Tag: Zweig

Bruciante segreto di Zweig, nell’edizione della piccola biblioteca adelphi, rappresentato in una fotografia dentro il taschino di una camicia maschile, con alle spalle librerie

Bruciante segreto, S. Zweig

Apparso per la prima volta nel 1914, da Bruciante segreto è stata tratta una riduzione cinematografica nel 1988. L’editore Adelphi, dal 2004, con Amok ha dato il via a un’operazione di recupero di uno dei più validi autori anteguerra del patrimonio letterario europeo.

Che cos’è Bruciante segreto se non una cronaca sfrontata del momento in cui dalla spensierata infanzia si diviene adulti? La purezza e l’innocenza dell’età infantile, contrapposta alla vita menzognera degli adulti? Similmente al Moravia di Agostino, Bruciante segreto è un nuovo tipo di romanzo di formazione, dove i sentimenti sono trattati in modo inedito, sfrontato e senza inibizioni.

Bruciante segreto è la testimonianza cruda di un rito di passaggio carico di stupore e dolore. Dolore di non potersi scoprire più bambini; dolore di non potersi sentir trattare ancora come degli adulti. La descrizione del limbo sentimentale in cui incappiamo, quando da un lato si brama di diventar grandi presto; mentre dall’altro si continua a rimpiangere il passato, reclamando le attenzioni e gli scrupoli che ci venivano rivolti quando ancora eravamo acerbi.

Questo dolore è quello che vive Edgar, il dodicenne borghese e annoiato, tra le stanze di un lussuoso albergo nel Semmering, in Austria. In quell’albergo vi è arrivato con sua madre – mentre il padre è lontano per lavoro – costretto a una lunga convalescenza di cui ne risente il fisico, ma soprattutto l’umore.

Edgar trascorre le proprie giornate al cospetto della madre. È un giovanotto curioso, sempre annoiato, e spesso intento a rivolgere agli adulti domande per cui non ottiene mai risposte altrettanto convincenti.

La sua permanenza sulle montagne austriache non potrebbe essere più noiosa di così, ma appena giunge un giovane barone in villeggiatura, egli pare nutrire per il bambino un interesse naturale. È proprio il barone a fermare il ragazzo e a dimostrarsi incuriosito dai suoi racconti, dai dubbi e dalle domande che fa. E tutto questo, a Edgar non sembra vero, perché invero da tanto aspettava di trovare un amico, ma sopra a tutto un adulto, da cui egli possa esser considerato come una presenza – e non come spettatore assente.

Edgar vive quei giorni diviso tra il sentore di star accedendo finalmente al mondo degli adulti, e la speranza di poterli comprendere. Gli adulti gli appaiono come un mondo baluginante ma pieno di segreti, tanto che è il primo a non accorgersi delle intenzioni che in realtà ha il giovane barone.

Quel baroncello, che agli occhi di Edgar appare come il più leale degli adulti, brama di ottenere le attenzioni di sua madre.

Edgar non ha idea del modo in cui i rapporti funzionano; in un primo momento osserva sua madre far sfoggio della propria persona e subito si risvegliano in lui le prime perplessità. Difatti, il barone, gradualmente comincia a perdere attenzione e interesse per il ragazzino: il suo unico scopo, fin dall’inizio, è invero quello di poter conquistare una donna durante la propria noiosa permanenza in montagna. Nulla gli interessa più che trovare qualcuno attraverso cui abbandonarsi al prossimo flirt. Perché se in Paura, la storia di un tradimento era narrata attraverso il timore dell’essere scoperti, in Bruciante segreto, la conquista del barone si esaurisce nel desiderio di sentirsi corteggiato, ammirato e vezzeggiato dalle donne.

Il barone è in sostanza un donnaiolo, un uomo innamorato delle donne e della loro sensualità, che non si mette alcuno scrupolo a mentire, raggirare i suoi interlocutori e depistarli, al fine di arrivare all’unico scopo da perseguire.

E se all’esordio, Edgar pare non accorgersi di nulla, non appena le attenzioni del barone si orientano verso la madre, il ragazzo si sente ferito e fa presto a passare dall’amore all’odio per lui. Sua madre, invece, si sente come travolta da una passione più grande di lei: da anni intrappolata in un matrimonio insoddisfatto, quel gioco di seduzione la rinvigorisce, e senz’accorgersene si trova lei stessa a escludere sempre più dalla loro nuova quotidianità il bambino.

Presentati in scena i personaggi, dopo aver fatto dono al lettore delle loro persone invischiate in un mondo di convenzioni ed etiche fasulle, Zweig affida il ritmo della narrazione ai sentimenti.

