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Il libro di Moravia, La ciociara, ritratto su un piano in legno con le rose bianche e un nastro rosso

La ciociara, A. Moravia

Ecco che i temi tanto cari a Moravia, con La Ciociara si perdono, e lasciano spazio a una narrazione che intende essere insieme storica e realistica. Perché se negli altri romanzi di Moravia, Gli indifferenti per esempio, la storia avviene all’interno del lettore; nella Ciociara, la storia prende vita tra le pagine, e il lettore assiste allo spettacolo.

Se negli Indifferenti, ma anche nella Noia, per mano di Moravia si manifesta un affresco astratto della realtà, dove niente è come sembra, e ogni cosa ne intende un’altra; in libri come La ciociara e Agostino, il problema che l’autore vuole snocciolare appare forte e chiaro. Non è trattato attraverso vie secondarie, ma espresso in maniera diretta.

Forse, una delle più grandi capacità di Moravia è proprio quella di sapere sempre scrivere storie che superano le precedenti, o che almeno le rimettono in discussione; Moravia è abile a inventare racconti ogni volta nuovi; personaggi diversificati, ambientazioni le une diverse dalle altre, ora Roma, ora Rimini, ora Capri. E se per la maggior parte degli autori del Novecento, vien facile individuare una linea narrativa, un filo conduttore che unisce tutte le opere composte, con Moravia questo diviene più difficile.

Pubblicato nel 1957, La ciociara era già stato scritto dall’autore negli anni Quaranta. Ma arrivava dieci anni dopo rispetto a un altro libro, che può esser letto in sua funzione: La romana.

Mentre La romana, però, è ambientato durante e sotto la dittatura fascista; La ciociara narra gli ultimi nove mesi di una guerra estenuante. È la Seconda guerra mondiale, precisamente il biennio 1943-1944, periodo che lo stesso Moravia (in compagnia di Elsa Morante) trascorse come sfollato in Ciociaria. In qualche modo si potrebbe sospettare quindi che questo romanzo rechi seco molto materiale autobiografico; e difatti è vero; ma sarebbe assurdo ricercare Moravia, oppure Morante, tra quei personaggi.

Nella Ciociara, l’autobiografismo di Moravia lo si può riscontrare nelle lunghe descrizione dei paesaggi desolati, dei metodi feroci con cui le persone avevano imparato a vivere; in quelle capanne sgangherate in cui egli stesso si riparò, in quelle descrizioni di un popolo che ha perso completamente i propri riferimenti. È dunque la narrazione dell’esperienza umana di quella terribile creatura che è la guerra.

Un mondo in cui la legge, la moralità, il senso del dovere, il rispetto e altri valori simili non esistono più. È anche per questo che Cesira, e la sua giovanissima figlia Rosetta, dopo aver affidato le proprie cose a un uomo che le sorveglierà, abbandonano la città di Roma per trovare riparo più a Sud.

È Cesira a raccontare la storia in prima persona. La sua storia è quella di un’italiana qualunque dei primi anni Quaranta. Una donna tenace, che provvede a tutto da sé, e che ormai non teme più niente.

Dopo la perdita del marito, a parte il negozio, e la giovanissima Rosetta, Cesira non ha nient’altro di cui più occuparsi. Sposatasi a un uomo molto più anziano di lei, Cesira conosce il mondo così come le appare: ma niente, e dico niente!, è in grado di metterle realmente paura. L’unica cosa che teme è di non essere abbastanza forte da proteggere sua figlia, e così la difende da chiunque, a spada tratta, con un italiano spesso maccheronico, e di sicuro poco raffinato.

Rosetta, invece, è stata istruita dalle suore: è per amor del defunto padre e della sua passione per la borsa nera, che la bambina ha potuto ricevere una ligia educazione. Ma al contrario di sua madre, Rosetta è timida, impaurita, e non ha percezione di ciò che nel mentre accade intorno a loro.

Così, dopo essersi fatte aiutare da uno spasimante di Cesira, Giovanni, le due donne si mettono in viaggio; arrivano alla Stazione Termini, e là, salgono su un treno diretto a Vallecorsa. Sui vagoni sono costrette a viaggiare in piedi, osservano i visi tetri dei passeggeri, hanno poche provviste per il viaggio; ma nella città di Fondi – all’incirca un giorno oltre la partenza – Cesira e Rosetta sono costrette a fermare il loro viaggio.

