• Aldostefano Marino

Confessioni, Paul Verlaine

Nel 1894, Paul Verlaine, raggiunta appena la soglia dei quarant'anni cominciò a scrivere sotto commissione le sue Confessioni. Già il titolo non convinceva molto il poeta che, dalle primissime pagine, accusava gli editori di aver «impennacchiato queste semplici "note" con tale temibile sopra-titolo».

Mi sono state chieste delle «note sulla mia vita». «Note» è proprio modesto: «sulla mia vita», però, è un tantino ambizioso. Non importa, senza andare troppo per le lunghe, molto semplicemente, – scegliendo, sfrondando, eludendo? non troppo, – eccomi qua [...] Verlaine P., Confessioni, Adelphi, Milano 2010 (p. 34)

Allora, certamente, Verlaine non era conosciuto per i suoi modi pacati. Del suo stile di vita eccentrico, delle sregolatezze e di quell'amore smodato per l'assenzio, egli stesso ne andava fiero, ma questi erano solo alcuni dei modi che egli era in grado di usare.


Fin da bambino, Paul è sempre stata una personalità sfrontata, sfacciata; irrequieta nell'infanzia e ribelle nella maturità. Nacque a Metz nel 1844, nel luogo in cui nelle Confessioni desidera di trascorrere le ultime ore della propria vita; tuttavia, a causa del lavoro del padre, Verlaine trascorrerà la propria infanzia, e farà i propri studi, a Parigi.


Di quella personalità sfrontata che tiravo in ballo poco fa, intendevo dire che Verlaine, come non aveva paura di dire la verità, nuda e cruda, non temeva di raccontare menzogne. Di suo padre non ereditò soltanto un certo amore per l'alcol, ma persino il carattere tormentato. Della sua divisa da capitano, onorata delle migliori medaglie, il piccolo Paul racconta sulle Confessioni:

«Ero tanto orgoglioso della bella uniforme paterna: giubba alla francese con sparato di velluto e le due decorazioni di Spagna e di Francia, Algeri e Trocadero, bicorno con punte tricolori di capitano-aiutante maggiore, la spada, gli attillati pantaloni azzurro-cupo a bande rosse e nere, coi sottopiedi! e orgoglioso anche del suo portamento fiero, da uomo d'alta statura come «oggi non ce ne sono più» [...] Verlaine P., Confessioni, Adelphi, Milano 2010 (p. 23)

Nonostante quella passione per le poesie scandalose di Baudelaire, o il carattere determinato e a tratti scontroso, chiunque lo incontrava non poteva fare a meno di adorarlo: prima tra tutti e tutte era venerato da sua madre, poi dalla cugina Elsa che era cresciuta con loro, da suo padre che gli aveva permesso di conseguire una brillante carriera scolastica in Inghilterra, ma che da valoroso soldato si era trasformato in un ubriacone violento.


Una vita normale, si potrebbe definire, di una normalità quasi soffocante per un individuo che abbia un estro così abbondante: almeno stando al racconto delle Confessioni. Verlaine visse gran parte della sua vita conducendola con normalità; finché non fece la conoscenza del più maledetto tra i poeti, l'enfant-prodige Arthur Rimbaud. Quando il ragazzo arrivò aveva sedici anni; Verlaine ne aveva dieci in più di lui, e nelle Confessioni non avviene affatto un'ammissione della loro relazione. Anche il cosiddetto affaire de Bruxelles – quando Paul sparò Arthur – è abbandonato in poche righe, declinato; come se Verlaine, ormai cinquantenne, avesse deciso di omettere dalla propria vita quell'amore spirituale, artistico e soprattutto carnale che aveva condiviso con il poeta minorenne.


