Aldostefano Marino

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Un marito, Michele Vaccari

Un marito è il libro di Michele Vaccari, uscito lo scorso settembre per Rizzoli.

L’autore è nato a Genova nel 1980 e si occupa di editoria e comunicazione. Ideatore e curatore del progetto Altrove per la casa editrice Chiarelettere, Un marito è il suo quinto romanzo: una storia di una potenza narrativa incredibile, che conferma le aspettative e anzi, le supera.

Un romanzo che va oltre la sua definizione di genere. Un marito non è soltanto una storia d’amore. Si tinge di giallo, attraversa il genere del thriller, il romanzo storico e quello distopico. Un libro cominciato come una storia, di un marito qualsiasi, di un dolore, che a metà narrazione cambia totalmente. Per poi rivelarsi, nella sua interezza, il libro, ben scritto, lo stile ameno, le aspettative superate, dove la storia è lo spartito, il campo d’azione, dell’orchestra di innumerevoli generi letterari e stili narrativi. 

“Quando gli incubi si avverano, cosa resta delle nostre paure?” recita il sottotitolo: copertina di tinte calde mescolate a fredde, giocata tra il rosso e il viola. Ad aprire il libro, poi si trova la risposta. Quando gli incubi si avverano e ci capita di restare improvvisamente soli. Quando sulla compagnia avremo innalzato il tempio della nostra esistenza, della consolazione e del supporto poi, rimasti in solitudine, spaventati e colti di sorpresa, ci saremo resi conto di non saper rinunciare ai nostri conforti e consolazioni. Per poi scoprire di non poter, né sapere, vivere più come prima. Che cosa succederà?

Ferdinando e Patrizia sono i protagonisti di Un marito.
Sono sposati da trentadue anni e, dagli stessi gestiscono una rosticceria e sono votati a questa simbiosi. Due persone. Due anime similmente tormentale. Con unicamente due interessi differenti: lei innamorata della cultura, lui della topografia. Due intrepidi e insaziabili amanti, al riparo dall’esterno, spaventati dall’avanzamento tecnologico e dall’evoluzione delle città.
Non è un caso se insieme hanno deciso di vivere a Marassi, un piccolo centro destinato a non cambiare mai e restare uguale a sé stesso, un quartiere popolare, la culla perfetta per i bulli, la periferia genovese: dove la vita è sempre uguale le persone le stesse tutti si conoscono. Qui e solamente qui, la provincia del capoluogo ligure, la luce dell’insegna della rosticceria è la conferma che Patrizia e Ferdinando non appartengono solamente al passato, ma che la vita continua.

Mentre Ferdinando, con il suo bel sorriso e la sua dialettica travolgente, sta dietro le vetrine e fa il venditore, convince i clienti che la religione in cui credere è la rosticceria, “la sola entità commerciale capace di percorrere una via laterale per fornire il sostentamento a un popolo, anno dopo anno, sempre più votato al cibo prefabbricato”, Patrizia, sta in cucina, a “sfornare altre droghe per la vista e per il palato”, il luogo “dove l’anima si licenzia e lascia che sia lo sguardo a concedersi qualche ora di anarchia” e intrattiene conversazioni coi clienti in fila, affamati di racconti che ha potuto scovare sui libri che ha letto.

Per i suoi cinquant’anni la moglie propone un viaggio a Ferdinando: due giorni, il 7 e l’8 dicembre a Milano. Una città in cui non sono mai stati, perché tanto spaventati dal mondo, troppo devoti alla loro rosticceria, come monaci di una vita che non conosce pause, non sono mai usciti fuori da Marassi. Ferdinando compra una manciata di guide, studia i posti sotto ogni profilo, affinché la loro prima vacanza d’amore, dopo trent’anni, possa essere perfetta.

Nel suo modo di essere raccontato, Un marito porta dentro si sé un fresco respiro europeista, sia dal punto di vista della costruzione della storia che da un punto di vista più stilistico e formale.

Gran parte delle vicende si divide e ha sviluppo tra Marassi e la tanto sognata, e poi ricordata Milano. Ambientazioni chiuse si alternano ad ambientazioni aperte, per meglio rendere il senso di chiusura. Per Ferdinando e Patrizia, infatti, ogni posto chiuso e relegato rappresenta la salvezza dall’apertura, dall’oltre e dallo sconosciuto. In questo senso, i luoghi non sono un semplice sfondo, ma metafora di altri luoghi figurati, acquisendo una certa valenza simbolica.
Le persone stesse diventano luoghi. Milano – come Ferdinando – è metafora dell’evoluzione, del progresso, della paura dell’ignoto e dell’horror vacui. Testimone di un grande cambiamento storico in atto.
Marassi – come Patrizia – concepita invece come luogo del conosciuto, e quindi della protezione.

