Immagine del libro Paura di Stefan Zweig ritratta sul legno e trani tulipani rosa.

Paura, S. Zweig

Mi sono imbattuto in Stefan Zweig più per caso che per una mia espressa volontà. Per la prima volta, volenteroso di aggiungere nuovi tomi alla mensola dedicata alla Piccola Biblioteca Adelphi, mi son lasciato guidare dal suggerimento di una collega.

Il 2021, poi, ho pensato che debba essere un anno di nuovi incontri, autori mai lette e storie inedite. E quale migliore occasione, allora, per dedicarsi a un autore di cui non conoscevo praticamente niente?

Stefen Zweig è stato scrittore, drammaturgo, giornalista e poeta austriaco naturalizzato britannico. Nacque a Vienna nel 1981 da un’agiata famiglia ebraica, secondogenito dell’industriale Moritz Zweig e di Ida Brettauer – appartenente a una famiglia di banchieri.

Zweig studiò filosofia tra Vienna e Berlino, e appena concluse gli studi si dedicò all’esplorazione e alla scoperta del mondo. Girò l’Europa in lungo e in largo, cominciò a scrivere poesie influenzato da Rilke, soggiornò per molto tempo a Parigi, poi a Londra, e in quei posti ebbe modo di incontrare alcuni tra gli intellettuali più in vista del tempo, tra cui lo scrittore Hesse, lo scultore Rodin e molti altri. Ma soprattutto, a quegli anni risale l’incontro più importante: quello con Friderike Maria von Winternitzhttps, una donna già sposata ma con cui in seguito si unirà in matrimonio.

Terminata la prima guerra mondiale Zweig ne uscì molto smarrito, poiché il conflitto distrusse l’Europa in cui egli era nato e cresciuto.

Insieme alla moglie, Zweig si stabilì a Salisburgo, e da quel momento cominciò ad affermarsi come scrittore. Amok, una delle prime novelle pubblicate divenne uno degli scritti più tradotti del tempo; Drei Meister (una raccolta delle biografie di Dickens, Dostoevskij e Balzac) contribuì ad accrescere la sua fama di biografo. In poco tempo, così, Zweig fu riconosciuto da tutti come uno dei più grandi autori del secolo. Egli, inoltre, era un instancabile collezionista, e per tal ragione bramava e raccoglieva alcune tra lo opere autografe più importanti del tempo: da Mozart a Beethoven, da Goethe a Balzac.

Come Einstein, Freud, Mann e altri sfortunati geni del Novecento, il nazismo mise al bando molte opere di Zweig. I suoi scritti vennero bruciati e il suo nome sgualcito, e per il dolore, nel 1934, lasciò l’Austria e la sua famiglia e si trasferì da solo a Londra.

Nel 1939, dopo aver divorziato con la moglie, Zweig si trasferì a New York in compagnia della sua giovane assistente, Lotte Altmann. Già allora egli sapeva che non avrebbe più fatto ritorno in Europa, tuttavia, in pochi anni lasciò anche la Grande Mela per trasferirsi in Brasile.

Infine, in Brasile, Zweig – all’età di sessant’anni – e sua moglie saranno ritrovati senza vita distesi sul loro letto coniugale.

Le ragioni sono chiare: Zweig soffriva di crisi depressive ed era ormai finito dentro un vortice per cui gli era impossibile ignorare la situazione in cui la sua Europa era piombata. Accanto alle loro spoglie, un’ultima dichiarazione, un saluto estremo, un biglietto scritto a mano dall’autore:

Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo.

Una vita segnata dalle minacce, e la paura che si manifesta come sentimento ricorrente durante il corso di tutta la sua esistenza.

In tal modo mi piace pensare che esista un collegamento tra la volontà di scrivere una novella su questo sentimento angusto, e i patemi che per tutta la vita hanno accompagnato l’autore. Perché mai, in nessun altro scritto, ero riuscito a trovare tanta intensità e onestà nel descrivere un sentimento così avvezzo a tutti, quanto invece Paura fa.

