Ti basta l’Atlantico? Lettere 1906 – 1931 di Virginia Woolf e Lytton Strachey, è una delle ultime preziose uscite di Nottetempo. Alla traduzione e curatela di questo volume si sono dedicati Chiara Valerio e Alessandro Giammei. Avvolto in una copertina fucsia, la casa editrice milanese consegna questo originalissimo volume nelle mani di lettrici e lettori, accrescendo curiosità e passione per le vicende di quel gruppo di scalmanati quali erano i membri del Bloomsbury Group.

Bloomsbury who?

Per chi approdasse invece su queste (e quelle) pagine sapendo poco o nulla di loro, si tratta di un gruppo malcelatamente esclusivo di cui faceva parte una porzione di élite artistico-culturale della Londra primo-novecentesca. Il nome lo si deve appunto al centralissimo quartiere londinese di Bloomsbury, fulcro del loro operato e che ospita tutt’oggi molti prestigiosi musei (come il British Museum) e università della capitale britannica.

Gordon Square
50, Gordon Square.
La targa che indica la permanenza della cerchia di Bloomsbury in questo edificio in vari altri vicini della zona nella prima metà del 1900. (ph. Lucrezia Bivona)

Al centro della squadra di pittori, scrittori e filosofi, troviamo le sorelle Stephen, che diventeranno più tardi la scrittrice cardine del Modernismo europeo, Virginia Woolf, che sposa Leonard nel 1912, e Vanessa Bell, pittrice e moglie del critico Clive Bell, anch’egli parte della cerchia. Altri nomi noti della loro squadra sono il romanziere E.M. Forster (Camera con vista; Passaggio in India), i pittori Duncan Grant e Roger Fry, l’economista John Maynard Keynes e, naturalmente, il brillante scrittore e intimo amico di Virginia, Lytton Strachey.

29, Fitzroy Square
29, Fitzroy Square.
Una delle dimore di gioventù di Virginia, quando ancora una Stephen, non sposata con Leonard Woolf. (ph. Lucrezia Bivona)

Sono questi ultimi gli assoluti protagonisti dell’epistolario edito da Nottetempo, un’operazione editoriale eccellente, inclusa in un progetto di ripristino della linea comica di Woolf, su cui Chiara Valerio sta lavorando da ormai qualche anno.

Si possono infatti definire co-protagonisti dell’epistolario i due curatori, Valerio e Giammei.

Si sono presi carico di tradurre e impersonare l’una le lettere di Woolf e l’altro quelle di Strachey, tessendo una lunga tela di corrispondenze che ha attraversato, ironicamente (ma forse nemmeno troppo), l’Oceano, ostacolo tra i loro due luoghi di lavoro durante questo anno pandemico. Lavorando Valerio dall’Italia e Giammei dagli Stati Uniti, non poteva esserci condizione migliore per intrecciare le parole di due amici più intimi, benché spesso geograficamente distanti, come Woolf e Strachey.

Inoltre, le lettere di quest’ultimo non erano state mai tradotte prima in italiano, fornendoci anche per questo motivo un carteggio particolarmente prezioso.

Di statici viaggi nel tempo

Una delle questioni più curiose che si evincono da un primo approccio alla lettura di questo testo è di certo la forma dell’introduzione, che, in una geniale (e forse inevitabile) intuizione, ricalca la forma letteraria del carteggio. Giammei e Valerio introducono le lettere di Strachey e Woolf a loro volta con due lettere che si indirizzano a vicenda, redatte rispecchiando l’indole dei loro autori e integrando le ragioni e le intenzioni del loro lavoro di collaborazione.

Tradurre gli scambi privati dei protagonisti della cerchia di Bloomsbury come fossero brani di un proprio dialogo è, chiaramente, una sbruffonata.

TI BASTA L’ATLANTICO?, p. 14.

La lettera, che come il diario, si colloca tra quei generi di scrittura più intima, personale, in cui possono essere presenti confidenze più o meno private, assume qui un aspetto teatrale e documentaristico.

