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Una vita sottile, Chiara Gamberale

Una vita sottile, libro Marsilio
Marsilio, 1999

Che cosa vuol dire avere una vita sottile? Che cosa è una vita sottile?

Intanto: è il vecchionuovo romanzo di Chiara Gamberale, ripubblicato diciannove anni dopo, dalla casa editrice Feltrinelli.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esordì nel panorama editoriale proprio con questo titolo. Allora lo pubblicò la casa editrice Marsilio e, grazie a quei fogli, ha vinto consensi, applausi e premi importanti. A proposito di questa e di quella edizione ho potuto chiacchierare con la Gamberale: la trovate cliccando QUI.

Diciannove anni dopo, la Feltrinelli – che pian piano sta ripubblicando tutte le sue opere passate – riporta in libreria, anche Una vita sottile, con una nuova prefazione scritta da Lei, e una postfazione scritta da tutti quei lettori che Chiara ha saputo aiutare.

Una vita sottile è un romanzo autobiografico.

Feltrinelli, 2018

Devo confessare che, normalmente, strabuzzo gli occhi davanti a questo genere di libri che recuperano storie nell’abisso della vita dei propri scrittori. Molti lo fanno: pensano di poter raccontare una storia, la loro, e di spacciarla come originale, elaborandola e ricamandoci su – talvolta poco, talvolta niente -. Secondo il mio modestissimo parere questo non è il mestiere dello scrittore: sembrerebbe piuttosto quello di un medico, di uno psicologo, di un analista che, dettagliatamente e minuziosamente, segna su un foglio dettagli di un qualche male, che non hanno ragione di esser letti, se non per individuarne in essi una diagnosi. Ma non tutti possono fare i medici.

In questo caso, invece, le pagine della vita sottile che Chiara racconta sono utili più di quei fogli bianchi che ci prescrivono i medici: sono pagine, poche, ma abbastanza, che curano anima, corpo e il Mondo.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esce da una terribile malattia, l’anoressia, che l’ha lacerata nel profondo. L’ha sgualcita, distrutta, privata di tutte le sue certezze, di molte persone intorno. Di tutti quegli Io che l’hanno sempre poeticamente abitata, per poi riportarla a casa e da noi, forte e con tanto da insegnare.

È il modo in cui Chiara Gamberale sceglie di raccontarsi a rendere questa storia più lunga di quanto lo è effettivamente.
Lei è nata per scrivere: non c’è altro da aggiungere, anzi ce n’è parecchio e dovrò fare molta attenzione affinché le mie parole non risultino banali e il mio modo di scriverne, questo, sminuito, davanti alla sua penna, e alle sue mani, grasse e piccole – come dice Lei -. Chiara Gamberale scrive in un modo che si potrebbe dire quello dei futuristi, quando le pagine diventano più di pagine scritte, disegnate, pasticciate, con l’alternanza di tanti caratteri tipografici, dove andare a capo, usare delle virgole e la punteggiatura come nessuno aspetta di trovarle usate, diventa la sua peculiarĭtas. 

Il modo originale in cui decide di raccontarcelo è attraverso le persone. Cronologicamente, la Gamberale racconta la sua storia attraverso le persone che sono rimaste e anche quelle che se ne sono andate durante quegli anni di buio impenetrabile. Parla di sé parlando degli altri.

Un capitolo per ogni persona significativa della sua vita.

Uno per il suo cane Jonathan, salvato dalla rabbia e riconoscente a Lei per il resto della vita.

Uno per Elena, definita dalla Gamberale dipendenza, al pari delle Marlboro lights, dei monologhi di Gaber e del succo d’ananas.

Un capitolo per Marco, l’animatore di un villaggio turistico, “senza dubbio il più bello”, dove Chiara va a riprendere coscienza del proprio corpo: una notte che nel suo cuore rimarrà per tutta la vita. Un uomo in grado di farla sentire terribilmente leggera – come nessuno ha mai saputo fare – e che Lei, ha il potere, con assoluta trasparenza, di far sentire pesante, di spessore – come nessuno ha mai saputo fare con lui -, perché “è bello poter chiamare una persona per nome!”

Un altro capitolo per i professori del Liceo Classico Socrate di Roma, dediti all’amore per ciò che insegnano e alle persone a cui lo insegnano: alunni che non sono piccole e inutili figure a cui dover, svogliatamente, insegnare le solite cose. Ma persone.  Persone. Il Liceo Socrate dove ha imparato che “crisi in greco vuol dire scelta”, costretta ad abbandonare al quarto anno per andare al Severo.

