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Therese e Isabelle, il primo tentativo di romanzo autobiografico di Violette Leduc, compare in foto vicino a delle tavolette di cioccolato spezzato, che richiamano l'erotismo, e una palma!

Thérèse e Isabelle, V. Leduc

È grazie a Neri Pozza che, in Italia, è ricomparso un libro dal passato travagliato e censurato: Thérèse e Isabelle, della scrittrice francese Violette Leduc. Con una preziosa prefazione curata da Sandra Petrignani, Neri Pozza intende cancellare una certa ombra che a lungo ha avvolto questo breve racconto erotico.

Dopo il clamoroso successo della Bastarda, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1965, Leduc si consegnò al pubblico italiano nel 1969 con Teresa e Isabella. Fu Feltrinelli il primo editore a offrire ai lettori la poetica – quanto cruda – iniziazione omosessuale di Violette Leduc nel collegio femminile dove dimorò e s’innamorò.

La stessa protagonista del racconto, Thérèse, infatti, condivide il nome con l’autrice. Sui documenti, l’autrice aveva anche altri due nomi: Thérèse, appunto, e Andrèe.

Leduc non aveva paura di citare sui propri racconti i nomi reali di quelle persone che le ispiravano le storie che raccontava. Per lei, la scrittura, altro non era che uno strumento attraverso cui rielaborare il proprio passato, e al contempo, tramite cui far luce su una questione allora poco dibattuta: l’omosessualità e l’accettazione delle diverse sessualità. Una questione che lei per prima aveva a cuore, in quanto le fu causa di un’ingiusta relegazione ai margini della letteratura del Novecento.

La vita, con Leduc (1907-1972), non fu affatto buona. Nata da una relazione proibita, dall’incontro tra una cameriera e il figlio di una ricca famiglia di Valenciennes, non sarà mai riconosciuta da suo padre. Non era considerata propriamente una bella donna, indi per cui, persino dalla propria madre era aspramente criticata e contestata. Ella si comportava con la figlia come se incarnasse la colpa di cui lei era stata l’unica artefice.

Per tutta la vita Violette avrà amori impossibili, dilanianti triangoli amorosi; per la maggior parte relazioni malate, ossessive, tutte contraddistinte da una passione sessuale violenta ed estrema. Tuttavia, Leduc non si limitò a vivere amicizie fugaci e insignificanti; anche quelle che decise di far evolvere in matrimonio saranno destinate a terminare miseramente.

Proprio di questa infelicità, di genitori assenti e intenti a vivere le proprie vite, Leduc farà costantemente cenno nelle storie dei personaggi che la raccontano.

La storia molto semplice ma affatto banale, è quella di due giovanissime donne che si trovano a dividere tutti i giorni gli stessi spazi, all’interno di un collegio a cui sono condannate.

Entrambe hanno un passato infausto, e l’una nell’altra riescono a trovare il bailamme di libertà e spensieratezza che cercano ovunque. Tuttavia, fin dall’esordio, è chiaro che il loro amore verrà impedito e ostacolato, poiché la madre di Thérèse le ha promesso che non appena proverà noia del suo nuovo marito – lo stesso per cui l’ha abbandonata – andrà a riprenderla. Come se fosse un oggetto, un vestito che non piace; e non invece una figlia.

Ed è proprio questo il timore che più fa soffrire le giovani amanti. Insieme alla paura di esser costantemente scoperte dalle sorveglianti e dalle altre allieve; e quindi umiliate, espulse e castigate. Umiliazione che, per giunta, avrebbe comportato un obbligato allontanamento.

In quei primi anni di contestazione, Teresa e Isabella venne accolto con grande entusiasmo dal pubblico, ma con diverse perplessità da parte della critica.

Per quanto i tempi fossero maturi, erano in molti a esser mossi da scrupoli moralistici; non riuscivano a nascondere quel disagio davanti a cui capitolavano a rilevare con i propri occhi la sfrontatezza dei modi in cui Leduc narrava le sue passioni.

