Tredici lune è l’esordio narrativo di Alessandro Gazoia, edito dalla casa editrice nottetempo.
La vita di un editor, una relazione a distanza che diventa sempre più distante e una pandemia. C’è poi l’abilità di Gazoia di rendere questi elementi un romanzo più che attuale dove il protagonista passa in rassegna pensieri, conversazioni, scoperte personali e riflessioni che in forma diversa hanno toccato tutti noi.
La lettura di Tredici lune mi ha riportata alle sensazioni di un anno fa, alle distanze che si sono frapposte tra noi e le cose, le altre persone, la quotidianità delle nostre vite.
Una lettura che mi ha lasciato diversi interrogativi e che ho sottoposto all’autore in questa intervista.


L’anno con tredici lune è un evento raro nel calendario lunare, si dice causi terremoti emotivi a chi è dotato di una spiccata sensibilità.

Da dove nascono l’idea del titolo Tredici lune e della copertina?

Il titolo nasce da un film di Fassbinder, Un anno con tredici lune, importante per la vicenda raccontata nel libro. Nel romanzo viene inoltre fatto un parallelo tra il 1978 di quel film e il 2020: non sono anni semplici, per dirla in breve e con un grosso eufemismo. L’immagine di copertina è stata scelta da Lisa Sacerdote, photo editor di nottetempo, ed è un’illustrazione di Paolo Ventura. Mi ha colpito per lo sguardo e mi è sembrata straniante e insieme vicina a Tredici lune.

Copertina Tredici lune con ragazza dai capelli neri

In Tredici lune Ale – il protagonista, specifichiamo – parla di amore, della figura dell’editor e della pandemia. Eppure quest’ultimo aspetto sembra quasi essere uno sfondo, come a voler dire che i veri aspetti traumatici sono i primi due. È così?

La pandemia resta sullo sfondo, e funziona come una sorta di amplificatore emotivo. In queste settimane ho letto e ascoltato pareri sul libro e ho notato che vengono evidenziati aspetti diversi. Qualcuno parla molto di pandemia, un po’ di editoria e non cita mai la storia d’amore, cioè ritiene che questa sia il vero pretesto; qualcun altro mette al centro l’editoria e trova che il resto sia sfondo; qualcun altro ancora insiste sulla relazione sentimentale. A me sta benissimo così.

Potremmo definirlo un libro sull’editoria velato dal tema della pandemia? Se sì, noti dei cambiamenti nel settore editoriale a seguito degli eventi che viviamo da ormai un anno?

Credo sia anche questo ma, ripeto, non mi preme rivendicare un’interpretazione corretta. Poi, per quello che comprendo nel marzo 2021 (dunque ben dopo i fatti del romanzo che si ferma a fine giugno, inizio luglio 2020): l’editoria è stata, per varie ragioni, colpita meno di altri settori e dunque la situazione pare relativamente stabile. Ma senza dubbio la pandemia ha accentuato e accelerato alcune tendenze, ad es. Amazon ha un ruolo sempre maggiore, e credo che ci saranno cambiamenti rilevanti, oggi non ancora pienamente visibili.

Sei riuscito nel corso del libro, a mio avviso, a esprimere aspetti rilevanti delle relazioni umane. Credi che con la pandemia sia cambiato il nostro modo di rapportarci con gli altri e con l’amore in generale?

Prima di tutto ti ringrazio, e spero tu abbia ragione perché quello volevo fare. Poi, da una parte, c’è stato chiaramente un mutamento molto profondo nelle relazioni umane, pensa solo a quanto sarebbe differente immaginare una qualsiasi scena di un romanzo – dal fare la spesa a una gita al parco, a un litigio di sera in macchina – ambientata nel marzo 2019 rispetto al marzo 2020 o marzo 2021… Dall’altra, mi ripeto, credo che la pandemia agisca da amplificatore, in negativo ma anche (sebbene le occasioni siano molto probabilmente meno) in positivo.

Microdemie a intervallare i capitoli del libro. Quali necessità dietro questi racconti? Sono precedenti alla stesura di Tredici lune?