Sono i sentimenti a prevalere all’interno di tutta l’opera di Zweig: sono il fulcro della narrazione. È come se, in tutti i racconti dell’autore mitteleuropeo la realtà venga analizzata tramite il filtro delle emozioni che genera. La paura di crescere, le pulsioni del corpo, il sentirsi divisi tra qualcosa che si vuole fare ma che non si può fare.

Edgar vorrebbe diventare grande ma ancora non può. Sua madre vorrebbe sentirsi libera dalle proprie prigioni ma non è in grado di scegliere, di cambiare, di avere un’opinione propria e disinteressata su qualcosa. E il barone vorrebbe arrivar presto al dunque con la donna, ma è ostacolato da Edgar.

Personaggi che si muovono nel dubbio e nell’incertezza, impegnati a trovare il modo giusto in cui destreggiarsi nei labirinti dell’esistenza; che svelano il loro essere nei loro silenzi. Ma le prospettive sono presto ribaltate, e senza difficoltà fa presto il barone a diventare bambino, a esser lui colui che si sente oppresso dalla presenza di Edgar, così come Edgar, poche pagine prima, si sentiva oppresso da quella di sua madre nell’amicizia con il barone. Ed ecco ancora quell’astuzia incauta attraverso cui il barone cerca di avvicinarsi alla donna, diventare la stessa con cui Edgar pedina i due, e tenta di impedire la loro solitudine fino all’ultima riga.

Ecco l’amore trasformarsi odio; la dedizione in novello; le ambizioni in fagocitanti tornaconti personali. Ed ecco come, Bruciante segreto muta le sorti del racconto, e diviene dunque più che la cronaca di una beata transizione, il terrore del rimpianto del passato, attraverso il ritmo di un thriller, e il lirismo di una poesia.

Lettera di una sconosciuta, libro di Stefan Zweig riprodotto vicino a una busta con una lettera e un potos, nell'edizione della Piccola Biblioteca Adelphi, in azzurrino

Lettera di una sconosciuta, S. Zweig

«A te, che mai mi hai conosciuta» si leggeva in alto a mo’ di apostrofe, di intestazione. S’interruppe stupito: era rivolta a lui o a un personaggio di fantasia? Di colpo la sua curiosità fu desta. Ed egli si mise a leggere

lettera di una sconosciuta, s. zweig, adelphi, milano 2009

Con queste parole comincia una delle più accattivanti narrazioni dello scrittore austriaco Stefan Zweig: Lettera di una sconisciuta. Brevissimo, ma pregno di sentimenti e colpi di scena, venne pubblicato per la prima volta nel 1922 in lingua tedesca.

Alcune testimonianze vorrebbero che la relazione tra Zweig e la moglie fosse cominciata proprio da una lettera che lo scrittore ricevette da un’adulatrice. Oppositore ai totalitarismi, europeista e fortemente spinto al sostegno della pace, Zweig fu uno dei maggiori esponenti della letteratura mitteleuropea. Morì in Brasile, con la donna che egli amò negli ultimi anni della sua vita, entrambi suicidi nel 1942.

Della protagonista di questo libello, tuttavia, non si scopre il nome nemmeno nell’ultima pagina; ma come noi, anche il destinatario della lettera è condannato a non conoscerlo. È l’ultima volontà di una donna, che dopo aver amato per tutta la vita un uomo – che non sa niente di lei, nemmeno che ella esista – decide di scrivergli per raccontargli tutta la loro storia.

Da tempo, il celebre scrittore R. riceve nel giorno del suo compleanno un mazzo di rose bianche. Non sa chi gliele manda, e per anni si limita a deporle in un vaso azzurro nel suo studio.

Nel giorno del suo quarantunesimo compleanno, quei fiori, però, non gli vengono donati. Lo scrittore è appena rientrato da una vacanza di tre giorni; il suo fidato domestico gli consegna la posta su un vassoio, e tra quelle lettere ne mette da parte una, di cui non riconosce la grafia, che gli appare più voluminosa delle altre.

È una lettera lunghissima, R. non ha mai visto niente di simile: venti pagine che sembrano quasi un manoscritto. Sono scritte da una donna sconosciuta che lo scrittore ha incontrato alcune volte durante la propria vita, ma di cui non ricorda assolutamente niente. Il romanziere, infatti, è un tipo austero, sedotto dal gentil sesso, e affascinato al punto da non poter rinunciare a frequentare tutte le donne che incontra e innamorarsene con la stessa facilità con cui poi fa presto a dimenticarle.

Per tutta la vita la donna ha avuto la tentazione di scrivere a R. ma si è sempre tirata indietro. Solo accanto al corpo del figlio morto d’influenza, spinta dalla sincerità che il dolore le genera, ella decide di farlo.

