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Il mio noviziato, dell'autrice Colette, qui ritratto con dei fiori rosa, libri vintage aperti sopra una tavola di legno

Il mio noviziato, Colette

Per rimanere incastrati nella letteratura francese, bisogna necessariamente passare da un personaggio indimenticabile: Colette. Per l’esattezza: Sidonie-Gabrielle Colette; fu una tra le scrittrici più libere che vissero a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Colette inoltre, fu critica teatrale e cinematografica, giornalista, sceneggiatrice, e negli ultimi anni di vita, persino estetista. Tuttavia, non solo per quella libertà espressiva, il suo nome ricomincia a sentirsi spesso, ma anche per l’estensione della sua produzione.

In vita, Colette compose ben cinquanta romanzi, tutti divenuti celebri e amati dalla Francia di quegli anni. Storie di donne, soprattutto, di amori finiti che nella loro sfuggevolezza raccontano molto della condizione delle donne e di Colette stessa. Ma più che raccontare, i suoi romanzi denunciano una realtà con cui Colette dovette fare i conti in prima persona.

Ultimogenita di un capitano di zuavi e della vedova di un ricco proprietario terriero, Colette trascorse la giovinezza in Borgogna. La sua infanzia – soprattutto grazie al forte libertinaggio della madre, Sidonie – fu lieta, ricca di affetto e attenzioni; e la maggior ragione, si trova oggi, proprio dietro la modernità di pensiero di Sidonie. Cresciuta nel mezzo della natura, sin da bambina ha accesso a moltissimi libri, e a sei anni già legge Shakespeare e de Balzac, e non si allontana molto dall’ateismo di Sidonie.

Dopo la prima infanzia lieta, nel 1893, quando Colette ha solo vent’anni, sposa Willy, e da quell’incontro esatto esordisce la narrazione del Mio noviziato.

Henri Gauthier-Villars, noto al grande pubblico con il nome di Willy, più anziano di quattordici anni della giovanissima Colette, è scrittore, editore, pubblicitario e molto di più. Sotto di lui, infatti, un antico Harvey Weinstein dirige una officina di schiavi (specialmente neri) che si impegnano a produrre un immenso quantitativo di opere inedite, date alle stampe con la firma di Willy. È per questo che alla fine Willy ha molto tempo libero, che di solito trascorre accompagnato da giovani donne, e personaggi illustri; la sua costante è la ricerca dello scandalo, del pettegolezzo e non decadere mai dall’olimpo della belle époque parigina.

Le ragioni per cui Colette si unì a lui sembrano ovvie fin dall’esordio. Se da un lato sarà proprio Henry Gauthier-Villars a scoprire i racconti di Colette e a spronarla a scrivere ancora, a comporre nuovi romanzi, sempre da pubblicare sotto il nome di Willy; dall’altro, ogni pagina del Mio noviziato compare ricca dell’amore e della dedizione che Colette era in grado di provare per Willy.

Che cosa potesse attrarre in una così giovane fanciulla, l’assenza di un uomo potente, se non i suoi denari e il potere? Questo è stato ciò che le persone hanno pensato a lungo di lei. Ma Colette era molto di più che una ragazzina in cerca di fama, perché non è in quel modo che la storia inizia tra loro. La loro relazione emerge dall’amore, fiorisce nell’attrazione fisica e in una gelosia morbosa che sempre proverà per il marito.

Di quell’attrazione provata da Colette per Willy – se in qualche modo se ne sente l’esigenza di formalizzarla a ogni costo – ciò che dovrebbe essere messo in risalto è piuttosto la nuova lettura che Colette dà all’amore e all’eros.

Dopo che per lunghi tempi, in narrativa – ma anche nelle forme scritte e orali più rispettabili – l’eccitazione femminile venne del tutto privata della sua importanza. Colette, in mezzo alla natura sconfinata, fu la prima a riconoscere nella donna la capacità di provare eccitazione, di emozionarsi lei stessa e di non essere invece, un puro oggetto vivente atto a soddisfare l’uomo.