La vicenda raccontata parte negli ultimi anni del Novecento, per continuare ai giorni nostri.
A raccontare la storia è un narratore esterno e onnisciente, con focalizzazione zero, che ha piena coscienza di tutti i pensieri che fanno i personaggi del romanzo, immedesimandosi ora in Ferdinando ora in Patrizia, e raccontando le cose così come stanno, perché ne è al corrente.

La storia narrata si protrae per la durata effettiva di quasi cento anni. Ma la fabula e il tempo del racconto, l’intreccio, non coincidono.
Mentre la successione storica e cronologica dei fatti procede ordinata, la narrazione, il racconto effettivo dei fatti, è veloce ma frammentato da lunghe descrizioni, che ne rappresentano grandi digressioni e tregua per i lettori. Ne sono un esempio le lunghe descrizioni di una potenza stilistica inconsueta: da quelle gastronomiche e culinarie, alla disposizione delle vie, degli incroci, delle piazze e dei monumenti della città.

“Cime classiche o alla savonese, ripieni di magro, savoiarde capaci di riprodurre con la loro presenza l’intera gamma cromatica dell’iride, tomaxelle o pignoli fritti, seppie in zimino e vitelli tonnati, sempre longitudinali rispetto ai luogotenenti più apprezzati, i polli alla diavola dalla livrea dorata che spuntano tra tocchi di matamà o di funghi secchi e grilletti di fagiolane già bollite e scolate, per accompagnarci la castagnetta, la gola, il ricetto, la trippa rossa, insomma”

Se il tempo cronologico della storia è maggiore a quello della narrazione, quest’ultima certe volte confonde il lettore e, attraverso due analessi sorprendenti, Vaccari effettua dei balzi temporali che lasciano il lettore, tutto un tratto sbrigliato dal suo guinzaglio, che seguendo il filo della storia, come fece Arianna col gomitolo, pensava, sbagliando, di avere in pugno tutte le chiavi del romanzo. Capiterà allora ai lettori di provare quello stesso senso di solitudine e perdizione al quale è costretto Ferdinando.

Il discorso indiretto prevale per quasi l’intero corso della narrazione.
Periodi lunghi, elaborati, una sintassi profondamente paratattica: coordinate magnetiche ed enumerazioni per asindeto continue, come a voler trasmettere l’angoscia, l’aria che manca, il respiro che si blocca.

Le tematiche trattate, come i generi, sono tante. Sul piatto, da un lato ci sono in ballo quelle proprie del romanzo di narrativa: la solitudine, il matrimonio, la fedeltà, la malattia, la perdita, la rinascita; dall’altro invece, tutte le caratteristiche del romanzo utopico e storico: l’analisi e la critica alla società, l’isolamento dell’uomo, la non riconoscibilità dello stesso. Per ognuna di queste non vengono presentate posizioni differenti: per tutti i personaggi di Un marito non c’è via di fuga. La modernità è un male a cui è necessario sottrarsi. Pena il proprio assorbimento.

Giunti a una certa parte del romanzo, vi sembrerà di non averci capito niente. Poi andrete oltre e vi accorgerete che, davvero, non ci avevate capito niente. E alla fine del libro, vi chiederete che libro abbiate appena finito di leggere.
Per me una illuminante scoperta.

Milena Agus, autrice dell’anno.

È stato un anno lungo, pieno di letture: sono arrivato a ben centodieci libri letti. E tra tutti, se mi chiedessero quale mi ha colpito di più, io non saprei dirlo.

Invece, sicuramente, sarei ben convinto di poter dire che Milena Agus, per me è l’autrice dell’anno di #aldostefanolegge.

Milena Agus nasce a Genova. I genitori sardi la conducono fino all’Isola dove vive e lavora: nel capoluogo della Sardegna, Cagliari. Qui insegna storia e italiano in un liceo artistico. In Italia, i suoi romanzi vengono pubblicati da Nottetempo.
Dopo l’esordio nel 2005 con Mentre dorme il pescecane, un libro dalla duplice ristampa a distanza da pochi mesi dall’uscita, è Mal di pietre, 2006, a consegnarla al grande pubblico.

I suoi libri sono stati tradotti in cinque lingue: tra i francesi ha avuto particolare successo, tanto che da Mal di pietre è stato tratto un film con protagonista Marillon Cotillard e la regia di Nicole Garcia.
Numerosi sono i premi che Milena Agus, da quando scrive, è riuscita a portarsi a casa: Junturas, il Campiello, Elsa Morante, e diversi altri riconoscimenti. Anche perché, diversi sono i libri che ci ha regalato: Mentre dorme il pescecane, Mal di pietre, Ali di babbo, La contessa di ricotta, Sottosopra, Guardati dalla mia fame Terre promesse.