Paura non è una storia del terrore, ma sul terrore. E in che modo Zweig decise di raccontare questo sentimento? Tramite la storia di Irene Wagner: una donna che giunta all’età di trent’anni, stanca della propria quotidianità, del marito e dei figli, comincia a tradire il proprio uomo.

Ma ogni volta, appena ella varca l’uscio dell’amante, la paura si impadronisce di lei, tanto che deve aggrapparsi alla ringhiera per non cadere dalle scale.

È la paura di essere scoperta, che qualcuno possa riconoscerla camminare per strada, vederla uscire da casa dell’amante e domandarle da dove giunga. È la paura che suo marito possa scoprire quella brutta storia, e che lei possa perdere tutte le certezze che ha fatto fatica a radunare.

Eppure, la storia di Irene comincia proprio nel momento in cui la sua grossa paura diviene realtà. Ella, uscita da casa dell’amante incappa in una donna misteriosa, una sordida ricattatrice che sa tutto di lei e che comincia a minacciarla. Da quel momento comincia il vero incubo: la donna inizia a pedinarla, la bracca fuori da casa propria, le domanda del denaro e le sue richieste divengono sempre più cospicue.

E Irene non può che soddisfare tutte le richieste dalla ricattatrice, perché è tremendamente impaurita che suo marito possa scoprirla. Anche lo sguardo di Fritz Wagner ormai la atterrisce: le sembra quasi che abbia capito tutto e che aspetti solamente il momento di poterla accusare. Inoltre, proprio in quei giorni, è stato lui a esporle un pensiero che gli è venuto al lavoro: il colpevole soffre più per quella paura di essere scoperto, per l’ansia di doversi nascondere, che non per il timore della punizione. Che i tentativi di suo marito non siano solo un modo per farle comprendere che anche lui ha compreso tutto?

Con un’attenzione spettacolare verso la psicologia dei personaggi, Zweig segue l’adultera nelle sue giornate pregne d’ansia e rimorso, tormentata dalla sua ricattatrice e infine da se stessa.

Descrizioni accurate, personaggi ben delineati e dialoghi lampanti, in un libro di appena cento pagine, che si costruisce tutto in un crescendo, fino a un estasiante colpo di scena finale che rimette in discussione ogni cosa che si è letta fino all’ultima riga.

Una scena tratta dal film degli indifferenti con Valeria Bruni Tedeschi

Gli Indifferenti, L. Guerra Seràgnoli

Gli indifferenti, romanzo d’esordio di Alberto Moravia.

Nel 1929, Alberto Pincherle, in arte Alberto Moravia, riuscì a pubblicare il suo primo romanzo, Gli Indifferenti, con la casa editrice milanese Alpes. L’opera venne subito contestata dal regime, poiché conteneva un tono polemico, volutamente non implicito, nei confronti del fascismo.

Prima edizione degli Indifferenti, 1929.

Il romanzo venne inoltre inserito nell’Indice dei libri proibiti, a causa delle molteplici scene erotiche in esso presenti. Tutto ciò, come spesso accade, contribuì probabilmente ad accrescere la fama dell’opera, che nel corso degli anni venne tradotta in ben 42 lingue.

Gli indifferenti per Moravia sono coloro che di fronte alla falsità della società fascista, reagiscono subendola o adeguandosi. Egli vuole mostrare un mondo in cui i valori materiali sembrano non avere più diritto di esistere e la coscienza morale degli individui si è uniformata, a tal punto da trasformare gli uomini in automi.

Principale esponente di questo comune comportamento disinteressato nei confronti della realtà circostante è la borghesia, considerata dall’autore inautentica e convenzionale, e pertanto duramente criticata. Questo sentimento anti – borghese è presente anche in alcune opere successive dell’autore romano, come ad esempio La Noia e Il Conformista.

Nell’opera di Moravia, la vicenda ha luogo a metà degli anni 20, e dura solamente due giorni. Essa vede come protagonisti cinque personaggi, molto diversi tra loro, ma legati da una comune indifferenza nei confronti del declino socio – economico della loro famiglia, indifferenza che rende tutti i personaggi insensibili e apatici.

Gli Indifferenti, dalla letteratura al cinema.

