Il romanzo di Romain Gary, La vita davanti a sé, ritratto vicino a una cornice con un'immagine tratta dal film ispirato al libro, regia di Edoardo Ponti, con Sophia Loren

La vita davanti a sé, R. Gary

Che cosa abbia aspettato, per tutto questo tempo senza conoscere Romain Gary, ancora me lo domando. Un autore dalla scrittura rivoluzionaria e dalla personalità enigmatica; vincitore due volte del Premio Goncourt, Romain Gary è lo pseudonimo di Roman Kacew, nato a Vilnius da padre ignoto.

Forse, quando per tutta la vita sui romanzi non leggi altro che gli strilli degli editori e dei giornalisti che gridano al capolavoro, capita di non crederci tutte le volte. Eppure, in questo caso, alla Vita davanti a sé, capolavoro è il termine più consono da attribuirgli. Ma lo stesso, non potrebbe del tutto dirsi della trasposizione cinematografica dell’opera, di Edoardo Ponti con Sophia Loren.

Dietro la duplice vittoria di Romain Gary del Premio Goncourt si nasconde un fatto eclatante.

Il Premio – esistente ancora oggi – reca nel proprio regolamento l’impossibilità di assegnarlo allo stesso autore più di una volta. Ma di fatto, lo scrittore Romain Gary lo vinse due volte: la prima nel 1956, con il suo celebre romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo, Neri Pozza, Milano 2009); la seconda, proprio con il romanzo Le vie devant soi (La vita davanti a sé, Neri Pozza, Milano 2005).

Tuttavia, mentre la prima vittoria venne attribuita alla persona di Romain Gary, per ottenere la seconda, Gary dovette elaborare un espediente dal fine assicurato. L’autore, dopo aver convinto un suo vicino cugino, Paul Pavlovitch a recitare la parte di Èmile Ajar, mise in scena una pantomima curata nei minimi dettagli per vincere il Premio nel 1975.

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, Gary si arruolò a Parigi nelle Forze aeree della Francia libera, appoggiando i compagni della resistenza capeggiata da Charles de Gaulle. Onorato come un eroe di guerra, cominciò a scrivere sostenuto dall’amatissima madre, che sempre lo spronerà nella sua realizzazione artistica.

Romain Gary e Jean Seberg © corbis

Dopo l’unione con la scrittrice Lesley Blanc, nel 1962 Romain Gary sposa Jean Seberg, la bellissima attrice di A bout de souffle (regia di Jean Luc Godard) e dell’indimenticabile Bonjour tristesse, tratto dal romanzo di Sagan.

È il 1979, quando Seberg, all’età di quarant’anni, venne trovata senza vita all’interno della propria automobile, per un’overdose di barbiturici. Il suo addio rimase impresso su un breve biglietto: «Forgive me. I can no longer live with my nerves». L’attrice americana ebbe una vita molto tormentata, soprattutto a causa delle violente depressioni di cui soffrì, ma la sua morte nulla aveva a che vedere con quello che sarebbe successo un anno dopo.

Il 2 dicembre del 1980, dopo aver dato alle stampe l’ultimo romanzo, Gli aquiloni (Neri Pozza, Milano 2017), Gary si uccise con un colpo di pistola dopo essersi comperato una vestaglia rossa, affinché sporcandosi di sangue, il prossimo a trovarlo non si impressionasse troppo.

Il suo testamento, ben più lungo di quello che l’ex amante americana lasciò, è divenuto un libro: Vita e morte di Emile Ajar. Due giorni prima della morte, egli provvedete a mandarne copia all’editore Gallimard, con la raccomandazione di renderla pubblica. Quell’opera conteneva in sé uno sconvolgimento che avrebbe stupito l’intera società letteraria parigina; poiché proprio in quelle pagine, Romain Gary rivelava che dietro il nome di Emile Ajar, il vincitore del Goncourt e il cantore di una Francia multietnica che cambiava il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary.

La vita davanti a sé di Gary venne riconosciuto come un capolavoro. Mentre il successo di critica di Gary diminuiva, paradossalmente, il nuovo e promettente autore Emile Ajar, fu annunciato come un grande scrittore.

È la storia contenuta tra le pagine della Vita davanti a sé a fare di questo libro un classico senza tempo; una storia che, a distanza di oltre cinquant’anni ha ancora tanto da dirci.

È la storia di un bambino musulmano, Momò, e della donna con cui egli trascorre la vita fino ai suoi quattordici anni: l’appariscente e austera Madame Rosa. In un appartamento al sesto piano del quartiere periferico di Bellville, a Parigi, l’ebrea Madame Rosa, reduce di guerra e sopravvissuta allo sterminio nazista, messasi in salvo da Auschwitz, abbandona la vita che faceva prima.