In qualità di lettori, entriamo nella quotidianità dei due scriventi, che ci si presentano senza alcun timore di giudizio o di segretezza violata. In parallelo, siamo condotti quindi in una lettura che si ritrova nell’attitudine prima con cui Giammei definisce scherzosamente l’operazione letteraria sua e di Valerio, ovvero «una carnevalata seria» (p. 15).

Lytton Strachey e Virginia Woolf fotografati da Lady Ottoline Morrell
(giugno 1923)

L’epistolario è infatti una lettura profondamente divertente e, incredibilmente, sospesa nel tempo. Se pensate quindi di leggere un pomposo scambio di lettere tra due giovani scrittori del primo Novecento in un linguaggio obsoleto e antiquato, state sbagliando di grosso.

I caratteri complementari e, per certi versi, opposti di Woolf e Strachey emergono in ogni parola, in ogni segno di punteggiatura, risultando in una lettura che ha del misterioso per quanto attuale risulti. Il che non dovrebbe sorprendere così tanto, dal momento che, attingendo di nuovo dalle parole introduttive di Giammei, lavorare a un carteggio e, in seguito, leggerne il risultato ha la funzione di «colmare una distanza» (p. 16), nel significato più profondo e meno materiale che si possa pensare.

Non abbiamo il racconto di fatti, solo impressioni, malumori, entusiasmi. Eppure mi sembra che il semplice gesto del tradurre le lettere faccia sì che esse si avvicinino ai fatti, alle cose. Che tradurre le restituisca a quel genere che è il realismo.

Chiara valerio nell’introduzione di TI BASTA L’ATLANTICO?, p. 23.

Amici, amanti e… nop!

Due amici che si volevano un bene profondo, un amore ricambiato, sebbene, per molte ragioni, non potesse trasformarsi in un rapporto di tipo amoroso in senso stretto. In una lettera indirizzata al fratello James, Lytton racconta di aver chiesto a Virginia di sposarlo in un momento di follia e che lei avesse anche accettato, senza evidentemente considerare che tipo di amore Lytton sarebbe stato in grado di offrirle. L’imbarazzo per l’infattibilità della proposta, dalle intenzioni non ben identificabili, porta i due amici a lasciarsi alle spalle l’accaduto, con «una ritirata ragionevolmente onorevole» (p. 97) da parte di Lytton.

Tavinton Street, perpendicolare di Gordon Square. (ph. Lucrezia Bivona)

Parlano di vari aspetti delle loro vite, in particolare degli amici e conoscenti che hanno in comune, riportandosi gossip e avvenimenti avvincenti della loro cerchia di letterati e artisti. Si scrivono da ogni dove. Da Londra, naturalmente, dalla brughiera scozzese e dalle verdi colline del Galles, da Oxford o Cambridge, dall’Italia, dalla Spagna; mentre sono malati o in ottima forma, tristi o entusiasti o tediati dalle mondanità.

Una condivisione continua di due vite legate da un filo invisibile, una complementarietà solida, che è forse tale proprio per le loro evidenti differenze di gusti e temperamento.

Qui siamo in stato comatoso: maiale divino, ma tacchino opprimente, e resteremo davanti al fuoco, muti, fino a quando si sarà fatta l’ora di dormire.

lettera di Virginia del 25 dicembre 1908, 29, Fitzroy square, w. (p. 80).

Chiacchiere epistolari

Si raccontano spessissimo delle letture reciproche. Sparlocchiano di Henry James, la cui prosa Virginia reputa addirittura insensata, sbiadita e «da signorinelle». Per Thomas Hardy hanno invece parole di stima: «è un grand’uomo; il suo stile non è fatto su misura per noi, ma che importa?» (p. 111).