Rassegniamoci a dire che se tante fanciulle mettono la mano nella zampa pelosa, tendono la bocca verso la convulsione ingorda di una bocca esasperata, e guardano serenamente sul muro l’enorme ombra maschile di uno sconosciuto, e perché la curiosità sensuale sussurra loro consigli prepotenti. In poche ore un uomo senza scrupoli fa di una fanciulla ignara un prodigio di libertinaggio, usa a ogni disgusto.

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

All’interno di questa citazione estrapolata dal Mio noviziato si leggono immediatamente gli intenti dell’intera opera di Colette. La sua volontà è prima tra tutte quella di andare oltre certi limiti e barriere; tuttavia, Sidonie-Gabrielle non fu affatto femminista – nel senso stretto in cui lo intenderemmo oggi. Anzi; sempre indisposta dalle presenze femminili, quasi costretta a un sentimento di insufficienza davanti a qualsiasi altra donna, Colette dichiarò numerose volte di non andar d’accordo con le femministe.

Però, la sua opera ha parlato (e parla ancora) più chiaramente di quanto fece Colette. I suoi ideali – tutti votati alla contrarietà di quelli conformistici del tempo; i suoi tre amanti, e in particolare la prima serie di gran successo firmata da Willy, Claudine, urlavano chiaramente la necessità di denunciare le proprie turpe al mondo intero. E se all’inizio, l’anonimato e la nascita di Claudine divertivano Colette come «una farsa un po’ indelicata», a pochi anni di distanza dal matrimonio comincia a sentirsi privata delle proprie libertà.

L’unico pensiero di conforto allora va a Sidonie. Madre amata e di cui sempre rimpiangerà la vicinanza.

Sidonie a cui dedicherà anche un libro, prima di morire, Sido è sempre rimasta viva nel cuore di Colette. Colette desiderò tornare da lei anche quando raggiunse il successo, e mai smise di sperare che le loro strade si sarebbero incrociate. Nei suoi confronti, per anni non fece altro che che fingere: imitatrice di una felicità incoraggiata solo dai pagamenti che Willy le faceva per i suoi libri. Sido torna spesso anche all’interno del Mio noviziato, inserendosi all’interno di una narrazione che è fortemente autobiografica ma che si prefigge l’idea di costruirsi come un romanzo.

Il mio noviziato non è semplicemente utile agli amatori di Colette – o a quelli che, destinati ad amarla, non l’hanno ancora conosciuta; in alcune parti diventa un saggio critico alle opere precedenti, che con sagacia e onestà contesta i propri scritti e ne traccia un profilo, evidenziandone i punti buoni e quelli più deboli.

Ben presto, però, quell’illusione di libertà dettata dal potere, era destinata a infrangersi tra le pareti di una «vera prigione». Sempre più incoraggiata a far presto, a portare a termine i suoi scritti e a dar vita a idee migliori, Colette veniva addirittura chiusa a chiava in un «laboratorio», per la quale libertà doveva «esibire pagine scritte». Ma ecco che, subito dopo questi racconti, Colette si smentisce:

Ma il rispetto della verità strampalata, e un sapore un po’ gotico, assegnano loro un posto qui. Dopotutto non c’erano sbarre alla finestra, e potevo benissimo tagliare la corda. Pace dunque a quella mano, oggi morta, che non esitava a girare la chiave nella toppa. A lei devo la mia arte più sicura, che non è quella di scrivere, ma l’arte domestica di saper attendere […]. Ho imparato soprattutto ad avere, fra quattro mura, quasi tutte le mie evasioni, a trasgredire, comprare, e infine, quando mi piovevano addosso i «presto, per dio, presto!», a insinuare:
«Forse in campagna lavorerei più in fretta…»

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

In qualche modo perciò, Willy, a lungo si trasforma in una sorta di protettore. È proprio la protezione, forse, ad attirare la giovane Colette.