Tra i più particolari voglio ricordare Sottosopra, un inno alla vecchiaia: luogo dove trovare la pace, che cerca di allontanare nel lettore la paura di raggiungerla. Quasi una seconda vita.
Ma anche Ali di babbo che racconta la storia di una giovane donna che si rifiuta di vendere un terreno sul mare ai costruttori di nuove strade e centri commerciali.
La contessa di ricotta, che invece è il racconto della vita di tre sorelle, una che sogna gli splendori perduti, un’altra che sogna un figlio che non arriva e l’ultima, la contessa di ricotta che invece sogna l’amore.
Ammetto che è difficile scegliere, e che vorrei parlarvi anche di Mal di pietre, e delle Terre promesse verso cui vertiamo tutti quanti e che, da lontano, guardiamo senza mai abbandonare la speranza di approdarvi.

Milena Agus scrive soprattutto di donne, soprattutto giovani, intrappolate ma mai prigioniere di questa Terra isolata.

I romanzi della Agus sono romanzi corali, a più voci. Le storie di una bambina si mischiano a quelle di sua madre, della nonna, e poi della sorella, della zia, della vicina di casa. Quasi sempre donne. Donne coraggiose e forti che sanno stare al mondo. Ma non solo donne: anche uomini di successo, tenaci e valorosi. Giovani ragazzi, figli, padri di famiglia e nonni valorosi.

  

Le storie della Agus sono brevi: parlano di sesso, di famiglia, senso di appartenenza, desiderio di maternità. Raccontano il riscatto e il successo, l’esilio e la ricerca della fortuna. Sopra ogni cosa, i romanzi di Milena Agus descrivono Cagliari come un posto in cui bisognerebbe esser stati almeno una volta nella vita.

Di Cagliari ne vengono affrescate le persone, ma non solo: anche il mare, il porto, le vie principali di Casteddu. Milena Agus narra i colori del cielo come farebbe una pittrice, le stelle come un’astrologa, i cagliaritani e i loro riti antichi come un’antropologa. E in questa lunga narrazione non si dimentica di riservare un posto d’onore alla natura selvaggia ma accogliente dell’entroterra, alla macchia mediterranea, i ginepri, gli ulivi e poi gli animali che popolano la Sardegna.

Milena Agus parla della Sardegna, e nel frattempo racconta il destino e la forza. La tenacia, l’onore, il rispetto e il senso di famiglia.

Per farlo, utilizza una scrittura semplice: termini ricercati, talvolta in sardo – sempre perfettamente tradotti.
Una narrazione limpida e scorrevole, che mai appesantisce.
Libri che si leggono in un giorno e che, addosso, restano per tanto tempo.
Libri che mettono coraggio. Che non pretendono di insegnare troppo – pur facendolo -, ma che ben si difendono e riconoscono: colmi di richiami, di citazioni, nomi di musicisti e pittori, architetti, autori di libri.

I suoi sono libri che fanno venire voglia di leggere ancora.


Ho avuto il piacere e l’immenso onore di poter chiacchierare con Milena dei suoi libri e dei suoi pensieri.
Riporto qui, accuratamente, la nostra chiacchierata.
Affido le sue parole a voi e vi invito a cercarne ancora, sue e altre.

Cara Milena, mi piacerebbe sapere,  in poche parole che meglio la descrivano, chi è Lei, l’autrice dei sette delicatissimi e magici romanzi che Nottetempo ha pubblicato in Italia. Quando ha iniziato a scrivere?

I miei genitori sono sardi, di Sanluri, mio padre era Tenente di Vascello nella Marina Militare e abitava a Genova dove dopo il matrimonio mamma lo ha raggiunto e dove io sono nata e ho trascorso parte della mia infanzia. Genova è una città bellissima e mi è rimasta nel cuore. Poi mio padre ha cambiato lavoro e ci siamo trasferiti a Milano, ma i miei genitori avevano il mito del ritorno a casa, in Sardegna, e così siamo arrivati a Cagliari, dopo un anno ad Alghero, dove ho fatto la quinta elementare. Ero una brava bambina, mi bastavano dei fogli di giornale e una coperta per terra per stare nel mio mondo ore e ore, a fantasticare. Appena ho imparato, ho scritto. Scrivevo e leggevo sempre. Qui a Cagliari ho fatto le Medie, le Superiori e mi sono laureata in Lettere. A proposito di fantasie, non mi sono mai mancate e mi hanno portato, qualche volta, a delle scelte sbagliate e anche buffe come quella di essermi iscritta in Medicina per fare il medico missionario, ma di essermi resa conto di non capire nulla delle materie scientifiche e di essere molto paurosa. Adesso insegno Italiano e Storia al Liceo Artistico. Il mio mestiere mi piace molto, non saprei neppure immaginarmi con un altro lavoro.

