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Una stanza piena di gente, D. Keyes

Preparatevi a sentirmi parlare spesso di Una stanza piena di gente (The Minds of Billy Milligan), perché lo farò spesso.

Preparatevi a sentirmelo consigliare, frequentemente, ma già so che non sarà abbastanza perché, Una stanza piena di gente è un capolavoro. Non è un romanzo, né una storia inventata, ma ben si identifica in quel genere narrativo a cui appartengono i romanzi, ma che non lo sono.

William Stanley Morrison

Come A sangue freddo di Capote, Una stanza piena di gente (Casa Editrice Nord, 2009) è un reportage cronachistico, dove del romanzo vi è solo la struttura narrativa. Il resto è verità ben scritta – molto ben scritta! -.
Come il titolo originale dell’opera riassume, il libro racconta la storia vera di William Stanley Morrison. Da tutti noto come Billy Milligan, è il criminale statunitense affetto da disturbo dissociativo della personalità – più conosciuta come personalità multipla – che, alla fine degli anni Settanta risultò colpevole per aver rapito, stuprato e derubato tre studentesse di medicina della Ohio State University. La vicenda Milligan è molto importante per la storia giudiziaria statunitense, in quanto rappresenta il primo caso in cui un criminale è stato assolto per i suoi disturbi mentali, e ritenuto non responsabile delle proprie azioni.

Affinché questa recensione possa risultare utile a tutti ho chiesto alla dottoressa Francesca Caporale una definizione sul suddetto disturbo della personalità. Lei nella vita è una psicologa, ma di vite ne ha due.
Nella seconda, su Instagram, si occupa di libri (@lalibraiainblu) e ha già letto Una stanza piena di gente. 
La Caporale ci spiega:

“Nel disturbo dissociativo dell’identità la persona possiede almeno due distinte personalità – che possono arrivare fino a un massimo di 200 – ciascuna delle quali ha un proprio nome e presenta caratteristiche specifiche in termini di umore, di memoria, di percezione e controllo dei processi sia fisici che mentali. Non è necessario che siano dello stesso sesso del paziente o che abbiano la stessa età. L’eziologia di tale disturbo sembra essere dovuta a perpetrati atti di violenza o eventi traumatici a carico della persona che ne soffre, sin dall’infanzia”

La storia raccontata da Daniel Keyes è stata scritta grazie al diretto contributo del Maestro, la ventiquattresima personalità di Billy. Egli è la somma di tutti i 23 alter ego fusi in uno solo: accettò di aiutare Keyes perché il mondo sapesse la sua storia. Il racconto comincia il 22 ottobre 1977, quando il comandante della stazione di polizia della Ohio State University mise sotto sorveglianza la facoltà. Per la seconda volta in otto giorni, una giovane studentessa era stata rapita, violentata e derubata.
Il colpevole, grazie alle descrizioni delle tre vittime, venne identificato sotto il nome di William Stanley Morrison, accalappiato da un agente vestito da porta pizze.

Una stanza piena di gente si suddivide in tre libri: Il tempo della confusione, Il Maestro, Oltre la follia.
La prima parte racconta la cattura e le prime diagnosi sulla malattia di Billy e termina quando, accettata la volontà di Daniel Keyes di scriverne una storia, Milligan permette al Maestro di raccontare tutta la sua vita, sin dalla nascita, fino alla cattura. Oltre la follia, invece, riconduce la narrazione al primo libro, continuandola da dove si è interrotta e raccontando lo svolgimento e l’epilogo della vicenda Milligan.

Tutto comincia quando, all’età di quattro anni, Billy si trovò da solo con la sorellina, e per tenerle compagnia creò Christene, un’eterna bambina di soli tre anni che soffre di dislessia. Una famiglia disastrata quella di Billy. Una madre debole – Dorothy Moore – sempre in cerca di soldi e mariti, mai quelli giusti.
A nove anni, in seguito alle violenze subite ad opera del patrigno Chalmer Milligan, la mente di Billy si disgregò in 24 diverse identità.
Billy non aveva coscienza di nessuna di esse. Dentro di sé sentiva voci, ma rimaneva all’oscuro delle azioni compiute da tutte le altre ventiquattro personalità.
A sedici anni, a seguito di atti di bullismo, Billy salì sul tetto della scuola per suicidarsi. In quell’occasione Ragen, una delle personalità – comunista e ateo, esperto di armi e karatè, capace di controllare il flusso dell’adrenalina – prese il controllo della sua coscienza e gli impedì di uccidersi.

