Copertina del libro di Isabella Schiavone, Fiori di Mango. Dipinto di Gougain

Fiori di mango & Isabella Schiavone

Isabella Schiavone è una giornalista televisiva professionista, Capo Servizio al TG1, ha cominciato a lavorare in Rai nel 2002. Sul suo blog Sgrunt! racconta molte sensazioni ed emozioni che ha vissuto in prima persona – grazie al suo lavoro. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo di narrativa, Lunavulcano per il quale ha ricevuto il premio Un libro per il cinema, ed è stata candidata al Premio Strega.

Lo scorso settembre è uscito in libreria il suo secondo romanzo, Fiori di mango, edito da Lastarìa Edizioni: una narrazione ambientata nel cuore dell’Africa che mescola i profumi e i colori di questa terra. Una storia d’amore, e non solo: di rinascita, guarigione e scoperta. Schiavone racconta i luoghi che ha visitato in prima persona e li offre con eleganza e raffinatezza nelle pagine del suo ultimo libro.

In occasione dell’uscita di Fiori di mango, ho chiacchierato telematicamente con Isabella del suo ultimo libro. Abbiamo parlato di viaggi, lavoro, carriera, e dei profumi dell’Africa.

Fiori di mango è il tuo secondo libro. È un romanzo corposo, denso di avvenimenti e per niente scontato dal punto di vista narrativo. Nelle duecento pagine che lo compongono, le vicende che racconti sono numerose. Da quanto tempo conservavi tutto questo materiale nel cassetto?

In realtà non avevo uno scopo preciso né del materiale ordinato quando ho iniziato a scrivere. Ho attinto a fantasia, ricordi, immaginazione, racconti. Ho trasferito questo caos mentale sul pc e l’ho rielaborato strada facendo. Il romanzo ha poi preso forma da sé. Spesso abbiamo litigato. Ancora oggi, quando lo rileggo, mi arrabbio per la sua anarchia.

Nei ringraziamenti di Fiori di mango si legge:
“Ogni riferimento è puramente casuale, o forse no. In ogni personaggio c’è qualcosa di noi. In qualcuno un po’ di più.”
Tu ci presenti i personaggi del romanzo in modo molto dettagliato fin dal principio. Sono così ben caratterizzati nel loro essere da sembrare inizialmente un po’ tutti protagonisti. Ci si affeziona a Stella, a Gloria e a Lorenzo fin dai primi capitoli di Fiori di mango. Possiamo dire che c’è una goccia di te in ognuno di loro?

Credo ci sia sempre qualcosa di chi scrive in ogni personaggio per il solo fatto che siamo noi a dargli vita, a crearlo, a definirlo. Qualcosa che amiamo di noi o, al contrario, qualcosa che detestiamo di noi o anche che temiamo o, ancora, che desideriamo. Poi c’è qualcosa che osserviamo negli altri e che ci attrae o ci repelle o ci fa riflettere. Questo avviene in misura più o meno poderosa. C’è un pezzetto di ognuno di noi in ogni personaggio e forse qualcosa di più di qualcun altro.

Navigando tra le pagine di ​Sgrunt! ho trovato un articolo molto emozionante su uno dei tuoi viaggi in Africa. Si chiama Ndthini, dove inizia il cielo​, e racconta le condizioni di difficoltà di un villaggio a 120km da Nairobi e di una tua visita nell’orfanotrofio in cui ci sono bambini nati portatori di AIDS. Si parla di Tipo, un bambino di appena un anno devastato dalle piaghe sul corpo a causa di questa malattia. Tipo mi ha ricordato il primo bambino che Stella incontra quando visita i luoghi di infanzia di Amani. La malattia è sempre qualcosa che fa paura, difficile da affrontare, ma credo che vederla negli occhi di bambini e sulla loro pelle sia ancora più doloroso. Come ci si sente di fronte a scene come quelle che descrivi in ​Fiori di mango,​ e in generale di fronte a delle realtà così dolorose in cui a volte si è del tutto impotenti?

