Zameda, col re e con la regina come salvare la patria”. La sua quotidianità si popola di personaggi che chiama “i noi”, una stirpe di sudditi che la perseguitano. Solo col tempo, quel noi lasciano la scena a un principe bellissimo scappato dalla Russia durante la rivoluzione.

La piccola Natalia di tanto in tanto afferra una pantofola, e fingendo che sia la cornetta del telefono, lo chiama: “Pronto, c’è il principe Sergio?” Fu un amore che durò vari anni. “Era tutto un segreto, un segreto di cui mi vergognavo e godevo”.

Un anno prima della sua prima apparizione sulla rivista Solaria (1934), Natalia Ginzburg conosce Leone Ginzburg e Giulio Einaudi fonda con lui la casa editrice Einaudi.

Leone rappresenta per Natalia una guida, sin dal loro primo incontro, avvenuto grazie al fratello Mario, lui la prende a cuore, tanto che da alcuni verrà nominata come una sua creatura. Augusto Monti, il suo insegnante al Liceo D’Azeglio, ne intuisce fin da subito le spiccate doti, e lo coinvolge sin da subito nella gestione della biblioteca scolastica. Leone è sempre ricordato come brutto, pallido, con la barba fitta e nera e le sopraccigli enormi. Frequenta casa Levi perché impartisce lezioni di russo alla madre Lidia, e l’amore tra lui e Natalia comincia in sordina.

un uomo e una donna - due celebri scrittori italiani - sono rappresentati in una diapositiva in bianco e nero.
Natalia e Leone Ginzburg

Lui, infatti, è un principe azzurro molto distante da quello fantasticato. A Oriana Fallaci, lei stessa lo descriverà come “brutto e nerissimo”. Leone ha molti amici, i suoi compagni di classe, con cui poi condividerà l’amore editoriale e lunghe giornate in compagnia di sua moglie: da Pavese, a Pajetta, Foa e molti altri…

Di Natalia Ginzburg, Leone è il primo a comprendere le emozioni che le si agitano dentro. La indirizza verso una forma coerente, e da quel momento Natalia sposa una “sincerità espressiva che doveva costituire l’impegno morale del narratore”.

Natalia, come Leone, sente l’esigenza di dire sempre la verità, entrambi sono guidati da un rigore etico, che per lui rappresenta una “unità di misura del suo fare politico”. La stessa fedeltà, i due la riservano nella traduzione del testo originale, per non tradirlo “nemmeno in nome di una maggiore bellezza nella resa in un’altra lingua”.

Le idee di Leone, in campo sociale come letterario, improntarono la vita intera e l’attività di Natalia perché corrispondessero da subito al suo sentire. E perché, come sua stessa ammissione, ebbe sempre bisogno di uno sguardo maschile sulle sue decisioni artistiche, una specie di protezione paterna, o forse un assenso che la rassicurava.

Leone, però, è il piccolo di casa che dimostra straordinarie capacità di apprendimento – a differenza di Natalia, a cui saranno impartiti insegnamenti a domicilio, e che otterrà la maturità classica da privatista – probabilmente sotto raccomandazione. Sua madre le insegna a leggere e ascrivere, ma la Levi si distrae, non memorizza niente e non vede l’ora che la lezione finisca.

A scuola è somara senza rimedio, brava esclusivamente in italiano, nei temi in particolare, perché studia solo per un vecchio professore, alto e curvo, che sembra avere una certa simpatia per lei, ma che presto se ne va in pensione.

La sorella di Natalia, Paola si sposa con Adriano Olivetti.
A casa Levi sarà ospitato un suo amico, Filippo Turati (il fondatore del Partito Socialista Italiano) per una settimana, affinché l’8 dicembre del 1926, possano aiutarlo a fuggire per la Francia.
Questa scena Natalia la ricorda bene, e la racconterà proprio in Lessico famigliare.

Il matrimonio con Leone, invece, avviene quando lui conquista lo stipendio fisso in Einaudi. Lui è appena uscito dal carcere, è il 12 febbraio del 1938 e si trasferiscono a vivere in via Pallamaglio.