Durante gli anni Sessanta, infatti, l’omosessualità era ancora considerata un tabù.

Quando non era bollata come una vera e propri patologia, veniva comunque demonizzata, anche da parte di intellettuali che si volevano liberi da atteggiamenti pregiudiziali.

dalla postfazione di Carlo jansiti, thérèse e isabelle, neri pozza, milano 2021

Nettamente in anticipo sui tempi, considerata ai confini della letteratura, l’opera di Leduc ha sofferto di pregiudizi e costanti fraintendimenti. Ma Leduc, in quelle pagine, non cercava lo scandalo, né tantomeno desiderava far leva sul tema per aver successo. Leduc, altro non desiderava che raccontare in quale modo una donna sentisse su di sé il piacere; in quale modo il piacere fosse qualcosa che apparteneva alla quotidianità di tutti, e che per questo, occorreva narrare.

Ma in quegli anni, anche i resoconti sessuali di un uomo sarebbero risultati contro ogni morale; e vien subito facile comprendere per quale ragione la scrittura sincera di Leduc, per quanto intrisa di lirismo e poeticità pura, abbia sconvolto il mondo letterario della seconda metà del Novecento.

Quella versione di Teresa e Isabella del 1969 proveniva invero delle prime centocinquanta pagine di un’altra opera di Leduc, Ravages.

La storia editoriale che accompagna la prima pubblicazione di Thérèse e Isabelle è infatti particolare e merita di essere raccontata. Nel maggio del 1954, in seguito all’incontro tra Leduc e la già consacrata Simone de Beauvoir, è proprio lei a proporre il manoscritto Ravages in lettura alle edizioni Gallimard. Leduc allora non era conosciuta che a una cerchia ristretta di ammiratori e lettori, e aveva già pubblicato due libri (L’Ashyxie, Parigi Gallimard, 1946 e L’Affamée, ivi, 1948).

Ravages era a tutti gli effetti il primo romanzo, di stampo fortemente autobiografico, che intendeva raccontare gli amori tormentati e i triangoli amorosi dell’autrice, sulla scia dell’Invitée di Simone de Beauvoir, e di Les Inséparables (proposto solo di recente, in Italia, dalla casa editrice Ponte alle Grazie). Fu così che l’editore, dopo averla revisionata, trovò nell’opera sottopostagli qualcosa di interessante, e accettò di pubblicarla alla sola condizione che venisse ripulita interamente, e privata delle prime centocinquanta pagine.

Thérèse e Isabelle costituiva dunque il primo lungo capito di Ravages, un episodio che poteva esser sottratto al racconto come se nulla fosse. Nonostante l’appoggio di de Beauvoir e del celebre compagno Sartre, l’editore pubblicò Ravages nel 1955. Acconsentì a farlo in un’edizione di sole 28 copie, a spese di Jacques Guérin, amico di Leduc e biografo a cui il libro è dedicato. Solo nel 1999, quando Carlo Jansiti pubblica per l’editore Grasset la biografia di Leduc, l’editore Gallimard decide di riproporre ai lettori le opere dimenticate di Violette. Allora, per la prima volta, vede la luce la versione ufficiale di quelle prime centocinquanta pagine ingiustamente dimenticate, comparse fino ad allora in una veste più pudica che perdeva il senso e l’intento di tutta la narrazione.

Come in un film, R. De Sa Moreira

Comincio e finisco di leggere Come in un film in dieci ore. In Italia lo ha pubblicato NN Editore, casa editrice indipendente alla quale, ormai, devo, oltre che la mia stima per l’accurato lavoro di scouting, anche i preziosi insegnamenti che traggo continuamente dalla lettura dei loro testi.

Mi capita spesso di leggere testi nell’arco di una giornata; più raramente, invece, mi succede di rimanere così felice di aver letto il libro di un autore contemporaneo, e soprattutto di rimanerne così sorpreso. È questo il caso dell’originalissimo e magnetico libro in rosso di Régis De Sa Moreira, il francese vincitore del premio Le Livre Elu.