All’interno dei suoi libri c’è sempre qualcosa di magico. Con Mentre dorme il pesce e Ali di Babbo, poi, lo dice una volta per tutte: “senza la magia la vita è solo un grande spavento”. Ma, che cosa è per Lei, Milena Agus, la magia? E lo spavento? Che cosa Le fa paura?

Quella che chiamo magia è la possibilità di vivere anche in un altro mondo, oltre che in quello reale. Questa possibilità a me la danno la lettura e la scrittura. Leggendo vivo altre vite e scrivendo mi risolvo i problemi, dico quello che non direi nella realtà, se mi arrabbio con qualcuno costruisco un personaggio negativo e quello, per me che sono sempre molto mite e gentile, è il mio modo di vendicarmi del torto subito. Oppure dichiaro anche il mio amore, che ho difficoltà a dimostrare a parole nella vita reale. Ecco, per me questa è magia, una penna con le funzioni di bacchetta magica. Non avere questa possibilità mi farebbe molta paura. Rimarrebbe la vita nuda e cruda e farebbe spavento.

Tutti i suoi romanzi parlano di famiglie e raccontano le storie di generazioni. Allora mi chiedo – da buon sardo patriottico e legato alla mia Terra – : quanto ciò che siamo, per Lei, è il prodotto del dove da cui proveniamo? Quanto è importante la conoscenza delle nostre origini?

Noi siamo quello che siamo in virtù della nostra storia. Nati in un altro tempo, in altri luoghi, con diversi genitori, parenti, saremmo altre persone. La nostra carta d’identità, come dice Ungaretti nella poesia I fiumi, la fanno queste cose. Conoscere le nostre origini è conoscere noi stessi. Da sempre ho una curiosità straordinaria per le vicende dei miei parenti, faccio tante domande, vorrei sapere i segreti di famiglia, non per pettegolezzo, ma proprio per capire chi sono stati loro e quindi chi sono io.

La narrazione delle sue storie è spesso affidata a giovani e giovinette disilluse: c’è un perché? Ha per caso a che fare con la disillusa capacità di credere nella magia delle cose?

I protagonisti delle mie storie sono sempre, all’inizio, dei perdenti, almeno secondo il buon senso comune. Il mio grande gusto, forse la ragione per cui adoro scrivere romanzi, è farli vincere, non nel senso comune del vincere, cioè successo, denaro e cose del genere, ma nel fargli raggiungere uno stato di benessere interiore che spero riescano a comunicare al lettore.

Se i protagonisti veri e propri mancano nelle sue storie, certo non si può dire che non ce ne sia uno quantomeno fittizio, ossia la Cagliari sempre descritta con amore. Cagliari è forse ciò che, più di tutto, unisce e intreccia le sue storie. Che rapporto ha con questa città? Qual è la Cagliari protagonista delle sue storie? 

Prima ho raccontato un po’ i trasferimenti della mia infanzia. Quando abitavamo in Continente, soprattutto mia mamma, mi parlava di Cagliari come di un posto mitico. Lei stessa, abitando in paese, la vedeva così. Arrivata qui potevo esserne delusa, invece no, la trovo bellissima, bianca, azzurra, verticale. Trovo i Cagliaritani spiritosi e leggeri anche in situazioni pesanti. E poi c’è il mare e l’orizzonte è infinito, e questo porta larghezza di vedute ai suoi abitanti. Nelle storie che racconto c’è la Cagliari di un tempo, quella dei racconti di mia mamma e delle mie zie, ma anche quella di oggi, per esempio del quartiere internazionale di Marina, dove ci sono gli immigrati da tutto il mondo.

Una costante che ritrovo all’interno dei suoi romanzi è la riflessione attorno all’idea di Dio: mai si riesce a decidere se c’è o non c’è. Talvolta assume l’aspetto del Dio di Leibniz, altre volte la bontà dei protagonisti diventa il dio delle sue storie. Che cosa o Chi è, per Lei? Un fantasma che veglia su di noi? Le ali di babbo

Non c’è una storia dove non parli di Dio, è vero. Ne parlo dal punto di vista di vari personaggi, che la pensano fra loro in modo diverso e danno, a me che scrivo, le loro risposte a proposito di Dio, che poi sono le risposte alle mie domande. Alla fine Dio si manifesta sempre in qualche modo in queste storie, agisce per mezzo dei buoni, che ci sono sempre. Alla fine dei romanzi, dopo che Dio si è manifestato, a modo suo, naturalmente, mi sento più tranquilla, più convinta che ci sia davvero.

Mal di pietre è forse il suo romanzo che ha avuto il riscontro più positivo. Che effetto Le fa sapere he Marillon Cotillard ha letto un suo libro?

Mal di pietre ha avuto un grande successo, è vero, ma come tutte le cose, viste dall’esterno, non sono come viverle di persona. Io, certo, mi sono accorta di aver avere avuto successo, mi ha fatto piacere, è naturale, mi ha anche fatto un certo effetto vedere la mia attrice preferita interpretare la nonna di Mal di pietre, ma, essendo saggia, la mia vita ho continuato a viverla come se niente fosse accaduto, identica a prima.