L’anno dopo arriva il primo figlio, Carlo in omaggio a Rosselli. Quello successivo, invece, Andrea, e sua madre si trasferisce con Natalina – fidata donna di servizio – a vivere con loro.

Natalia crede all’oroscopo, non ha molta fiducia nella propria femminilità. Porta i capelli molto corti, basse scarpe da uomo: le piacerebbe diventare uno scrittore più che una scrittrice – come anche la Morante, in quanto le donne non godono di buona considerazione letteraria.

È il 1942 quando firma con uno pseudonimo il primo romanzo, La strada che va in città. In copertina, sotto il nome di Alessandra Tornimparte, compare un’illustrazione di Francesco Menzio, e la falsa identità la aiuta a scampare alle persecuzioni dei nazisti che impedivano agli ebrei di pubblicare libri. Anche dentro questa storia, come nei suoi racconti, c’è molto di lei: in particolare, racconta di Corso Sallustio che da Pizzoli porta all’Aquila, una grande via che Natalia vede dalla finestra della sua nuova casa, dove Leone lavora in mezzo al baccano e alla gioia dei loro bambini.

Il 20 ottobre, quando Leone si trova a Roma per gestire la casa editrice – che dopo i bombardamenti è stata trasferita da Torino – scrive alla moglie di scappare all’Aquila o di raggiungerlo a Roma.

Poi venne l’armistizio, la breve esultanza e il delirio dell’armistizio; e poi due giorni dopo i tedeschi. Sulla strada correvano camion tedeschi, le colline e il paese erano pieni di soldati […] Sempre portavo i bambini sul prato del cavallo morto, e quando passavano gli aeroplani ci buttavamo nell’erba.

La proprietaria dell’albergo racconta ad alcuni soldati tedeschi che alloggiano nella struttura, che Natalia Ginzburg è una sua amica sfollata di Napoli, e in questo modo riesce a raggiungere Roma su un camion tedesco.

In viaggio, per distrarre i suoi bambini legge Le bellissime avventure di Caterì dalla Trecciolina, edito da Einaudi e scritto da Elsa Morante.

Il rapporto tra le due scrittrici è molto particolare: Natalia sarà destinata a trovarsi sempre in una posizione di superiorità, rispetto all’amica. Quando entrerà in Einaudi, sarà proprio tramite lei che la Morante pubblicherà il suo primo romanzo, Menzogna e Sortilegio. Anche prima di conoscersi si leggono e si tengono d’occhio tramite i racconti che scrivono per le riviste. Sono accomunate entrambe da una triste infanzia, ma umiliate avranno poi il riscatto che si meritano.
“Sono sincere fino alla brutalità, solo che Natalia accettava senza risentimento le critiche della collega, anche le più feroci, mentre Elsa raramente tollerava essere contraddetta”.

Il 20 novembre del 1942, Leone Ginzburg esce per andare al lavoro, perché se rimane in casa rischia di perdere un affare importante. E quello stesso giorno viene arrestato.

Natalia Ginzburg lo aspetta invano, mette i bambini a letto, ma lui non torna. Il giorno dopo è avvisata da Adriano Olivetti e lei è felice di trovare un volto conosciuto, ma distrutta dalla notizia. Un anno e mezzo dopo, il 4 febbraio del 1944, Leone muore da solo, in carcere. Lo trovano morto all’indomani mattina.

Quando in ottobre torna a Roma, Natalia scrive una delle sue poesie più celebri e la dedica al marito. Si tratta di Memoria, composta subito dopo aver visto il corpo dell’amato. Si firma Natalia Ginzburg e abbandona finalmente il suo pseudonimo protettivo.

Non vuole più chiamarsi Levi, con il nome del padre, e tantomeno Tornimparte, figlia di nessuno. Se aveva mai avuto un padre amorevole, sicuro delle sue qualità artistiche, incoraggiante, sincero, questo era stato solo Leone.

Il testo è la poesia Memoria di Natalia Ginzburg scritta dopo aver incontrato suo Marito Leone defunto.

Dopo la Guerra e la morte di Leone, Natalia terrà per sempre il cognome del suo primo marito – anche durante il matrimonio con Gabriele Baldini.