Perché non posso restare sola accanto al mio bambino morto senza dar sfogo a ciò che mi preme sul cuore, e a chi dovrei rivolgermi in quest’ora terribile, se non a te, a te che per me eri e sei tutto? […]
A te solo voglio parlare, per la prima volta ti dirò tutto: dovrai conoscere tutta la mia vita, che è sempre stata la tua e di cui tu non hai mai saputo nulla. Ma conoscerai il mio segreto solo quando io sarò morta e tu non dovrai più darmi risposte.

LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA, S. ZWEIG, ADELPHI, MILANO 2009

La sconosciuta gli racconta la propria vita, interamente devota a quell’amore fanatico; gli narra dei pochi amanti che ha avuto, del bambino che ha partorito nella miseria, e dei pochi amori che ha vissuto. Tutti gli uomini che ha frequentato l’hanno amata, l’hanno viziata e ricoperta di regali e doni preziosi. Tra tutti, la sconosciuta avrebbe potuto sceglierne uno, ma a nessuno di loro si è lasciata andare con dedizione, perché l’unico motivo per cui li ha frequentati è stato poter far vivere a suo figlio una bella vita. Ma l’uomo che la sconosciuta ama è uno, e da lui non pretende niente più che egli continui a esistere.

La sconosciuta ha trascorso l’esistenza a osservare la vita dello scrittore: fin da quel loro primo incontro avvenuto nelle scale dello stesso palazzo borghese in cui abitavano.

Tutti i giorni lo osserva rientrare a casa con donne diverse, lo scruta dallo spioncino del portone di casa, ma mai nessuno sospetta niente di quel suo amore, provato da parte di una bambina verso un uomo molto maturo. Ciononostante la sconosciuta è costretta a lasciare Vienna con la madre e il suo nuovo compagno, e da quel momento la propria vita diventa una prigione.

Ma la sconosciuta autrice della lettera è cosciente dell’amore malato che ha provato per tutta la vita, ed è per questo che non scrive al suo amato per chiedergli qualcosa, ma solo per raccontargli tutto ciò che egli non ha potuto sapere.

La sconosciuta non ha intenzione di recriminare a R. le sue colpe o mancanze. Ella è sincera quando gli dice di non esser arrabbiata con lui, perché per tutta la vita non si è aspettata niente: il suo amore si è esaurito nell’adulazione dell’uomo, nell’osservazione dei suoi passi, dei suoi cambiamenti, e nella possibilità di farlo vivere dentro di sé.

Lo ama ancor prima di conoscerlo e ricorda di lui – e dei loro sporadici incontri –ogni cosa con una ossessiva precisione. Ricorda la prima volta che i loro occhi si sono incrociati, la posizione dei libri nella sua libreria, il vaso colmo di fiori che ella vedeva sempre sulla sua scrivania quando era bambina.

Proprio su questo vaso, in maniera metaforicamente circolare, si chiude il sipario di un racconto che si legge in una sera, lettura preziosa d’inizio secolo scorso, ambientata in una Vienna decadente, che tanto ha in comune con le persone che la abitano.

Lettera di una sconosciuta si consegna come un lunghissimo monologo lirico, una confessione, una dichiarazione d’amore straziante e senza pudore. Perché se è vero che l’amore non ricambiato fa sempre male, è altrettanto vero che la forma più pura di questo sentimento la si raggiunge quando lo si prova senza alcuno scopo.

Immagine del libro Paura di Stefan Zweig ritratta sul legno e trani tulipani rosa.

Paura, S. Zweig

Mi sono imbattuto in Stefan Zweig più per caso che per una mia espressa volontà. Per la prima volta, volenteroso di aggiungere nuovi tomi alla mensola dedicata alla Piccola Biblioteca Adelphi, mi son lasciato guidare dal suggerimento di una collega.

Il 2021, poi, ho pensato che debba essere un anno di nuovi incontri, autori mai lette e storie inedite. E quale migliore occasione, allora, per dedicarsi a un autore di cui non conoscevo praticamente niente?

Stefen Zweig è stato scrittore, drammaturgo, giornalista e poeta austriaco naturalizzato britannico. Nacque a Vienna nel 1981 da un’agiata famiglia ebraica, secondogenito dell’industriale Moritz Zweig e di Ida Brettauer – appartenente a una famiglia di banchieri.

Zweig studiò filosofia tra Vienna e Berlino, e appena concluse gli studi si dedicò all’esplorazione e alla scoperta del mondo. Girò l’Europa in lungo e in largo, cominciò a scrivere poesie influenzato da Rilke, soggiornò per molto tempo a Parigi, poi a Londra, e in quei posti ebbe modo di incontrare alcuni tra gli intellettuali più in vista del tempo, tra cui lo scrittore Hesse, lo scultore Rodin e molti altri. Ma soprattutto, a quegli anni risale l’incontro più importante: quello con Friderike Maria von Winternitzhttps, una donna già sposata ma con cui in seguito si unirà in matrimonio.