Come in un film narra la storia di LUI e LEI che, da un punto imprecisato nello spazio raccontano, fin dal primo incontro, la loro storia d’amore tormentata. Si potrebbe dire che è una normalissima storia d’amore: un lui e una lei  alle prese con un amore più grande di loro, della quale passione, talvolta, si lasciano travolgere, fino a cambiare la sorte a cui sembrano destinati sin dall’inizio: lasciarsi.

LUI lo capisce sin da subito: arriverà quel momento in cui inizieranno a sopportarsi a malapena. E nonostante lo sappia, la invita a vivere da lui sin da subito. Scorreggia mentre LEI si lava i denti, e per masturbarsi pensando a LEI gli basta vedere la sue pantofole dalla porta del bagno lasciata volutamente aperta.
Anche LEI lo capisce immediatamente: hanno gusti troppo diversi, vedute troppo distanti.
LEI preferisce i libri, tanto che, a una certa e per lavoro, comincia a correggerne le bozze prima della pubblicazione. LUI invece ai romanzi preferisce le fedeli trasposizioni cinematografiche, ma nella vita non farà il regista e si accontenterà di lavorare in un ufficio postale.
Anche LEI lo sa fin dal principio che non andrà mai veramente d’accordo con LUI: e come può farlo? LEI che ha riempito la sua libreria, litigando con lui per decidere sulla prima fila di ogni ripiano: i dvd di LUI, o i libri di LEI?
Nonostante questo, come in un film, si amano follemente e ardentemente si desiderano.
Come in un film – o in un romanzo di Kundera – la storia d’amore di LUI e LEI è costellata di coincidenze.
Come in un film – mi viene in mente Revolutionary Road – LUI e LEI litigano fino allo sfinimento, si tirano addosso i piatti, le stoviglie, le brutte parole, e poi fanno la pace facendo l’amore in una cantina, quella dei genitori di LEI, o in un bagno, e anche mentre guardano film porno gay.
E sempre come in un film la loro vita è scandita dalla musica, da Le quattro stagioni di Vivaldi, a Umbrella di Rihanna, fino a Non, je ne regrette tien di Edith Piaf.

Ma ciò che c’è di grandioso, di veramente originale, all’interno di questo romanzo, è il modo in cui De Sa Moreira decide di raccontare questa storia d’amore che mi ha commosso.
Qui, i luoghi, le persone, gli incontri, i pensieri e le azioni sono descritti attraverso la tecnica della narrazione cinematografica, proprio come in un film. Fino a qui, qualcuno potrebbe obiettare che, in realtà, i greci lo facevano secoli fa, ma De Sa Moreira si spinge oltre: a ogni personaggio, quasi sempre, più che i dialoghi sono affidati i pensieri e, molto spesso LEI ci dice quello che in realtà pensa LUI, e viceversa. Questo succede perché LUI e LEI sono legati da una profonda complicità che, l’autore francese, ha saputo descrivere perfettamente; complicità che li porta a fare le stesse cose, anche quando sono lontani.

Ma in questo romanzo, quelli che pensano, e parlano e vivono e soffrono, amano, gioiscono, non sono solo LUI e LEI, ma un’infinità di personaggi, tutti spettatori che assistono alla loro storia d’amore: il panettiere dove per sette anni comprano i cornetti, la baby-sitter, i vicini di casa e il tassista che guida il taxi dove LEI rivela a LUI di essere incinta.
E se poi personaggi, talvolta, diventano il gatto di LUI, o Van Gogh, Matt Demon dallo schermo della sala B di un cinema in cui ogni anno LUI e LEI festeggiano il loro anniversario, Michael Jackson da un poster sulla parete, Harry Potter, o Pedro Almodovar, tutti intenti a fare ironia assistendo alla vita di LUI e LEI, come spettatori di un film dove stavolta non sono loro i protagonisti – o registi – allora il risultato, in una parola è meraviglioso, in due emozionante e reale, e in tre: DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE!

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