Nel frattempo la casa editrice Einaudi soffre la censura del fascismo, Pavese fugge a Serralunga, Giulio Einaudi in Svizzera, mentre Balbo è in Albania. Ma un bel giorno Einaudi chiama tutti e dice che è pronto a ricominciare. E Natalia viene assunta in casa editrice, per continuare a mantenere vivo l’onore di suo marito, e perché si trova in difficoltà economica. Inizialmente si tratta di un contrattino, Natalia in bicicletta imbocca via XX Settembre e arriva ai Parioli. Allora si sente molto infelice, ma presto viene assunta a tempo pieno. Così la corsara racconta: “Mi feci fare una chiave e venivo in ufficio anche la domenica”.

Dopo l’amore per suo marito, Natalia incontra in Polonia lo scrittore Salvatore Quasimodo: insieme vanno in pellegrinaggio ad Auschwitz e sono destinati a corteggiarsi da lontano fino al suo matrimonio nel 1948, con Maria Cumani.

Natalia Ginburg e Cesare Garboli

Durante quello stesso anno, Natalia si imbatte nella “splendida persona” di Cesare Garboli a Roma, in visita alla città per andare in Polonia. Sua sorella Paola la porta allo storico Caffè Greco di via Condotti, e lì i due si incontrano. Il critico rappresenta per lei colui che la “porterà a capire a far esplodere la voce della narratrice tra memoria, storia, autobiografia e leggerezza ironica”.

A trentatré anni Natalia incontra il suo secondo marito: si tratta di Gabriele Baldini, lui ha tre anni in meno di lei, e ai suoi genitori questi sembrano troppi.

Inoltre la Ginzburg è ebrea, a differenza dei Baldini – che invece sono fortemente cattolici. In lui, lei trovò un esempio di profondità e di solidità e una fonte di leggerezza.
Loro due sono molto diversi, si scontrano di frequente e i loro litigi fanno paura persino ai loro vicini di casa. Insieme avranno la loro prima figlia con gravi handicap, Susanna, di cui Natalia si prenderà cura per il resto dei suoi giorni.

La Ginzburg intanto continua a lavorare in casa editrice, le viene assegnata il reparto della narrativa, è complice di alcune scoperte di autori importanti – come Proust, che proprio lei portò in Italia – dopo che per anni ne sentì parlare dal fratello maggiore. Stringe un buon rapporto con Italo Calvino, con cui spesso condividono letture incrociate dei loro testi. Lei legge la sua prima stesura del Barone rampante, lui il di lei Sagittario. Ha a cuore Anna Maria Ortese – in cui riconosce una delle autrici più grandi del tempo, negli ultimi anni traduce Flaubert, e nel frattempo non smette mai di scrivere racconti e breve novelle. All’interno dei suoi scritti occupa uno spazio considerevole l’autobiografismo, e infatti spesso racconta della propria vita e delle persone che le orbitano attorno.

Sogna di vincere il Premio Strega, eppure prima di riuscire a ottenerlo dovrà aspettare il 1963, quando al Ninfeo di Villa Giulia, Natalia lo vince con Lessico famigliare.

Se con Le piccole virtù, dove narra il suo rapporto con il figlio, non riuscì a vincerlo, con questo è la volta buona. Molti critici ritengono che il suo successo fosse dovuto a questa nuova tipologia di romanzo che la Ginzburg si è inventata. Una sapiente mescolanza di persone che si incrociano, un io prorompente che riuscirà ad abbandonare solo con il teatro. Eppure, Natalia per tutta la vita tenta di scrivere un romanzo come uno di quelli della sua amica Elsa, che abbia un intreccio e un’architettura precisa. Lessico famigliare ottiene un successo strepitoso e Giulio Einaudi dirà di lei che sa tenere il mercato splendidamente.

Con la scomparsa del padre, Natalia comincia a dedicarsi al teatro. È l’attrice Adriana Asti a chiederle di scrivere per lei una commedia. Così Natalia compone Ti ho sposato per allegria – opera che verrà fortemente disprezzata dalla Morante.

Subito dopo scompare anche Gabriele Baldini: è ricoverato per vari disturbi e perde la vita al San Giacomo di Roma. Natalia a questo punto è esausta, litiga con Einaudi perché non la paga regolarmente e passa alla Garzanti con cui esce Mai devi domandarmi, una raccolta di articoli pubblicati sulla Stampa.