Il suo mestiere è stato a lungo quella di essere una donna «che fa la vita», ovverosia che si prostituisce. Ma da quando si è salvata, Madame Rosa ha deciso di ospitare nel suo appartamento i figli delle prostitute della città. In un vecchio palazzo di Belville, quartiere di povertà, degradazione, ma soprattutto odori, colori e multietnicià, da quelle famiglie, Madame Rosa riceve dei vaglie. Ma talvolta capita che alcune madri non ritornino più a recuperare i propri figli, e che la signora, coi suoi novantacinque chili abbondanti che quando si muove «sembra un trasloco», trovi una famiglia per quei ragazzi bisognosi d’amore.

Sono gli anni Quaranta inoltrati, la guerra è finita da poco, e ancora nell’aria si respirano le conseguenze di quell’evento mortificante.

Madame Rosa è la prima a risentirne, tanto che continuamente, memorie e sogni riportano in vita il suo dolore, le paure, e da un momento all’altro teme che i nazisti possano tornare a prenderla. In quegli anni, i Servizi Sociali e la Polizia di Stato rivolgono la maggior parte delle attenzioni verso i bambini, bisognosi di protezione e di esser tutelati. Un fatto di prim’ordine è che la legge proibisse alle madri di esercitare come prostitute, e per tal ragione, molte di quelle, affidavano i loro bambini dove potevano esser protetti nell’attesa di tempi migliori.

Tra tutti quei ragazzi, speciale è la sorte del giovane Momò. Un ragazzino dietro cui sembra nascondersi un grande segreto. Di lui, infatti, pare non si sappia molto. Non si conosce la sua età precisa, e la sua famiglia, a differenza delle altre, non si presenta mai a fargli visita, nonostante Madame Rosa continui a ricevere per lui un vaglia al mese.

Momò è musulmano, ma non è nemmeno sicuro di essere arabo. Ciononostante è stato educato come un ebreo. Parla fluentemente l’arabo, lo yiddish, il francese, e dentro di sé costruisce un mondo a portata di mano, per restar sempre lontano dalla realtà e dalle sofferenze della sua vita.

La paura più grande di Momò è quella di finire al brefotrofio, luogo in cui vengono ospitati i bambini abbandonati dai genitori.

Ma oltre a questa, Momò non ha paure. Egli è sempre intento a scoprire qualcosa, a meravigliarsi del mondo, e pervaso dalla bontà non si sottrae mai al piacere di far del bene agli altri. Tuttavia, cresciuto all’interno di un mondo di malfamati, incompresi, tossicodipendenti, prostitute, travestiti, ladri e neri, Momò trova nel rischio il maggiore dei suoi divertimenti. A Madame Rosa ha promesso che lui non farà mai la vita, e per il solo divertimento, commette furterelli e astuzie tra i banchi del mercato, infilandosi fin dentro le vetrine dei negozi.

Crescendo, il bambino vede le cose cambiare attraverso i suoi occhi. Gli altri bambini ospitati trovano famiglia e lasciano l’appartamento di Madame Rosa, mentre lui rimane sempre lì. E con lo scorrere del tempo, le condizioni di salute dell’anziana Madame Rosa peggiorano, fino a che il medico non le annuncia che potrebbe esser costretto a farla portare in ospedale.

Ma è proprio dell’ospedale che Madame Rosa ha paura: ella sa bene che la medicina si ostina anche contro la religione e la vita, e obbliga le persone a restar vive, anche quando esse non hanno le forze per dire che vorrebbero il contrario. Madame Rosa teme di esser trasformata in un vegetale; teme per il piccolo Momò, e il suo unico desiderio è di morire quando la vita la chiamerà.

La vita davanti a sé di Romain Gary è una storia in prima persona sull’amore e la necessità dell’uomo di trovar qualcuno a cui donare questo sentimento.

È una storia d’amicizia e sopravvivenza, quella tra Momò e Madame Rosa; il racconto di un rapporto originale, tra due individui che non hanno nessuno ma che necessitano d’amore. La vita davanti a sé narra il coraggio, la forza, i tanti modi in cui si può esser famiglia, le infinite possibilità che gli uomini hanno di amare e di sentirsi amati.