Come spesso accade in tempo di guerra, il treno è preso d’assalto dai bombardamenti, e l’unico modo per le due di procedere nel viaggio, è quello di scendere e andare a piedi.

A Fondi, Cesira e Rosetta vengono soccorse delle genti del posto, e accompagnate fino a Sant’Eufemia, località in cui le due trascorreranno i successivi tempi. Tra quelle persone, la divisione tra sfollati e contadini è netta: i primi, si arricchiscono a sfavore dei secondi, ma i secondi sono i veri ricchi della guerra. Perché mentre gli sfollati con il denaro riescono a campare appena qualche mese, finché i prezzi non raggiungono le stelle; i contadini hanno la roba da mangiare, il cibo che serve per il sostentamento. Solo i contadini conoscono il posto, e vivono da sé attendendo di tornare a vivere una vita normale.

Le condizioni in cui tutti vivono sono molto desolanti: il cibo è razionato fino all’ultimo grammetto; l’acqua scarseggia, mentre i terreni bonificati vengono bombardati dagli avversari, e la Malaria si fa minacciosa; nessuno si lava, e per farlo occorre sottoporsi al getto ghiacciato dell’acqua piovana raccolta nel pozzo. Persino la luce è proibita all’interno di quelle capanne, e la porta è sempre aperta per permettere agli abitanti di vederci qualcosa; i bracieri riempiono di fumo le stanze senza finestre, e il rumore assordante d’un telaio accompagna le giornate di Cesira e sua figlia.

Tra loro c’è il giovane Michele, un intellettuale antifascista e comunista, avverso agli sfollati poiché mai interessati a riflettere sulle sorti del Paese. E mentre la linea del fronte avanza, il cibo scarseggia, e la paura si fa sempre più viva, i bombardamenti aumentano e cominciano i rastrellamenti dei nazifascisti.

Per questa ragione, Cesira, Rosetta e Michele decideranno di salire ancora più su, e di nascondersi nelle montagne; laddove, anche se si viene raggiunti, è possibile disperdersi tra la natura selvaggia, e sperare nella salvezza. Là, il rapporto tra Cesira, Rosetta e Michele si fa più intenso: specialmente Rosetta, pare essere molto affezionata al ragazzo (e quando per un motivo che non vi racconto, ella lo perderà, sarà lei a soffrirne di più).

Michele, in breve tempo, diviene per loro un punto di riferimento, e tra tutti quei disperati, egli sembra essere l’unico a non aver perso l’umanità, il rispetto, il senso della legge. I suoi racconti a voce alta intrattengono i presenti, ma non tutti li comprendono; perciò, anche per lui, Rosetta e Cesira acquisiscono un ruolo non indifferente.

Insieme ai colori, e al corso sempre uguale della Natura, l’asprezza e la crudeltà della guerra sono i veri protagonisti del libro.

In queste pagine, la rappresentazione della Seconda guerra mondiale appare vivida. Tuttavia, La ciociara non è un romanzo di guerra: perché la guerra è raccontata tramite chi l’ha patita, e non invece da parte di chi l’ha fatta. Sopra ogni sentimento primeggiano la forza e l’ingiustizia di una guerra. Una guerra che si è consumata a opera dei potenti, ma a discapito del popolo; una guerra dove tutto, ogni minima cosa, è rimessa in discussione. A nulla è occorso aver vissuto con dignità e senza imbroglio: quando la guerra arriva, gli uomini diventano ciò che essi sono veramente, lontani dalla legge, dalla compassione e dall’umanità. Perché se ad amministrare la giustizia sono gli stessi che quella guerra l’hanno voluta, allora, ogni torto, ogni obiezione, è totalmente privata di ogni merito e colpa.