Nel 1977, Natalia si riavvicina all’Einaudi sia come consulente che scrittrice, e da quel momento comincia per lei il periodo di massimo splendore lavorativo. Dall’ufficio stampa Einaudi, Maria Ida Cartoni, ne proviene un resoconto ambizioso e affasciante, e dopo il lavoro si riuniscono a casa sua a parlare di libri e bere il tè in via Gregoriana.

Natalia lavora alla Famiglia Manzoni, che le richiede fin da subito moltissime ricerche per comporre una sorta di biografia collettiva, da leggere “come un romanzo”. Il contratto che le viene proposto, ancora una volta la fa arrabbiare. Rispetto al solito 15% le viene offerto un 10% sulle vendite e un anticipo economico molto minore rispetto a quello stimato. Così lei rifiuta, e in quelle circostanze ammonisce nuovamente Giulio Einaudi, che cede e le assicura ciò che esige.

A giugno del 1983, Natalia viene eletta in Parlamento come indipendente di sinistra. La sua posizione è completamente quella di una pacifista, e quando l’amica Elsa Morante tenta il suicidio, la Ginzburg chiede una sovvenzione allo Stato.

Con le risorse a cui può attingere da parlamentare, Natalia si preoccupa della condizione dei carcerati, e sostiene l’associazione Italia-razzismo, opponendosi a questa nuova ondata di odio.

L’11 ottobre del 1987, Guido Almansi include la Ginzburg in un elenco degli “scrittori intoccabili”.

Il suo nome compare insieme a quello di uomini molto illustri, come Moravia, Ceronetti, Montale e Sciascia, e questo accade soprattutto perché ormai Natalia è diventata una “statua elevata a se stessa che non è più possibile criticare, se non a costo di essere sepolti di contumelie”.
In quello stesso anno, Natalia scrive a Ferrero, nuovo direttore dell’Einaudi, che ha intenzione di lasciare la casa editrice, lui la invita a mantenere la calma, ma lei non è disposta a scendere a compromessi: l’Einaudi non è più quella di un tempo. Ora assomiglia più a un industria che a un bosco, e lei allora preferisce andare a fare industria dove non ha il ricordo di bellissimi boschi.

Alla fine, però, quando Einaudi passa nelle mani della Bruno Mondadori, alla scadenza del suo vecchio contratto con Einaudi, a Natalia gliene viene garantito uno molto importante. L’editore, infatti, si impegnerà a stampare tutte le sue opere, ristampare quelle in esaurimento, e per una cospicua somma compra i diritti anche della sua prossima storia.

Natalia Ginzburg muore durante la notte tra il 7 e l’8 ottobre del 1988. Viene seppellita al Cimitero del Verano, in un posto che la Petrignani racconta non le faccia per niente onore. È una tomba qualsiasi, che neanche gli addetti saprebbero riconoscere.

In questa maniera si conclude un’attenta analisi biografica attorno a una figura di grande spessore. Sandra Petrignani, ci fornisce una panoramica completa di una donna e della società in cui vive, proprio come la Ginzburg stessa avrebbe fatto in uno dei propri scritti. Ma La corsara non è soltanto la storia di una grande donna, è il racconto di un’epoca, e di innumerevoli personalità di spicco che sono passati per la sua strada – molte più di quelle che sono riuscito a riportare qua. È il racconto di un tentativo di far cultura, di continuare a dire la verità e insistere affinché possa sempre essere raccontata.

Uno scritto prezioso, composto con eleganza ed equilibrio, imprescindibile per chi vuole conoscere da più vicino la storia di Natalia Ginzburg.

Eguali amori, D. Leavitt

David Leavitt nasce a Pittsburgh nel 1961, si laurea a Yale e, a soli ventitré anni, pubblica la sua prima raccolta di racconti: Balli di famiglia. Il successo e i riconoscimenti arrivano immediatamente, pubblica altri romanzi e diviene uno tra i maggiori rappresentanti degli scrittori ebrei della East Coast americana.
In Italia i diritti dei suoi romanzi sono stati acquisiti di SEM e sono, attualmente, in corso di pubblicazione.

