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L'immagine rappresenta un'istantanea scattata al secondo libro di Natalia Ginzburg, È stato così, pubblicato da Einaudi Editore

È stato così, N. Ginzburg

È il 1947 quando Natalia Ginzburg dà alla stampa il primo libro che reca il vero nome dell’autrice. Si tratta di È stato così, un romanzo breve riproposto in seguito nella raccolta Cinque romanzi brevi, insieme a La strada che va in città, Valentino, Sagittario, e Le voci della sera. La strada che va in città era il titolo del suo primo romanzo, uscito con lo pseudonimo di Alessandra Torimparte.

Per Natalia, il 1947 è un anno importante perché, in qualche modo, rappresenta un momento di discontinuità e rottura con il passato. Da quell’anno molte cose cambieranno per lei e finalmente le sue pene sembreranno ricevere un po’ di tregua – anche grazie all’unione con Gabriele Baldini.

Allora sono passati solo tre anni da quando suo marito Leone è morto nelle carceri di Regina Coeli, fino all’ultimo senza mai rinnegare la sua natura antifascista. Un uomo coraggioso, uno dei padri fondatori della casa editrice Einaudi, che proprio in quegli anni si distinse per la capacità di restare in piedi onestamente anche sotto il fascismo.

Per Natalia la perdita del marito è dolorosa, ed Einaudi – quasi per consolarla, ma sopra a tutto per affetto – le offre il posto di redattrice nella sede romana della casa editrice.

Tra quelle stanze Natalia scrive È stato così, una storia che, tramite il loro dolore racconta del malessere costante in cui vive da quando Leone l’ha lasciata. Il libro è dedicato proprio “A Leone” e dal suo interno esonda una tale struggente malinconia che la stessa Ginzburg riconosce provenire dal suo mal stare.

Ero infatti, mentre lo scrivevo, di un umore profondamente malinconico. Questo umore malinconico, è certo, nel racconto, un difetto. […] Se riscrivessi oggi quel racconto, non so se conserverei quel colpo di pistola, credo piuttosto di no.

Natalia Ginzburg, l’autrice commenta il suo libro per le nostre lettrici, “noi dnne”, xx, 7 marzo 1964

L’incipit di È stato così è fulminante. Sembra l’esordio di un film, l’azione scatenante che mette in moto la storia.

Una donna prende una rivoltella dal cassetto dello scrittoio del marito e gli spara nei occhi. Si infila l’impermeabile e i guanti e poi esce di casa. Prende un caffè al bar e comincia a caminare a caso per tutta la città. Raggiunge un parco, si siede su una panchina, mette in tasca la fede e comincia a riflettere su quello che è appena accaduto. “Ho sparato a mio marito”, pensa, si chiede che cosa dirà alla polizia, loro non potranno mai capirla, e lei teme che non possa essere compresa se non racconta la storia proprio dall’inizio. “È stato così”, direbbe, “È per questo che ho ammazzato mio marito” e comincerebbe a raccontare la storia fin dall’inizio.

Un io narrante – spesso rinnegato da Natalia – si assume il compito di raccontare la storia fin dal momento in cui i due si incontrano, nello studio di un medico.

Eppure, quella prima persona singolare sembra molto di più che un puro accorgimento stilistico, è come se la storia scritta fosse per lei una sorta di continuazione della vita. La fantasia come un mondo parallelo governato dalle emozioni. In quelle pagine, infatti, sono i sentimenti a guidare la narrazione. È come se tutto, i personaggi, i fatti, le parole e persino la sintassi, fossero a servizio dei sentimenti. Sentimenti soprattutto di malinconia, sentimenti come il sentirsi inopportuni e fragili davanti agli altri, o cercare l’armonia fuori di noi stessi.

Il dolore si percepisce persino nella scelta di un linguaggio antigrazioso e di un ritmo serrato che non cala mai. È stato così è una tragedia senza atti.

È il resoconto puntiglioso e quasi cronachistico di una vita tragica e sbagliata senza rimedio alcuno. Il dettato di una donna normale, una piccola borghese intellettuale, una persona semplice che dal momento in cui si sposa chiude il resto del mondo fuori dalla sua vita, e la vita, in qualche modo, cessa di esistere. Eppure, così non è stato per Alberto, suo marito, che invece la tradisce, le mente e che non ha nessun amore per lei, mentre dice deliberatamente di provarne per un’altra donna. E a quel punto c’è solo una via di scampo per la donna: restare incinta.