Nella potenza di questa lunga narrazione di Moravia, divenuta un film con il premio Oscar Sophia Loren, l’intento è proprio quello di rappresentare il dolore e la disumanizzazione della guerra. Il comunismo è concepito come l’unica via d’uscita, ma tuttavia – come non sarà sfuggito ai lettori della Ciociara – non è garanzia di salvezza. È però una lente attraverso cui leggere quelle pagine di storia:

con La ciociara si chiude idealmente la mia fase di apertura e di fede senza incrinatura nei confronti del comunismo. Si consumava dentro di me l’identificazione tra comunista e intellettuale. […] il Michele di Gli indifferenti si conclude là, con La ciociara. Non a caso, il protagonista maschile del romanzo l’ho chiamato appunto Michele.

La ciociara è una storia di una bellezza primordiale; ma non solo. È un documento, un atto scritto, un resoconto di quei mesi che gli italiani furono costretti ad affrontare; e come loro: i tedeschi, gli inglesi, gli americani. E se anche di quei tedeschi – i cattivi – non sono risparmiate al racconto le crudeltà, i furti, gli ingiusti soprusi, Moravia non esita a dir di loro che sottostanno alle volontà di un mondo insensibile e ipocrita.

La poltrona delle SS, edizione Nottetempo, mantenuto in mano davanti a una libreria sfocata.

La poltrona della SS, D. Lee

La poltrona della ss copertina

Leggere storie realmente accadute porta sempre il lettore a riflettere. Se la storia che viene raccontata è quella che descrive gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’eccidio degli ebrei, la riflessione è ancora più profonda, a tratti dolorosa. A gennaio, nella settimana in cui si ricordano le vittime dell’olocausto, Nottetempo ha pubblicato La poltrona della SS dello storico Daniel Lee.

Iniziando a leggere La poltrona della SS mi sono posta delle domande. La prima fra tutte è stata: dove nasconderei dei miei documenti significativi se fossi costretta a fuggire all’improvviso? Dove nascondereste voi delle carte importanti da far durare per sempre?
Cosa ha spinto Robert Griesinger a nascondere un fascio di suoi documenti all’interno di una poltrona?

Un fascio di documenti pieni di svastiche naziste che riemergono casualmente da una vecchia poltrona. Questo è il motore che muove la ricerca di Daniel Lee.

Primo piano Daniel Lee

Daniel Lee racconta nel primissimo capitolo di come una cena a Firenze dopo il suo dottarato in storia gli ha cambiato la vita. Il dottorato che aveva appena terminato indagava sulle vicende degli ebrei nella Francia di Vichy, studio che poi si ritrova nella sua prima pubblicazione Petain’s Jewish Children: French Jewish Youth and the Vichy Regime, 1940-1942. A questa cena organizzata proprio da Daniel, partecipa una sua cara amica che chiede di poter invitare anche Veronika, una giovane olandese che vuole conoscerlo.
Proprio la ragazza olandese sarà il ponte di connessione tra Daniel Lee e Robert Griesinger.

Veronika racconta a Lee cosa era successo a sua madre Jana, quando ebbe intenzione di rifoderare una vecchia poltrona. La donna aveva portato a restaurare il mobile ma andando a ritirarlo trovò un tappezziere indignato si rifiutò categoricamente di lavorare per i nazisti e per le loro famiglie. Detto ciò tirò fuori un fascio di documenti cucito all’interno del cuscino della poltrona. La povera Jana guardando quei documenti che riportavano il nome di Robert Griesinger, marchiati a ogni pagina di svastiche naziste si giustificò dicendo che non sapeva di chi fossero. Il restauratore non credendole fece tornare la donna a casa con la poltrona ancora da rifoderare e dei fogli che testimoniavano le atrocità di un nazista qualunque.

Daniel Lee partirà da questa semplice vicenda per intraprendere un enorme lavoro di ricerca che durerà ben cinque anni.

Il libro è dunque il frutto di una ricerca accurata e difficile, durata ben cinque anni. L’autore per costruire La poltrona della SS ha unito ciò che è emerso da telefonate, documenti e fotografie originali, coincidenze e segreti di famiglia. Ha viaggiato ovunque ci fosse un indizio tra Praga, Berlino, Stoccarda, Zurigo, New Orleans. Nulla è sfuggito allo storico Lee che ha cercato indizi persino nelle diverse cittadine tedesche di provincia dove Griesinger aveva studiato e lavorato.