Quando leggo storie raccontate da scrittori di fama mondiale, che scrivono da una vita, e che hanno un ottimo riscontro tra i pareri della stampa mondiale, mi domando chi sia io per poter giudicare un romanzo più o meno valido.
È questo il caso del libro attraverso cui ho incontrato per la prima volta la scrittura dell’americano Leavitt: uno scrittore che mi ha convinto per la sua consacrata capacità di inventare storie, mondi, e spingere alla riflessione più intima; ma che mi ha lasciato un po’ interdetto per il modo che sceglie di raccontarci tutto questo.

Eguali amori è una matassa di storie, un groviglio di emozioni, luoghi, situazioni, persone: ogni abitante del racconto assume un ruolo, una importanza riguardevole, tanto da meritare che parte della sua storia venga narrata, ogni dialogo riferito, anche  seppur non sia necessario ai fini della narrazione (questo è l’unico aspetto delle tecniche narrative che ho trovato un po’ ridondante e per cui, lo giuro, leggerò altro di Leavitt).

Eguali amori è un romanzo famigliare e racconta gli amori diversi, ma eguali, di quattro personaggi principali e di tutte le persone che gli gravitano intorno. È la storia della perseveranza al dolore vero. Dura moltissimi anni, e vive in tantissimi luoghi dell’America: trascina il lettore, pagina dopo pagina, all’interno di storie tutte diverse tra loro, il cui lo scopo primario è quello di dimostrarci che l’amore è sempre amore, in tutte le sue forme.

Racconta l’amore di Nat per Louise: un amore fatto di supporto e dedizione.
Lei, Louise: una donna indipendente e forte, che ha imparato a convivere e a sopravvivere a un dolore più grande di lei. Una donna senza religione, ma attaccata ai valori, alla vita vera, contro i fronzoli di quella vita che il marito si preoccupa appaia perfetta. Ha passato una vita dolorosa, ma tuttavia non si scoraggia e trova supporto spesso in sua sorella, con cui vive un rapporto di amore e odio, in quanto totalmente diversa da lei.
Lui, Nat: un uomo di successo, sfinito dal matrimonio, che cerca conforto altrove e tra le braccia di Lillian, una donna che lo ama e che ammira la sua devozione alla moglie e al suo dolore. Ha passato gli ultimi quarant’anni della sua vita a prendersi cura della moglie malata di cancro, sotto le luci bianche degli ospedali, a sorriderle anche quando proprio non ne trovava la ragione.
Racconta l’amore di Nat e Louise per i loro figli, quindi quello di due genitori impegnati a dargli il meglio e sempre in apprensione per il loro futuro. Danny e April ormai son cresciuti; ora vivono in posti diversi, ma non smettono di ritrovarsi lì, in quella casa dove sono diventati grandi, e da cui son scappati entrambi, dalla Costa dell’Ovest americano verso mete più ambite.
Danny, che è sempre stato un figlio di cui andar fieri, diligente, un avvocato di successo, un uomo con la testa sulle spalle che ha trovato un altro uomo con cui condividere la quotidianità: Walter (ancora amore). Una grande storia d’amore, di naturalezza e pochi eccessi. Danny è un ragazzo cresciuto, il piccolo di casa che si prende cura di tutti, e che non trascorre sera senza telefonare la madre, o volta in cui rifiuti le richieste di soccorso della sorella maggiore. Walter è un amante sincero, solidale e solido, che tutto a un tratto scopre il mondo delle chat d’incontro e si interroga sulla purezza del suo amore per Danny.
April, invece, è fatta di tutt’altra pasta: ha un carattere particolare e ha vissuto l’adolescenza di una teenager americana scapestrata: diventa una cantante rock, ma poi mira ad altri orizzonti e sposa la causa femminista. Le sue canzoni diventano inni cantanti dalle donne, poesie lette nei locali.
April ama, è la sua capacità più grande, così tanto che non riesce a fermarsi: pare che abbia un amore così grande per la vita; sembra che a qualsiasi esperienza possa partecipare, lei sia convinta di doverne prendere parte, provarla, sperimentarla, mettersi in pericolo per essa.

