Come prima delle madri è il terzo libro che Simona Vinci pubblica con Einaudi. Nel 2003 con questo romanzo la scrittrice vince il premio Brancati, lo stesso premio conferito nel 1968 a Elsa Morante con Il mondo salvato dai ragazzini. La casualità vuole che il titolo di questo romanzo derivi proprio da una citazione tratta dalla raccolta della Morante, citazione che apre anche il lungo racconto di Simona Vinci

[…] beati come prima delle madri, quando tutto il sangue terrestre è ancora una vena del mare.

Elsa Morante, il mondo salvato dai ragazzini

Come prima delle madri è diviso in tre parti affidate a due voci narranti. La storia si apre con una scena molto forte e cruenta : Pietro trova sulla sponda di un fiume un uomo morto. L’uomo è irriconoscibile e senza volto. Nella scena successiva Pietro si sveglia in un letto che non è il suo, tra le pareti scure e fredde di un colleggio. Il protagonista è completamente perso, non sa come è arrivato lì, dove è la sua bella mamma, dove sono Irina e Nina. Le giornate del ragazzo trascorrono lente con tanti interrogativi, e ogni giornata si ripete uguale all’altra. Arrivano poi i tedeschi che requisiscono il colleggio così che tutti i ragazzi, compreso Pietro, tornano a casa.

Il male che serpeggia silenzioso.

Pietro ritrova Nina, la figlia della domestica, non ritrova invece Irina, morta per consunzione. Il ritorno di Pietro dal colleggio coincide con la lenta scoperta da parte del lettore di quanto male serpeggia tra le mura di quella casa. Nina fa conoscere l’amore a Pietro e lo porta con se tra i sentieri di montagna a sfamare un gruppo di ribelli che si oppone al regime.

Al nome madre non è abbinata una simbologia di bontà, di magnanimità nè di dolcezza.

La seconda parte del romanzo è dominata da un racconto lungo di Tea, nonchè la madre di Pietro. Tea fugge ancora diciasettenne con un uomo molto attratto da lei che le chiede di seguirlo a Berlino. La ragazza lascia in piena notte la sua famiglia e scappa di casa; tutto ciò che le succede lo racconta in prima persona attraverso degli esercizi di scrittura riportati in una sorta di diario. È proprio in questa seconda parte che comincia a districarsi quella matassa di terrore, sangue e crudezza che la Vinci aveva lanciato ai suoi lettori già dal primo capitolo.

La scrittura della Vinci è fluida come il sangue di tutte le vittime di cui parla, fredda come il ghiaccio di quei monti desolati che fanno da cupo paesaggio al romanzo.

L’impressione che si ha di questo romanzo fin da subito è quello di dover spiegare un’enigma, al quale se ne aggiunge un altro e poi un altro e un altro ancora. L’idea è quella di dover chiudere un cerchio, ma per farlo bisogna avere la forza di sopportare tutto quello che succede. La narrazione è veloce e piena di continui avvenimenti correlati da descrizioni sintetiche ma precise, mirate. Il paesaggio è cupo e gelido come gli animi di tutti i protagonisti, inarrivabili e anaffettivi l’uno con l’altro. La morte in tutte le sue forme è qualcosa di tragico ma sembra sempre strettamente necessaria.

Far parlare i personaggi non è così importante, conta quello che fanno. Il loro silenzio sa essere più dannoso e tagliente di qualunque parola.

Il ritmo che la Vinci dà alle vicende è incalzante, ogni pagina lascia chi legge senza fiato ed è come correre sulle pendici di quei monti che contornano la casa di Pietro. È una narrazione in cui si parla poco e in cui i dialoghi non contano molto (non a caso quando i personaggi parlano non c’è punteggiatura a segnalarlo). Si ha fame di dolcezza e tenerezza certe volte, dopo molte pagine in cui il fiato manca, vorremmo essere gentilmente accompagnati nelle vicende, ma la crudeltà fa da padrona e ci rendiamo conto di dover accettare tutto quello che accade.

Alla fine rimaniamo in silenzio proprio come tutti i protagonisti del libro ci hanno insegnato a fare durante tutta la storia.

Il cerchio della narrazione dopo poco più di trecento pagine si chiude, tutto torna e si è sfiniti da una lettura che è bella pur essendo a tratti violenta. Simona Vinci costruisce in modo perfetto la narrazione e dà vita a degli intrecci magistrali.

Quando si finisce di leggere si capisce ancora meglio lo stretto legame con Il Mondo salvato dai ragazzini della Morante. Proprio come per quella raccolta poetica anche qui si cerca la verità, c’è rivolta. Anche in Come prima delle madri,infatti, sono proprio “i ragazzini” che cercano di salvare e arginare i danni che gli adulti scempiamente hanno compiuto.