Ma sempre più la gioia si trasforma in dolore; e la pazienza in un’estenuante attesa all’infinito. Il pensiero di fuggire da una parte le stuzzica la mente, ma dall’altra, farlo sarebbe impossibile.

Come si fa a fuggire? Noialtre ragazze di provincia avevamo dell’abbandono coniugale, intorno al 1900, un’idea enorme e poco maneggevole, costellata di gendarmi, di bauli convessi dei velette impenetrabili, senza contare l’orario delle ferrovie…

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

Ma alla fine, offuscata dalla paura di spingersi oltre, quell’uomo che aveva sposato le appariva quasi come un dono. Egli – dichiarava ancora Colette – «esercitava la tattica di occupare senza tregua un pensiero di donna, il pensiero di parecchie donne». Willy è davvero l’uomo amato da Colette, seppur nella stranezza dall’esterno di quella storia, eppure non fu lei alla fine a lasciarlo.

Fu proprio Willy a chiudere con lei quando Colette decise di mettere più calma e attenzione nelle proprie storie. Come se Colette – per tutto quel tempo in cui gli aveva prestato il suo ingegno –, non fosse esistita per altro che sfornare libri, scrivere come una moderna ghost-writer, e interpretare, nel frattempo, la parte della moglie perfetta. Bella, carina, rapida a spogliarsi e giovanissima. Ma soprattutto completamente soggiogata a lui.

E in quell’unica vendetta che si legge alla fine di questa opera-testimonianza di Colette, riscatto che avrebbe voluto per sé: essere lei a lasciarlo, Il mio noviziato non sarà più in grado di abbandonare la vostra memoria. Un libro scritto come se fosse, appunto, un qualsiasi romanzo di Colette: pregno di descrizioni naturalistiche, di amore e gelosia; acuto e ironico in ogni sua sfumatura; una storia, di finzione in alcune parti – è Colette la prima a riferirne le bugie – e la testimonianza di una condizione femminile di frequente danneggiata. E inoltre, la narrazione di un personaggio di cui, se si cercherà l’opera omnia da qualche parte, si faticherà a leggerne l’intera lista dei soli titoli prima che l’occhio non si stanchi.

La poltrona delle SS, edizione Nottetempo, mantenuto in mano davanti a una libreria sfocata.

La poltrona della SS, D. Lee

La poltrona della ss copertina

Leggere storie realmente accadute porta sempre il lettore a riflettere. Se la storia che viene raccontata è quella che descrive gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’eccidio degli ebrei, la riflessione è ancora più profonda, a tratti dolorosa. A gennaio, nella settimana in cui si ricordano le vittime dell’olocausto, Nottetempo ha pubblicato La poltrona della SS dello storico Daniel Lee.

Iniziando a leggere La poltrona della SS mi sono posta delle domande. La prima fra tutte è stata: dove nasconderei dei miei documenti significativi se fossi costretta a fuggire all’improvviso? Dove nascondereste voi delle carte importanti da far durare per sempre?
Cosa ha spinto Robert Griesinger a nascondere un fascio di suoi documenti all’interno di una poltrona?

Un fascio di documenti pieni di svastiche naziste che riemergono casualmente da una vecchia poltrona. Questo è il motore che muove la ricerca di Daniel Lee.

Primo piano Daniel Lee

Daniel Lee racconta nel primissimo capitolo di come una cena a Firenze dopo il suo dottarato in storia gli ha cambiato la vita. Il dottorato che aveva appena terminato indagava sulle vicende degli ebrei nella Francia di Vichy, studio che poi si ritrova nella sua prima pubblicazione Petain’s Jewish Children: French Jewish Youth and the Vichy Regime, 1940-1942. A questa cena organizzata proprio da Daniel, partecipa una sua cara amica che chiede di poter invitare anche Veronika, una giovane olandese che vuole conoscerlo.
Proprio la ragazza olandese sarà il ponte di connessione tra Daniel Lee e Robert Griesinger.