Narra la vita di un bambino marocchino in una Parigi sconvolta dalla guerra, mentre la Francia affronta un grande cambiamento e accoglie l’arrivo di stranieri provenienti da ogni parte del mondo. E allo stesso modo, anche la storia, è raccontata come se a farlo fosse proprio Momò. Un bambino che non ha mai l’età che dimostra, e che passa dai dieci anni ai quaranta, a seconda della situazione vissuta. Solo così, a Gary, diviene più facile raccontare della miseria, del dolore, perché negli occhi scuri del piccolo Momò ogni sventura diventa occasione per mettersi alla ricerca di un’opportunità.

Il dolore di Madame Rosa ci commuove, l’ironia di Momò ci fa ridere, e quelle piccole riflessioni che sottintendono ragioni ben più profonde di quelle comprese da un bambino, ci conducono verso la consapevolezza.

Un romanzo che procede con rapidità, perché la storia, nel modo in cui è narrata, scorre via tra le pagine. E quella storia qualche volta ti fa arrabbiare, qualche altra ti fa ridere e più spesso ti muove dentro qualcosa. Qualche d’un’altra, invece, ti fa piangere, perché Gary è tanto abile a immedesimarsi nei personaggi dei suoi racconti, che alla fine è impossibile non venire travolti.

E se mi riservo il dubbio che a qualcuno, un libro come La vita davanti a sé possa non piacere, è solo perché al mondo esisteranno persino degli individui che non sanno leggere, o che sfortunatamente ancora non conoscono Romain Gary.

La vita davanti a sé

La vita davanti a sé, E. Ponti

La vie devant soi, R. Gary.

Romain Gary, celebre autore francese, scrisse nel 1975, con lo pseudonimo di Émile Ajar, uno dei suoi più grandi successi. Si tratta di La vie devant soi, tradotto in italiano come La vita davanti a sé. Il romanzo ottenne molto successo e vinse il Premio Goncourt, il più rinomato premio letterario francese. A questo proposito, è curioso ricordare che tale premio non possa essere attribuito più volte allo stesso scrittore. Romain Gary fu l’unico a vincerlo due volte; la prima nel 1956, per il romanzo Les racines du ciel e la seconda volta nel 1975 con lo pseudonimo di Émile Ajar per La vie devant soi. Ciò fu possibile, poiché Paul Pavlovitch, un parente di Romain Gary, accettò di pubblicare il romanzo attribuendosi l’identità di Émile Ajar, rivelando la verità solo in seguito alla morte di Gary, nel 1980.

La vita davanti a sé

La vie devant soi è ambientato a Parigi e racconta la storia di Momò, orfano di origine senegalese, che viene cresciuto nel quartiere multietnico parigino di Belleville da Madame Rosa, una donna ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz. In passato, la donna divenne prostituta e al momento della narrazione, essendo oramai anziana, ha tramutato la sua casa in un rifugio per i figli di coloro che ancora fanno quel mestiere. Sarà proprio in questa occasione che Momò entrerà nella vita di Madame Rosa; da questo incontro nascerà un rapporto molto intimo, anche se a tratti doloroso e conflittuale.

Dalla letteratura al cinema.

La vie devant soi ebbe una prima trasposizione cinematografica nel 1977, per mano del regista israeliano Moshé Mizrahi (I Love You Rosa). La pellicola, con protagonisti Mohamed Zinet e Simone Signoret, vinse il premio Oscar come Miglior Film Straniero, nel 1978.

Nel 2020, il regista italiano Edoardo Ponti (Cuori estranei), realizzò un remake e scelse come protagonista l’attrice italiana più amata di sempre, Sophia Loren, madre dello stesso Ponti. Questa trasposizione differisce dalla precedente per diversi motivi. In primo luogo, la vicenda non è ambientata a Parigi, come nello stesso romanzo di Gary, bensì a Bari. Inoltre, Ponti decide di adattarla ai giorni nostri, non più negli anni ’70.

Il raggiungimento della tolleranza attraverso la consapevolezza di un dolore condiviso.

La pellicola di Edoardo Ponti, esattamente come l’omonimo film di Moshé Mizrahi, affronta il tema della tolleranza, mostrando quanto questa narrazione possa essere attuale ancora oggi. Inizialmente infatti, Momò (Ibrahima Gueye) e Madame Rosa (Sophia Loren) hanno un rapporto piuttosto conflittuale, dovuto a diversi fattori, come per esempio la notevole differenza di età, l’appartenenza a diverse etnie e religioni e il temperamento estremamente ribelle di Momò. Inoltre, Madame Rosa aveva scelto con riluttanza di prendersi carico del ragazzino e decise poi di farlo solamente perché a chiederlo era stato un suo caro amico, il Dottor Cohen (Renato Carpentieri).