Il meticoloso e abbondante lavoro che Daniel Lee ha portato avanti per comporre La poltrona della SS si evince anche semplicemente osservando il libro nella sua struttura. Prima che la narrazione cominci, ci sono tre pagine di nomi, in cui sono elencati tutti i personaggi incontrati, intervistati, o che sono stati necessari all’autore per il racconto. Nella parte finale del libro, invece, le note a piè di pagina si moltiplicano: sessanta pagine in cui Lee non dimentica di indicarci da quale archivio ha tratto una determinata informazione. Quello che emerge, in un reportage denso e acuto, è il ritratto di un uomo ambizioso e glaciale, ma ordinario, che ha lavorato nell’ombra per la «causa» nazista.

Chi era Robert Griesinger e perchè tanto interesse da parte di Daniel Lee? Cosa voleva trovare l’autore della Poltrona della SS durante le sue ricerche?

Io volevo sapere come passava le serate, i film che guardava, i piatti che gli piacevano, cosa leggeva alle sue figlie. Mi sembrava che venire a conoscenza di queste informazioni mi avrebbe detto qualcosa di fondamentale su coloro che avevano perpetrato la violenza nazista – una violenza che aveva devastato la mia stessa famiglia, oltre a innumerevoli altre.

lee, La poltrona della SS, nottetempo, milano 2021 (p 57)

Attraverso le sue ricerche, Lee scopre che il proprietario di quelle carte nascoste aveva fatto parte prima delle SS negli anni ’30, poi della Gestapo. Da quel fascio di documenti scopre inoltre che egli comparve tra coloro che parteciparono alla guerra sul fronte sovietico nell’estate del ’41, in cui migliaia di ebrei vennero massacrati nei villaggi ucraini. Proprio questa esperienza permetterà al nostro protagonista di ottenere un posto da funzionario al ministero dell’Economia e del Lavoro a Praga.

La strada che Lee percorre è tortuosa e soprattutto non circoscritta ai soli anni del nazismo. L’autore infatti non vuole solo spiegarci chi erano i buoni e i cattivi in quell’epoca, Daniel Lee cerca una spiegazione a quella cattiveria. La cerca all’interno della famiglia di Robert, (arriva fino a New Orleans e in Lousiana per capirlo meglio). La cerca negli studi e nell’ambizione di questo nazista qualunque (arriva a cercare negli archivi della scuola a Tubinga che Griesinger aveva frequentato).

Le origini e l’ambizione risultano essere quindi ciò che ha condotto Robert Griesinger a essere un burocrate assassino durante il nazismo.

L’obiettivo che Daniel Lee cerca di raggiungere è quello di raccontare la normalità di un uomo qualunque, quale Griesinger era. Lee cerca di far comprendere ai suoi lettori che i feroci nazisti, quelli più vicini a Hitler, non sarebbero potuti esistere senza il costante lavoro di uomini come Griesinger.

I libri di scuola ci hanno insegnato che i cattivi della Seconda guerra mondiale erano quelli che uccidevano gli ebrei all’interno dei campi di sterminio. Ma la storia ha saputo andare oltre, dimostrando come i protagonisti di quell’abominio erano anche tutti quegli uomini che, più silenziosamente, all’ombra dei propri uffici, firmando carte e autorizzazioni, acconsentivano alle disgrazie di uomini colpevoli solo di essere nati. Griesinger era uno di loro, un burocrate assassino. Le sue mani non si macchiavano di sangue. Al massimo potevano macchiarsi dell’inchiostro delle penne e dei timbri che stabilivano chi non doveva continuare a vivere.

Quando Griesinger ottiene il suo posto tanto aspirato a Praga è il 1943. Nella capitale occupata dai tedeschi ha il compito di chiudere le imprese e trasferire i lavoratori in Germania, strappandoli alle loro famiglie. Le fabbriche decennali del paese chiudono proprio per mano del burocrate, i lavoratori di quelle fabbriche vengono deportati nei campi di concentramento per mano di Griesinger.

Nella Poltrona della SS troviamo un viaggio a ritroso nelle origini della famiglia Griesinger per spiegare ― non giustificare ― le azioni del giurista.