Da quel momento Billy fu tenuto per sette anni in un costante stato di sonno dalle sue personalità dominanti che gli impedirono nuovi tentativi di togliersi la vita. Durante tutto quel tempo, in realtà, la vita sociale di Billy era vissuta dall’alternanza delle varie personalità, a seconda delle situazioni da affrontare.

“Immaginate”, disse, “che tutti noi, tante persone, molte delle quali non le avete mai incontrate… ci troviamo in una stanza buia. In mezzo a questa stanza, sul pavimento, c’è una chiazza di luce. Chiunque faccia un passo dentro la luce esce sul posto, ed è fuori nel mondo reale, e possiede le coscienza. Questa è la persona che gli altri – quelli fuori – vedono e sentono e a cui reagiscono. Gli altri possono continuare a fare le solite cose, studiare, dormire, parlare, o giocare. Ma chi è fuori, chiunque sia, deve fare molta attenzione a non rivelare l’esistenza degli altri. È un segreto di famiglia”.

Ventiquattro sono infatti le personalità di Billy, date dalla somma de I dieciGli indesiderabili e Il Maestro.
Le prime dieci erano quelle note ad avvocati, psichiatri, polizia e media ai tempi del processo.
Le altre tredici degli indesiderabili erano personalità soppresse da Arthur – la parte più razionale di Billy – perché avevano caratteristiche nocive per gli altri. Gli indesiderabili vennero scoperti per la prima volta dal dottor David Caul, all’Athens Mental Health Center.
Infine, il Maestro, che si riferiva agli altri come “androidi che ho creato io”: i suoi ricordi sono quasi del tutto completi.
Ognuna di queste personalità aveva delle caratteristiche fisiche e mentali proprie: ognuna differente dall’altra, creata per una ragione specifica.

Alcune delle personalità di Billy erano donne e parlavano l’inglese, altre uomini che parlavano l’arabo. Altre ancora scrivevano e dialogavano in serbo-croato, una suonava il sassofono e dipingeva paesaggi. Un’altra era esperta di elettronica, poi una lesbica poetessa, un suonatore di armonica originario di Londra, un altro ancora ritrattista. Tra le tante c’era anche David, un bambino di otto anni, incaricato di assorbire il dolore di tutte le altre personalità.
Tra gli Indesiderabili, invece, si nascondevano le personalità più pericolose: Philip, un delinquente di vent’anni Newyyorkese; l’ebreo Samuel; Shawn il sordo, che emette suoni simili a ronzii.

Insomma ciò di cui era fatto Billy non erano ventiquattro semplici personalità: erano persone che non comunicavano tra di loro, tremendamente impaurite e profondamente turbate. Persone geniali, dotate di grande arguzia, e abili in qualsiasi campo decidessero di applicarsi. Basti pensare che i quadri realizzati da Billy vennero venduti a prezzi elevatissimi e giudicate opere d’arte da occhi esperti.

Tutte le personalità venivano mosse come marionette, da due capi dominanti:
Da una parte Arthur, la personalità più razionale che domina nei luoghi sicuri e decide quale membro può uscire sul posto.
Dall’altra Regen Vadascovinich, il ventitreenne che prende la coscienza nei luoghi pericolosi.
Una sola regola sempre valida: non si usa mai la violenza, soprattutto non contro le donne e i bambini, se non per la difesa di questi o per la protezione della famiglia.

La storia di Billy Milligan è una storia che supera di gran lunga la fantasia: nessun romanziere sarebbe in grado di inventarne una così ben riuscita. Ma quella di Billy non è una storia felice, non è un thriller e nemmeno un giallo, in quanto conosciamo la fine sin dall’inizio: Billy non sarà reputato colpevole.
Una stanza piena di gente è una triste storia, fatta di sofferenze e abusi in un granaio, mai creduti, sempre screditati, ma ampiamente testimoniati dai parenti e conoscenti del criminale.

Daniel Keyes

Di primo acchito verrebbe naturale reputare William S. Morrison colpevole: chi, se non lui, avrebbe commesso quelle atrocità?
Ma ancora una volta la Letteratura si dimostra sapientemente in grado di fornirci una visione nuova dei fatti.
Ci dimostra che le condanne non possono essere emesse a priori, e banalmente conferma che bisogna sentire entrambe le campane.
Daniel Keyes ci porta attraverso i labirinti della mente, ricostruendo saggiamente ogni personalità di William Stanley Morrison, senza mai esprimere un giudizio e interpellando ogni persona che sia mai entrata in contatto con Billy.