Una storia terribilmente attuale, breve quanto intensa, che a distanza di settant’anni dal momento in cui venne composta non smette di parlare alla contemporaneità.

L'Isola di Arturo fotografato in mezzo a una tovaglia meridionale

L’isola di Arturo, Elsa Morante

Nella primavera del 1952, Elsa Morante comincia a scrivere L’isola di Arturo. Accade dopo un piccolo soggiorno nell’Isola di Procida, che la Morante compie con suo marito Alberto Moravia. Insieme alloggiano in un albergo che poi diventerà un luogo d’incontro per poeti e artisti provenienti da ogni luogo.

Inizialmente comincia a comporre Nerina, ma ne abbandona la scrittura per la stesura di un’opera che le procurerà la vittoria del Premio Strega 1957.
Il libro viene subito pubblicato da Einaudi, e dona alla Morante il riconoscimento tanto atteso.
Si tratta di un romanzo di formazione raccontato in prima persona dal protagonista del racconto, Arturo Gerace – lo stesso punto di vista che aveva ottenuto i risultati sperati con Menzogna e Sortilegio.

Arturo ha il nome di una stella. È un giovane ragazzo – ha all’incirca quindici anni quando narra la storia – destinato per sempre alla solitudine. Nonostante egli sia impossibilitato di accorgersene razionalmente, è lasciato solo fin dal principio e di questa solitudine soffre immensamente.
Prima tra tutti è abbandonato sua madre, la cui perdita dolorosa – che coincide con la sua nascita – gli cucirà addosso un’amara malinconia, che si porterà appresso per il resto dei suoi giorni. Neanche la religione gli dà conforto, e nonostante sia stato battezzato, Arturo non crede in Dio e si professa fieramente ateo.

I primi anni della sua esistenza trascorrono lunghi e beati tra spiagge e scogliere, anche grazie alla presenza di Silvestro, un soldato balio che si prende cura di lui durante l’infanzia e lo alleva con il latte di capra. Questo personaggio rappresenta per il neonato una figura che, tramite il ricordo, riuscirà ad accudirlo anche quando sarà ormai cresciuto e lontano. Oltre a ciò, una compagnia che sopraggiunge in soccorso delle grandi mancanze.

Suo padre, Wilhelm Gerace, trascorre la maggior parte del tempo lontano da Procida, perché va in cerca di affari e divertimenti in giro per il mondo. Non va d’accordo con nessuno, ma per Arturo è un idolo irraggiungibile, e tutto ciò che gli appartiene pare essere circondato da un’aurea regale. I suoi racconti sono miti leggendari, e ogni compito che gli viene assegnato, per Arturo diviene l’occasione per avere l’attenzione del padre.
Wilhelm gira per l’isola in chiassosi sandali di legno, la camicia aperta sul petto; non ha mai un aspetto presentabile o raccomandabile, ma a lui ha promesso che quando sarà grande abbastanza partiranno insieme alla scoperta del mondo.

È così che scorre il tempo per Arturo Gerace: ogni volta, accompagnando il padre fino al molo per salutarlo con la mano e vederlo andar via, per poi aspettare il suo rientro nel grande Castello.
La loro dimora è un antico monastero dove Romeo l’Amalfitano (il più antico abitante di Procida) si era stabilito – ereditato poi dal padre di Arturo, in quanto suo unico amico.

Il luogo è segnato da una leggendaria maledizione: qualunque donna vi abiterà sarà condannata a morire.

Il castello

sorge, unica costruzione, sull’alto di un monticello ripido, in mezzo a un terreno incolto e sparso di sassolini di lava. La facciata guarda verso il paese, e da questa parte il fianco del Monticello è rafforzato da una vecchia muraglia fatta di pezzi di roccia.