E ancora, che effetto Le fa sapere che i suoi romanzi vengono letti, adorati, tradotti, trasportati cinematograficamente?

E sempre a proposito del successo e del fatto che i miei libri vengano letti in tutto il mondo, la cosa che mi piace di più è quando i lettori mi dicono che leggerli gli è stato utile, che dopo sono stati meglio, un po’ più leggeri, un po’ più fiduciosi.

Un’ultima domanda, prima di augurarLe un buon Natale: scriverà ancora? Ha già scritto qualcosa?
Io auspico di sì, per poterla infilare, insieme a tutte le altre sue antichenuove storie, nella mensola dei libri che quest’anno ho amato di più.

Scrivo sempre, per me è vitale, come potrei stare dentro il mondo reale senza la magica via di scampo della scrittura?

Una vita sottile, Chiara Gamberale

Una vita sottile, libro Marsilio
Marsilio, 1999

Che cosa vuol dire avere una vita sottile? Che cosa è una vita sottile?

Intanto: è il vecchionuovo romanzo di Chiara Gamberale, ripubblicato diciannove anni dopo, dalla casa editrice Feltrinelli.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esordì nel panorama editoriale proprio con questo titolo. Allora lo pubblicò la casa editrice Marsilio e, grazie a quei fogli, ha vinto consensi, applausi e premi importanti. A proposito di questa e di quella edizione ho potuto chiacchierare con la Gamberale: la trovate cliccando QUI.

Diciannove anni dopo, la Feltrinelli – che pian piano sta ripubblicando tutte le sue opere passate – riporta in libreria, anche Una vita sottile, con una nuova prefazione scritta da Lei, e una postfazione scritta da tutti quei lettori che Chiara ha saputo aiutare.

Una vita sottile è un romanzo autobiografico.

Feltrinelli, 2018

Devo confessare che, normalmente, strabuzzo gli occhi davanti a questo genere di libri che recuperano storie nell’abisso della vita dei propri scrittori. Molti lo fanno: pensano di poter raccontare una storia, la loro, e di spacciarla come originale, elaborandola e ricamandoci su – talvolta poco, talvolta niente -. Secondo il mio modestissimo parere questo non è il mestiere dello scrittore: sembrerebbe piuttosto quello di un medico, di uno psicologo, di un analista che, dettagliatamente e minuziosamente, segna su un foglio dettagli di un qualche male, che non hanno ragione di esser letti, se non per individuarne in essi una diagnosi. Ma non tutti possono fare i medici.

In questo caso, invece, le pagine della vita sottile che Chiara racconta sono utili più di quei fogli bianchi che ci prescrivono i medici: sono pagine, poche, ma abbastanza, che curano anima, corpo e il Mondo.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esce da una terribile malattia, l’anoressia, che l’ha lacerata nel profondo. L’ha sgualcita, distrutta, privata di tutte le sue certezze, di molte persone intorno. Di tutti quegli Io che l’hanno sempre poeticamente abitata, per poi riportarla a casa e da noi, forte e con tanto da insegnare.

È il modo in cui Chiara Gamberale sceglie di raccontarsi a rendere questa storia più lunga di quanto lo è effettivamente.
Lei è nata per scrivere: non c’è altro da aggiungere, anzi ce n’è parecchio e dovrò fare molta attenzione affinché le mie parole non risultino banali e il mio modo di scriverne, questo, sminuito, davanti alla sua penna, e alle sue mani, grasse e piccole – come dice Lei -. Chiara Gamberale scrive in un modo che si potrebbe dire quello dei futuristi, quando le pagine diventano più di pagine scritte, disegnate, pasticciate, con l’alternanza di tanti caratteri tipografici, dove andare a capo, usare delle virgole e la punteggiatura come nessuno aspetta di trovarle usate, diventa la sua peculiarĭtas. 

Il modo originale in cui decide di raccontarcelo è attraverso le persone. Cronologicamente, la Gamberale racconta la sua storia attraverso le persone che sono rimaste e anche quelle che se ne sono andate durante quegli anni di buio impenetrabile. Parla di sé parlando degli altri.

Un capitolo per ogni persona significativa della sua vita.

Uno per il suo cane Jonathan, salvato dalla rabbia e riconoscente a Lei per il resto della vita.

Uno per Elena, definita dalla Gamberale dipendenza, al pari delle Marlboro lights, dei monologhi di Gaber e del succo d’ananas.