Dopo la prima trasposizione cinematografica di Francesco Maselli del 1964 e la miniserie televisiva in due puntate diretta da Mauro Bolognini nel 1988, anche Leonardo Guerra Seràgnoli (Likemeback) decide di raccontare le vicende della famiglia Ardengo nel film Gli Indifferenti (2020) con protagonisti Valeria Bruni Tedeschi, Edoardo Pesce, Vincenzo Crea, Beatrice Grannò e Giovanna Mezzogiorno.

Gli indifferenti di ieri incontrano gli indifferenti di oggi.

Locandina degli Indifferenti

La pellicola di Seràgnoli, esattamente come il romanzo di Moravia, racconta la storia di una famiglia borghese che improvvisamente si ritrova in una profonda crisi economica e morale, di fronte alla quale decide di non reagire, rimanendo in un totalizzante stato di apatia e noia esistenziale, tema molto presente nella letteratura moraviana (nel 1960 egli pubblicò una delle sue opere più celebri, chiamata appunto La Noia).

Vi è tuttavia una sostanziale differenza. Il libro di Moravia infatti, ambienta la vicenda in epoca fascista, mentre Seràgnoli sceglie di adattare la sua versione alla contemporaneità italiana. I personaggi sono inseriti nel contesto culturale attuale, ma conservano la meschinità e l’ipocrisia della borghesia descritta da Moravia.

Nonostante la vicenda sia ambientata in un’epoca diversa, le dinamiche restano invariate, con l’eccezione del finale, su cui ci soffermeremo successivamente. Mariagrazia Ardengo (Valeria Bruni Tedeschi) dopo la morte del marito, vive grazie ai prestiti che da tre anni le fa il suo amante, il manager Leo Merumeci (Edoardo Pesce), grazie al quale ha la possibilità di continuare a vivere una vita mondana.

Anche i figli della donna, Carla (Beatrice Grannò) e Michele (Vincenzo Crea), dipendono in un certo senso da Leo, poiché li aiuta economicamente a raggiungere i propri obiettivi, diventare una gamer professionista nel caso di Carla e proseguire gli studi nel caso di Michele.

Questo meccanismo inerziale viene interrotto in seguito al ritorno di Michele dalla Russia. Egli infatti intuisce che Leo si sta approfittando di sua madre per sottrarle l’attico in cui vivono. Tuttavia, Mariagrazia è troppo innamorata per rendersene conto. Questa sua inettitudine, le impedisce persino di accorgersi delle morbose attenzioni di Leo nei confronti di Carla. Ad accorgersi immediatamente di questa relazione clandestina è invece Lisa, ex compagna di Leo, interpretata da Giovanna Mezzogiorno.

Gli spazi diventano i protagonisti del film.

La pellicola si svolge quasi interamente nell’attico della famiglia Ardengo, che diventa il vero protagonista della storia. Questo luogo diviene emblema della borghesia tanto criticata dal giovane Moravia. La fotografia di Gian Filippo Corticelli e la scenografia di Giada Calabria e Loredana Raffi svolgono un ruolo importantissimo a questo proposito. I personaggi si muovono infatti all’interno di una casa che sembra quasi un museo; le stanze sono molto ampie e luminose, i colori sono molto forti ma in perfetta sintonia.

Valeria Bruni Tedeschi, Edoardo Pesce e Vincenzo Crea in una scena del film.

Un’indifferenza senza tempo.

Il regista ha scelto di non seguire pedissequamente l’opera letteraria e ha preferito provare a rappresentare coloro che secondo lui sono gli indifferenti di oggi. L’intento di Seràgnoli è infatti mostrare come, nonostante sia passato quasi un secolo, certi meccanismi sociali siano rimasti invariati. Molto probabilmente, proprio per questo motivo, il regista ha cercato di indicarci una parziale via di fuga, ipotizzando la rottura di questo schema, attraverso il personaggio di Carla.

Il finale come rottura degli schemi e ipotesi di una nuova speranza.

