Il mio noviziato, dell'autrice Colette, qui ritratto con dei fiori rosa, libri vintage aperti sopra una tavola di legno

Il mio noviziato, Colette

Per rimanere incastrati nella letteratura francese, bisogna necessariamente passare da un personaggio indimenticabile: Colette. Per l’esattezza: Sidonie-Gabrielle Colette; fu una tra le scrittrici più libere che vissero a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Colette inoltre, fu critica teatrale e cinematografica, giornalista, sceneggiatrice, e negli ultimi anni di vita, persino estetista. Tuttavia, non solo per quella libertà espressiva, il suo nome ricomincia a sentirsi spesso, ma anche per l’estensione della sua produzione.

In vita, Colette compose ben cinquanta romanzi, tutti divenuti celebri e amati dalla Francia di quegli anni. Storie di donne, soprattutto, di amori finiti che nella loro sfuggevolezza raccontano molto della condizione delle donne e di Colette stessa. Ma più che raccontare, i suoi romanzi denunciano una realtà con cui Colette dovette fare i conti in prima persona.

Ultimogenita di un capitano di zuavi e della vedova di un ricco proprietario terriero, Colette trascorse la giovinezza in Borgogna. La sua infanzia – soprattutto grazie al forte libertinaggio della madre, Sidonie – fu lieta, ricca di affetto e attenzioni; e la maggior ragione, si trova oggi, proprio dietro la modernità di pensiero di Sidonie. Cresciuta nel mezzo della natura, sin da bambina ha accesso a moltissimi libri, e a sei anni già legge Shakespeare e de Balzac, e non si allontana molto dall’ateismo di Sidonie.

Dopo la prima infanzia lieta, nel 1893, quando Colette ha solo vent’anni, sposa Willy, e da quell’incontro esatto esordisce la narrazione del Mio noviziato.

Henri Gauthier-Villars, noto al grande pubblico con il nome di Willy, più anziano di quattordici anni della giovanissima Colette, è scrittore, editore, pubblicitario e molto di più. Sotto di lui, infatti, un antico Harvey Weinstein dirige una officina di schiavi (specialmente neri) che si impegnano a produrre un immenso quantitativo di opere inedite, date alle stampe con la firma di Willy. È per questo che alla fine Willy ha molto tempo libero, che di solito trascorre accompagnato da giovani donne, e personaggi illustri; la sua costante è la ricerca dello scandalo, del pettegolezzo e non decadere mai dall’olimpo della belle époque parigina.

Le ragioni per cui Colette si unì a lui sembrano ovvie fin dall’esordio. Se da un lato sarà proprio Henry Gauthier-Villars a scoprire i racconti di Colette e a spronarla a scrivere ancora, a comporre nuovi romanzi, sempre da pubblicare sotto il nome di Willy; dall’altro, ogni pagina del Mio noviziato compare ricca dell’amore e della dedizione che Colette era in grado di provare per Willy.

Che cosa potesse attrarre in una così giovane fanciulla, l’assenza di un uomo potente, se non i suoi denari e il potere? Questo è stato ciò che le persone hanno pensato a lungo di lei. Ma Colette era molto di più che una ragazzina in cerca di fama, perché non è in quel modo che la storia inizia tra loro. La loro relazione emerge dall’amore, fiorisce nell’attrazione fisica e in una gelosia morbosa che sempre proverà per il marito.

Di quell’attrazione provata da Colette per Willy – se in qualche modo se ne sente l’esigenza di formalizzarla a ogni costo – ciò che dovrebbe essere messo in risalto è piuttosto la nuova lettura che Colette dà all’amore e all’eros.

Dopo che per lunghi tempi, in narrativa – ma anche nelle forme scritte e orali più rispettabili – l’eccitazione femminile venne del tutto privata della sua importanza. Colette, in mezzo alla natura sconfinata, fu la prima a riconoscere nella donna la capacità di provare eccitazione, di emozionarsi lei stessa e di non essere invece, un puro oggetto vivente atto a soddisfare l’uomo.

Rassegniamoci a dire che se tante fanciulle mettono la mano nella zampa pelosa, tendono la bocca verso la convulsione ingorda di una bocca esasperata, e guardano serenamente sul muro l’enorme ombra maschile di uno sconosciuto, e perché la curiosità sensuale sussurra loro consigli prepotenti. In poche ore un uomo senza scrupoli fa di una fanciulla ignara un prodigio di libertinaggio, usa a ogni disgusto.