Veronika racconta a Lee cosa era successo a sua madre Jana, quando ebbe intenzione di rifoderare una vecchia poltrona. La donna aveva portato a restaurare il mobile ma andando a ritirarlo trovò un tappezziere indignato si rifiutò categoricamente di lavorare per i nazisti e per le loro famiglie. Detto ciò tirò fuori un fascio di documenti cucito all’interno del cuscino della poltrona. La povera Jana guardando quei documenti che riportavano il nome di Robert Griesinger, marchiati a ogni pagina di svastiche naziste si giustificò dicendo che non sapeva di chi fossero. Il restauratore non credendole fece tornare la donna a casa con la poltrona ancora da rifoderare e dei fogli che testimoniavano le atrocità di un nazista qualunque.

Daniel Lee partirà da questa semplice vicenda per intraprendere un enorme lavoro di ricerca che durerà ben cinque anni.

Il libro è dunque il frutto di una ricerca accurata e difficile, durata ben cinque anni. L’autore per costruire La poltrona della SS ha unito ciò che è emerso da telefonate, documenti e fotografie originali, coincidenze e segreti di famiglia. Ha viaggiato ovunque ci fosse un indizio tra Praga, Berlino, Stoccarda, Zurigo, New Orleans. Nulla è sfuggito allo storico Lee che ha cercato indizi persino nelle diverse cittadine tedesche di provincia dove Griesinger aveva studiato e lavorato.

Il meticoloso e abbondante lavoro che Daniel Lee ha portato avanti per comporre La poltrona della SS si evince anche semplicemente osservando il libro nella sua struttura. Prima che la narrazione cominci, ci sono tre pagine di nomi, in cui sono elencati tutti i personaggi incontrati, intervistati, o che sono stati necessari all’autore per il racconto. Nella parte finale del libro, invece, le note a piè di pagina si moltiplicano: sessanta pagine in cui Lee non dimentica di indicarci da quale archivio ha tratto una determinata informazione. Quello che emerge, in un reportage denso e acuto, è il ritratto di un uomo ambizioso e glaciale, ma ordinario, che ha lavorato nell’ombra per la «causa» nazista.

Chi era Robert Griesinger e perchè tanto interesse da parte di Daniel Lee? Cosa voleva trovare l’autore della Poltrona della SS durante le sue ricerche?

Io volevo sapere come passava le serate, i film che guardava, i piatti che gli piacevano, cosa leggeva alle sue figlie. Mi sembrava che venire a conoscenza di queste informazioni mi avrebbe detto qualcosa di fondamentale su coloro che avevano perpetrato la violenza nazista – una violenza che aveva devastato la mia stessa famiglia, oltre a innumerevoli altre.

lee, La poltrona della SS, nottetempo, milano 2021 (p 57)

Attraverso le sue ricerche, Lee scopre che il proprietario di quelle carte nascoste aveva fatto parte prima delle SS negli anni ’30, poi della Gestapo. Da quel fascio di documenti scopre inoltre che egli comparve tra coloro che parteciparono alla guerra sul fronte sovietico nell’estate del ’41, in cui migliaia di ebrei vennero massacrati nei villaggi ucraini. Proprio questa esperienza permetterà al nostro protagonista di ottenere un posto da funzionario al ministero dell’Economia e del Lavoro a Praga.

La strada che Lee percorre è tortuosa e soprattutto non circoscritta ai soli anni del nazismo. L’autore infatti non vuole solo spiegarci chi erano i buoni e i cattivi in quell’epoca, Daniel Lee cerca una spiegazione a quella cattiveria. La cerca all’interno della famiglia di Robert, (arriva fino a New Orleans e in Lousiana per capirlo meglio). La cerca negli studi e nell’ambizione di questo nazista qualunque (arriva a cercare negli archivi della scuola a Tubinga che Griesinger aveva frequentato).

Le origini e l’ambizione risultano essere quindi ciò che ha condotto Robert Griesinger a essere un burocrate assassino durante il nazismo.