Un capitolo per Marco, l’animatore di un villaggio turistico, “senza dubbio il più bello”, dove Chiara va a riprendere coscienza del proprio corpo: una notte che nel suo cuore rimarrà per tutta la vita. Un uomo in grado di farla sentire terribilmente leggera – come nessuno ha mai saputo fare – e che Lei, ha il potere, con assoluta trasparenza, di far sentire pesante, di spessore – come nessuno ha mai saputo fare con lui -, perché “è bello poter chiamare una persona per nome!”

Un altro capitolo per i professori del Liceo Classico Socrate di Roma, dediti all’amore per ciò che insegnano e alle persone a cui lo insegnano: alunni che non sono piccole e inutili figure a cui dover, svogliatamente, insegnare le solite cose. Ma persone.  Persone. Il Liceo Socrate dove ha imparato che “crisi in greco vuol dire scelta”, costretta ad abbandonare al quarto anno per andare al Severo.

Chiara Gamberale parla di tutte le persone salvifiche che ha incontrato durante quegli anni: credo non ne trascuri neanche una, quando non sa che dire lascia una pagina bianca e le dedica comunque un foglio in un libro dove essere menzionati è un onore, un privilegio: soprattutto per il potere medico di queste pagine. E non lo dico solo io: lo dicono tutti quei lettori coinvolti nella postfazione, quelli che dicono “È anche grazie a te se ho appena finito di mangiare ben due dolci”, o

Chiara, devo smettere. Se continuo, non finisco più. Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, non ho mai scritto roba del genere. Devo però arrivare a una fine quindi mi fermo qui per ora. Ho fatto la scelta giusta questa volta. Mi stai facendo un regalo bellissimo.

Pasticceria Charlotte, Re di Roma

Una vita sottile è un libro meraviglioso per le tante storie che racconta. È un romanzo incredibile perché non è una storia: sono tante, infinite storie, tutte le nostre drammatiche storie, in cui, intrappolati per la macabra e illogica capacità di sentirci estranei al nostro corpo: che è uno solo e va accettato, come la vita che ci è capitata, perché ognuno ha “l’aspetto fisico che si merita, e non sto parlando solo di bellezza nel senso più comunemente inteso o di curve e muscoli al posto giusto”.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia la pasticceria Charlotte per avermi ospitato con gaudio: un luogo molto piccolo quanto speciale, a Roma – in via Vercelli 12, vicino alla fermata metropolitana Re di Roma –  dove, in mezzo a piante e un arredo chic si possono gustare ottimi dolcetti e fare una gustosissima colazione.

La luce che resta, Evita Greco (Recensione e chiacchierata)

La luce che resta è il nuovo romanzo drammatico di Evita Greco, in uscita il 13 settembre per Garzanti. Questa volta, dopo Il rumore delle cose che iniziano, Evita Greco scrive una storia più matura della precedente, mantiene il suo stile inconfondibile, ma stavolta non trascura nessun dettaglio e ogni cosa assume la necessità di esser narrata. Con gli occhi di una madre, Evita Greco, scrive con le mani di una pittrice, delicatamente, attraverso particolari e analisi minuziose racconta un intreccio di storie apparentemente slegate, ma destinate a rincorrersi, capitolo dopo capitolo, fino ad allacciarsi nella stessa trama.
La sua scrittura è precisa, attenta a ogni minimo particolare: per Evita Greco, ogni azione ha un posto privilegiato nel racconto, come se tutto ciò che viviamo, pensiamo e sopportiamo meriti l’attenzione di un narratore e poi quella del lettore, che una volta catturato non riesce più a staccarsi dalle pagine del libro: quest’attenzione per i dettagli poi, facilita quella necessità che il lettore ha di immedesimarsi in ognuno dei personaggi di La luce che resta, nati dalla testa di Evita Greco

Il treno regionale 12047, ogni mattina, mentre viaggia ha da una parte il mare e dall’altra le colline. Sopra c’è Carlo: segue la madre, lo fa sempre quando lei gli dice che vuole uscire di casa, non sa bene per andare dove, e poi va in tribunale: è avvocato, una professione che gli sta stretta, dicono sia riuscito a diventarlo solo grazie al padre.
Marco che vive fuori, lavora a Londra e tenta di convincerlo in ogni modo a portare la madre in una casa protetta, lasciare l’Italia e andare a vivere in Inghilterra. La vita di Carlo, le sue attenzioni e le sue preoccupazioni si riducono a quelle rivolte verso una sola persona, sua madre Filomena, a cui ha promesso che un giorno comprerà una macchina, una Dyson, che a lei piace tanto, e scapperanno lontano, in una casa dove sembrerà di poter toccare il mare solo guardando fuori dalle finestre.
Su questo treno, tutte le mattine, Cara accompagna a scuola Vita, la sua bambina, e poi scappa al lavoro, ne fa diversi: la segretaria in uno studio medico, il dottorato all’università. Cara è una mamma in carriera, e tutte le mattine, ogni volta che saluta la figlia, poi deve combattere con il senso di colpa che la opprime per la necessità di dover chiamare una baby-sitter, sperare che sia libera, e chiederle di andare a prendere Vita all’asilo.
Su questo stesso treno Carlo e Cara si incontrano, con le loro storie, i loro scheletri nell’armadio: impauriti e indifesi, due anime ferite, che hanno paura di conoscersi ma sono curiose di farlo. I loro viaggi si intrecciano, attraverso i racconti del grande amore che vive ancora nei ricordi di Filomena, le loro vite si incrociano, e cominceranno a cercarsi ogni volta che prenderanno il treno, finché non avranno il coraggio di parlarsi, e di aiutarsi poi.