Come è stato possibile che milioni di uomini si siano macchiati delle stesse, se non peggiori, colpe di Griesinger e hanno trovato quel contesto storico del tutto normale? Guido Caldiron ha intervistato l’autore della Poltrona della SS ponendogli un quesito simile. Dal libro stesso infatti si evince che Griesinger ha avuto sempre compagni e vicini di casa ebrei. Come è stato possibile quindi che Griesinger non fosse per niente turbato dalla sorte cui erano destinate anche persone che aveva conosciuto o incontrato? Come gli è stato possibile giustificare tutte quelle atrocità?

Daniel Lee primo piano

Lo stesso Lee ricorda, rispondendo all’intervista, che l’antisemitismo non è nato improvvisamente con Hitler ma era già impermeato nella società. «Nell’ambiente sociale e familiare di Griesinger era quasi un luogo comune quello di considerare gli ebrei moralmente degenerati. Questo aiuta a spiegare perché in seguito non si sia certo preoccupato per il destino degli ebrei, anche di quelli che magari aveva conosciuto».

Nella storia di Griesinger confluiscono lo schiavismo, l’emigrazione, la guerra e il genocidio. Se gran parte dei nazisti non aveva avuto bisogno di antenati schiavisti per odiare gli ebrei, il fatto che Griesinger potesse annoverarne parecchi nel suo albero genealogico ci impedisce di pensare al nazismo come a un fenomeno isolato o puramente tedesco

d. lee, La poltrona della ss, nottetempo, milano 2021 (p. 332)

I documenti nascosti nella poltrona della SS simboleggiano anche il silenzio che per molti anni ha alimentato le famiglie del Dopoguerra.

Il lavoro di Daniel Lee è stato non solo quello di viaggiare tra tutti gli archivi possibili in cui ritrovare una traccia – seppur la più minima – del passaggio di Griesinger, ma anche quello di ricerca di testimoni. Il protagonista delle sue ricerche era, come già detto, un personaggio anonimo nel suo ambiente; di conseguenza, trovare sue tracce per Lee è stato difficoltoso. Nonostante la grande difficoltà Lee incappò prima in un suo zio e di conseguenza anche nelle due figlie di Robert: Barbara e Jutta. La cosa che stupisce di più nel leggere degli incontri avvenuti con Lee è che le due figlie non avevano idea delle mostruosità compiute dal padre.

Il dolore per aver vissuto certe esperienze ha insabbiato i ricordi di molti.

Documentandomi ho scoperto che molti figli di nazisti per molto tempo non hanno domandato nulla ai propri genitori. Anche Barbara e Jutta confermano questo. Le figlie di Griesinger dopo la guerra vedendo una madre triste per aver perso il marito non le chiesero mai informazioni su di lui. Chi ha vissuto in prima persona certi momenti, sembra non abbia poi voluto raccontarli ai proprio figli o nipoti. Nonostante ciò che lo storico riuscì a riportare in superfice di quel burocrate assassino, le figlie non ne risultarono particolarmente sorprese. Infatti, sia Barbara che Jutta si commossero a conoscere la grafia del padre.

Non avere testimoni è una grande perdita. Per questo motivo il lavoro di Lee acquista un grande valore. L’autore mette in luce l’immagine e la vita di un uomo solo, raccontandoci però che non fu l’unico. Lee ha rivelato, insomma, come quelle organizzazioni in realtà fossero più sfaccettate e organizzate di come solitamente si ritiene.

La testimonianza è essenziale, il ricordo di quelle tragedie non deve morire insieme a chi ha vissuto quegli anni orribili.

In un’intervista, Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica italiana, spiega di come per ben quarantacinque anni non abbia mai fatto parola di ciò che aveva vissuto nei campi di sterminio. Nell’intervento del 2018 al Parlamento europeo racconta alcune delle brutalità che i suoi occhi hanno dovuto vedere. Si rammarica però dicendo che purtroppo quella generazione sta sparendo e nessuno potrà più raccontare, testimoniare.