L’obiettivo che Daniel Lee cerca di raggiungere è quello di raccontare la normalità di un uomo qualunque, quale Griesinger era. Lee cerca di far comprendere ai suoi lettori che i feroci nazisti, quelli più vicini a Hitler, non sarebbero potuti esistere senza il costante lavoro di uomini come Griesinger.

I libri di scuola ci hanno insegnato che i cattivi della Seconda guerra mondiale erano quelli che uccidevano gli ebrei all’interno dei campi di sterminio. Ma la storia ha saputo andare oltre, dimostrando come i protagonisti di quell’abominio erano anche tutti quegli uomini che, più silenziosamente, all’ombra dei propri uffici, firmando carte e autorizzazioni, acconsentivano alle disgrazie di uomini colpevoli solo di essere nati. Griesinger era uno di loro, un burocrate assassino. Le sue mani non si macchiavano di sangue. Al massimo potevano macchiarsi dell’inchiostro delle penne e dei timbri che stabilivano chi non doveva continuare a vivere.

Quando Griesinger ottiene il suo posto tanto aspirato a Praga è il 1943. Nella capitale occupata dai tedeschi ha il compito di chiudere le imprese e trasferire i lavoratori in Germania, strappandoli alle loro famiglie. Le fabbriche decennali del paese chiudono proprio per mano del burocrate, i lavoratori di quelle fabbriche vengono deportati nei campi di concentramento per mano di Griesinger.

Nella Poltrona della SS troviamo un viaggio a ritroso nelle origini della famiglia Griesinger per spiegare ― non giustificare ― le azioni del giurista.


Come è stato possibile che milioni di uomini si siano macchiati delle stesse, se non peggiori, colpe di Griesinger e hanno trovato quel contesto storico del tutto normale? Guido Caldiron ha intervistato l’autore della Poltrona della SS ponendogli un quesito simile. Dal libro stesso infatti si evince che Griesinger ha avuto sempre compagni e vicini di casa ebrei. Come è stato possibile quindi che Griesinger non fosse per niente turbato dalla sorte cui erano destinate anche persone che aveva conosciuto o incontrato? Come gli è stato possibile giustificare tutte quelle atrocità?

Daniel Lee primo piano

Lo stesso Lee ricorda, rispondendo all’intervista, che l’antisemitismo non è nato improvvisamente con Hitler ma era già impermeato nella società. «Nell’ambiente sociale e familiare di Griesinger era quasi un luogo comune quello di considerare gli ebrei moralmente degenerati. Questo aiuta a spiegare perché in seguito non si sia certo preoccupato per il destino degli ebrei, anche di quelli che magari aveva conosciuto».

Nella storia di Griesinger confluiscono lo schiavismo, l’emigrazione, la guerra e il genocidio. Se gran parte dei nazisti non aveva avuto bisogno di antenati schiavisti per odiare gli ebrei, il fatto che Griesinger potesse annoverarne parecchi nel suo albero genealogico ci impedisce di pensare al nazismo come a un fenomeno isolato o puramente tedesco

d. lee, La poltrona della ss, nottetempo, milano 2021 (p. 332)

I documenti nascosti nella poltrona della SS simboleggiano anche il silenzio che per molti anni ha alimentato le famiglie del Dopoguerra.

Il lavoro di Daniel Lee è stato non solo quello di viaggiare tra tutti gli archivi possibili in cui ritrovare una traccia – seppur la più minima – del passaggio di Griesinger, ma anche quello di ricerca di testimoni. Il protagonista delle sue ricerche era, come già detto, un personaggio anonimo nel suo ambiente; di conseguenza, trovare sue tracce per Lee è stato difficoltoso. Nonostante la grande difficoltà Lee incappò prima in un suo zio e di conseguenza anche nelle due figlie di Robert: Barbara e Jutta. La cosa che stupisce di più nel leggere degli incontri avvenuti con Lee è che le due figlie non avevano idea delle mostruosità compiute dal padre.