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

All’interno di questa citazione estrapolata dal Mio noviziato si leggono immediatamente gli intenti dell’intera opera di Colette. La sua volontà è prima tra tutte quella di andare oltre certi limiti e barriere; tuttavia, Sidonie-Gabrielle non fu affatto femminista – nel senso stretto in cui lo intenderemmo oggi. Anzi; sempre indisposta dalle presenze femminili, quasi costretta a un sentimento di insufficienza davanti a qualsiasi altra donna, Colette dichiarò numerose volte di non andar d’accordo con le femministe.

Però, la sua opera ha parlato (e parla ancora) più chiaramente di quanto fece Colette. I suoi ideali – tutti votati alla contrarietà di quelli conformistici del tempo; i suoi tre amanti, e in particolare la prima serie di gran successo firmata da Willy, Claudine, urlavano chiaramente la necessità di denunciare le proprie turpe al mondo intero. E se all’inizio, l’anonimato e la nascita di Claudine divertivano Colette come «una farsa un po’ indelicata», a pochi anni di distanza dal matrimonio comincia a sentirsi privata delle proprie libertà.

L’unico pensiero di conforto allora va a Sidonie. Madre amata e di cui sempre rimpiangerà la vicinanza.

Sidonie a cui dedicherà anche un libro, prima di morire, Sido è sempre rimasta viva nel cuore di Colette. Colette desiderò tornare da lei anche quando raggiunse il successo, e mai smise di sperare che le loro strade si sarebbero incrociate. Nei suoi confronti, per anni non fece altro che che fingere: imitatrice di una felicità incoraggiata solo dai pagamenti che Willy le faceva per i suoi libri. Sido torna spesso anche all’interno del Mio noviziato, inserendosi all’interno di una narrazione che è fortemente autobiografica ma che si prefigge l’idea di costruirsi come un romanzo.

Il mio noviziato non è semplicemente utile agli amatori di Colette – o a quelli che, destinati ad amarla, non l’hanno ancora conosciuta; in alcune parti diventa un saggio critico alle opere precedenti, che con sagacia e onestà contesta i propri scritti e ne traccia un profilo, evidenziandone i punti buoni e quelli più deboli.

Ben presto, però, quell’illusione di libertà dettata dal potere, era destinata a infrangersi tra le pareti di una «vera prigione». Sempre più incoraggiata a far presto, a portare a termine i suoi scritti e a dar vita a idee migliori, Colette veniva addirittura chiusa a chiava in un «laboratorio», per la quale libertà doveva «esibire pagine scritte». Ma ecco che, subito dopo questi racconti, Colette si smentisce:

Ma il rispetto della verità strampalata, e un sapore un po’ gotico, assegnano loro un posto qui. Dopotutto non c’erano sbarre alla finestra, e potevo benissimo tagliare la corda. Pace dunque a quella mano, oggi morta, che non esitava a girare la chiave nella toppa. A lei devo la mia arte più sicura, che non è quella di scrivere, ma l’arte domestica di saper attendere […]. Ho imparato soprattutto ad avere, fra quattro mura, quasi tutte le mie evasioni, a trasgredire, comprare, e infine, quando mi piovevano addosso i «presto, per dio, presto!», a insinuare:
«Forse in campagna lavorerei più in fretta…»

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

In qualche modo perciò, Willy, a lungo si trasforma in una sorta di protettore. È proprio la protezione, forse, ad attirare la giovane Colette.

Ma sempre più la gioia si trasforma in dolore; e la pazienza in un’estenuante attesa all’infinito. Il pensiero di fuggire da una parte le stuzzica la mente, ma dall’altra, farlo sarebbe impossibile.

Come si fa a fuggire? Noialtre ragazze di provincia avevamo dell’abbandono coniugale, intorno al 1900, un’idea enorme e poco maneggevole, costellata di gendarmi, di bauli convessi dei velette impenetrabili, senza contare l’orario delle ferrovie…

il mio noviziato, colette, adelphi, milano 2007

Ma alla fine, offuscata dalla paura di spingersi oltre, quell’uomo che aveva sposato le appariva quasi come un dono. Egli – dichiarava ancora Colette – «esercitava la tattica di occupare senza tregua un pensiero di donna, il pensiero di parecchie donne». Willy è davvero l’uomo amato da Colette, seppur nella stranezza dall’esterno di quella storia, eppure non fu lei alla fine a lasciarlo.