Tuttavia, con il passare del tempo, questa iniziale relazione turbolenta e diffidente si trasforma in un profondo sentimento di rispetto e protezione: i due si affezionano l’uno all’altra, rendendosi conto di essere molto simili, in quanto legati da un passato caratterizzato da dolore ed emarginazione.

Come abbiamo ricordato precedentemente, Madame Rosa ha vissuto in prima persona la tragica esperienza dell’Olocausto e successivamente fu costretta a prostituirsi per guadagnarsi da vivere. Momò invece, fu costretto ad abbandonare la sua terra, il Senegal, per emigrare in Italia, dove rimase orfano di madre, uccisa per mano del suo stesso marito.

Ibrahima Gueye e Sophia Loren in una scena del film
Ibrahima Gueye e Sophia Loren in una scena del film

L’interpretazione di Sophia Loren.

Madame Rosa non è assolutamente un personaggio lineare, anzi è caratterizzato dal continuo alternarsi di momenti di forte lucidità e momenti di assenza. Nel personaggio interpretato da Sophia Loren, il forte carisma si fonde a un senso di orgoglio e fierezza, ma a tratti anche alla fragilità emotiva e a un senso di umanità che Sophia è in grado di trasmettere con il solo sguardo. Il personaggio di Madame Rosa, diviene pertanto il punto più solido dell’opera grazie all’interpretazione della Loren. Trovo infatti assurdo che non sia candidata ai prossimi Oscar come Miglior Attrice Protagonista. Anche Ibrahima Gueye, che alla sua prima interpretazione ha avuto la fortuna di condividere lo schermo con Sophia Loren, ha fatto un ottimo lavoro.

Debolezze della Vita davanti a sé.

Nonostante nel complesso la pellicola sia godibile e le interpretazioni siano decisamente buone, vi sono alcuni difetti. In primo luogo, la presenza di numerosi temi, come ad esempio l’Olocausto, la discriminazione e la criminalità, i quali tuttavia vengono affrontati superficialmente. In particolare la tematica della Shoah, che dovrebbe essere un elemento chiave all’interno della narrazione, viene accennata solamente nella seconda metà del film. Si tratta di un problema a livello di sceneggiatura, che rende a mio parere il film piacevole ma facilmente dimenticabile.

A ciò si deve probabilmente la mancata nomination della Vita davanti a sé agli Oscar 2021 come Miglior Film Internazionale. Tuttavia, la pellicola sarà in qualche modo presente ai prossimi Oscar, poiché Diane Warren (compositrice) e Laura Pausini (cantante), già vincitrici ai Golden Globes, sono state candidate nella categoria Miglior Canzone Originale per “Io Sì”.

Immagine che rappresenta la versione digitale della Compagnia delle anime finte, ritratta in mezzo ai peperoncini, candele e pagine infuocate,

La compagnia delle anime finte, W. Marasco

La compagnia delle anime finte è un romanzo di Wanda Marasco, edito da Neri Pozza e finalista alla LXXI edizione del Premio Strega.
Un libro che resta impresso nella mente del lettore che vi si avvicina. Una storia familiare intricata, segnata dalla fatica della sopravvivenza, ambientata in una Napoli del dopoguerra tra i “vasci”, i vicoli, sulla collina di Capodimonte, quella che si definisce “la Posillipo povera”.

L’abilità di Marasco è proprio quella di riuscire a restituire la complessità dei rapporti familiari e talvolta anche l’oscurità che si cela dietro ad alcune dinamiche.
Una scrittura che mi ha fatto ripensare alle vicende di Eduardo De Filippo e alle sue ambientazioni connotate di miseria e di aspetti tragicomici.

Wanda Marasco nasce a Napoli, dove attualmente vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè . Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio letterario Neri Pozza, selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli.
Ha insegnato Lettere all’Istituto Tecnico Industriale «Galileo Ferraris» nel difficile quartiere di Scampia.
Amica del poeta Dario Bellezza, la stessa Marasco è una poetessa: inizia infatti a scrivere le prime raccolte giovanissima, tra i sedici e i vent’anni. 

Ma’, ti devo dire una cosa”. Non sono io che parlo. È la paura. Sta passando un respiro impaurito tra il suo corpo e il mio. “Fa’ ampressa, sto murenno”. Forse non se n’è accorta. Non ha sentito che è già morta, che mi sta rispondendo da un letto di foglie, che la sua voce scivola sotto le riggiole e poi risale come un alito asserragliato lungo il muro.