In effetti, la descrizione del bimbo malato di HIV nell’orfanotrofio di Amani prende spunto proprio dall’incontro con Tipo. In realtà alcuni bimbi sono inconsapevoli di quanto accade loro. Alcuni sono più forti della malattia e sembrano quasi vincerla anche solo con il loro sorriso e la loro vitalità. Come nel caso di Tipo: sorrideva felice a tutti, desideroso solo di essere preso in braccio e coccolato come tutti i bimbi della sua età. Altri bambini, invece, più provati non solo dalla malattia ma anche dallo stato di indigenza e degrado dal quale provengono, hanno la sofferenza nello sguardo, occhi spenti, senza luce. È molto doloroso entrare in quel buco nero che proietta la loro anima e la loro condizione drammatica.

In ​Fiori di mango​, Gloria torna in Africa per riabbracciare la sua famiglia paterna e riavvicinare suo padre ai suoi zii. Conoscendo la crisi amorosa che l’amica Stella sta vivendo la invita a fare i bagagli e a raggiungerla. L’Africa si rivela essere il luogo salvifico per entrambe le ragazze ma anche per altri personaggi all’interno del romanzo. Per te cosa è l’Africa, in che modo sei approdata in questa terra e chi è stata la tua Gloria?

L’Africa è per me terra di meraviglia e sofferenza, incanto e dolore. È la vita all’ennesima potenza, che esplode nel bene e nel male. È, soprattutto, umanità e speranza. Ho tante Gloria nella mia vita, perché sono circondata da amicizia forti e vere, ma nessuna Gloria che mi abbia condotto in Africa. Sono però stata io a condurre con me qualcuna di loro, in “spedizioni” di volontariato e natura. Sono più spesso la traghettatrice. Mi sono avvicinata all’Africa perché un componente della mia famiglia opera lì come volontario per scelta di vita. Abbiamo condiviso molti progetti nel tempo.

Che l’Africa sia un luogo del cuore per te si evince non solo dal romanzo ma anche dal tuo blog. Tu sostieni una ONLUS, aiuti gli orfanotrofi e soprattutto il ricavato dei diritti del tuo primo libro ​Lunavulcano ​è devoluto in beneficenza in Africa. Oltre a promuovere una causa così nobile, ​Lunavulcano è stato candidato tra i primi 50 finalisti del premio Strega nel 2018. Che emozione è stata ricevere questa bellissima notizia? Ti auguriamo lo stesso per Fiori di mango!

È stato un momento di gioia e stupore. Il mio primo romanzo, nato per caso, aveva raggiunto un grande traguardo per me del tutto inaspettato. Ma era nel suo DNA, evidentemente. Anche il giorno in cui ho saputo che lo avrebbero pubblicato è stata una grande emozione: era il giorno del mio compleanno ed ero a Bologna a festeggiare con un amico artista. Pochi mesi dopo la pubblicazione, ha ricevuto anche lui un importante premio. Mi ha dato molte gioie.

Prima ancora di essere una narratrice ti conosciamo come famosa giornalista. Hai dato voce in radio, scritto per l’Ansa e per il gruppo Espresso; sei approdata in Tv su Rai1, prima a Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – e ora Capo Servizio al TG1. Sulla tua biografia si legge inoltre che tra le tue prime esperienze ci sono state missioni in Libano e in Kosovo con l’esercito. Come è stato essere giovani in un contesto così particolare? Hai mai avuto paura o ti sei mai sentita in pericolo durante qualcuno dei tuoi lavori?