Chiara Gamberale parla di tutte le persone salvifiche che ha incontrato durante quegli anni: credo non ne trascuri neanche una, quando non sa che dire lascia una pagina bianca e le dedica comunque un foglio in un libro dove essere menzionati è un onore, un privilegio: soprattutto per il potere medico di queste pagine. E non lo dico solo io: lo dicono tutti quei lettori coinvolti nella postfazione, quelli che dicono “È anche grazie a te se ho appena finito di mangiare ben due dolci”, o

Chiara, devo smettere. Se continuo, non finisco più. Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, non ho mai scritto roba del genere. Devo però arrivare a una fine quindi mi fermo qui per ora. Ho fatto la scelta giusta questa volta. Mi stai facendo un regalo bellissimo.

Pasticceria Charlotte, Re di Roma

Una vita sottile è un libro meraviglioso per le tante storie che racconta. È un romanzo incredibile perché non è una storia: sono tante, infinite storie, tutte le nostre drammatiche storie, in cui, intrappolati per la macabra e illogica capacità di sentirci estranei al nostro corpo: che è uno solo e va accettato, come la vita che ci è capitata, perché ognuno ha “l’aspetto fisico che si merita, e non sto parlando solo di bellezza nel senso più comunemente inteso o di curve e muscoli al posto giusto”.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia la pasticceria Charlotte per avermi ospitato con gaudio: un luogo molto piccolo quanto speciale, a Roma – in via Vercelli 12, vicino alla fermata metropolitana Re di Roma –  dove, in mezzo a piante e un arredo chic si possono gustare ottimi dolcetti e fare una gustosissima colazione.

I grandi scrittori non mangiano, D. Montesano (Recensione e chiacchierata)

I grandi scrittori non mangiano (ERETICA Edizioni, 2017) è la raccolta di racconti con cui Donato Montesano ha deciso di affacciarsi al mondo della narrazione e dei sentimenti e le emozioni che si raccontano.

Montesano nasce a Tricarico nel 1991, un comune italiano di cinquemila anime nella provincia di Matera, in Basilicata, ed è proprio qui che decide di ambientare le sue storie.
I grandi scrittori non mangiano è una raccolta di storie brevi ma intense – la più lunga è di trenta pagine – che, raccontano quel disagio che le persone vivono quando non riescono ad abbandonare il posto in cui sono nate e cresciute.
Le storie contenute all’interno di questo libretto di cento pagine sono tutte diverse l’una dall’altra: ognuna di esse lascia un segno, trasmette un messaggio diverso o crea un dibattito, una riflessione sulla società in cui viviamo; un messaggio ora di pace, di amore, e poi di evoluzione, educazione scolastica.
Ogni favola è raccontata in modo originale, con un linguaggio fresco e autentico ma mai casuale, mescolando saggiamente generi letterari distanti tra loro: fiabe fantasy si alternano a racconti d’amore, altri noir.
Un tema ricorrente: la morte, e la paura che abbiamo di arrivarci.

Il mondo portato in scena da Montesano è un luogo dove fantasia e personaggi particolari si incontrano nella cruda realtà del paese della Basilicata: qui prende vita un teatrino umano dove le statue prendono vita e i sogni hanno lo stesso peso della veglia, dove gli attori sono lupi mannari, fanciulle in pericolo e ricchi re.
I grandi scrittori non mangiano ha pagine ricche di richiami, alla letteratura (specialmente quella americana), alla musica, quella rock, e dei Beatles, e di John Lennon: pagine che ne chiamano altre, quindi, e che continuano a raccontare laddove la scrittura di Montesano si esaurisce ma non smette di dire.
Quindi luoghi, tanti, ma tutti facenti parte dello stesso paesino della Basilicata. E poi molti altri luoghi dove ripararsi e fuggire quando quei luoghi in cui viviamo ci sentiamo oppressi: mondi interiori e ultraterreni descritti con l’abilità dello scrittore che gli ha esplorati.
C’è un racconto, in particolare, Gli eroi giovani e belli, dal quale proviene il titolo dell’intera raccolta che trasmette un grande messaggio: non fermarci mai al limite delle nostre possibilità, ma superarle sempre.

I grandi scrittori non mangiano è una sofisticata breve raccolta di storie poetiche, scritte da un esordiente –  che ormai ha esordito – che, secondo me, può raccontare ancora molte altre storie.
Ho avuto il piacere di chiacchierare con Montesano: segue

 

nostra conversazione.

 

Caro Montesano, i grandi scrittori non mangiano…
Poniamo il caso che, su una scala da uno a dieci, i grandi scrittori mangino dieci: quanto credi di mangiare tu?