Il dolore per aver vissuto certe esperienze ha insabbiato i ricordi di molti.

Documentandomi ho scoperto che molti figli di nazisti per molto tempo non hanno domandato nulla ai propri genitori. Anche Barbara e Jutta confermano questo. Le figlie di Griesinger dopo la guerra vedendo una madre triste per aver perso il marito non le chiesero mai informazioni su di lui. Chi ha vissuto in prima persona certi momenti, sembra non abbia poi voluto raccontarli ai proprio figli o nipoti. Nonostante ciò che lo storico riuscì a riportare in superfice di quel burocrate assassino, le figlie non ne risultarono particolarmente sorprese. Infatti, sia Barbara che Jutta si commossero a conoscere la grafia del padre.

Non avere testimoni è una grande perdita. Per questo motivo il lavoro di Lee acquista un grande valore. L’autore mette in luce l’immagine e la vita di un uomo solo, raccontandoci però che non fu l’unico. Lee ha rivelato, insomma, come quelle organizzazioni in realtà fossero più sfaccettate e organizzate di come solitamente si ritiene.

La testimonianza è essenziale, il ricordo di quelle tragedie non deve morire insieme a chi ha vissuto quegli anni orribili.

In un’intervista, Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica italiana, spiega di come per ben quarantacinque anni non abbia mai fatto parola di ciò che aveva vissuto nei campi di sterminio. Nell’intervento del 2018 al Parlamento europeo racconta alcune delle brutalità che i suoi occhi hanno dovuto vedere. Si rammarica però dicendo che purtroppo quella generazione sta sparendo e nessuno potrà più raccontare, testimoniare.

Pietra di inciampo opera per commemorare ebrei caduti inguerra
Le pietre di inciampo sono opera dell’artista tedesco Gunter Demnig e servono per commemorare gli ebrei morti nei campi di concentramento

Ma in questa epoca in cui non facciamo nostro qualcosa se non quando ci tocca da vicino, non dobbiamo dimenticare di ricordare. Viviamo più intensamente quel 27 Gennaio, una data simbolica che sarà a breve solo un accumulo di ricordi di qualcuno che non ci sarà più. Facciamoci testimoni, documentiamoci, portiamo avanti noi il ricordo delle generazioni passate per le generazioni future. I nostri figli studieranno qualcosa di molto lontano da loro. Facciamo in modo che quella lontananza sia solo temporale, accorciamo questo tempo e permettiamo a tutte quelle vittime di essere sempre nel nostro presente.

Uno tra i dodici candidati allo Strega, Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti, ritratto nella versione digitale Mondadori, su un piano marmo insieme a petali di tulipano rosa

Sembrava bellezza, T. Ciabatti

Molto spesso ciò che resta di un determinato romanzo non sono tanto la trama o i personaggi che lo popolano. Più di frequente sono le emozioni che proviamo a lasciarci il ricordo di un libro che abbiamo letto. La cosa più immediata è immedesimarsi nei protagonisti e nelle loro vicende, trovare qualcosa di noi in quello che accade anche agli altri. In Sembrava bellezza Teresa Ciabatti non ha creato questo incantesimo per i suoi lettori, non si è preoccupata troppo di farci immedesimare. Ma ci tiene in pugno con cinque parole «Questa è una storia vera».

I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’eta di mia figlia, il luogo di residenza, altro.

Copertina di sembrava bellezza

Si apre così Sembrava Bellezza, pubblicato il 26 Gennaio 2021 da Mondadori. Un libro potente che ritroviamo tra i dodici finalisti del premio Strega 2021. L’autrice, già presentata nell’edizione del 2017 con La più amata, torna con un nuovo romanzo che ancora una volta parla di sè, forse. O forse no.

La storia vera, o forse no, di una bambina che cresce sentendosi inferiore ma a cui poi la vita fa avere una rivincita (o forse no).