Terminata la prima guerra mondiale Zweig ne uscì molto smarrito, poiché il conflitto distrusse l’Europa in cui egli era nato e cresciuto.

Insieme alla moglie, Zweig si stabilì a Salisburgo, e da quel momento cominciò ad affermarsi come scrittore. Amok, una delle prime novelle pubblicate divenne uno degli scritti più tradotti del tempo; Drei Meister (una raccolta delle biografie di Dickens, Dostoevskij e Balzac) contribuì ad accrescere la sua fama di biografo. In poco tempo, così, Zweig fu riconosciuto da tutti come uno dei più grandi autori del secolo. Egli, inoltre, era un instancabile collezionista, e per tal ragione bramava e raccoglieva alcune tra lo opere autografe più importanti del tempo: da Mozart a Beethoven, da Goethe a Balzac.

Come Einstein, Freud, Mann e altri sfortunati geni del Novecento, il nazismo mise al bando molte opere di Zweig. I suoi scritti vennero bruciati e il suo nome sgualcito, e per il dolore, nel 1934, lasciò l’Austria e la sua famiglia e si trasferì da solo a Londra.

Nel 1939, dopo aver divorziato con la moglie, Zweig si trasferì a New York in compagnia della sua giovane assistente, Lotte Altmann. Già allora egli sapeva che non avrebbe più fatto ritorno in Europa, tuttavia, in pochi anni lasciò anche la Grande Mela per trasferirsi in Brasile.

Infine, in Brasile, Zweig – all’età di sessant’anni – e sua moglie saranno ritrovati senza vita distesi sul loro letto coniugale.

Le ragioni sono chiare: Zweig soffriva di crisi depressive ed era ormai finito dentro un vortice per cui gli era impossibile ignorare la situazione in cui la sua Europa era piombata. Accanto alle loro spoglie, un’ultima dichiarazione, un saluto estremo, un biglietto scritto a mano dall’autore:

Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo.

Una vita segnata dalle minacce, e la paura che si manifesta come sentimento ricorrente durante il corso di tutta la sua esistenza.

In tal modo mi piace pensare che esista un collegamento tra la volontà di scrivere una novella su questo sentimento angusto, e i patemi che per tutta la vita hanno accompagnato l’autore. Perché mai, in nessun altro scritto, ero riuscito a trovare tanta intensità e onestà nel descrivere un sentimento così avvezzo a tutti, quanto invece Paura fa.

Paura non è una storia del terrore, ma sul terrore. E in che modo Zweig decise di raccontare questo sentimento? Tramite la storia di Irene Wagner: una donna che giunta all’età di trent’anni, stanca della propria quotidianità, del marito e dei figli, comincia a tradire il proprio uomo.

Ma ogni volta, appena ella varca l’uscio dell’amante, la paura si impadronisce di lei, tanto che deve aggrapparsi alla ringhiera per non cadere dalle scale.

È la paura di essere scoperta, che qualcuno possa riconoscerla camminare per strada, vederla uscire da casa dell’amante e domandarle da dove giunga. È la paura che suo marito possa scoprire quella brutta storia, e che lei possa perdere tutte le certezze che ha fatto fatica a radunare.

Eppure, la storia di Irene comincia proprio nel momento in cui la sua grossa paura diviene realtà. Ella, uscita da casa dell’amante incappa in una donna misteriosa, una sordida ricattatrice che sa tutto di lei e che comincia a minacciarla. Da quel momento comincia il vero incubo: la donna inizia a pedinarla, la bracca fuori da casa propria, le domanda del denaro e le sue richieste divengono sempre più cospicue.

E Irene non può che soddisfare tutte le richieste dalla ricattatrice, perché è tremendamente impaurita che suo marito possa scoprirla. Anche lo sguardo di Fritz Wagner ormai la atterrisce: le sembra quasi che abbia capito tutto e che aspetti solamente il momento di poterla accusare. Inoltre, proprio in quei giorni, è stato lui a esporle un pensiero che gli è venuto al lavoro: il colpevole soffre più per quella paura di essere scoperto, per l’ansia di doversi nascondere, che non per il timore della punizione. Che i tentativi di suo marito non siano solo un modo per farle comprendere che anche lui ha compreso tutto?

Con un’attenzione spettacolare verso la psicologia dei personaggi, Zweig segue l’adultera nelle sue giornate pregne d’ansia e rimorso, tormentata dalla sua ricattatrice e infine da se stessa.

Descrizioni accurate, personaggi ben delineati e dialoghi lampanti, in un libro di appena cento pagine, che si costruisce tutto in un crescendo, fino a un estasiante colpo di scena finale che rimette in discussione ogni cosa che si è letta fino all’ultima riga.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén