Tredici lune di Alessandro Gazoia è uscito a fine gennaio per Nottetempo Editore. Gazoia, editor e già autore di saggistica, arriva nel primo mese di questo 2021 con una prima opera di fiction, sebbene sia appunto ben lontano dall’esordio. Troviamo il suo testo anche inserito tra le proposte degli Amici della Domenica al premio Strega di quest’anno.

Il genere, il linguaggio

L’impatto con il testo è significativo già dal titolo. Tredici lune, a indicare una convergenza lunare straordinaria, che non avviene spesso e pertanto degna di nota. Straordinario come è stato per l’appunto il 2020 che tutti abbiamo vissuto in modi differenti e simili. Questo carattere straordinario, in quanto “fuori dall’ordinario”, ritorna nella riflessione sul genere del racconto. Abbiamo ormai da decenni la tendenza a etichettare tutto e, pur giocando forse sulla naturalezza, ci dà conforto.

…non sopporto questa convinzione di di cogliere sempre la verità dietro gli inganni del potere e delle narrazioni dominanti. Non sopporto l’appagamento di aver capito ogni trama, decostruito ogni sistema, smontato il meccanismo e sopportavo ancora meno la mia incapacità di ignorare semplicemente questa boria e tornarmene a contare i gol della stagione 2018-2019 per il libro di Gianluca.

p. 60

Ebbene, se dovessimo etichettare il romanzo di Gazoia, sotto quale genere sarebbe? Mi sono già tradita chiamandolo romanzo, perché in effetti di opera di fiction ne ha tutta l’apparenza, nonostante vari elementi che facciano sbandare questo giudizio: l’Io-narrante in prima persona e la narrazione discontinua e frapposta.

La linea principale del racconto è scandita dalla vita di Ale, protagonista e voce narrante, durante i mesi del primo lockdown.

A esso, si aggiunge la presenza/assenza femminile di Elsa, sua innamorata, costretta a ritornare a Napoli per stare vicini ai genitori anziani con l’aggravarsi della pandemia. Un rapporto di anelito e passione tattile si dispiega nella distanza geografica tra i due protagonisti, separati da treni regionali e regole di contenimento. Intervallano la narrazione del protagonista dei micro-racconti, chiamati microdemie, che movimentano il procedere della storia principale.

Nulla, tuttavia è lasciato al caso.

Tredici racconti “lunari” che invitano il lettore a prestare attenzione ai dettagli, dai personaggi secondari citati e ritrovati, alla realtà reale che emerge di continuo, alle virgole volutamente mancate.

Alcune scelte grafiche sono infatti una delle peculiarità del testo. Il linguaggio è enfatico ma sempre naturale, quasi discorsivo; dà alla narrazione una forte spontaneità, nonché la possibilità per il lettore di misurarsi con le riflessioni di Ale. L’omissione di virgole, spesso tra elementi in elenco, si incasella in quel tipo di discorso che ricorda senza sforzo flusso di coscienza modernista.

Il risultato è intrigante dal punto di vista stilistico, dona movimento e un positivo senso di spaesamento (invita il lettore a interrogarsi sul significato).

L’amore, la vita sospesa

Come le virgole assenti evitano la sospensione del respiro durante la lettura, così la storia d’amore tra Ale ed Elsa è cadenzata da pause non volute. Il romanzo è infatti difficile da incasellare come letteratura pandemica anche perché vede come elemento principale all’interno dell’economia del racconto la relazione tra i due personaggi centrali. Questa è appunto forzatamente messa in stand-by, come le vite di tutti soprattutto durante il primo lockdown; ridotta a un legame distante sia dal punto di vista spaziale che sentimentale.