Eguali amori è popolato di personaggi, insegnamenti, vite vissute all’insegna della normalità e altre nel nome della sregolatezza. È abitato da volti, vicini di casa, persone che si incontrano a far la spesa, donne delle pulizie, parrocchiani e rabbini. È un grande minestrone che si beve dalla stessa pentola.

Eguali amori è un romanzo scorrevole, emozionante e affascinante: a tratti confonde, tanti sono i personaggi, ma chiarisce, una volta per tutte, la semplicità, la necessità e l’eguaglianza di tutti i tipi di amore, purché di amore si tratti. 


Eguali amori è una storia necessaria per comprendere che l’amore è sempre amore.

La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani

La manutenzione dei sensi (Fazi Editore, 2018) è il romanzo di Franco Faggiani, giornalista, e reporter in varie parti del mondo che, si percepisce, ha un grande amore per il sapere. Copertina dai toni freddi e montagne innevate, è molto più che una bella storia, è forse quel senso di pace che ti lascia addosso quando hai finito di leggerlo, o i profumi che si respirano: casa, natura, montagna. Quando si finisce il libro, tra le mani si sente quasi l’odore di legna e di muschio. È un libro ultra-sensoriale: ti accarezza, ti tiene al caldo, gli uccelli cinguettano, e ti mette addosso un po’ di allegria.

Leonardo Guerrieri, narratore del romanzo, conosce molte cose, legge e ama la cultura. Per vivere scrive, romanzi, racconti, storie e soprattuto guide, sui cibi, sulle piante, su qualsiasi cosa sia interessante e possa permettergli un guadagno. Ha perso Chiara, la moglie amata, e non è mai riuscito a superare il trauma. Oltre alla scrittura, Leonardo, si dedica a sua figlia, Nina, una delle allieve migliori nell’Istituto di Osteopatia, con cui ha un rapporto molto confidenziale e che partirà per Boston. Il papà vedovo non ha paura, e la incoraggia a partire, supportato anche dalla presenza di Martino Rochard, un bambino orfano in affido temporaneo che non pretende niente, non disturba, studia tanto e ha la sindrome di Asperger. Insieme si trasferiranno in una grande casa tra i boschi e i prati ad alta quota, sulle Alpi piemontesi, ristrutturando quella dimora su cui Leonardo e Chiara avevano fantasticato per tutta la vita che erano riusciti a vivere insieme.

È proprio all’interno dello scenario de La manutenzione dei sensi, tra le montagne, una fattoria, un agriturismo, poche persone, qualche amico, estati fresche, inverni gelidi e immobilizzanti, che prende vita la storia di gentilezza, amicizia e solidarietà tra un uomo di cinquant’anni e un ragazzino di dodici anni. È una storia di salvezza, di supporto, di amore, fatto soprattutto di silenzio: due persone legate dalla perdita di qualcuno; hanno un modo tutto loro di comunicarsi amore, ma se ne dimostrano tanto.
Per tutta la lettura del libro mi son sentito al caldo, protetto dal profilo di quelle montagne, che “a molti dava l’idea di una barriera opprimente” mentre per loro, e per me, “costituiva un susseguirsi di protezioni”.

I personaggi son ben costruiti, e per tutto il libro, attraverso dialoghi fitti e descrizioni di paesaggi – dense, come se fossero fotografati – nessuno di loro viene dimenticato. Persone che sono costrette ad amarsi da lontano, ed altre che si fanno forza da vicino, tutte legate da relazioni intense, e sentimenti profondi, ma soprattutto gioia pura.

La manutenzione dei sensi insegna che l’amore vive anche da lontano, e talvolta anche quando è già finito.  È un bel libro da leggere d’inverno, sotto una coperta, e ha tanto insegnare: non solo attraverso le parole ricercate e i dialoghi tra i personaggi, le descrizioni dettagliate, e i rimandi storici, o quelli bibliografici, ma anche tramite la storia che racconta.

Insegna soprattutto una cosa, ovvero che l’importante, nella vita è sempre avere, in ordine: qualcuno su cui contare, qualcun altro da ricordare, qualche speranza e il sorriso sulla faccia.

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