Procida è di origine vulcanica, e nonostante la vicinanza alla più chiassosa Napoli, l’Isola di Arturo non assomiglia per niente alla grande città. Il porto è popolato solo da chiatte o barconi mercantili, lontano dal traffico che affolla quegli altri vicini. Viene descritta come un luogo lontano da qualsiasi tempo e dalla Storia, dove gli abitanti sono taciturni, e il mare ascolta e racchiude i segreti dei procidani.

In tutta l’Isola, regna un silenzio sovrano, e la natura – fatta di ginestre, fiori spontanei e verdi colline – accudisce il giovane Arturo. L’unica compagnia per il ragazzo è Immacolatella, una cagnetta a cui è riuscito ad affezionarsi anche sua padre. Proprio questo animaletto sarà collegato al suo primo grande dolore, derivante dalla sua perdita.

Un giorno suo padre torna a casa con una giovanissima fidanzata, Nunziatella, e Arturo impazzisce di gelosia.

È spaventato dall’idea che abbia deciso di portarla dentro il Castello, e ancor di più teme che le sue attenzioni possano risentirne. Tuttavia, è rincuorato nel constatare che lui non la guardi nemmeno, e sin da subito si dimostra nei confronti di lei sgarbato, autoritario – e persino violento!

L’isola di Arturo narra il passaggio di Arturo dalla sua infanzia alla piena maturità. È un eroe valoroso, la cui storia è raccontata attraverso la moltitudine di sentimenti che prova. Ci sono dentro tutti: il dolore, il tradimento, la solitudine, il rimorso, il rimpianto, la compassione, l’amore, l’amicizia, la lealtà. Per questo ragione, Arturo dovrebbe essere letto più spesso e in quel momento della vita.

Sarebbe difficile, ancora una volta, tentare di inserire la scrittura di Elsa Morante in altri gruppi stilistici. La Morante è una scrittrice totalmente nuova, ogni volta che si appresta a scrivere.

Elsa Morante è precisa, accompagna il racconto con lunghissime e indimenticabili descrizioni che rendono l’ambientazione del racconto dettagliata, e i personaggi finemente caratterizzati. La prosa della scrittrice non lascia intravedere modelli. È asciutta, e ogni suo grande periodare conduce a un’immedesimazione così profonda, che alla fine ci sembrerà di essere noi stessi Arturo. Di aver provato, almeno una volta, ognuno di un ventaglio dei sentimenti raccontati.


Una vita sottile, Chiara Gamberale

Una vita sottile, libro Marsilio
Marsilio, 1999

Che cosa vuol dire avere una vita sottile? Che cosa è una vita sottile?

Intanto: è il vecchionuovo romanzo di Chiara Gamberale, ripubblicato diciannove anni dopo, dalla casa editrice Feltrinelli.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esordì nel panorama editoriale proprio con questo titolo. Allora lo pubblicò la casa editrice Marsilio e, grazie a quei fogli, ha vinto consensi, applausi e premi importanti. A proposito di questa e di quella edizione ho potuto chiacchierare con la Gamberale: la trovate cliccando QUI.

Diciannove anni dopo, la Feltrinelli – che pian piano sta ripubblicando tutte le sue opere passate – riporta in libreria, anche Una vita sottile, con una nuova prefazione scritta da Lei, e una postfazione scritta da tutti quei lettori che Chiara ha saputo aiutare.

Una vita sottile è un romanzo autobiografico.

Feltrinelli, 2018

Devo confessare che, normalmente, strabuzzo gli occhi davanti a questo genere di libri che recuperano storie nell’abisso della vita dei propri scrittori. Molti lo fanno: pensano di poter raccontare una storia, la loro, e di spacciarla come originale, elaborandola e ricamandoci su – talvolta poco, talvolta niente -. Secondo il mio modestissimo parere questo non è il mestiere dello scrittore: sembrerebbe piuttosto quello di un medico, di uno psicologo, di un analista che, dettagliatamente e minuziosamente, segna su un foglio dettagli di un qualche male, che non hanno ragione di esser letti, se non per individuarne in essi una diagnosi. Ma non tutti possono fare i medici.

In questo caso, invece, le pagine della vita sottile che Chiara racconta sono utili più di quei fogli bianchi che ci prescrivono i medici: sono pagine, poche, ma abbastanza, che curano anima, corpo e il Mondo.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esce da una terribile malattia, l’anoressia, che l’ha lacerata nel profondo. L’ha sgualcita, distrutta, privata di tutte le sue certezze, di molte persone intorno. Di tutti quegli Io che l’hanno sempre poeticamente abitata, per poi riportarla a casa e da noi, forte e con tanto da insegnare.