…mi viene da piangere, ti viene da piangere, perché il 2020 va così per noi, l’abbiamo capito. É tutto troppo complicato e difficile, è un anno con tredici lune. Non lo so cosa vuol dire. Mi fai una carezza, ti bacio le dita il palmo il polso. Elsa sale e non si volta.

p. 17

Può infatti questo amore resistere alle straordinarie circostanze pandemiche, con le implicazioni psicologiche ed emotive del caso? Se lo domanda Ale, pur rimanendo attaccato a Elsa e al pensiero di lei con le forze che gli restano.

L’individuo, l’Io narrante, la sofferenza

Un altro degli elementi cardini del racconto è infatti Ale stesso e la sua individualità, forse protagonista assoluta e implicita dello stesso. Come spesso accade, l’Io narrante in prima persona è una scelta narrativa molto forte; mette il lettore da subito in condizione di chiedersi se si trova davanti ad un testo autobiografico.

Penso che, infine, sia poco importante definirlo. Quello che emerge è l’universalità di questo Io. Nonostante sia modellato sulla personalità e circostanze del protagonista, il lettore vi si appiglia per via dell’esperienza interiore condivisa; della pandemia e delle cose della vita più in generale. L’amore lontano e afferrabile a stenti, il virus inspiegabile, la paura di contagiare chi si ama, il senso di costrizione e di isolamento, la consapevolezza di possedere troppo e di troppo, la confusione per una libertà data per scontata che scivola dalle mani…

Devo liberarmi, le cose di cui ho bisogno sono troppe in troppa quantità e finiscono troppo presto […]. Mi guardo e valuto le mie ambizioni i miei significati le mie finzioni.

p. 85

L’editoria, la letteratura, la menzogna

Dall’individualità del protagonista emerge chiara l’influenza della sua professione. Ale lavora come editor, aggiusta quindi le parole degli altri. Pur sottolineando la promessa romantica del lavoro, si lamenta spesso delle criticità. In un momento di crisi in cui le parole mancano o, al contrario, si affollano in testa disordinate, non è facile essere di supporto a quelle altrui.

Pensa e parla dell’editoria come ambiente lavorativo, rapportandolo ad altri settori produttori di beni di prima necessità (sebbene spesso in quei mesi ci siamo chiesti senza libri e senza arte come avremmo fatto ad uscirne meno danneggiati di quanto siamo ora).

Il mondo delle parole si sbiadisce come qualsiasi altro attraverso il filtro della pandemia.

Il suo lessico specifico, che tutti abbiamo imparato alla velocità della luce in questo anno passato, si infiltra nei pensieri e nelle azioni del protagonista. É difficile anche distinguere il falso dal vero, come testimoniano anche alcuni soggetti delle microdemie. “Mento e non mi accorgo di farlo” (p. 7) dice Ale narratore come frase di apertura del racconto. La menzogna è dietro ogni cambiamento e dentro ogni nuova idea da esso scaturita.

Diventa difficile rimanere aggrappati alla realtà.

Nessuno, men che meno Ale, sa più riconoscere quale sia. Elsa, ignara detentrice di speranza, è forse una piccola luce in fondo al tunnel.

Io non credo a questo disvelamento, perciò vorrei aggiustare anche le parole, ho bisogno di fare un po’ d’ordine […]. Ho bisogno di fare un po’ d’ordine tra le idee le parole le cose mai i nomi si ostinano, mi tradiscono…

p. 71

Ordine, si impone Ale. Chiede a se stesso di far spazio in testa, così come ha fatto nella sua libreria di casa. L’inventario del pensieri “le idee le parole le cose” è un’impresa nel contesto del confinamento (e della vita stessa). I nomi propri che si accavallano. I desideri che combattono con le restrizioni nazionali.

Con Tredici lune ci portiamo dietro il bagaglio emotivo ed esperienziale vissuto da tutti nei primi mesi dell’emergenza sanitaria, ma non solo. Interiorizziamo anche la profondità dei molti disagi psicologici che ci si pongono davanti come ostacoli da saltare, con rincorsa e senza preavviso. Ci portiamo dietro la confusione stessa della nostra condizione di umani. Tragici, fragili, alla ricerca.