Fu proprio Willy a chiudere con lei quando Colette decise di mettere più calma e attenzione nelle proprie storie. Come se Colette – per tutto quel tempo in cui gli aveva prestato il suo ingegno –, non fosse esistita per altro che sfornare libri, scrivere come una moderna ghost-writer, e interpretare, nel frattempo, la parte della moglie perfetta. Bella, carina, rapida a spogliarsi e giovanissima. Ma soprattutto completamente soggiogata a lui.

E in quell’unica vendetta che si legge alla fine di questa opera-testimonianza di Colette, riscatto che avrebbe voluto per sé: essere lei a lasciarlo, Il mio noviziato non sarà più in grado di abbandonare la vostra memoria. Un libro scritto come se fosse, appunto, un qualsiasi romanzo di Colette: pregno di descrizioni naturalistiche, di amore e gelosia; acuto e ironico in ogni sua sfumatura; una storia, di finzione in alcune parti – è Colette la prima a riferirne le bugie – e la testimonianza di una condizione femminile di frequente danneggiata. E inoltre, la narrazione di un personaggio di cui, se si cercherà l’opera omnia da qualche parte, si faticherà a leggerne l’intera lista dei soli titoli prima che l’occhio non si stanchi.

Il libro-testamento Moglie di Verlaine, scritto da Mathilde Mauté è raffigurato su un piano di legno circondato da uccelli del paradiso o strelitzie amazzoniche

Moglie di Verlaine, M. Mauté

Il 23 giugno 1907, dopo ripensamenti, incertezze e perplessità, Mathilde Mauté, l’ormai ex moglie del poeta Paul Verlaine, decise di raccontare ai lettori come andarono veramente le cose tra lei e suo marito. Spesso criticata per i suoi modi autoritari, in seguito alla pubblicazione delle biografie di Verlaine, Mathilde Mauté decise di far chiarezza sulle questioni oltremodo dibattute.

Mi si dipinge come una ragazzetta (quasi una bambina) viziata dai genitori e diventata per il povero poeta crudele e senza pietà. Insomma, lui era la vittima, e io, il boia.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

In particolare, Mathilde Mauté intendeva denunciare il fatto che Edmond Lepellettier, primo autorevole biografo di Verlaine (Paul Verlaine, sa vie, son oeuvre) si fosse accanito ingiustamente nei confronti della sua famiglia. Ma d’ingiusto, stando almeno alla versione raccontata da Mauté, c’è stato solo il trattamento ricevuto dalla fedele moglie dal proprio marito.

Il racconto-testamento della Mauté origina proprio nel 1868, quando Mathilde e Paul si incontrano da Madame de Callias.

Quel primo sfuggevole incontro, passato del tutto inosservato a Verlaine, altro non fu che dettato dalla casualità. Madre e figlia, infatti, si recarono presso Madame de Callias a Parigi poiché invitati dal fratello Charles – che solo di recente aveva fatto la conoscenza di Nina de Callias, e di sua madre, Madame Gaillard. Nelle stanze dei loro cerimoniosi palazzi, l’appena quattordicenne Mathilde si stupiva non poco di potervi accedere; là, queste donne ricevevano artisti, letterati, poeti, e musicisti di talento. Pochissime donne e molti uomini «tutti di spirito, di talento o di genio»; tra cui, al momento di andar via, fece capolino Verlaine.

Nel momento in cui noi si andava via, entrò Verlaine. Sembrò non vedermi; a me sembrò brutto, mal vestito e con l’aria misera. Fu questo la prima impressione che, disgraziatamente, non doveva durare.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

La prima impressione non fu certo positiva, dunque; né poté considerarsi tale quella avuta dai genitori di Mathilde, che subito, conosciute le intenzioni della figlia tentarono in un primo momento di farla desistere. Probabilmente, quella stessa bruttezza di Verlaine doveva aver acceso qualcosa nel cuore della minorenne Mauté: probabilmente, primo fra tutti, un senso di pietà.

Ma è al secondo incontro tra i due che scocca l’amore (anche se, persino quella volta Verlaine non sarà conscio di alcun sentimento verso di lei) quando un’opera scritta appositamente da Lepellettier, venne eseguita insieme al poeta Verlaine, per omaggiare la padrona di casa. Verlaine è figlio di un comandante militare, e di una madre sempre intenta a servirlo per primo e assecondare ogni suo capriccio. Un ragazzo dall’aspetto poco gradevole, calvizie precoci e dieci anni in più di Mathilde.