Daniel Keyes è abilissimo nel suo essere imparziale, nel raccogliere prove, testimonianze, carteggi provenienti da udienze e interrogatori. Alla fine ci risulta facilissimo empatizzare con un criminale e soffrire con lui; sperare fino all’ultimo che venga reputato innocente dal tribunale: e questo, di per sé, sarebbe stato un compito molto arduo per il più bravo degli scrittori.
Capote aveva fatto qualcosa di simile con la strage della famiglia Clutter del ’59, solo che stavolta, le vere vittime non sono quelle comunemente riconosciute tali, ma quelle che non lo sembrano.

Billy è un criminale: uno stupratore, un uomo che ha avuto a che fare con tossicodipendenti, criminali e spacciatori.
Un truffatore, un tossicodipendente, egli stesso.
Un criminale non responsabile di intendere e di volere che, alla fine dei suoi giorni di libertà diventa una vittima, maltrattata dal sistema, screditata dallo Stato, vittima della tortura mediatica, la quale malattia non venne mai curata perché affidata a incompetenti che non furono in grado di riconoscere i suoi reali e accertati disturbi mentali.

Alla fine del libro mi sono commosso e, seppur io non sia del mestiere e alcune cose mi vengano sempre difficili da capire, mi ha illuminato su tante cose. Sono convinto che ognuno di noi, ha necessita di essere illuminato e di leggere questa storia che ha tanto e troppo da insegnare, ma proprio a tutti!

Napul’è mille scooteroni

“Vedi Napoli e poi muori.” Questo dicono le persone che sono state in questa città gentile e variopinta, ma non è vero, perché vedi Napoli e non vedi l’ora di tornarci e io sto già programmando quando e con chi tornarci.

Ho trascorso un breve weekend in questa città splendente e me ne sono totalmente innamorato, e forse un posto lo fa anche la compagnia con cui lo visiti per la prima volta anzi, sicuramente sì, però questo sono sicuro mi sarebbe piaciuto anche da solo, perché comunque non lo sarei mai stato.

Se c’è una cosa, infatti, che a Napoli non manca è la compagnia: per le strade, nei bar, nei ristoranti, nelle piazze e sui mezzi. Se hai bisogno di un consiglio, di un aiuto, di una guida o di semplice compagnia, puoi trovarla. La gente ama aiutarti qui e questo io e le mie due accompagnatrici di viaggio l’abbiamo capito subito quando abbiamo conosciuto Mary, la dolcissima affittuaria di quella piccola casetta che per tre giorni è stata casa.
Mary è stata gentilissima, ha tollerato il ritardo del nostro treno, ha profumato la sua casa, ci ha lasciato dei biscotti e del latte per la colazione, degli asciugamani per asciugarci e ombrelli per ripararci dalla pioggia stupida di quei giorni. Ha detto anche che avremmo potuto chiamarla durante la notte nel caso in cui avessimo avuto bisogno di lei e ci ha portati lontano da quei luoghi comunissimi in cui tutti abbiamo abitato prima di andare a Napoli: ha aperto il suo portafoglio e ci ha detto che lei portava tutto quanto con sé, ci ha parlato di sua figlia, che alle undici di sera prende la metropolitana per tornare a casa.

Il primo dei tre giorni di questa vacanza ho scoperto che cosa significhi essere napoletano e tifoso del Napoli: le strade si sono prima riempite e poi svuotate; bar, ristoranti, birrerie e pub hanno messo i loro schermi fuori dalle vetrine e le persone si fermavano a guardare le partite tutti assieme: madri, figli e papà.
Schiamazzi, urla e gioia quando il Napoli segna e poi si torna a casa, e allora le vedi: intere famiglie sul sellino dello stesso motorino, rigorosamente senza casco, le vedi, ma non solo allora. Perché a Napoli, più che i mezzi, più che i taxi e le automobili, si usano gli scooter. Napul’è mille scooteroni, direi! E gli scooter li guidano proprio tutti: anziani, anziane, donne con i loro bambini al seguito, coi loro mariti, certe volte in due, altre in tre, alcune volte li guidano anche i bambini coi loro padri che, seduti dietro, fanno loro scuola guida. E clacson ovunque: fanno parte di questa città, li definirei quasi musica del posto.

Ma ci sono anche i taxi: il primo giorno ci ha colti un acquazzone all’improvviso, durante una passeggiata sul Lungomare e ne abbiamo preso uno. Signor Francesco ha trovato il modo di farsi regalare tre euro a fine corsa, dopo aver tentato per tutto il tragitto di farci spendere il più possibile andando lentissimamente: ma è stato un bel giro panoramico. Signor Francesco ha detto “Uè, guagliò, me li regalate questi due euro, vero, sì?”.