È il modo in cui Chiara Gamberale sceglie di raccontarsi a rendere questa storia più lunga di quanto lo è effettivamente.
Lei è nata per scrivere: non c’è altro da aggiungere, anzi ce n’è parecchio e dovrò fare molta attenzione affinché le mie parole non risultino banali e il mio modo di scriverne, questo, sminuito, davanti alla sua penna, e alle sue mani, grasse e piccole – come dice Lei -. Chiara Gamberale scrive in un modo che si potrebbe dire quello dei futuristi, quando le pagine diventano più di pagine scritte, disegnate, pasticciate, con l’alternanza di tanti caratteri tipografici, dove andare a capo, usare delle virgole e la punteggiatura come nessuno aspetta di trovarle usate, diventa la sua peculiarĭtas. 

Il modo originale in cui decide di raccontarcelo è attraverso le persone. Cronologicamente, la Gamberale racconta la sua storia attraverso le persone che sono rimaste e anche quelle che se ne sono andate durante quegli anni di buio impenetrabile. Parla di sé parlando degli altri.

Un capitolo per ogni persona significativa della sua vita.

Uno per il suo cane Jonathan, salvato dalla rabbia e riconoscente a Lei per il resto della vita.

Uno per Elena, definita dalla Gamberale dipendenza, al pari delle Marlboro lights, dei monologhi di Gaber e del succo d’ananas.

Un capitolo per Marco, l’animatore di un villaggio turistico, “senza dubbio il più bello”, dove Chiara va a riprendere coscienza del proprio corpo: una notte che nel suo cuore rimarrà per tutta la vita. Un uomo in grado di farla sentire terribilmente leggera – come nessuno ha mai saputo fare – e che Lei, ha il potere, con assoluta trasparenza, di far sentire pesante, di spessore – come nessuno ha mai saputo fare con lui -, perché “è bello poter chiamare una persona per nome!”

Un altro capitolo per i professori del Liceo Classico Socrate di Roma, dediti all’amore per ciò che insegnano e alle persone a cui lo insegnano: alunni che non sono piccole e inutili figure a cui dover, svogliatamente, insegnare le solite cose. Ma persone.  Persone. Il Liceo Socrate dove ha imparato che “crisi in greco vuol dire scelta”, costretta ad abbandonare al quarto anno per andare al Severo.

Chiara Gamberale parla di tutte le persone salvifiche che ha incontrato durante quegli anni: credo non ne trascuri neanche una, quando non sa che dire lascia una pagina bianca e le dedica comunque un foglio in un libro dove essere menzionati è un onore, un privilegio: soprattutto per il potere medico di queste pagine. E non lo dico solo io: lo dicono tutti quei lettori coinvolti nella postfazione, quelli che dicono “È anche grazie a te se ho appena finito di mangiare ben due dolci”, o

Chiara, devo smettere. Se continuo, non finisco più. Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, non ho mai scritto roba del genere. Devo però arrivare a una fine quindi mi fermo qui per ora. Ho fatto la scelta giusta questa volta. Mi stai facendo un regalo bellissimo.

Pasticceria Charlotte, Re di Roma

Una vita sottile è un libro meraviglioso per le tante storie che racconta. È un romanzo incredibile perché non è una storia: sono tante, infinite storie, tutte le nostre drammatiche storie, in cui, intrappolati per la macabra e illogica capacità di sentirci estranei al nostro corpo: che è uno solo e va accettato, come la vita che ci è capitata, perché ognuno ha “l’aspetto fisico che si merita, e non sto parlando solo di bellezza nel senso più comunemente inteso o di curve e muscoli al posto giusto”.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia la pasticceria Charlotte per avermi ospitato con gaudio: un luogo molto piccolo quanto speciale, a Roma – in via Vercelli 12, vicino alla fermata metropolitana Re di Roma –  dove, in mezzo a piante e un arredo chic si possono gustare ottimi dolcetti e fare una gustosissima colazione.

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