Sembrava bellezza è la storia di una scrittrice di successo che, di fronte ai suoi quarantasette anni, ormai si è presa la propria rivincita professionale. Nella vita privata non mancano i problemi: è separata dal marito e ha un pessimo rapporto con la figlia. Un giorno, dopo trent’anni, a sconvolgerle la vita emotiva arriva un’amica dall’adolescenza, Federica: la chiave per far ritorno nel passato. I ricordi riaffiorano e pongono le basi di questo romanzo. Ciabatti con il riavvicinamento della sua – forse – vera amica ci racconta le donne sbagliate: l’adolescenza, l’età adulta. Lo scorrere del tempo si fa scenario e personaggio stesso della storia.

Un’amicizia che riaffiora e porta con sè il passato, i traumi e le frustrazioni dell’adolescenza. Tutto ritorna come un’onda che si infrange violenta sulla quotidianità della protagonista.

A tornare con Federica c’è sua sorella Livia e le problematiche scaturite da un incidente. Nella prima parte del romanzo Livia è la più invidiata, alta-magra-bionda (quindi ricca). Ha tutto quello che vuole, ha addirittura un lettino abbronzante nella sua stanza. Ma un evento sconvolgerà la vita sua vita, quella di sua sorella e della scrittrice stessa.

Nella seconda parte di Sembrava bellezza Livia ha cinquant’anni, ma noi lettori la immaginiamo ancora come una giovane adulta di diciottenne. Livia si sente così dopo il risveglio dall’incidente, e a noi va bene. Questa è una storia vera, ci tiene a ribadire Ciabatti mentre racconta quella notte. Noi ci crediamo, o forse no.

La bellezza che rende brutta ogni cosa e dalla quale scaturisce l’invidia.

La bellezza in questo romanzo è la meta da raggiungere. Non importa quale sia il mezzo. Se è vero che la bellezza è soggettiva, è assodato che certe cose sono belle a prescindere. Ma cosa c’è dietro? C’è quel sembrava, quello del titolo. C’è l’apparenza che ingazza, c’è la sofferenza di chi ha tutto e non gli basta mai. E con sé la bellezza si porta l’invidia, sentimento protagonista, e carburante anche di questo libro. E così il seno rifatto di Federica è subito giudicato male dalla protagonista (invidiosa di non esserselo potuto rifare lei stessa). Peccato che dietro quella plastica Federica nasconda qualcosa di ben più doloroso. Lo stesso vale per l’estrema bellezza di Livia. Livia ha solo quello però, sembrava bella invece è solo triste da morire.

Magrezza≠bellezza. Gli inserti delle testimonianze di ragazzi con disturbi alimentari permettono all’autrice di portare avanti un messaggio considerevole.

Da sempre il mito della magrezza è associato alla bellezza. Corpi di modelle taglia 36/38 hanno popolato le passerelle dell’alta moda – e le affollano tutt’oggi. A fatica, questo binomio non riesce a scomparire del tutto. Il corpo longilineo e magro è sinonimo – erroneamente, sia chiaro – di perfezione. Dietro a quelle taglie e a quei corpi ossuti spesso si nascondono disturbi alimentari gravi. Ma se i motivi che si celano dietro a certi comportamenti sono molteplici e di varia natura, Sembra bellezza, invece è malattia.

La scrittrice (per rincarare la dose della veridicità), inserisce nel racconto la forza delle testimonianze. Sono gli appunti per un reportage da pubblicare sul giornale per il quale (forse) lavora.

Anche Luisa – diciassette anni Menù C – diceva di stare benissimo (peso 42kg, altezza 1.60). In verità non ricorda molto di quel periodo. Ricorda il freddo.

Sembrare: dal vocabolario della lingua italiana

  1. Dare l’impressione di essere in una certa condizione o di avere certe caratteristiche, parere;
  2. Avere l’aspetto di qualcos’altro, assomigliare.