Abbiamo mangiato le pizze fritte con i ciccioli e scoperto cosa sono, solo mangiandoli. Pizze fritte bollenti, giganti e supplì e qualsiasi cosa, basta che sia fritto! Abbiamo mangiato anche pizze normali, che comunque non erano normali: perché mi è sembrato di mangiarla per la prima volta per il suo straordinario sapore, per il cornicione della pizza e la mozzarella filante.
Ho mangiato i Babà e ho scoperto che quelli veri hanno poco liquore, sono quasi analcolici.

In via dei Tribunali, dove abbiamo alloggiato, lì dove si trova il cuore storico di Napoli, dove Dolce & Gabbana hanno fatto sfilare le loro creazioni, dove la fila da Sorbillo, la nota pizzeria napoletana, occupa praticamente tutta quanta la strada: mentre aspetti che arrivi il tuo turno per entrare a mangiare, un simpatico signore canta ‘O sarracino, affacciato al balcone di casa sua, con un impianto stereo potentissimo e un cestino delle offerte davanti al portone di ingresso.
E tutti cantano, tutti ballano, nessuno si lamenta: mica come qui a Roma, ché appena invitiamo qualcuno a casa, i vicini chiamano la proprietaria e minacciano di avvertire i carabinieri.

C’è tanta cultura a Napoli, ce n’è davvero ovunque, sulle strade, sui muri, La Madonna con la pistola di Bansky in Piazza Girolamini, piazza Plebiscito dove la gente bendata cerca di raggiungere il centro della piazza, il Duomo di Napoli. Poi via Port’Alba, affollata da librerie di ogni tipo: qui puoi trovarci qualsiasi cosa, da Giuseppe Verdi a Massimo Gramellini allo stesso prezzo. Librerie che si trasformano in bar e pub, dove la gente accompagna letture con buona musica e long drinks.

Uno dei posti più carini in cui abbiamo mangiato è la Salumeria Upnea, un adorabile posticino vicino a via Toledo, molto underground, dove le cameriere indossano la tuta della squadra del Napoli e, ogni cinque minuti ti chiedono se è tutto a posto: la musica di sottofondo e le luci soffuse, il vino e il croquet di patate. Password wifi? Amorefermati.

E di via Toledo è bellissima la fermata metropolitana, dentro la quale sembra di essere su un fondale marino: cara Virginia Raggi fai qualcosa!, perché nelle metropolitane di Napoli rischierai pure di essere scippato ma almeno torni a casa pieno di qualcosa, mica come qui a Roma, ché se ti scippano poi ti viene solo il nervoso. E bellissime sono anche tutte le altre metropolitane di Napoli, come la fermata Università o quella Municipio.

La sera poi, questa città coloratissima, diventa un’altra città ancora: Piazza Bellini pullula di gente, in questo posto si mischia la gente di una Gay street napoletana, e quella che va lì a prendere qualcosa col marito, o coi figli o con il nonno: c’è davvero gente di tutte le età. Conosci persone e ci passi del tempo, ti suggeriscono che cosa mangiare, che cosa vedere: ogni tanto scoppia una rissa e allora tutti guardano e partecipano attivamente a questa.
A Napoli, in Piazza Bellini, se siete giovani ma anche non, se volete alzare un po’ il gomito, prendete una PALS: birre da un euro, con l’8,5% di alcool, che a metà sei già un po’ più allegro.

Il pizzaiolo della Pizzeria di Matteo, in via dei Tribunali, tornando a casa una sera, ci ha detto “‘O presepe è bello, ma song’ ‘e pastur’ ca fann’ schif’!” e io gli ho risposto che non tutti i pastori fanno schifo lì, ché soprattutto i pastori di quel posto rendono quel presepe ancora più bello. Perché la gente di questo posto è gentile, è diversa: non ci assomiglia, non somiglia proprio a nessun’altro, sono unici, simili solo a loro stessi. Sono unici nel loro modo di essere gentile, così gentile che ti viene da chiederti se ti stiano fregando, sono gentili quando ti accompagnano fino a quel posto per cui hai chiesto loro come ci si arriva, oppure quando ti offrono un caffè sospeso. La gente di questo posto, ti trasmette allegria anche quando è arrabbiata, quando urla per le strade e dovrebbe farti paura. I napoletani si amano, sono una grandissima famiglia: provate a pubblicare su Instagram una foto a Napoli, nel giro di dieci minuti sarete inondati da una pioggia di likes.

Napoli è un posto magico, se non ci siete andati, andateci presto, perché prima ci andrete, prima ci ritornerete;

e state attenti, perché a Napoli vi rubano… il cuore!

 

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