Pietra di inciampo opera per commemorare ebrei caduti inguerra
Le pietre di inciampo sono opera dell’artista tedesco Gunter Demnig e servono per commemorare gli ebrei morti nei campi di concentramento

Ma in questa epoca in cui non facciamo nostro qualcosa se non quando ci tocca da vicino, non dobbiamo dimenticare di ricordare. Viviamo più intensamente quel 27 Gennaio, una data simbolica che sarà a breve solo un accumulo di ricordi di qualcuno che non ci sarà più. Facciamoci testimoni, documentiamoci, portiamo avanti noi il ricordo delle generazioni passate per le generazioni future. I nostri figli studieranno qualcosa di molto lontano da loro. Facciamo in modo che quella lontananza sia solo temporale, accorciamo questo tempo e permettiamo a tutte quelle vittime di essere sempre nel nostro presente.

Il malinteso, libro con cui esordì Irene Nemirovsky ritratto con tante rose rosa su un asse di legno

Il malinteso, I. Némirovsky

È il 1926, quando sulle «CEuvres libres» viene pubblicato il romanzo di una giovanissima Irène Némirovsky. Appena ventitreenne, non riceve il successo che forse già merita; ma deve attendere la pubblicazione di David Golder, affinché Il malinteso non passi inosservato. Riproposto in un volumetto in sedicesimi nei quattro anni successivi, solo allora Il malinteso si impone come uno dei romanzi più sinceri degli anni Venti.

La storia di Yves, nobile decaduto parigino, segnato dalla guerra appena trascorsa, comincia nel 1924. Il giovane, dopo anni di assenza, fa ritorno a Hendaye, una finissima cittadina francese sui Pirenei. Cresciuto in mezzo allo sfarzo e alle ricchezze più acclamate, egli non è in grado di allontanarsi molto dall’ozio e dai lussi della vita.

Il protagonista del Malinteso è invecchiato precocemente; ormai stanco, non riesce più neanche ad abbandonarsi al desiderio. Nemmeno quella sua tendenza verso la conquista femminile pare sopravvivere, almeno finché non fa la conoscenza di Denise.

Sempre vezzeggiato e amato dai propri genitori, Yves è un impiegato annoiato che lavora per la sola ragione di poter mantenere quell’amato tenore di vita – non proprio adatto a sé.

A Hendaye incontra una donna, che non è solo donna, ma è anche moglie e madre. Si tratta di Denise, e di sua figlia Francette – una piccola bambina che ha ereditato il nome dall’amore dei suoi genitori per la Francia.

Quando avviene il loro primo incontro, Yves è immerso in un proprio stato di disinteresse totale: ma ai suoi occhi la visione appare magnifica. Denise è bellissima, ha una risata sbarazzina ed è più giovane di quanto si possa sospettare. E se il fatto che Denise è sposata potrebbe parere un ostacolo per quei due giovani annoiati che si incontrano, per Yves non può che essere una ghiotta occasione, in quanto non gli sarà difficile avvicinarsi a Denise.

Poiché infatti, Yves e Jessaint – il marito di Denise – si conoscono da molto tempo, reduci entrambi di una convalescenza trascorsa insieme negli anni giovanili. E nei suoi impegni mondani Jessaint non perde tempo a cercar di capire come sua moglie viva. Egli è completamente innamorato di lei, e forse, del suo solo sentimento, ha vissuto la loro relazione coniugale.

Il matrimonio di Denise e Jessaint è ordinario. Un matrimonio avvenuto per amore e per interesse. Amore soprattutto di Jessaint; interesse soprattutto di Denise.

Tuttavia, Denise, fino ad allora non si è mai accorta della propria vita matrimoniale; non ci ha mai riflettuto a fondo, e procede a vivere le giornate con abitudine. Però, quell’uomo incontrato per caso, accende dentro di lei uno spirito di rinnovamento e una curiosità che da tempo si erano assopite.

Sarà il loro incontro dunque, e le continue trasferte di lavoro del povero Jessaint a incoraggiare (senza saperlo) quella relazione extraconiugale che subito infiamma tra i due bei francesi.