La mia seconda gioventù, dai 25 anni in poi, l’ho vissuta nel giornalismo. Avevo sete di esperienze, viaggi, incontri, conoscenza. E la mia professione mi ha sempre offerto numerosi stimoli in questo senso. È stato meraviglioso crescere viaggiando, conoscendo tante persone, facendo esperienze anche estreme. La paura talvolta c’è stata, come a Scampia, dove ci inseguirono e minacciarono o allo Zen di Palermo, per fare i primi esempi che mi vengono in mente. Sono i rischi del mestiere. Ma la motivazione e la convinzione di raccontare qualcosa che avrebbe potuto cambiare le condizioni di vita di alcune persone – fosse stata anche solo una – è sempre stata una spinta più forte della paura. E anche una sana dose di incoscienza, ammettiamolo.

Il tuo blog è un mondo pieno di informazioni, spunti, viaggi e tante esperienze personali. Tra le righe e le tante sfumature di colore di ​Sgrunt! spesso compaiono storie che riguardano i più deboli, gli emarginati, coloro che tanti preferiscono chiamare “diversi”. Quanto è difficile dar voce a queste situazioni, riuscire a raggiungere un obiettivo, aiutarli in modo concreto?

È una battaglia da condurre. Ci si interessa a persone fragili o emarginate solo quando il problema ci riguarda da vicino. E, invece, sono proprio le persone che non vivono situazioni di questo genere che hanno il dovere di dare voce a chi è in difficoltà. Questa per me è sempre stata una missione, qualcosa coerente con i miei valori e con ciò che mi è stato insegnato e trasmesso in famiglia e nelle scuole cattoliche che ho frequentato. È impegnativo, ma la soddisfazione che ne deriva dopo è unica. Il sorriso di Simone (trovate la storia sul blog) e di mamma Sara, usciti dalla reclusione di un appartamento popolare al settimo piano nel quale erano confinati a causa della disabilità, è stato un momento di pura e autentica gioia da celebrare e condividere.

Tornando a ​Fiori di mango,​ c’è una parte in cui Lorenzo, cugino di Gloria, torna in Italia e inizia (motivato proprio da lei) un corso di meditazione. Le pagine dedicate a questa disciplina occupano pochi capitoli nel libro ma sono molto intense e regalano degli insegnamenti per la vita di tutti i giorni. Alla fine di Fiori di mango i ringraziamenti sono rivolti a Neva e Corrado (insegnanti guida dell’Ameco – Associazione per la Meditazione di Consapevolezza) che sono citati spesso nel romanzo. Deduco che anche tu pratichi questa disciplina, e mi chiedevo come l’hai conosciuta e che spazio occupa nella tua vita.

Si, pratico la meditazione vipassana (tradizione theravada, buddhista) da dieci anni e il Tai Chi Chuan, un’arte marziale cinese che rappresenta una forma di meditazione in movimento, da un anno e mezzo. Mi sono avvicinata alla meditazione per caso, leggendo un libro. Dovevo affrontare un intervento chirurgico che mi avrebbe costretta all’immobilità per un po’ di tempo e avevo fatto acquisti in libreria. Nella saggistica ero stata attratta da un titolo e acquistai, tra le varie letture, anche questa. Ebbi modo di leggere il volume con grande attenzione. Dopo feci delle ricerche e decisi di frequentare una scuola di meditazione romana molto seria e qualificata, con docenti riconosciuti a livello internazionale (niente santoni, niente esotismi, niente frikkettoni new age). L’approccio e il molto studio che ne deriva ha per me sostituito il desiderio di prendere un’altra laurea. È un campo molto interessante, molto concreto e dinamico: gli effetti della pratica si vedono nella vita quotidiana e trovo che anche questo sia un modo per “igienizzare” il mondo, rendendo noi più consapevoli delle nostre parole e azioni, e gli altri più disponibili a recepire un indirizzo salutare per la propria vita.

Tra i vari ruoli che hai ricoperto sei stata anche insegnante di “Teoria e tecnica del linguaggio televisivo” presso l’Università degli studi di Tor Vergata. Come descriveresti questa ulteriore esperienza nella tua vita e soprattutto quanto ti riconosci negli universitari di oggi, probabilmente giornalisti di domani?

