Vita mortale e immortale della bambina di Milano, D. Starnone
Vita mortale e immortale della bambina di Milano, D. Starnone

Vita mortale e immortale della bambina di Milano, D. Starnone

Tra gli scaffali delle librerie è da poco comparso Vita mortale e immortale della bambina di Milano, ultima fatica di Domenico Starnone, tra gli scrittori più amati dello scenario letterario italiano.

Ritratto fotografico dell'autore di libri Domenico Starnone

Vincitore del Premio Strega nel 2001 con Via Gemito, nei suoi libri ritorna spesso l’indagine sugli affetti e sulle relazioni umane, sciogliendo quei nodi che tengono assieme le persone per studiarne le spinte emotive profonde, le paure più nascoste e i sentimenti che fanno fatica a essere espressi. 

Nei romanzi di Starnone la quotidianità diventa così specchio di infinite storie; una lastra di vetro in cui si riflettono mille sfaccettature differenti di un unico grande racconto che è quello della vita umana.

Dopo la trilogia dei sentimenti, composta da Scherzetto, Lacci Confidenza, ultimata nel 2019 con la pubblicazione di quest’ultimo, lo scrittore si sposta su una tematica che aveva solo abbozzato nei lavori precedenti e su cui ammette di aver spesso riflettuto con l’intenzione di farne narrazione, rimandando solamente la stesura. 

Al Salone Internazionale del libro di Torino appena conclusosi, lui stesso, presentando l’ultimo libro, ha introdotto il tema della morte come l’esperienza umana che più tendiamo ad allontanare pur essendo così presente nel nostro essere viventi, quella che più temiamo e che più rifiutiamo.

Nel farlo, pone volutamente al centro di Vita mortale e immortale un bambino; l’innocenza dell’infanzia e la crescita del pensiero in seguito alla presa di coscienza dell’esistenza di una fine.

Come già in Scherzetto, il punto di vista del piccolo Mimì, protagonista e narratore, si alterna a quello della nonna, vedova anziana, con cui il bambino trascorre gran parte delle sue giornate.

Mimì è un bambino curioso, osserva molto e interroga la nonna su quesiti di difficile risposta, come spesso fanno i bambini. Ama in particolare rievocare il fantasma del nonno. Un giovane intrappolato nelle foto ricordo, di cui nulla si sa se non attraverso le parole dell’anziana donna, perché deceduto improvvisamente in un incidente di lavoro.

«Tra gli otto e i nove anni – dice Mimì a inizio racconto – mi proposi di cercare la fossa dei morti», un’effimera rivisitazione dell’inferno di Dante, forse solo una suggestione o una favola con cui la nonna cerca di spiegare al nipote cose a cui nemmeno lei sa dare un nome. I racconti della vecchia si rendono vividi nel maldestro dialetto con cui vengono narrati, unica forma espressiva da lei conosciuta, che restituisce il senso della miseria del tempo e si rende voce dell’anima.

Accanto ai ricordi di vita della nonna, si contrappone la leggerezza di una bambina sconosciuta – che Mimì soprannomina la milanese per il suo parlare forbito – e che, durante i pomeriggi di sole, si diverte danzando sul balcone dell’appartamento di fronte al suo, immaginandosi ballerina e arrampicandosi sul cornicione per giocare inconsapevole con la forza di gravità e il destino. 

Il bambino se ne innamora sin da subito e, memore delle gesta eroiche studiate tra i banchi di scuola, è pronto a tutto pur di averla, dovesse anche sfidare a duello il migliore amico del tempo, Lello. Tra rincorse, sguardi sfuggevoli, e lotte in nome di ideali incompresi, Mimì incontrerà l’amore e la perdita; mentre ancora bambino scoprirà il mistero della morte nella scomparsa improvvisa della milanese. Diventato ragazzo, il ricordo di quel dolore mai affrontato lo spingerà a continuare gli studi per trovare il modo di scappare all’oblio dello scorrere del tempo e conquistare l’immortalità:

Progettavo di fare lo stesso con una bambina che disgraziatamente non era la mia fidanzata ma che poteva diventarlo se fossi riuscito a riportarla da sotto a sopra la terra, incantando scarafaggi, moffette, topi e toporagni. Il trucco era non girarsi mai a guardarla, cosa per me difficile ancor più che per Orfeo, col quale sentivo di avere parecchie affinità

Starnone D., Vita mortale e immortale della bambina di Milano, Einaudi editore, Torino-Roma 2021 (p. 3)

All’irrompere della morte sopraggiunge la vita anche per Mimì bambino. È la fine dei giochi e l’arrivo di quella consapevolezza che si avrà poi nell’età adulta.

Nel testo questo avviene con il cambio di prospettiva: la narrazione passa dagli anni dell’infanzia a quelli della giovinezza, dai giochi in cortile agli esami nelle aule universitarie.

La finzione – anche la più spietatamente lucida – assegna sempre una forma all’esperienza, le inventa un ordine e un senso. Ma, come si sa, tutte le finzioni, di qualsiasi tipo, presto o tardi mettono crepe. Quando irrompe il sangue vero, quando arriva la morte vera, non c’è finzione che tenga, nei bambini come negli adulti.

Razzano P., Libri, Domenico Starnone: “I ricordi e la finzione nel mio ultimo romanzo”, su La Repubblica, 12 ottobre 2021

La riflessione dello scrittore si inserisce nel quadro della produzione scritta, come mezzo attraverso il quale dare ordine al disordine dell’esistenza: Mimì cercherà proprio negli studi e nella scrittura quelle risposte che non riesce a trovare nella concretezza dei suoi giorni. In bilico tra due dimensioni, compie tra le pagine un viaggio nel buio dell’oltretomba – che i suoi maestri, Orfeo e Dante, avevano compiuto già prima di lui. Si finge poeta per intrappolare la vita nella carta nonostante la sua sfuggevole consistenza, effimera a tal punto da sfuggirgli continuamente dalle mani. Ecco allora che solo la nonna potrà essere per lui un ponte verso l’ignoto: alla vecchia farà promettere di tornare nel mondo dei vivi qualora, una volta morta, avrà scoperto da sé cosa c’è davvero sotto la fossa dei morti.

Mimì, che conosce l’eterna devozione della nonna, sa che nemmeno il fantasma di lei potrà mentirgli. È solamente l’affacciarsi dell’ombra nera e il giorno che cala sul viso dell’anziana donna, a provargli invece ciò che ha sempre sospettato. Nulla rimane oltre quella pelle gelata come un «un vaso da fiori, una zuccheriera, una penna, una macchina da cucire».

In Vita mortale e immortale Domenico Starnone apre domande e, come spesso accade nei suoi libri, non offre risposte.

In un’intervista, ha affermato che per lui la narrazione e l’invenzione non sono altro che «un sollevare veli, un tentativo di vedere meglio» ed è ciò che cercherà di fare anche il protagonista ripromettendosi di riuscire a raccontare un giorno di quella bambina che danzava sul balcone. E di farle vivere tra le pagine ciò che il tempo non le ha consentito di fare.

Un racconto leggero come i giochi di un bambino, profondo come l’oscurità della nostra mente, vero come le storielle in dialetto tramandate dai nostri nonni, con la lingua dell’anima.

Articolo a cura di Greta Pinzin

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