Le anime finte

Dopo il successo del Genio dell’abbandono che rientra nella dozzina del Premio Strega 2015, Marasco torna a raccontare la sua Napoli con La compagnia delle anime finte. Sebbene le ambientazioni e le vicende siano ispirate a realtà effettivamente conosciute dall’autrice, il romanzo non è autobiografico. La compagnia delle anime finte mi ha lasciato molto su cui riflettere.

Il romanzo comincia con la morte di Vincenzina e con sua figlia Rosa – la voce narrante – che, accanto al corpo esanime della madre, comincia un racconto a ritroso. Da lì si innesca un vero e proprio processo di immedesimazione nella vita di Vincenzina: la voce narrante, infatti, parlandone rivive l’esistenza della madre. Dall’infanzia difficile ai primi incontri con Rafele che diventerà poi il marito di Vincenzina e quindi suo padre. Le difficoltà di questa relazione tra la donna di umili origini e Rafele, di ceto borghese, rapporto che viene osteggiato da Lisa Maiorana, madre dell’uomo e matriarca della famiglia.

Foto di Wanda Marasco, autrice la compagnia delle anime finte

Una commedia umana

Rosa parla e da lì si sviluppano e prendono vita altri personaggi, altre storie. Quello che sembrerebbe un romanzo corale in realtà è il racconto di una vita alla quale si attaccano le altre. Paradossalmente la figura della madre che viene a mancare nelle primissime pagine, in realtà rivive nel corso del libro, nei ricordi e nella narrazione della figlia, tra le pagine che tengono incollato il lettore al romanzo.
Una narrazione di soprusi, di ingiustizie e di fragilità. Alla storia di Rosa e di Vincenzina se ne aggiungono altre creando una struttura adattabile anche a una resa cinematografica.


I personaggi prendono vita tra le pagine. Ci sono Annarella amica dell’infanzia e dell’adolescenza; Emilia, la ragazzina che «ride a scroscio» a causa di uno shock causato da uno stupro; il maestro Nunziata figura dell’infanzia di Rosa; Mariomaria, «la creatura che ha dentro di sé una preghiera rovesciata» e che porta “scuorno” alla famiglia; Iolanda, la sorella «bella e stupetiata». Un microcosmo prevalentemente al femminile, dove le loro sono voci forti mentre i personaggi maschili appaiono come figure di contorno.

Si tratta di Anime finte, anime protette da una maschera e dalla finzione, guaste – che attendono una riparazione. Sul finale si assiste a una risoluzione che sorprende la stessa voce narrante. Rosa, infatti, che crede di essere avulsa da questa visione, ripercorrendo le vicende di Vincenzina si rende conto di essere accomunata alla madre dallo stesso destino.
I personaggi si animano, ci accompagnano per i vicoli e per i rioni della città. Aprono le stanze della memoria e noi ci ritroviamo inevitabilmente accanto a loro, in balia delle emozioni che solo un testo simile può suscitare.

Sei venuta dal niente e dalla paura, ma’. Hai incontrato un uomo venuto dalla caduta e dalla viltà, quando la Storia aveva già annientato e umiliato gli uomini. In una città dove il mondo migliore era soltanto un sodalizio tra un esercito straniero, il governo nuovo e la malavita.

Una commedia umana raccontata con un linguaggio e in modo così sincero da risultare quasi reale. Una narrazione che scende nel profondo, scava, così come si sviluppa la città stessa in cui è ambientata. Vicolo dopo vicolo e vascio dopo vascio, Napoli è una città che fornisce la scenografia dove si muovono i personaggi.

Il gioco della memoria

Questa raccontata nella Compagnia delle anime finte è una vicenda che arricchisce che colpisce, che fa male. La scrittura di Marasco è intrisa di poeticità e risulta essere evocativa e suggestiva. Tuttavia è interessante anche il gioco che è in grado di innescare nei lettori: quello che sollecita la memoria.
Espediente che permette un’immedesimazione, una ricerca di contatto verso il nostro aspetto più profondo e soprattutto verso i nostri affetti più cari.

Il linguaggio della Compagnia delle anime finte

L’autrice ci mette davanti a un testo non semplice. Complesso sia per le tematiche trattate sia per il linguaggio che talvolta fa ricorso a espressioni dialettali. Un libro che si legge tutto d’un fiato per il coinvolgimento che l’autrice crea. Le Anime finte che non sono lontane dalla vita di tutti noi: sono anime in attesa di risanarsi e di riscattarsi.

La compagnia delle anime finte mette in luce la capacità dell’autrice di mescolare la lingua italiana con il dialetto stretto e le sue inflessioni. Una volta superata la barriera linguistica ci si lascia trasportare dalle vicende narrate in quest’opera toccante e straziante espressa con toni poetici e in grado di segnarci nel profondo.

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