Queste testimonianze sembrano fuori luogo, non hanno (in apparenza), nessun legame con la storia generale, nulla a che fare con i protagonisti delle vicende. Eppure sono il filo che congiunge tutto. Sono voci reali (o inventate in modo comunque verosimile), che se lette attentamente portano a ricongiungere le tessere del puzzle. Non mangiare per essere, per sembrare migliore, sano. Bisogna scorgere dietro a quella bellezza; scorgere.
Scorgere, distinguere, individuare. Come li rappresentereste questi verbi?
Io con quella copertina. Uno spiraglio e un occhio che guarda.

Una prova di fiction/non fiction. Il titolo contiene già un dubbio, una non verità. Dobbiamo credere a ciò che leggiamo? Ma è andata proprio così?

Il gioco di Teresa Ciabatti si infiltra abilmente tra tutte le righe del suo romanzo. Anzi, il gioco parte dal titolo stesso. Ci sta ingannando, lo dice dall’inizio: nel titolo, nell’incipit. Questa costruzione di reale mischiato a immaginazione, di finzione amalgamata a verità, è ciò su cui ruota tutto il racconto. Se c’è una cosa che fa molto bene l’autrice è confondere il lettore. Ribadisce più volte che quello che racconta è verità (dice spesso che non può fare nomi per non essere troppo esplicita). Allo stesso tempo depista dicendo che forse non ricorda tutto molto bene.

Tutto ciò per dire che in quel tempo realtà e sogno si confondono, e ciò che segue è reale fino a un certo punto. O meglio, pezzi mancanti compensati da aggiunte immaginifiche, e fantasie che nella ripetizione diventano reali, illusioni ottiche, vere e proprie invenzioni. Non sono una persona attendibile

Teresa Ciabati

Crediamo a tutto quello che leggiamo perchè niente va mai tutto bene, proprio come nella vita reale. Crediamo, o forse no, a quello che leggiamo perchè la protagonista è odiosa.

C’è una cosa che principalmente porta il lettore a oscillare tra il «è tutto vero» e il «non può essere tutto reale»:
la schiettezza dell’autrice. Veramente eccessiva la sua voce, i modi di fare, le sue risposte secche. Lei stessa in un’intervista dice:
«Quella voce è dentro di me. È quello che io non sono mai riuscita a essere. Sono tutte le ragazze belle, bionde e ricche che non sono mai stata».
Il suo personaggio è spesso fastidioso, irritante, a tratti perfino odioso. Nel romanzo si descrive in modo essenziale: intelligente, anaffettiva. Di certo non è un personaggio che il lettore può amare.
Nello stesso tempo però, con uno occhio meno critico, ci accorgiamo che in realtà dice quello che anche noi certe volte vorremmo dire. E a quel punto non odiamo un po’meno lei, ma odiamo un po’ di più noi stessi.

Una storia di finte rivincite, di molte cadute, di poche vittorie. Il tempo scorre per ricordarci che ciò che è importante in adolescenza non può esserlo allo stesso modo in età adulta.

Un tema per il quale la scrittrice riesce ad avvicinare a sè il lettore è sicuramente il sentimento di rivalsa. Un sentimento che la contraddistingue in età adulta. Come accennato all’inizio, l’autrice/protagonista si definisce brutta e grassa in adolescenza. Ci racconta di come nessuno la ricordasse, di come nessuno la guardasse ai tempi del liceo. Sentirsi sempre goffa e inadeguata, quella voglia di sparire per non subire tale invisibilità. Con il successo e la fama finalmente raggiunti, vorrebbe urlarlo al mondo: «Guardate adesso chi sono diventata!». Tutto questo sembra essere effettivamente molto importante per il personaggio. Giunti poi alla fine, davanti all’ultima riga, (forse), sai che in fondo di quelle piccole rivincite non puoi fartene davvero nulla nella vita reale.

Cesare Pavere nel Mestiere di vivere scriveva:


L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle menzogne.

Non sapremo mai dove è collocata la linea sottile che distingue finzione e realtà in questo romanzo.
Posso di certo dire che questo libro è bellissimo. O forse no.

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