La luce che resta è quella luce che rimane quando tutto attorno è calato il buio, che spaventa e porta a divenir ciechi davanti a tutto ciò che accade attorno. Un lungo dramma sulla paura, che esplora ogni lato del nostro animo e ci interroga spesso. È il racconto di quel momento in cui rimaniamo soli, perdiamo noi stessi, e ci aggrappiamo con tutte le forze alla felicità di qualcun’altro. Ma soprattutto, è il romanzo dell’amore materno, quello che ci consegna al mondo. Dell’amore che un figlio prova per la madre, della forza che ogni madre riceve in dono, senza averla mai avuta prima, quando il suo corpo si prepara a ospitare un bambino. Delle paure che una madre ha ogni volta che saluta suo figlio, e di quel senso di completezza che ogni figlio prova quando si trova con sua madre: Vita per Cara e Carlo per Filomena. Un amore forte, che supera i confini. Un romanzo per consolare le perdite e che fa ritrovare il coraggio.

Evita Greco è tornata, stavolta più forte che mai: non ha paura, osa e ci consegna un’opera di cui si sentirà parlare molto presto. E così sia!

Chiacchierata letteraria con Evita Greco

Cara Evita, “anche il cielo più scuro nasconde un raggio di sole”, qual è il tuo spiraglio di luce? Da dove proviene?
Dai miei bambini e dalle storie. Non faccio altro che raccontarmi storie, in un certo senso. Le cerco mentre cammino, le cerco ovunque. Sono il mio amuleto, le storie. Il mio modo di credere di poter avere a che fare con la realtà.

Questa volta ti sei fatta desiderare… ci hai tenuti sulle spine per un po’, quanto amore e quanto tempo hai dedicato alla scrittura di La luce che resta?

Tempo tanto, amore anche di più. L’ideale sarebbe stato farlo uscire a due anni dal “rumore delle cose”, poi però è servito più tempo e più spazio. E’ stato inevitabile, per me, prendere molto molto molto sul serio tutto quello che era stato detto a proposito del primo libro. Il che, inevitabilmente, mi ha un po’ rallentato con il secondo. Poi nel frattempo è nato il mio Carlo, e anche lui si è preso la sua quantità di tempo, e tutto l’amore.

Nei libri che si scrivono c’è certamente sempre un po’ di noi. Dove sei tu, veramente, in questo romanzo? Ti senti più vicino a ciò che prova una madre o una figlia?
In questo libro, molto più che nel primo, credo di essere vicina a tutti. C’è davvero una parte di me in ognuno dei personaggi. Credo che sia spesso così, il materiale che abbiamo a disposizione per scrivere è la nostra vita e quindi quel che siamo finisce ovunque. “Per quanto mi identifichi nel battito di un altro, sarà sempre attraverso questo cuore”, dice una canzone di Jovanotti. C’è un pezzetto del mio cuore in ognuno dei personaggi, insieme a delle caratteristiche – spero – solo loro.
Cara (un po’ come Giulia del Rumore delle cose che iniziano) rappresenta un modello di donna forte che io spero di raggiungere, ma che forse non  mi appartiene davvero. Marco ha una forza che ammiro, tiene la barra del timone dritta, sempre. Nelle fragilità di Filomena mi riconosco. Mentre Carlo, per me, rappresenta il giusto mix tra forza e tenerezza (passami la semplificazione). Rileggendo il libro, scherzando tra me e me, mi sono detta che è una specie di Christian Gray delle mamme. Non ho letto cinquanta sfumature di grigio ecc. ecc., ma sono ragionevolmente certa che un uomo che offre con biscotti fatti in casa a tua figlia, uno capace di addormentarla, di prendersi sul serio mentre gioca con lei, e di esserci, senza troppo parlare, vale lo
scambi!