Le microdemie sono gli altri che il narratore, isolato in più sensi, vuole raggiungere. E cerca di farlo costruendo dei piccoli racconti in prima persona su figure che sono presenti nella “storia principale” (in modo visibile, ad es. la microdemia sulla sua amica Milena, o in modo più velato, ad es. quella sul prete). La tredicesima microdemia ha per protagonista il narratore principale e “chiude”. Insomma, almeno nella mia intenzione, non sono racconti solo debolmente collegati alla prima linea narrativa, e non sono riempimenti. Li ho scritti nello stesso periodo in cui scrivevo il resto del libro, a parte la prima versione di “La Torre”. Quella era una storia a cui tenevo molto e che avrei voluto inserire nel mio libro precedente, Giusto terrore. Quando per Tredici lune ho pensato a un racconto sui ragazzi mi è venuto naturale riprendere, con qualche adattamento, quel testo.

Nella tua esperienza di scrittore hai scoperto nuove declinazioni del ruolo di editor? Qual è stato il rapporto con questa figura nel corso della scrittura di Tredici lune? Hai trovato un approccio simile a quello che solitamente adotti con gli autori che segui?

Spero solo di non essere stato un autore troppo egocentrico. Non credo. Ma, come so io e come sa qualsiasi editor che abbia lavorato con un autore egocentrico e presuntuoso, l’autore davvero egocentrico e presuntuoso non si riconosce mai come tale…

Preferisci indossare i panni dell’editor o quelli dello scrittore?

Provo una grandissima soddisfazione a lavorare per i libri di altri autori e autrici, tanto romanzi quanto memoir o saggi. Non sempre, sia chiaro. Sono stato molto fortunato a seguire spesso persone di grande talento ma gli editing penitenziali sono capitati pure a me, e va bene così, fa parte del mestiere. Un’altra cosa spesso ignorata da chi ha un’idea romantica della professione: l’editor per buona parte del tempo non sta sul testo, ma si prende cura di altri aspetti comunque importanti. Non so se proverò ancora soddisfazione in futuro a fare l’editor, con tutto quello che comporta. Se non sarà così smetterò, e vale lo stesso per la mia scrittura.

Foto di Alessandro Gazoia, autore di Tredici lune

Dopo diversi saggi ti cimenti nella scrittura di un romanzo. Questa scelta deriva da un’esigenza di comunicare in modo diverso con i lettori? La pandemia ha influenzato questa decisione?

Il mio libro precedente stava già vicino al confine con la narrativa. Insomma, si trattava di fare giusto un passettino, o meglio di non dissimulare oltre… Forse scriverò un altro libro, ma di certo non sarà un saggio. Anche qui – dico sempre le stesse cose, sembro un disco rotto, mi devi perdonare – la pandemia ha agito da amplificatore.

Da alcuni mesi sei direttore editoriale di nottetempo e l’editore Andrea Gessner, con il quale condividi una visione comune sul libro e sul lavoro editoriale, ha definito Tredici lune come «il testimone di questa piccola rivoluzione cosmica». Potresti spiegarci questo aspetto?

Nel 2019 Andrea Gessner e Daniele Giglioli mi hanno voluto come autore a nottetempo per un libro sull’Antropocene che non ho scritto o, se vogliamo essere più gentili, che è poi diventato Tredici lune. A stesura finita, Andrea mi ha parlato della casa editrice e dei suoi piani per il futuro. Abbiamo capito che ci sarebbe piaciuto lavorare insieme. Dati i tempi dell’editoria, l’uscita di Tredici lune ha accompagnato questa nuova fase. Però, ecco, prometto che se farò un altro libro non sarà con nottetempo.

Tredici lune è stato proposto all’edizione LXXV del premio Strega, cosa significa per te?

Gaia Manzini, una scrittrice che conoscevo solo sulla pagina, ha ricevuto il libro dall’ufficio stampa di nottetempo, Ludovica Sanfelice, e lo ha apprezzato. Ha detto a nottetempo che volentieri lo avrebbe proposto al Premio e la casa editrice ne è stata felice. Io sono onorato che Gaia l’abbia trovato bello e segnalato. Non me l’aspettavo proprio e vivo tutto in maniera molto serena. Poi, certo, se arriverò in semifinale anche solo nella sezione Libri Strambi del Premio Liquirizia di Castrovillari sul Brenta diventerò una persona orribile (ancora più orribile) ma al momento questo è un pericolo piuttosto lontano.