Non può mancare naturalmente, in Ti basta l’Atlantico?, un accenno a James Joyce. Quando i coniugi Woolf hanno ormai avviato la loro casa editrice, la Hogarth Press, fondata nel 1917, viene proposto loro di pubblicare il secondo romanzo dello sfortunato (in termini di storia editoriale) scrittore irlandese già da molti rifiutato a Londra per i suoi passaggi scabrosi. Virginia liquida Ulisse con un sentimento di disgusto e monotonia per le «oscenità» descritte nel romanzo di Joyce, rinunciando perciò a pubblicarlo per la Hogarth. Ulisse verrà poi pubblicato nel 1922 dalla fondatrice della libreria parigina Shakespeare and Company, Sylvia Beach.

Le loro forti opinioni sugli autori contemporanei a Woolf e Strachey si snodano quindi in una narrazione spassosa e arrogante; non viene mai trascurato l’interesse per la scrittura l’una dell’altro.

La carriera di Strachey prende da subito una piega di successo, prima con Eminenti Vittoriani (1918), poi con la biografia della regina Vittoria (1920). Quella di Virginia procede a un passo più lento, ma Lytton dimostra sempre una cieca ammirazione per l’opera dell’amica. Parlano delle tante recensioni che Woolf scrive per i giornali britannici e di uno dei romanzi più intimi di Woolf, La stanza di Jacob (1922), di cui Lytton parla in toni entusiastici: «Più simile alla poesia […] lo profetizzo immortale» (p. 233).

Ma Virginia non è ammirata soltanto dagli amici, ma anche da altri modernisti, come Katherine Mansfield. Dopo un incontro con Lytton, l’amico comunica a Virginia dell’impazienza della giovane e originale autrice nell’incontrarla. La descrive a Virginia in un modo assolutamente unico:

Aggiungerei che la sua faccia è una maschera d’imperturbabile bruttezza legnosa, con capelli marroni e occhi marroni assai distanti l’uno dall’altro, dietro cui cova un intelletto sottile e un po’ volgarmente eccentrico.

Ti basta l’atlantico?, pp. 152-153.

Seguirà tra le due donne un intenso rapporto di amicizia/inimicizia, segnato senza alcun dubbio da un profondo rispetto reciproco dal punto di vista artistico.

Luoghi, lettere, parole, mappe

L’intreccio tra le parole delle lettere Ti basta l’Atlantico? e i luoghi da cui esse stesse vengono spedite e ricevute è a sua volta un intrico di connessioni imprescindibili. Si tracciano insieme agli indirizzi delle missive gli spazi geografici che hanno scandito le reciproche esistenze dei due scriventi, pur risultando sempre collegate a quel luogo che ha alimentato in primis la loro vena creativa.

Bloomsbury è un perfetto microcosmo per la scrittura modernista europea. Uno di quei luoghi della letteratura fermi nel tempo e nella sua aria, che non si può far a meno di cercare nel presente, pur consapevoli che la verità su quel luogo nel passato si ritrova soltanto nelle parole dei suoi abitanti di allora.

Bedford Square
Bedford Square. (ph. Lucrezia Bivona)

Si spostano tra varie abitazioni, strade e piazze, tra gli edifici in stile georgiano del quartiere; Fitzroy Square, Tavistock Square, Gordon Square, quest’ultima che fu per anni una sorta di «quartier generale» della cerchia. Luoghi reali che assumono però anche un che di mitico e di mistico. Rimarranno per sempre segnati del passaggio di questi autori e artisti eccentrici e adorabilmente elitari.

Ti basta l’Atlantico? Lettere 1906-1931 di Woolf e Strachey è un gioiello con una morbida copertina rosa che vale la pena di leggere, sottolineare, studiare, custodire nella propria libreria come uno splendido lascito di due amici che si amavano incondizionatamente. E di due curatori/traduttori che hanno amato incondizionatamente i loro autori.

E, inoltre, cosa c’è di meglio per indagare sulle anime dei nostri idoli se non sbirciare tra le loro parole e sogni più intime?