È stata una bellissima esperienza contribuire alla formazione di giovani menti (in alcuni casi poco più giovani di me) e trasmettere loro le mie competenze ed esperienze professionali. Ciò che ha caratterizzato la mia esperienza di docenza, almeno nelle mie intenzioni, è stata la disponibilità verso gli studenti, la lealtà nel rapporto, l’entusiasmo. Con alcuni di loro sono ancora in contatto dopo un decennio circa. Ho cercato di essere per loro il docente che avrei desiderato incontrare quando frequentavo la scuola di specializzazione. Mi sono riconosciuta nella loro voglia di arrivare e nella loro visione idealizzata della professione, che avevo anche io da giovane studentessa. Mi auguro che siano loro il motore del cambiamento di cui la professione ha bisogno e non un ulteriore ingranaggio di un sistema talvolta farraginoso e autoreferenziale. Ho molta fiducia nei giovani e nella loro creatività, che mai come adesso è necessaria per aprirsi nuove strade.

Tu sei molto attiva sui social, e utilizzi il tuo ​Sgrunt! come un diario virtuale molto aggiornato. Secondo te, abituati a questa epoca digitale fatta di “scrolli rapidi” e storie che svaniscono dopo 24 ore, quanto è importante scrivere bene una notizia? Soprattutto oggi cosa vuol dire scrivere “bene” una notizia? Sta cambiando o cambierà il giornalismo da questo punto di vista?

Certamente lasciare traccia di quanto si scrive, se non negli archivi almeno nelle menti, è fondamentale. Nel giornalismo televisivo la scrittura è importante, ma viene inevitabilmente accompagnata dalla potenza dell’immagine, che talvolta la sovrasta descrivendo la realtà senza bisogno di parole. Noto, negli ultimi anni, una minore attenzione verso la scrittura in generale, tanti errori anche nei quotidiani online e penso a colleghi celebri che si rivolterebbero nella tomba per molto meno. Amo i social e ne apprezzo il valore e la capacità di arrivare soprattutto ai più giovani. Ma trovo pericoloso quando si dà la precedenza alla costruzione del personaggio social strumentalizzando i contenuti. Ho sposato la scuola di chi mi ha insegnato che il giornalista non è un personaggio, ma è al servizio della notizia.

La copertina del libro su Elsa Morante nella biografia di De Ceccatty rappresentata in libreria

Elsa Morante, R. De Ceccatty

Se c’è stata una cosa tanto ostile a Elsa Morante certamente è stata la spontanea curiosità nei confronti della sua vita. Per tutta l’esistenza, Morante tenne lontani da sé i pettegolezzi e molte delle chiacchiere che (naturalmente) nascevano attorno a lei, una delle autrici più significative del Novecento italiano. Ma erano i suoi libri ciò che Morante avrebbe voluto lasciare ai suoi lettori, più che il mero ricordo di una biografia ingiustamente ritenuta insignificante.

Elsa Morante ritratta con uno dei suoi gatti affilatissimi

Elsa Morante è stata una donna indipendente, dalla personalità forte e il carattere caparbio. Spesso malgiudicata dagli altri, Elsa non si faceva problemi ad agire secondo il proprio diktat, convinta di aver sempre ragione e raramente disposta a mettersi in discussione. Se potrebbe sorprendere il fatto che un francese abbia voluto scrivere di lei, questo in realtà non deve affatto. Infatti, Moravia – suo marito – fu molto amato in Francia, e di riflesso anche lei, che presto seppe dare al pubblico la grande opera che si attendeva dalla moglie di un grande autore.

Rene de Ceccatty (1952) è un narratore e drammaturgo francese. Prima di Morante ha raccontato di Moravia, Pasolini e Leopardi. Personalità eccellenti che hanno fatto la storia letteraria del nostro Paese e che spesso son state apprezzate più altrove che in Italia.