La destinataria della pièce era la scultrice Madame Léon Bertaux, proprietaria di uno studiato a Montmartre, dove spesso invitava illustri personaggi per ammirare le proprie opere.

Un giorno che Charles aveva passato la notte da Madame de Callias, non avendolo visto a colazione, salii da lui e mi trovai faccia a faccia con Verlaine. È certo che lui mi vedeva per la prima volta, io invece avevo avuto da Madame Bertaux tutto il tempo di esaminarlo accuratamente e quindi ero già abituata al suo viso e, diciamolo pure, alla sua bruttezza. Fu dunque sorridendo che gli augurai gentilmente buongiorno, e con estrema naturalezza, iniziai a conversare con lui, non pensando che ad accoglierlo amabilmente come facevo con tutti gli amici di Charles.

moglie di verlaine, m. mauté, sellerio editore, palermo 1998

Quel primo incontro tra Mathilde e Paul è narrato anche nelle Confessioni di Verlaine, pubblicate sul calare della vecchiaia.

– Oh, mi piacciono molto i poeti, signore -. Queste furono le prime parole di quella bocca da cui avrei dovuto sentire tanti sì, poi tanti no, senza pregiudizio di tante altre buone cose ancora, e poi cattive.

confessioni, p. verlaine, adelphi, milano 1977

Dall’estratto che ho riportato poco sopra, viene facile dedurre le ragioni per cui Mathilde sarà dipinta arida e priva di gentilezza da tutti i biografi di Verlaine – anche loro saranno rimasti sedotti dal fascino del poeta maledetto. Ma se è vero che Verlaine ricorresse a frequenti escamotage letterari che contribuivano a tracciare di sé il ritratto di un ribelle, è vero anche che la giovanissima Mathilde Mauté soffrì molto per l’estro e l’ingestibilità di Verlaine. Totalmente sedotta e sottomessa alla figura di Verlaine, Mathilde non sarà mai abbastanza forte da negare il ritorno al marito.

Verlaine è stato un personaggio enigmatico, e la sua fama certo proviene in gran parte dall’incontro di un altro personaggio enigmatico, un giovinetto accolto dalla bohémien parigina come l’enfant prodige: Arthur Rimbaud.

Ma per riallacciarci alla narrazione –chiariti alcuni passaggi fondamentali per la comprensione di Mauté – pochi giorni dopo quell’incontro, Verlaine spedì una lettera a Mathilde Mauté. In quelle righe, Verlaine chiedeva a Charles di avanzare a sua sorella una proposta di matrimonio. Charles ne fu sorpreso, ma in fondo felice: voleva bene al suo amico e aveva grande fiducia nelle sue capacità letterarie.

Fu proprio quello il momento in cui Verlaine cominciò a scrivere La Bonne Chanson.

Ispirato da un sentimento inedito, Verlaine si mise in attesa della sua novizia. Monsieur Mauté, infatti, un arricchito della società parigina, rifiutò la proposta avventata. Egli era giustamente convinto che fosse prematuro parlare di un impegno del genere, e che il poeta avrebbe dovuto attendere almeno due anni prima che gli venisse concessa la mano di Mathilde.

La volontà di Mauté padre fu dunque rispettata, e il matrimonio non avvenne prima di quattordici mesi di fidanzamento. Durante quei mesi, «Verlaine fu dolce, tenero, affettuoso e gaio». Di facile inclinazione all’alcol, tutti coloro che conoscevano Verlaine avrebbero potuto dimostrare che fosse cambiato. Forse il desiderio di soddisfare le proprie intenzioni, e una certa qual dose di perseveranza, lo condussero in sposa a Mathilde qualche mese prima del previsto.

Fu allora che Verlaine si trasformò da buono in «essere cattivo, odioso, brutale, sempre ubriaco, bugiardo, fiacco, ipocrita». Ma che cosa, in fondo, lo tramutò nella parte peggiore di sé, se non quell’incontro con Rimbaud?

Quell’infante indiavolato, quel bambino prodigo che gli aveva mandato via posta i primi versi, Rimbaud, fu forse la causa maggiore del secondo Verlaine.