Io credo di mangiare 5. Di sfiorare quasi la sufficienza. Di non morire di fame, ma di avere fame lo stesso. Con questo voglio dire che la “fame” può essere una risorsa, uno stimolo. Quando si raggiungono degli obiettivi, secondo me, bisogna subito trovarne altri. Se possibile ancora più impegnativi. Se uno si accontenta perde la fame, se perde la fame perde la fantasia, se perde la fantasia è morto prima di esserlo fisicamente. Un esempio a massimi livelli di questo discorso è Robert Plant, il frontman dei Led Zeppelin. Quando diventò una delle rockstar più pagate al mondo, gli chiesero cosa avrebbe fatto con tutta quella ricchezza. Lui rispose: “Io non sono ricco, perché mi piace spendere tutto quello che guadagno”. Mangiare 5, per me, significa sopravvivere.

 

Perché tu saprai che, d’altronde, mangiare è necessario per vivere, anche per i grandi scrittori.
Ma pare che a te la morte non spaventi, oppure sì? Nei tuoi racconti mi sembra un tema ricorrente, e la affronti da varie sfaccettature: sia vista dagli occhi chi la cerca, sia da quelli di chi la evita… ma che cos’è per te la morte? Ti fa paura?

Non penso di aver paura della morte. Che io ricordi non ho mai avuto questa paura. La morte o la sofferenza delle persone a me care sì. Questo mi ha sempre terrorizzato. La morte, insieme all’amore, è il tema più ricorrente nel mio libro. Il motivo è semplice: sono due temi presenti nella mia vita. La morte mi ha sempre affascinato, come le ragazze di cui mi innamoravo. La morte è più potente però; d’altronde non lascia scampo a nessuno. Quello che mi incuriosisce della morte, forse, è proprio la sua potenza. Il fatto che una persona da un momento all’altro non esiste più, mentre il mondo continua a girare come se nulla fosse successo.

A proposito di cose che dovrebbero far paura: come hai deciso di metterti in gioco e scrivere? È un compito, per alcuni aspetti, molto diverso rispetto a quello tuo abituale, visto che fai parte di uno studio di architettura. In che modo, per te, questi due mondi si conciliano?

La passione per la scrittura, cioè di “creare” storie tutte mie, è nata quando ero bambino. Mi piaceva ascoltare le fiabe dei miei nonni, i loro racconti facevano volare la mia immaginazione; credo che sia nato tutto da lì. Successivamente la curiosità mi ha spinto a esplorare altri “mondi” come il cinema, la musica, e soprattutto scrittori diversi da quelli che ci venivano imposti a scuola. Gli scrittori americani, in particolar modo, col loro linguaggio scorrevole, mi hanno fatto appassionare a un certo tipo di letteratura che mi stimolava al punto di voler scrivere sempre di più. Mettendo insieme le cose che ho vissuto con le storie e la musica che ascoltavo, con i film che vedevo e i libri che leggevo, è nato il mio, di libro. Tutto questo è connesso a Rabatanalab, lo studio di architettura di cui faccio parte, perché non è solo uno studio di architettura, ma un vero e proprio laboratorio multidisciplinare, in cui, partendo dall’architettura, mettiamo insieme varie forme artistiche e le abbiniamo. Tra queste ci sono proprio il cinema, la musica, la letteratura, il fumetto, la fotografia… Le mie passioni sono quindi strettamente legate allo studio e agli amici che ne fanno parte.

 

Per quanto riguarda questo mondo qui, quello in cui scrivi: è risaputo che agli scrittori vien difficile raccontare di posti che non hanno vissuto, mi è parso che tu, invece, sappia farlo molto bene, inventandone alcuni che non esistono per davvero: come ti approcci alla scrittura? Quando scrivi? Hai qualche rituale preparatorio?

Mi piace scrivere di notte. La notte è il rifugio dei solitari. Mi rilassa, mi tranquillizza. Non ho un rituale preciso, mi piace prendere appunti casualmente e metterli insieme, svilupparli. La mia scrittura può prendere vita da piccoli episodi, piccole scintille che mi fanno immaginare una “scena”. Spesso queste scintille nascono leggendo la frase di un libro, osservando la vita della gente, ascoltando storie, o la strofa di una canzone. Un esempio è il racconto “Amore ballerina”. Una canzone di De Gregori dice: “…e Cesare perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina…e rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, mentre il tra di mezzanotte se ne va…”.
La scena era così potente per me, che mi venne voglia di descriverla, immaginando un racconto tutto mio. Nella maggior parte dei casi, però, mi piace “romanzare” cose che ho vissuto. D’altronde, citando una frase del libro, l’ispirazione nasce vivendo.

 

I mondi di cui parli, quelli fantastici soprattutto: i boschi, le stazioni misteriose, i cimiteri… da dove provengono?