Pubblicata in Francia nel 2008, la biografia di Elsa Morante è stata tradotta dalla scrittrice Sandra Petrignani – che fin dalla Corsara e La scrittrice abita qui ha impreziosito i lettori con la narrazione di alcune tra le maggiori scrittrici italiani del Novecento. È interessante osservare come la penna di un francese abbia deciso di raccontare Elsa Morante a partire dalla sua infanzia, laddove si nascondo i segni più evidenti di ciò che sarebbe diventata e avrebbe scritto. Ed è altresì interessante – nonostante non manchi vasto apporto bibliografico – servirsi dell’autorità di Petrignani per affidarci a De Ceccatty – senza dubbio su ciò che ci viene narrato.

La vita privata di uno scrittore è pettegolezzo; e i pettegolezzi, chiunque riguardo, mi offendono.

intervista rilasciata da Elsa Morante a enzo siciliano nel 1972.

Più volte Elsa Morante ribadì la sua insofferenza a sentir parlare di sé, e più volte de Ceccatty lo ricorda. Dev’esser stato arduo, dunque, tentar di rintracciare informazioni sulla scrittrice, avendo cura di scinderle dai soliti tentativi di depistaggio operati. Ancor più arduo è stato trovare testimoni che, in grado di rompere il patto di silenzio stretto con l’autrice, avessero il coraggio di raccontare particolari e dettagli che prima non conoscevamo. Tuttavia, de Ceccatty non si è fatto intimidire e proprio secondo il dettame morantiano ha dato voce ai fili rossi nascosti tra i suoi libri – tramite cui vien più facile comprendere un personaggio di tale complessità, dilaniato dal dolore.

Perché prima di tutto, a caratterizzare l’esistenza di Morante, è la sofferenza. La sofferenza di esser nata da due padri, quella di un complicato rapporto con sua madre, con i fratelli e la sorella. Ma una sofferenza che è poi anche alla base di tutta la sua opera e del trionfo dell’immaginazione onirica – tecnica che poi sarà ricorrente nei suoi romanzi.

In qualche modo si può dire che, per Elsa, l’immaginazione è stata l’unica via di scampo dalla realtà. Affidata a soli otto anni alla pedagoga montessoriana Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, cominciò a scrivere sui suoi quaderni le prime storie infantili. Quei racconti embrionali che rappresentavano l’evidente manifestazione di un genio precoce non son passati inosservati a de Ceccatty, che ne estrae un ritratto veritiero e per alcuni aspetti inedito. Il ritratto di un’artista riconosciuta senza dubbio come la più grande scrittrice italiana di sempre – un termine che a Morante sarebbe stato stretto. Proprio a lei, che per sé avrebbe preferito l’appellativo di scrittore, meno denigrante rispetto a quello di scrittrice – spesso inclini a raccontar d’amore e altri dammi ritenuti frivoli.

Dai primi racconti, De Ceccatty discende per arrivare a quelli più celebri. Ma anche i primi, per quanto abbozzati, si dimostrano importanti, perché furono quelli in grado di prepararle la strada per il successo e la fama a lungo cercati.

Elsa Morante è l’autrice dell’Isola di Arturo, il romanzo Premio Strega 1957 che più di tutti le ha portato la notorietà, della Storia – un libro didascalico diverso dagli altri, ma che tuttavia non offusca la fama della scrittrice ma anzi la esalta. È l’autrice dello Scialle andaluso, uno dei suoi più celebri componimenti brevi, che poi darà il titolo a una raccolta di storie e narrazioni degne di merito. Ancora: è l’autrice di Menzogna e sortilegio, un romanzo di numerose pagine scritto in quattro anni. E di un altro breve poemetto, che nemmeno il suo maggior critico – Cesare Garboli – fu in grado di capire come lei si sarebbe aspettata. Mi riferisco a Il mondo salvato dai ragazzini, un’allucinante narrazione in versi di complessità inaudita, composta sotto l’effetto di droghe durante le lunghe trasferte newyorkesi.