Ho avuto cura di raccontare i rapporti intercorsi tra i due maggiori poeti maledetti, Verlaine e Rimbaud, in un articolo precedente (a proposito dell’affaire Bruxelles, indagato magistralmente da Marcenaro). È una storia d’amore o odio, ma di qualsiasi sentimento prevalga non ne potrà mai essere negata l’intensità. Un amore narrato da molti, stravolto dai più; modificato sotto le penne di biografi fantasiosi, a partire da quella di Lepellettier – di cui non va dimenticato fosse il figlio di un’amica della suocera di Mauté.

Una storia d’amore parallela a quella relazione che Mauté si impegnava a tenere in piedi, praticamente con le sole proprie forze. Poiché il legame matrimoniale, appena due mesi dopo l’unione, vede venir meno diversi obblighi da parte di Verlaine. In particolare, quando la coppia sarà raggiunta da Rimbaud nella capitale, per Mathilde comincerà una estenuante lotta impossibile.

Da Roche, Rimbaud, giunse a Montmartre senza un soldo, e fin da subito portò scompiglio nella vita borghese del poeta. Se si esclude quella prima cena dove Arthur apparse ai presenti taciturno e timido, chiunque lo abbia incontrato lo ricorderà come un giovane indemoniato. Un bambino prodigio, sì, specialmente per l’intensità e la robustezza dei suoi versi; ma indemoniato, poiché aggressivo, spesso irascibile, dedito all’assenzio e ai liquori. Ovunque andasse portava prima stupore e infine scompiglio; coi suoi lunghi capelli scompigliati, dimora di pidocchi che si divertiva a far «saltare addosso ai preti», la devozione di Verlaine nei suoi confronti divenne totale.

Verlaine, dunque, abbandonato il lavoro al Municipio, si diede a un lungo peregrinare per il mondo con il giovane amico.

Più e più volte Verlaine abbandonò la moglie senza nemmeno darle il preavviso di una presunta partenza; celebre fu quella in cui, dopo aver supplicato la moglie di raccoglierlo a casa, uscì per comprare delle medicine per Mathilde e non fece ritorno. Tuttavia, per tutto il corso della relazione con Rimbaud, Verlaine non negherà mai di amarla ancora. Ma assurdo fu anche l’episodio in cui, ricattata Mauté di togliersi la vita se non fosse stato raggiunto in tre giorni a Bruxelles, V. abbandonò la moglie e la madre sul treno e scappò a Londra con Rimbaud.

In tutti i profili che vengono tracciati su Verlaine, neanche in uno presenzia l’assenza di una scontrosità smisurata, tesa sempre all’aggressività. In preda ai propri fantasmi, sempre intento a sperimentare quanto più la vita potesse offrirgli, Verlaine fu facilmente condannato a due anni di carcere all’epilogo di questa storia. La violenza era parte di lui, un sentimento in grado di risvegliare qualcosa dentro di sé: poiché tanta era quella adoperata anche nei colloqui, e nei giochi coi coltelli svolti con Rimbaud.

Moglie di Verlaine, si prostra molto oltre l’essere semplicemente il tentativo di una moglie di aver vendetta.

Dietro questo libello appena oltre le cento pagine, Mauté ci consegna una testimonianza fondamentale per la lettura del personaggio di Paul Verlaine. È una Mauté narratrice, che non può dirsi imparziale fino in fondo. Che l’intento fosse quello di riscattarsi, di raccontare la sua versione, è chiaro sin dall’introduzione del libro; ma risulta fondamentale che alla fine, Moglie di Verlaine costituisce la realizzazione di un elogio e al contempo una testimonianza diretta di quegli incontri e litigi; di quelle lotte e atroci sofferenze che Mathilde Mauté patì.

Ella, infatti, non fu niente di più né di meno che una moglie devota di fine Ottocento: una minorenne che non conosce niente della vita. Nel frattempo, un’amante, che davanti alla porta di casa fu sempre disposta a perdonare al marito l’ennesimo errore. Forse come prova del suo cieco amore, anni dopo la scomparsa di Verlaine, Mathilde Mauté non ebbe il timore di tornare sui propri drammi. Una donna che ha il coraggio di far luce sulla vita di un poeta – e sul proprio sofferto amore; che per la prima volta riuscì a chiarire molti dei tanti dubbi che tutt’oggi alimentano e offuscano la figura di Rimbaud.