Se nel libro di Moravia Carla decide di accettare la proposta di matrimonio di Leo, nonostante lo disprezzi, nel film agisce, ponendo inevitabilmente fine all’ipocrisia della sua famiglia. Carla, diviene pertanto simbolo di speranza. Carla compie il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, proprio decidendo di denunciare Leo, nonostante ciò implichi la definitiva perdita dello status sociale della sua famiglia. Ciò può essere interpretato come un inaccettabile tradimento o un coraggioso tentativo di immaginare un futuro in cui saremo tutti meno “indifferenti”.

Questa scelta, ma anche la pellicola nel complesso, è senza dubbio un’operazione molto coraggiosa e ambiziosa, ma forse non pienamente riuscita. Ad essere poco convincenti sono alcune delle interpretazioni; Valeria Bruni Tedeschi è un’attrice molto talentuosa ed è perfetta nel ruolo di borghese in decadenza (pensiamo alla sua interpretazione in Il capitale umano di Paolo Virzì), ma il suo trasporto emotivo risulta a volte in contrasto con l’indifferenza di cui dovrebbe farsi portatrice. Lo stesso vale anche per Beatrice Grannò, che interpreta Carla. Edoardo Pesce invece l’ho trovato molto adatto al ruolo di Leo, nonostante non si tratti sicuramente di una delle sue migliori interpretazioni. Vincenzo Crea risulta essere efficace nel ruolo di giovane indifferente, anche se probabilmente ciò è dovuto alla sua recitazione non volutamente piatta e priva di forma.

Immagine istantanea del libro di Alberto Moravia (Gli indifferenti) ritratto vicino a Calathea e Rose bianche

Gli indifferenti, A. Moravia

Gli indifferenti è il primo romanzo di Alberto Moravia, un’opera cruda e spietata ma in grado di far luce tra le inquietudini e i patemi dell’uomo moderno. Una storia permeata dalla tristezza, dalla desolazione e dal dolore, che tra le trame del racconto scomoda temi e racconta di realtà non tanto distanti quanto appaiono a prima vista.

Cominciato quando ancora si trovava a Bressanone, nella casa di cura Von Guggenberg, Moravia compose l’opera in due momenti differenti. È lui stesso a raccontare l’aneddoto ad Alain Elkann, in una lunghissima intervista pubblicata da Bompiani nel ’90, Vita di Moravia.

Nel settembre del 1925 ho lasciato Cortina e sono andato a Bressanone. Una mattina, a letto ho iniziato Gli indifferenti […] Incastravo il calamaio tra le lenzuola. Scrivevo con la penna tenendo il pennino rovesciato, così che mi succedeva di bucare la carta. Insomma il letto, dopo il senatorio, era diventato per me come il guscio per la lumaca

vita di moravia, alain elkan e Alberto Moravia

Quando cominciò a scrivere, Moravia era stato ricoverato poiché malato di una rarissima forma di tubercolosi ossea – la stessa malattia che per tutta la vita lo costrinse ad affidare il proprio equilibrio a un bastone. Al tempo Moravia era molto giovane, non aveva più di diciassette anni, non aveva avuto unioni sessuali e non aveva ancora trovato modo di maturare esperienza dell’altro sesso. Eppure, tra le pagine degli Indifferenti, il sesso sembra essere un motivo portante; e fu proprio in quel periodo che, grazie a un conoscente, Moravia fece il suo primo incontro con una insegnante.

In quelle giornate tutte uguali, Moravia si mise al lavoro, ma egli ancora non sapeva che Gli indifferenti sarebbe diventato uno dei romanzi più significativi del tempo.

Ne concluse la scrittura nel 1927, e dall’Hotel di Solda ne diede notizia alla zia, la poetessa Amelia Rosselli. La prima stesura avvenne su carta velina e non recava nemmeno la punteggiatura, tanto che, come l’autore raccontò, le virgole vennero aggiunte solo in seconda battuta.

Nonostante le buone prospettive di vendita, l’editore Alpes accettò di pubblicarlo solamente dietro il pagamento di cinquemila lire da parte dell’autore. Moravia accettò, supportato e incoraggiato da suo padre, che sin da piccolo riconosceva in lui grandi potenzialità. Peccato che, nonostante l’opera ricevette subito un’accoglienza meritevole, a Moravia non fruttò neanche un centesimo, poiché i diritti maturati pareggiarono la cifra che l’autore aveva versato per la pubblicazione.