Spesso in giro per il mondo, ora a New York, ora in India – con Moravia e Pasolini -, ora in Unione Sovietica, in Grecia e Cina con Debenedetti, Elsa Morante non smise mai di guardare verso i meno fortunati, i semplici e gli esclusi: i Felici Pochi. Coloro a cui dedicherà un’intera produzione letteraria, i protagonisti dei suoi romanzi: persone sconfitte in partenza ma che hanno tanto da dire – ed è il mondo che li perde.

E mentre i libri si compongono con gran fatica, Elsa viveva e si innamorava. Amava soprattutto uomini impossibili, da cui non otterrà mai indietro l’amore che provava – ma che spesso era inabile a ricevere.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.
Elsa Morante e Alberto Moravia durante una loro vacanza ad Anacapri

I legami le davano noia, e specialmente le persone. Elsa Morante era una persona fortemente indipendente e quando incontrò Alberto Moravia la loro unione fu benefica. Forse non avrebbe trovato altri uomini in grado di sopportare i suoi sbalzi d’umore, le stranezze, i silenzi: e difatti, tra tutte, la loro fu la relazione più lunga. Una lunga relazione di cui ha scritto un bellissimo libro Anna Folli, che non si interromperà nemmeno dopo la conclusione, e che continuerà a nutrirsi a distanza.

Insieme a Moravia, il meno impossibile dei suoi amori, ci saranno soprattutto giovani omosessuali che non saranno in grado di ricambiarla. Prima il regista Luchino Visconti, poi il pittore suicida americano Bill Morrow. E di una qualche forma d’amore si può parlare anche dell’amicizia tra Morante e Pasolini, cominciata come idilliaca, e destinata a frantumarsi, per una volta a causa di lui – e non di lei.

Una vita interamente dedicata alla letteratura, spesso in bilico tra la necessità di doversi adattare a un pubblico esigente e le ambizioni per le proprie opere. E se la vita privata dell’autrice è piena di incertezze, dubbi e difficoltà, quella dei suoi libri è attesa, immaginata, vagheggiata fin da bambina, e destinata a durare per sempre.

L'immagine rappresenta la copertina del libro "Numeri uno" scritto da Gabriele Sabatini. Il testo è ritratto sopra delle foglie autunnali.

Numeri uno, G. Sabatini

È uscito il 22 ottobre per i tipi di Minimum fax il nuovo libro di Gabriele Sabatini, Numeri uno: vent’anni di collane in otto libri.

Sabatini, classe 1983, è editor della casa editrice Carocci; è inoltre, membro della sofisticata redazione di Flanerì, rivista di cultura, editrice del periodico effe. Da svariati anni, Sabatini si occupa di storia dell’editoria italiana: Numeri uno è il suo secondo libro episodico – che nella struttura e nella composizione ricorda Visto si stampi, il primo saggio pubblicato dall’editore Italo Svevo. In entrambi i testi, infatti, ciò che l’autore intende narrare si svela in una sequela di episodi poco celebri riguardanti alcuni retroscena dell’editoria del Novecento.

In Numeri uno, Sabatini intende narrare – tramite otto vicende editoriali – il modo in cui l’editoria è cambiata.

Il punto di arresto sono gli anni Sessanta: un momento fondamentale per un significativo aumento della produzione letteraria del nostro Paese. In quegli anni, “dai circa 5600 titoli stampati nel 1956 si passa a più di 8100 del 1960, con un accrescimento in quattro anni di oltre il 40%”. Le ragioni di questo evidente incremento sono svariate. Prima fra tutte vi è il progresso dell’alfabetizzazione e il conseguente accrescimento dell’interesse tra gli italiani del tempo. Un interesse che non si limita “al libro per il libro o per la letteratura […], è anche il mondo che sta tutt’intorno a destare curiosità”. E in quello scenario nascono alcuni tra i maggiori salotti letterari; mentre sui giornali si comincia a dar notizia anche di quegli incontri culturali, delle feste di Alba de Céspedes e Maria Bellonci, i primi premi letterari…

Gli otto libri presentati da Sabatini sono stati tutti pubblicati tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.