Il libro che racconta la relazione e l'affaire Bruxelles attorno a due dei maggiori poeti dell'Ottocento: Verlaine e Rimbaud

Una sconosciuta moralità, G. Marcenaro

– Qual è la sua moralità?
Sconosciuta

verbale n°746, bollettino di informazioni dalle carte sequestrate a verlaine, 1873

È il 1873 quando il poeta maledetto Paul Verlaine viene accusato di aver ferito con un’arma da fuoco il polso del soggetto Arthur Rimbaud. L’accusato è nato a Metz il 30 marzo 1844; perciò, al momento delle sopraccitate dichiarazioni, Verlaine ha ventinove anni. Il ferito invece, la vittima che nessuno riesce ad accettare come tale, ha diciannove anni.

Il signor Arthur Rimbaud, letterato nato a Charleville [Francia] il 20 ottobre 1854, chiamato a testimoniare contro l’accusato, dichiara:

Da un anno abito a Londra con il signor Verlaine; […] questa convivenza era diventata impossibile, e avevo espresso il desiderio di ritornare a Parigi; quattro giorni fa mi ha lasciato per venire a Bruxelles, e mi ha mandato un telegramma affinché lo raggiungessi; sono arrivato dopo due giorni e sono andato ad alloggiare con lui e con sua madre, in Rue des Brasseurs 1; sempre manifestando il desiderio di rientrare a Parigi; […] poi ha caricato la pistola e ha tirato due colpi dicendo: Prendi! Ti insegnerò a voler partire! Questi colpi sono stati sparati da tre metri di distanza; il primo mi ha preso. […]

dal processo verbale n°746, 10 luglio 1873

Le dichiarazioni degli interrogati e di quelli chiamati in causa sembrano non porre alcun dubbio sulla vicenda. Inoltre, l’aggravante è che da circa due anni, la moglie di Verlaine, Mathilde Mauté ha avviato le pratiche di separazione dal marito. E l’oggetto di quelle pratiche, la più manifesta delle prove, è una relazione d’amore che incorre tra Paul Verlaine, e il giovanissimo Arthur Rimbaud.

Una sconosciuta moralità (Quando Verlaine sparò a Rimbaud) (Bompiani 2013) è un’opera che scandaglia e analizza tutte le prove e le circostanze in cui prese luogo il cosiddetto affaire de Bruxelles, il processo che condusse davanti al giudice due tra i poeti più sensazionali dell’Ottocento. Ma l’insinuazione di quella relazione proibita suscitò per entrambi serie ripercussioni e indignazione generale. Giuseppe Marcenaro, l’autore di questo dossier-saggio, ricostruisce con documenti certosini (alla pubblicazione ancora inediti in Italia), testimonianze, e contributi, uno dei maggiori scandali di quel tempo. Ma quel processo, più che per la sua particolarità e per la stravaganza dei modi dei due imputati, diventa degno di nota perché riassume e racconta l’amore incorso tra due poeti che – convinti di dover provare a conoscere il mondo attraverso la sregolatezza, l’ebrezza e le trasgressioni – hanno dato alla poesia una nuova voce.

Il testo-saggio di Giuseppe Marcenaro si divide agilmente in due parti: la prima, sotto forma di romanzo racconta l’incontro dei due amanti fino al momento fatale della rottura. La seconda è un accurato dossier che raccoglie i documenti e gli atti del processo.

L’esordio fulminante è presso l’Hotel à la Ville de Courtrai, in rue de Brasseurs 1, quando nei pressi della Grand Place a Bruxelles, alle ore 14:30 del 10 luglio 1873, in una camera al primo piano nessuno sente i due colpi di pistola che Verlaine spara all’amante in fuga, Arthur Rimbaud. Lo sparatore è ubriaco fradicio – e come dichiarerà successivamente – il colpo è sparato per una crisi nervosa e per le condizioni alterate in cui il poeta si trova.

Ma da quel momento, da quei due colpi – dei quali solo un proiettile verrà rinvenuto – Marcenaro compie un salto indietro e riporta i due amanti alla vigilia del loro incontro.

Sia Verlaine che Rimbaud crescono sotto la morbosità e le stranezze di due madri particolari. Ma mentre Verlaine viene su a suon di carezze, sempre servito per primo a tavola, e con i batuffoli di ovatta nelle orecchie contro il freddo; Rimbaud viene allevato con il rigore e secondo precetti altamente moraleggianti. Ed è proprio quel mondo imborghesito, quella società fondata sulla menzogna e sulle apparenze che mette in fuga il giovane Rimbaud, spingendolo tra le braccia del poeta – e rendendo l’antiborghesità il filo conduttore di quasi tutta la sua opera.