E proprio a conferma delle ipotesi paterne, in pochissimo tempo Gli indifferenti scalò le classifiche e suscitò più clamore di quanto se ne aspettasse. In qualche modo, infatti, il libro rappresentava una rottura netta con la narratività precedente: in primo luogo per il suo forte realismo, ma anche perché Gli indifferenti inventarono un nuovo modo di scrivere.

Sin da subito Moravia si presentò come quello che sarebbe sempre stato: schietto, crudo, per alcuni impoetico, e realista, contro la tendenza più popolare del surrealismo. Ma soprattutto Moravia fu in grado di portare agli occhi di tutti temi ritenuti inaccettabili.

È questo il caso degli Indifferenti, il cui punto di partenza fu la volontà di rappresentare la crisi dei valori del XIX secolo. Un secolo buio, assoggettato dal fascismo, abitato da personaggi privi di affetti, senza scopi né ambizioni, nascosti dietro maschere d’ipocrisia.

Ma i personaggi degli Indifferenti sono reali: essi sono i protagonisti della borghesia decadente degli anni Trenta. Una matassa di esistenze grette, prive di qualsiasi ideale e morale, alle quali è preclusa una qualunque forma di amore e di ambizione.

I protagonisti degli Indifferenti sono la vedova Ardengo e il suo amante Leo, convinti di esser abbastanza scaltri da nascondere a tutti l’unione che va avanti da anni. Le loro discussioni ormai non sono che inutili giochi di potere; essi sono stanchi l’uno dell’altra: la vedova è al lastrico, e Leo è l’unico in grado di mantenerla, ma proprio all’inizio del romanzo, egli è stanco e la mette davanti a un ultimatum: rendergli tutti i soldi che gli deve.

Ma Mariagrazia, che di impegni e responsabilità proprio non ne vuole sapere, non si rassegna, e spera che sarà sua figlia, la giovane Carla, a salvare la famiglia dalla rovina. Su di Leo, invece, il figlio più piccolo, Mariagrazia non ripone tante aspettative, ed è invero convinta che sarà sua sorella a salvare anche lui. Ciononostante, Leo e Carla sono figli del secolo in cui sono nati, e anche loro sembrano non avere alcuna ambizione, alcuno scopo: passano le giornate ad annoiarsi, e sperano che da un giorno all’altro la loro vita cambi. Non fanno niente per sottrarsi al tedio dei loro giorni: attendono una novità per niente curiosi, per il solo fine di spezzare la noia. Neanche i personaggi più giovani riescono a brillare di luce propria: adulti, vecchi e bambini sono tutti mossi da appetiti elementari ed egoistici.

I personaggi degli Indifferenti sono pochissimi. Nessuno di loro brilla per qualità morali, ma anzi potrebbero esser definiti ripugnanti.

Dietro tale ragione si nasconde una delle principali cause che portò il fascismo a censurare l’opera prima di Moravia. Gli indifferenti, infatti, venne messo al bando per molto tempo: specialmente perché contraddiceva e capovolgeva del tutto gli ideali e i valori eroici incarnati dal fascismo. E per questa ragione, venne denunciato chiunque si apprestasse a stampare Moravia, e oltraggiato persino chi avesse da dire qualcosa di buono su di lui. Agli occhi degli indifferenti, tutto perde importanza, niente ha valore, neanche il denaro, gli affetti, il tempo. E così, anche l’arco temporale narrato da Moravia non va oltre i due giorni, l’ambientazione è del tutto accessoria, e i pensieri dei protagonisti, i loro sogni, e la loro interiorità, sono i luoghi in cui dimorano le azioni più grandi – quelle che ci permettono di analizzare la vera crisi del romanzo.

Per i personaggi degli Indifferenti così non sembra esserci alcuna via d’uscita. Essi sono inesorabilmente condannati alla tristezza e alla decadenza del loro tempo. E alla fine, persino l’ipotesi di scampo più ammaliante nasconde in realtà altre trappole, costrizioni, ipocrisie.

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