Ma prima di tutto questo, ci fu l'incontro con sua moglie, Mathilde Mauté, autrice del testamento Moglie di Verlaine: se ci faccio caso, anche lì, la relazione tra Verlaine e Rimbaud è taciuta, nascosta all'opinione pubblica. Eppure, in questo trovo un'altra spiegazione: Madame Mauté amò Verlaine, e si copriva gli occhi e le orecchie davanti ai suoi capricci. Riuscirono a sposarsi solamente dopo varie peripezie, nel 1870, quando lei aveva appena sedici anni. Poi Mathilde si ammalò; dopo la guerra, e infine nacque loro un bambino.


Di ciò che accadde, dell'improvviso cambiamento che Verlaine ebbe verso sua moglie e suo figlio, Verlaine ne racconta una versione più edulcorata. Non ci sono la veemenza e il dolore che si trovano nelle parole di Mathilde Mauté. Ed è proprio questo il punto: che mentre la relazione clandestina tra Verlaine e Rimbaud infiammava e padroneggiava i salotti della bohémien parigina, sua moglie cercava di non vedere; non fingeva, ma si impegnava a non badare al modo in cui Verlaine si comportava: perché troppo fu il suo amore nei confronti del marito.


L'alcol fu la croce di Verlaine, venerato come un aldilà, in cui disperdere le proprie speranze e le illusioni di felicità.


Nessuno si aspetti che Verlaine abbia raccontato anche di questo nelle sue Confessioni, ché se nella vita praticava la libertà più florida, non era incline a farlo affinché gli altri parlassero di lui. Non va dimenticato, mai, – altrimenti non saremmo qui a scrivere e leggere di lui – che Verlaine fu un poeta. C'è chi lo identifica tra i poeti maledetti, ovvero quella corrente di poeti che vivevano in maniera sregolata per poter fare l'arte vera, per riuscire a scrivere un certo tipo di poesia visionaria, che parlava del futuro (un po' quello che ci sarà quasi cent'anni dopo, con Bill Morrow ed Elsa Morante dal punto di vista dell'utilizzo di sostanze alteranti).


La sua arte è il lamento malinconico dei Poemi saturnini, la sua promessa alla poesia; è l'estetica dei versi contenuti nelle Feste galanti; ci sono pagine e pagine di parole che andrebbero lette, ma alcune spesso son difficili da comprendere. Allora, non resta che provare a comprendere la vita di Paul Verlaine, per riuscire ad arrivare ai significati più intimi delle sue poesie. Il loro messaggio, il senso di libertà, il vento della rivoluzione sessuale e poetica; l'idea di voler ribaltare tutti i canoni e le convenzioni possibili e inimmaginabili.


Le Confessioni di Paul Verlaine non sono tanto un testamento sentimentale, in quanto nulla dicono e nulla aggiungono della vita del poeta maledetto – di cui invece diranno gli altri; sono piuttosto un testamento artistico, poiché raccontano l'astro poetico e l'ispirazione di Verlaine: un resoconto preciso e puntuale in prima persona, descritto, e narrato, con la minuzia e la tecnica dell'autore.

Da ogni riga delle Confessioni emerge l'amore di Verlaine nei confronti della poesia, della pittura e di tutta l'arte. L'arte, alla pari dell'alcol, era un abisso in cui smarrirsi e tramite cui comprendere se stesso. Per questo, la relazione con Arthur Rimbaud fu totale, perché avvenne su un piano differente rispetto a dove operano le cose tangibili e materiali. Differente rispetto a quello in cui Verlaine non riusciva a lasciare sua moglie Mathildé, e in cui lei non era mai forte abbastanza, – quanto avrebbe dovuto – anche dopo quelle ingiustizie subite, almeno al punto da abbandonarlo lei, e lasciarlo alla larga dalle tasche dei suoi genitori.


In ogni caso, ciò che di poetico e profondo c'è dietro le Confessioni e dietro il personaggio di Paul Verlaine è questo istinto verso l'altrove; questa spinta verso l'inarrivabile, a costo di diventare estremo. E la vera poesia di Verlaine non sta in altro posto che nella sua poesia.