Fu Rimbaud ad andare in cerca di Verlaine; ma il loro incontro lo si deve soprattutto alla figura dell’insegnante di retorica dell’enfant prodige di Charleville.

Grazie a George Izambard, Rimbaud fece la conoscenza delle composizioni di Verlaine e del suo estro. Per questa ragione decise di scrivergli e di mandargli in visione le proprie poesie, pregandolo di riceverlo come ospite. La risposta che ricevette fu precisa: «Venite subito, grande anima».

Così, senza bagagli e con un solo cambio di vestiti cucito da sua madre, il prodigo di Charleville raggiunse Parigi. Verlaine ne rimase immediatamente folgorato: forse dai suoi occhi glaciali, forse pure da quella strana timidezza di cui Arthur fece sfoggio la sera dell’arrivo. Tuttavia, quella pacatezza si sarebbe presto rivelata un inganno; Rimbaud era arrivato a Parigi per portare scompiglio e non si allontanò per niente dalle sue intenzioni.

Lo stupore fu reciproco. Anche Rimbaud si stupì nello scoprire Verlaine, il “vero poeta”, secondo il proprio immaginario, negli agi borghesi, in un’atmosfera dolciastra, succube della suocera e della moglie incinta.

marcenaro r., una sconosciuta moralità, bompiani, milano 2013.

L’incontro tra i due poeti non può essere definito in altro modo che fatale. Forse, Rimbaud cerca in Verlaine qualcosa in grado di sconvolgerlo; e probabilmente, anche Verlaine cerca in Rimbaud un modo per evadere dalla sua infelice esistenza.

Sposatosi solo per compiacere le volontà di sua madre, il matrimonio con Mathilde Mauté è un sovversivo per conquistare un poco di dignità. Né l’uno, né l’altra, in realtà, sono attratti dal rispettivo amante; si incontrarono a sedici anni, e faticarono per riuscire a mettere al mondo un figlio.

Quell’arrivo di Rimbaud a Parigi, il giovanissimo è subito prostrato al decreto dei colleghi poeti. Al Vilains-Bonshommes, un cenacolo di letterati di belle speranze, Rimbaud fu ammesso il 30 settembre del 1871. Da quel giorno, Rimbaud non fu più solo; Verlaine lo accompagnava ovunque potesse; trascorrevano insieme i giorni e le notti, per far ritorno a casa di lui solo a notte inoltrata, ebbri d’assenzio. Proprio durante quella prima cena venne realizzato un celebre dipinto che ritrae otto poeti seduti attorno a un tavolo; bevono, leggono, fumano la pipa e colloquiano, mentre in prima fila compaiono Verlaine e Rimbaud.

Celebre dipinto di poeti, musicisti, e letterati, tra cui compaiono anche Verlaine e Rimbaud
Henri Fantin-Latour, Coin de table. Parigi, Musée d’Orsay © 2013. Foto Scala, Firenze

Perso anche l’impiego alla municipalità di Parigi di Verlaine, «esistevano soltanto loro, uno per l’altro».

Il loro impegno concretamente è tutto rivolto verso la poesia. Una poesia che non rappresenta assolutamente il sovversivo per potersi concedere lussi e sregolatezze; ma al contrario, il punto d’arrivo di quelle proibite trasgressioni. Ciò di cui vivono, essenzialmente, sono i soldi delle loro madri – e per un po’ anche quelli della famiglia Mauté.

Per i due poeti francesi, la poesia è veramente qualcosa attraverso cui poter comprendere il mondo; pronta a trasformarsi in una lente tramite cui esplorarlo da tutte le angolazioni. Non a caso, nella composizione poetica è l’assenzio a guidare entrambi; una bevanda alcolica e allucinogena ancora oggi proibita in molti paesi del mondo.

In quel mondo fatto di eccessi, anche il linguaggio non può che esserne un valido rappresentante. È la lingua l’arma più affilata, ciò che veramente può intimorire Verlaine o Rimbaud; contro l’indifferenza invece, verso tutti quei giochi violenti che i due compivano abitualmente. E sulla particolarità del linguaggio insistono tutti i poeti maledetti, tanto che nell’ottobre del 1871, i fratelli Cross, dopo la Commune, fondano il Circle Zutiquezut! è un’imprecazione che significa accidenti!.