Entrambi si invaghiscono l’uno dell’altra; ma mentre Denise è consapevole della grande attrazione che nutre per lui, Yves non lo è. E diversamente non si potrebbe: perché Yves ha trascorso tutta la vita pensando solo ai lussi… e alle donne, una passione assoluta che ha ereditato da suo padre (lo stesso che tempo prima aveva lasciato sua madre per un’altra donna, ed era tornato a casa solo una volta che l’amante morì). Ma di amore non ne sa nulla, e fin dall’inizio, Yves glielo chiede per favore, all’incirca così: «Non chiedermi se ti amo; non so cosa sia l’amore».

Un amore che parte in tutta la sua potenza, e che pagina dopo pagina infiamma senza che i personaggi gli sappiano tirarsi indietro.

Tanto che, rientrati da Hendaye, anche a Parigi i due amanti non riescono a fare a meno di incontrarsi, con l’ansia e i sospetti propri del primo amore. Lei aspetta che lui lo chiami; e a sua volta lui attende lei: ogni giorno, a questo modo, si ripete l’attesa degli innamorati.

L’intensità della loro passione è la stessa; ma ancora, Yves è afflitto dal lavoro e quasi del tutto assorbito dalla vita che è costretto a fare.

Denise, invece, è una che non ha mai visto un uomo che soffre per il proprio lavoro e in qualche modo Yves le suscita una sensazione di pietà. Ma non solo di pietà; il fatto che lui non ami aprirsi sui propri dispiacere, glielo rende più ermetico, e ciò la fa soffrire.

Ma così ossessionata da trovare le parole giuste con lui; sì tanto tesa a non dargli noia e ad attirare la di lui benevolenza, Denise chiede consiglio a sua madre. E questa, preziosa consigliera di una giovane donna intrappolata in una vita che non conosceva triste, finché davvero non provò l’amore, le racconta di una sua amica che per non soffrire delle pene che l’amore le arrecava, aveva preferito per sé due uomini – così da non dover esser costretta a pensare sempre allo stesso.

Proprio nei suggerimenti materni è il nucleo e il motore di tutta la narrazione.

Un’Irène Némirovsky alle prime armi, ma che già allora aveva chiari i temi e le voci a cui avrebbe dato vita nella propria opera. Madri sempre attente a esser madri – annoiate dei propri mariti, sempre altrove e mai vicini; padri assenti e sfuggevoli, ma per lo più amorevoli e leali, tuttavia costretti a subire trasversalmente la volontà delle proprie mogli. Infine, amanti che hanno il potere di risvegliare nelle donne tradenti un senso di razionalità e consapevolezza spropositato.

Donne che si accorgono di aver vissuto una vita che non è quella che avevano pensato fino a quel momento: così è per Denise, che è convinta di aver conosciuto l’amore, e che nel ricordo di quel sentimento si accinge a vivere una vita di circostanza.

Dietro ogni storia di Irène Némirovsky, dietro ognuno di quegli stereotipi che l’autrice sempre porta in scena, si nascondono in realtà intenti più femministi di quanto appaiano a prima istanza. Le donne dei suoi romanzi sono tutte donne acerbe, irrisolte, spesso antipatiche, ma verso cui si riesce a familiarizzare ed empatizzare con ancor maggior sorpresa. Come se tutte quelle insopportabili donne, altre non fossero che proiezioni della madre dell’autrice, a cui ella stessa non riesce a dedicare tanto odio, da trasmetterne poi allo stesso lettore.

E oltre all’intreccio, procedendo più a fondo, è possibile leggere una testimonianza di quella Parigi degli anni Venti.

Una società eretta soprattutto sulla cultura delle apparenze; una città, Parigi, impoverita dalla guerra, e smarrita, che fatica a riconoscere i nuovi ideali, e che si aggrappa invece al passato. Una società fondata sulle convenzioni sociali, non meno rispetto alle altre città europee.

È così che Némirovsky, in un crescendo ritmico, serve al lettore un’altra sua incredibile storia. La storia del momento in cui il crollo delle certezze storiche implica una rivoluzione. Quel momento in cui, tutto il mondo, perso il proprio centro, bramoso di vita, ha smarrito anche i propri ideali: e allora Il malinteso diviene piuttosto un’indagine sull’animo umano e sulle psiche e i tormenti del cuore che cade in trappola dell’Amore.

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