È tramite quei testi che Sabatini rispolvera i numeri uno di alcune delle maggiori collane di sempre. Maggiori in quanto, a quelle collane, è attribuito un vero e proprio cambiamento.
In quel momento, la situazione editoriale è congelata pressoché ovunque. Le case editrici faticano a reperire la carta a causa delle sanzioni imposte per la guerra d’Etiopia, e tutti gli autori e i loro libri transitano presso il vaglio del fascismo. Tuttavia, Rizzoli affida a Leo Longanesi la direzione della collana Il sofà delle muse, che esordisce con Il deserto dei Tartari di Buzzati. Ma è in Einaudi si palesa una maggiore attenzione per la narrativa italiana di qualità: Cesare Pavese esordisce con Paesi tuoi (1941) inaugurando la collana dei Narratori contemporanei.

Se durante la seconda guerra mondiale la produzione italiana precipita vertiginosamente, nel 1945 con la pace europea i titoli doppiano quelli stampati l’anno precedente. Può essere interessante fermare il proprio sguardo proprio su quel periodo di ripresa, e sul percorso d’inclusione che l’editore Einaudi ha compiuto sul proprio catalogo, dando spazio agli autori più conosciuti e apprezzati di allora.

Numeri uno diventa l’occasione adatta per parlare di Natalia Ginzburg – colonna portante della casa editrice Einaudi – che con È stato così inaugura la storica collana dei Coralli.

I Coralli sostituiscono evidentemente la collana dei Narratori contemporanei, e si accostano alle edizioni di pregio dei Supercoralli, inaugurati dalla penna di Elsa Morante. Sempre per Einaudi, ma nella collana diretta da Vittorini, I Gettoni, uscirà il brevissimo esordio di Franco Lucentini. Nel frattempo, mentre Einaudi è impegnato a scovare testi caratterizzati da un’altissima eleganza stilistica e completezza editoriale, in Italia si afferma il cosiddetto “fenomeno BUR“. Si tratta della prima collana economica in grado di produrre titoli dalle tirature spropositate e che si rivolge a un pubblico molto più ampio e variegato. Quello stesso pubblico che assicurerà il successo di Alba de Céspedes e Goffredo Parise.

Numeri uno intende presentare otto prestigiose collane editoriali tramite i libri che le hanno inaugurate.

Come dichiara Sabatini fin dall’introduzione dell’opera si tratta di titoli oggi “facilmente rintracciabili in libreria”. Tuttavia, Numeri uno conta un’eccezione: Quaderno proibito di Céspedes. Questo titolo attualmente è reperibili soltanto nel mercato dell’usato ma ben esemplifica il cambiamento di pubblico – e conseguentemente di rotta – dell’editoria italiana. Ma non si parla solo di questi otto libelli citati: Sabatini cita tantissimi testi, Il gattopardo, Scomparsa d’Angela, Beato fra le donne e diversi altri ancora.

Ciò su cui Sabatini si sofferma è il contesto in cui nascono le collane, sempre supportato da documenti, lettere, interviste e diari dell’epoca. Di questi libri si apprende il percorso compositivo – dai contratti, l’editing, i tagli, la scelta del titolo e della copertina – ma non solo; i rapporti con gli editori, i contratti e i dubbi che hanno perplesso gli autori degli otto numeri uno presentati.

Per concludere, Numeri uno si classifica come un’opera ricca di spunti e riferimenti letterari, un’opera attraverso cui comprendere meglio il mondo editoriale analizzandolo da un punto di vista che in pochi – prima di Sabatini – hanno avuto l’intuito di sfruttare.

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