In una sala dell’Hotel des Etrangers, la vie de bohème trova il suo massimo splendore. Lì si incontrano «gaudenti, spaccalinguaggio e sboccati, scrittori e artisti, con sempre merde in bocca, nelle più ricercate e declinate variazioni». A tutte le ore del giorno gli amici maledetti bevono assenzio e rum, fumano, strimpellano, recitano versi provocatori e dormono sui canapè. Tra di loro affiora un catalogo di nomi di personaggi illusi di imprimersi nella memoria collettiva, ma di cui il mondo avrà ricordo per il solo fatto di aver affollato le medesime sale di due poeti che la storia l’hanno fatta per davvero.

Come inizi la relazione clandestina tra i due amanti omosessuali questo non si sa. Si può supporre che la passione infiammi dal primo momento in cui i due si incontrano.

Insieme sono d’ispirazione l’uno all’altro; Rimbaud condiziona profondamente Verlaine, tanto da spingerlo ad abbandonare l’endecasillabo; ma anche Verlaine influenza Rimbaud, poiché senza di lui, da quel momento il prodigio di Charleville non può andare avanti. Arrivano persino a comporre una poesia insieme, in cui omaggiano l’ano (sì, proprio lui) .

La loro relazione è costellata da partenze e ritorni continui; decisioni avventate, liti aggressive, giochi inspiegabili – come per esempio quello con cui, rivestiti dei coltellacci con degli asciugamani, i due giocavano a colpirsi finché non vedevano il sangue. Le liti sono frequenti anche nei rapporti con il mondo circostante: in particolare è Rimbaud il violento, il mal sopportato, l’irrequieto; molti lo disprezzano, e lo stesso Carjat, illustre ritrattista che avrà l’onore di immortalare Rimbaud, sarà ferito dal giovane iracondo.

Di quella combriccola, Rimbaud è l’enfant gâté, il bambino viziato, il piccolo di casa. Ha solo diciassette anni, ma per Lepelletier, Rimbaud era il «grande artigiano delle disgrazie di un Verlaine stregato, sedotto e dominato». Se la presenza di Verlaine fu utile a Rimbaud per portare la propria poesia a un livello superiore; Rimbaud fu colpevole di trascinare Verlaine in una vita che egli da sempre bramava di vivere – mentre aspettava qualcuno con cui condividerla.

Come da quell’incontro si arrivi dunque a un processo è facile capirlo senza aver letto una pagina di Rimbaud o di Verlaine.

Un amore ossessionato, morboso e incompreso; che si nutre di eccessi e pratiche assolute. Un amore che procede in lunghe trasferte e viaggi in giro per l’Europa; un amore che va molto oltre i propri limiti. Perché appunto, come la poesia, il compito dell’amore è quello di superarli, i limiti. E se all’alba del 7 luglio 1872, Paul Verlaine esce di casa per comperare una tisana alla moglie, incontrato Rimbaud per strada non fa più ritorno e parte con lui per il Belgio.

Di questi e simili altri colpi di scena è abitata la loro relazione. Di indecisioni e incertezze; ricatti ai quali i due si devono sottoporre per riuscire ad andare avanti in quella società castrante. Una società che chiede loro di rinunciare alla loro identità, al loro vero essere più profondo. La presunta partecipazione alla Commune di Parigi, oppure ancora quell’altra volta che chiamate la moglie e la suocera per far ritorno a casa con loro, Verlaine alla fine le abbandona sul treno e raggiunge l’amante.

Oltre quei brevi capitoli che raccontano la gestazione della tormentata storia d’amore, Marcenaro completa l’opera con un dossier di documenti, carte processuali, interrogatori e testimonianze.

E anche quelle testimonianze, quelle dichiarazioni lanciate come fulmini sull’uditorio, divengono delle vere e proprie dichiarazioni d’amore. Perché finita la storia, accusato Verlaine, incarcerato per due anni, la loro amicizia non si arresta. I due non si vedranno più, probabilmente, ma non perderanno il desiderio di scriversi, di intersecarsi seppure allontanati dalle circostanze. Rimbaud, tuttavia, partirà definitivamente lontano dall’Europa, e cambierà vita: abbandonata del tutto la poesia, di lui saranno raccontate (o inventate) le leggende più assurde: ora schiavista, ora mercante di armi e dedito al mercato nero.

A nulla servono le accuse di Rimbaud, o le condanne dei suoceri Mauté, quell’amore maledetto era destinato a durare oltre le intemperie e a spingersi, nel suo ricordo magnifico, fino ai giorni nostri.

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