Mi incuriosisce la scelta dei nomi: a parte i personaggi che si chiamano come i tuoi bambini, tutti gli altri, come nascono nella tua testa? Prima nascono e poi dai loro un nome, o viceversa?
Quasi contemporaneamente. Dare i nomi ai personaggi, per me, è davvero difficile. Per alcuni ho le idee chiarissime sin dal principio. Altri (per esempio quelli del “rumore delle cose che iniziano”) rimangono solo iniziali per tantissimo tempo. In generale faccio molta fatica a prendere decisioni definitive. Dare un nome è una decisione definitiva. “Cara” è un omaggio –piccolissimo e molto maldestro- alla canzone di Lucio Dalla, che per me è forse la più bella di sempre. Marco è il nome del mio compagno, qualcosa del Marco del libro me lo ricorda. Filomena è un nome che mi piace, e in parte ho pensato al film, al tipo di maternità che viene raccontata nel film. Carlo perché c’era il nostro, di Carlo, che è sempre stato Carlo da sempre, da quando ci siamo conosciuti io e Marco, che ce lo dicevamo che, un figlio nostro, maschio, sarebbe stato Carlo. Che poi il nostro Carlo si chiama Carlo Antonio, in onore del nonno paterno che non ha conosciuto, e che sarebbe impazzito dalla gioia a saperlo qui.

Siamo tutti curiosi di sapere come ha reagito Chiara Gamberale quando ha scoperto che uno dei protagonisti della tua storia si chiama proprio come sua figlia, Vita.
Chiara non credo lo sappia, ancora. Ma nei nostri incontri, c’è stato un bello scambio di “attese”. L’ho incontrata a Rapallo, quando ancora non sapevo che Carlo stava arrivando, ma già c’era. L’ho incontrata a Macerata, quando Carlo stava per nascere. Non ricordo se glielo dissi, o se glielo scrissi quando poi lei mi  disse che Vita stava arrivando. Se Carlo fosse stato una femmina, sarebbe stata Vita. E’ un nome bellissimo, che ha dentro tutto quello che conta. Spero non le dispiaccia. Ancora di più spero di conoscere la sua Vita il prima possibile.

Tra le tue pagine si sente il tuo destino, quello di madre: traspare tutto l’amore che tu sei in grado di provare, probabilmente, perché a descriverlo sei veramente abile. Quante volte ti sei sentita inadatta come madre dei tuoi bambini?
A costo di sembrare presuntuosa, forse per la prima volta in vita mia lo dico: non mi sono mai sentita inadatta. Stremata, sì, molto spesso. Così come molto spesso so di cedere su fronti in cui non dovrei (cartoni animati mentre siamo a cena fuori, cibi non sempre sani, ritmi sonno veglia totalmente sballati anche per colpa nostra), ma inadatta mai. Capita di sentirsi osservate, capita di accorgersi che magari, mentre sei in strada e uno dei tuoi bambini piange o urla, o si butta per terra, e allora capisci che qualcuno sta pensando di te “sei inadatta”. Ma con il tempo ho imparato a capire che ci sono altrettante persone che ti guardano e pensano “so cosa succede, è tutto ok”.
Sogno un mondo in cui nessuno si debba sentire in difetto, quando magari il suo bambino piange, sogno un mondo in cui nessuna madre si senta inadatta. Perché la maggior parte delle volte, se una madre si sente inadatta, è perché è sola, e nessuna dovrebbe esserlo mai. Come pensa spesso Cara: serve un villaggio. Dobbiamo essere tutte il villaggio di tutte.

Da La luce che resta, di luce ne esce tanta. Riesci a farci credere che, talvolta, quando è tutto buio, faccia più luce la luce che rimane che buio il buio che si vede. Presenti il buio come necessario, e guardi le cose tutte da una prospettiva più confortante. Che cosa diresti a chi non riesce a individuarla?
Che c’è, che ognuno di noi sa che c’è e che tutto ha un suo “verso”, un suo significato. Spesso occorre allontanarsi, spesso fa un male cane, ma in parte, per crescere, abbiamo davvero bisogno che si aprano alcune crepe. Poi credo anche che ci siano dolori che non servono a nulla. Dolori che sono dolori e basta, cose che non dovevano andare così. Di fronte a cose del genere (come per Marco e Filomena) non basta neanche un grande amore. Accadono anche queste, purtroppo. E forse si trova un verso anche per quelle.

 Lascia un po’ di luce anche a noi: stai già scrivendo il prossimo?
Scrivendo ancora no. Ma ho in mente una storia di cui sono profondamente innamorata. Me la immagino anche molto diversa da quello che ho raccontato fino ad adesso, poi magari non sarà così diversa, non lo so. Ma è una storia che adoro. E quando l’asilo riaprirà, inizierò a scriverla, promesso.

 

 

Per le foto di copertina sono stato ospitato da Necci al Pigneto, a Roma (via Fanfulla da Lodi 68) un grazioso locale dove spendere il proprio tempo: studiando, mangiando, bevendo qualcosa e facendo un ottimo aperitivo. Potete trovare degli ottimi dolci di loro produzione, mangiare un buon piatto di pasta, o tenervi leggeri con sfiziosissime insalate!

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