Questi sono posti che conosco bene e che mi piace “estremizzare” in base al mio stato d’animo. Se una semplicissima stazione era lo sfondo di un periodo triste della mia vita, quella stazione diventa triste per me. Se faccio una passeggiata in un cimitero mentre sono felice, quel cimitero diventa allegro nella storia che penso. La scrittura è un gioco, è come giocare con la propria vita. Questo, però, consente di riflettere su ogni cosa che fai, è un esercizio per cercare di migliorare, per scacciare i fantasmi.

 

Come vivi il tuo rapporto con Tricarico? È un posto in cui far ritorno o un posto da abitare?

Per me è un posto da cui fare andata e ritorno. Mi piace abitarci, vivendo soprattutto il suo antichissimo centro storico, ma allo stesso tempo mi piace andare via, abbandonarlo. Viaggiare mi serve anche per capire quanto io stia bene nel posto in cui sono nato. Mi innamoro dei luoghi che vedo, ma se ci sto per un po’ di tempo, puntualmente, mi rendo conto che casa mia non è poi così male. E così ritorno.

 

Certe volte, quando racconti, mi sembri arrabbiato: pare che tu ce l’abbia un po’ con questo paesino, soprattutto con la mentalità dei suoi abitanti. Le altre volte, però, sembri innamorato di questo luogo. Insomma, in definitiva, Tricarico mi sembra che un po’ la ami e un po’ la odi, raccontami perché la ami.

Sì, il mio è proprio un rapporto di amore/odio. Amo Tricarico perché è lo sfondo dei miei ricordi più intensi. Sono molto legato ai miei ricordi, anche se cerco di “liberarmene” enfatizzandoli con le storie che scrivo. Tricarico, poi, ha avuto una grande importanza storica e ha dato i natali a gente illustre. Mi piace tanto, ma non mi piace la sua gente, un popolo fratricida e senza memoria. Si può dire che Tricarico, come luogo, sopravvive e si salva grazie ai suoi ricordi. Ma questo discorso, forse, si può allargare all’Italia intera.

 

Un’ultima domanda prima di andare: intendi scrivere ancora, e se sì, ammesso che ti possa interessare, hai mai pensato di allungare una delle tue storie e renderla un lungo racconto?

Sì, mi piace molto sperimentare. Non a caso il sottotitolo dell’ultimo racconto è: “prove di romanzo”. Come dicevo, i miei racconti nascono spesso da appunti. Magari seguirò lo stesso procedimento e un racconto diventerà romanzo. Sarebbe interessante.

 

 

 

“Padri e Figlie” e l’amore in un film

Avete mai visto “Padri e Figlie” di Gabriele Muccino? È un film del 2015, con Amanda Seyfried e Russell Crowe.

È bello perché è ben fatto, New York è bellissima e romantica, gli attori sono belli da paura e tanto bravi che non sembra di star guardando un film.
Guardatelo perché la storia non è banale e racconta di quello che secondo me è l’amore per eccellenza, quello con la A maiuscola. Quello di un padre e sua figlia. Il padre è lui, bellissimo e dagli occhi blu, caro Russell, e la figlia è lei: dolce e immensa Amanda. Lui è uno scrittore, vincitore del premio Pulitzer che, in un incidente stradale, perde la moglie e si trova a dover combattere con tutte le sue forze per trattenere sua figlia con sé. Che invece la cognata e il marito vogliono togliergli, per quelle preoccupanti crisi epilettiche che comincia ad avere a seguito dell’incidente e per un’eccesso di egoismo e cattiveria che fa riflettere.
La storia procede su due binari paralleli, passato e presente, cause ed effetti, si mischiano continuamente e suggestivamente, confondendo talvolta.
E il film è pieno d’amore, da quando comincia finché non finisce: c’è un padre che combatte contro tutti per avere l’affidamento della sua bambina, e poi c’è l’amore che incontra lei, che il padre le aveva promesso sarebbe arrivato, prima o poi… e che arriva. Grande e, anche questo, come è difficile dopo tanti film che d’amore hanno già parlato, mai in maniera scontata, banale.
Perché Amanda Seyfried è una ragazza che dalla vita è stata delusa, che ogni sera va a letto con un ragazzo diverso per colmare quelle voragini aperte che nessuno ha mai richiuso, e quando ne trova uno per cui lei è davvero importante, rischia di perderlo clamorosamente. E lui, quello importante, che per esser tale basta fare il nome dell’attore (Aaron Paul) è l’uomo che tutti sognano. Gli perdoniamo la fronte alta e i capelli anni 90, perché la sua recitazione tocca parti del cuore che non ero convinto di possedere.
Se non l’avete visto, guardatelo. Perché ne vale la pena.
Perché l’amore, ormai banalizzato e sminuito, raccontato in ogni modo e con mille sfumature, qui è presente, tanto! e mai troppo, fino a commuovervi e poi a muovervi.

 

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