The History of the Korean Western Theatre, Jaha Koo
The History of the Korean Western Theatre, Jaha Koo

The History of the Korean Western Theatre, Jaha Koo

In occasione della sedicesima edizione dello Short Theatre Festival, lo scorso 9 e 10 settembre presso il Teatro 2 della Pelanda (Ex- mattatoio di Testaccio) si è tenuta la prima nazionale del The History of the Korean Western Theatre a cura dell’artista Jaha Koo.

Già nel 2019 il performer e compositore sudcoreano aveva preso parte al Festival con un episodio della sua Hamartia Trilogy. Quest’anno ha deciso di tornare sulla scena romana con l’ultimo atto del trittico che solleva interrogativi sulla tradizione, l’autocensura e le falsificazioni storiche.

La sua arte è multidisciplinare; al suo interno si mescolano video, testi, creazioni musicali e istallazioni realizzate da lui stesso, all’insegna di uno spettacolo all’avanguardia e altamente tecnologico.

Durante l’esibizione l’artista non sarà da solo, ma nemmeno accompagnato da altri attori, per lo meno non in carne e ossa. Infatti, a
dialogare, raccontare e cantare con lui saranno un cuoci-riso e un origami a forma di rospo che si muoverà sul palco. Intrecciando la sua storia personale con quella del suo paese, Jaha Koo narra allo spettatore come da piccolo si sia avvicinato al teatro, scoprendo il tragico impatto che la cultura occidentale ha avuto sulla tradizione coreana, la quale ha visto spazzare via il suo vecchio teatro.

© Bea Borgers

In occasione del centenario del teatro coreano nel 2008, Jaha Koo ha riflettuto sul fatto che quello che è considerato teatro coreano è in gran parte determinato dal canone occidentale.

La domanda da cui si parte è perché la popolazione sudcoreana è così fiera di tale interpretazione occidentale? Com’è possibile che ci si sia dimenticati di una cosi ricca tradizione di cui ormai rimangono pochissime testimonianze?

Guardando indietro, ma nemmeno troppo, riusciamo a risalire ad alcune testimonianze artistiche nel diciassettesimo secolo. Durante la dinastia Joseon, nacque il pansori, una narrazione musicale coreana eseguita da una cantante (sorikkun) e un batterista (gosu). Il diciannovesimo è considerato l’età dell’oro del pansori, anche grazie all’uso di melodie e tecniche vocali particolari che attirarono l’attenzione delle classi più abbienti. Ma a causa della dominazione giapponese nel 1905 e della successiva occidentalizzazione, la popolarità del pansori così come quella del teatro coreano tradizionale, declinò.

Grazie alla ricerca portata avanti da Jaha Koo, durante la performance il pubblico ha la possibilità di osservare antichi video di rappresentazioni teatrali appartenenti alla tradizione sudcoreana.

Le immagini sono accompagnate dalla narrazione dell’artista che aiuta a far comprendere allo spettatore ciò che si trova davanti.
Come Lolling & Rolling Cuckoo (che riflettono rispettivamente sul passato e sul presente della Corea del Sud), The History of Korean Western Theatre segue lo stile documentaristico. Difficilmente sarebbe in grado di annoiare qualcuno o qualcuna, ma anzi guida il pubblico verso un viaggio dall’altra parte del mondo. Un viaggio che affascina e che mette luce su una tradizione dimenticata.

Short Theatre Festival è la cornice perfetta in cui può avvenire la riscoperta. Sotto la guida di Piersandra di Matteo e Francesca Corona, si concentra sull’ascolto della vita comune, spaziatura che consiste nel rinvio tra corpi umani e non umani. L’intero festival è stato pensato e organizzato come spazio dinamico e aperto in cui rivendicare il diritto di parlare e di essere ascoltati. E l’inclusione del pubblico è assicurata tramite i progetti partecipativi, relazioni fra teatro, poesia e universi discorsivi, in una rinnovata sintonia con la città.

Non a caso, il motto di quest’anno era proprio The voice this time: la voce di uomini e donne da tutto il mondo. Ancora non viene trascurata la sfera emotiva, legata ai ricordi della nonna di Jaha Kori. Descritta come un figura fondamentale per la sua crescita, anche la rappresentazione e il ricordo della nonna dell’artista diventano un ottimo spunto di riflessione sul concetto di memoria.

Se la barriera linguistica potrebbe spaventarvi, non temete.

La lingua utilizzata per la rappresentazione è il coreano, ma lo schermo saprà mostrarvi sottotitoli in italiano e inglese, regalandovi un’ora di puro piacere e scoperta. Senza che alcun limite venga posto a questo percorso di avanscoperta nel mondo del teatro coreano.

Articolo a cura di Francesca Cavallaro

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